{"id":27898,"date":"2007-09-27T12:05:00","date_gmt":"2007-09-27T12:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/27\/la-persona-si-realizza-se-riconosce-e-segue-la-propria-vocazione\/"},"modified":"2007-09-27T12:05:00","modified_gmt":"2007-09-27T12:05:00","slug":"la-persona-si-realizza-se-riconosce-e-segue-la-propria-vocazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/27\/la-persona-si-realizza-se-riconosce-e-segue-la-propria-vocazione\/","title":{"rendered":"La persona si realizza se riconosce e segue la propria vocazione"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo pi\u00f9 volte sostenuto (fra gli altri nell&#8217;ultimo articolo, <em>Anche dalla cima di un albero si pu\u00f2 amare senza riserve il mondo intero<\/em>) che l&#8217;essere umano possiede una voce interiore che corrisponde a una chiamata; che deve essere in grado di fare il silenzio attorno a s\u00e9 dentro di s\u00e9 per poterla udire; che, uditala, avviene in lui un auto-riconoscimento e solo mediante questo atto fondamentale dello spirito ciascuno di noi diviene realmente capace di compiere una scelta e, pi\u00f9 precisamente, di scegliersi (cfr. l&#8217;articolo <em>Per poter essere se stessi occorre prima sapersi riconoscere<\/em>).<\/p>\n<p>Vogliamo adesso cercar di approfondire e chiarire ulteriormente, se possibile, l&#8217;argomento, dato che esso appare di somma importanza a chiunque sappia distinguere, a colpo d&#8217;occhio, le cose essenziali da quelle accessorie. In particolare, dall&#8217;esistenzialismo in poi si pu\u00f2 dire che l&#8217;intera cultura contemporanea &#8211; anche da parte di coloro che non accettano l&#8217;esistenzialismo o ne rifiutano alcune premesse decisive &#8211; ha dovuto fare i conti con la drammatica urgenza di decidersi pro o contro il concetto dell&#8217;esistenza come <em>scelta<\/em> e pertanto, fondamentalmente, come <em>rischio.<\/em> Anche gli spiriti religiosi, dopo Kierkegaard, non hanno pi\u00f9 potuto ignorare il tema dell&#8217;inquietudine, anzi la concezione della vita umana come inquietudine; e, se \u00e8 vero che tale condizione spirituale non necessariamente deve approdare a una visione nichilista dell&#8217;esistenza (cfr. il nostro articolo <em>Elogio dell&#8217;inquietudine<\/em>), \u00e8 altrettanto vero che dall&#8217;inquietudine si esce in due sole maniere: superandola, mediante un movimento ascendente della coscienza; oppure precipitando nel buio pozzo della disperazione, ci\u00f2 che Kierkegaard, appunto, chiamava <em>la malattia mortale.<\/em> Vi sono molte persone, se sappiamo <em>vedere<\/em> e non semplicemente <em>guardare<\/em> ci\u00f2 che accade intorno a noi, che conducono un&#8217;esistenza di pi\u00f9 o meno tranquilla disperazione. Lavorano, viaggiano, fanno progetti, si sposano e mettono al mondo dei figli; inoltre non \u00e8 difficile vederle ridere, o almeno sorridere, cercare la compagnia, inseguire amori e speranze, cercare l&#8217;amicizia, immergersi in svariati interessi, hobby e attivit\u00e0.<\/p>\n<p>Non sempre il disperato si riconosce a prima vista e non sempre si isola in preda alla propria infelicit\u00e0, cadendo nella depressione o naufragando lentamente verso l&#8217;ultimo approdo delle cliniche psichiatriche. A volte \u00e8 una persona apparentemente normale e che sembra perfino realizzata, almeno a giudicare da tutte le cose che fa e che progetta e dalla quantit\u00e0 dei suoi interessi e delle sue relazioni sociali. Ma un tarlo lo divora interiormente, il tarlo della disperazione che non concede tregua e che \u00e8 tanto pi\u00f9 corrosivo e inesorabile quanto meno la disperazione viene riconosciuta come tale o, nel caso che venga francamente riconosciuta, quanto meno ne vengono riconosciute le cause reali. Non le cause accessorie: ad esempio, l&#8217;abbandono della persona amata, un grave insuccesso lavorativo, la morte di qualcuno; per quanto gravi possano essere i contraccolpi di tali eventi traumatici, essi da soli possono bens\u00ec precipitare l&#8217;anima nello sconforto temporaneo, ma non appannarne l&#8217;intero orizzonte esistenziale. Ora, la disperazione \u00e8 proprio questo: un appannarsi dell&#8217;intero orizzonte esistenziale, una perdita irrimediabile di speranza, nel significato pi\u00f9 profondo del termine, ossia come progetto di apertura e di radicale disponibilit\u00e0 all&#8217;Essere (cfr. i precedenti articoli <em>Si entra nell&#8217;Essere con un atto di fedelt\u00e0 e di amore<\/em> e <em>Dal desiderio alla nostalgia alla speranza,<\/em> <em>le tappe del ritorno all&#8217;Essere<\/em>). Ma la disperazione \u00e8 astuta, sa mettersi mille maschere per nascondersi non solo agli altri, ma anche alla persona medesima che \u00e8 caduta in suo potere: e cos\u00ec come il timido, perennemente timoroso, pu\u00f2 divenire un marito (o una moglie), un genitore, un capoufficio, un insegnante durissimo, autoritario, selvaggiamente aggressivo nei confronti dei suoi malcapitati familiari, sottoposti o studenti, allo stesso modo il disperato (o la disperata) pu\u00f2 rivestire i panni della leggerezza, della <em>nonchalance<\/em> e perfino della gioia di vivere: forzandosi, \u00e8 ovvio, a una tensione innaturale di tutto lo spirito, alla gravosa fatica indossare una maschera tragicomica simile a quella che ha marchiato per sempre lo sventurato protagonista del romanzo <em>L&#8217;homme qui rit<\/em> di Victor Hugo.<\/p>\n<p>Abbiamo anche avanzato l&#8217;ipotesi che, dei due sessi, siano le donne, oggi &#8211; per tutta una serie di ragioni che ora non stiamo a ricapitolare &#8211; le pi\u00f9 colpite dalle micidiali conseguenze di una radicale perdita di autenticit\u00e0, ossia infelicit\u00e0 e disperazione (ved. gli articoli <em>\u00c8 la donna, oggi, l&#8217;anello debole della catena<\/em> e <em>Il demone segreto dell&#8217;infelicit\u00e0 femminile<\/em>). La nostra analisi del fenomeno della disperazione, palese e sotterranea, oggi dilagante, nasce pertanto dalla convinzione che essa \u00e8 la conseguenza di una incapacit\u00e0 di ascoltare la &quot;chiamata&quot;, di individuare la propria vocazione, oppure da una incapacit\u00e0 di rispondere ad essa e di tradurla in progetto esistenziale; fermo restando che, per poterla udire e mettere in atto, \u00e8 necessario al tempo stesso <em>riconoscere se stessi<\/em> e, quindi, <em>scegliersi.<\/em> Le due cose possono anche procedere contemporaneamente: udendo la chiamata, e offrendo la mia disponibilit\u00e0 a risponderle, io mi riconosco e mi scelgo; non \u00e8 necessario che la chiamata giunga ad un&#8217;anima che \u00e8 gi\u00e0 stata in grado di riconoscersi e di scegliersi. Anche perch\u00e9 riconoscersi \u00e8 sempre un concreto movimento dello spirito, non un&#8217;astrazione del pensiero; e dunque \u00e8 difficile pensare che ci si possa riconoscere in assenza di una chiamata, muovendosi, per cos\u00ec dire, su di una <em>tabula rasa.<\/em> L&#8217;anima \u00e8 quello che \u00e8 in conseguenza di una decisione, dunque di un riconoscimento e di una scelta: e il primo riconoscimento e la prima scelta sono quelli e non altri, rispetto a s\u00e9 medesima.<\/p>\n<p>Vi \u00e8 una pagina particolarmente illuminante dello psicologo Ignace Lepp (che abbiamo gi\u00e0 avuto modo di ricordare a proposito di un&#8217;altra sua opera, <em>Luci e tenebre dell&#8217;anima<\/em>) che bene illustra il duplice dilemma che si presenta alla coscienza nel momento della chiamata e della comparsa, all&#8217;orizzonte della realt\u00e0, ancora indistinta e simili quasi a un miraggio, della vocazione: un appuntamento al quale siamo inviati per indizi, per cenni a volte pressoch\u00e9 impercettibili; ma alla cui risposta ne va della nostra autenticit\u00e0.<\/p>\n<p><em>&quot;Ogni uomo ha una duplice vocazione. La prima l&#8217;invita a scegliere la finalit\u00e0 della sua vita, la seconda a raccogliere tutti i mezzi che gli sono a disposizione per raggiungere il traguardo finale. Noi definiamo la prima vocazione trascendente, la seconda temporale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La vocazione trascendente \u00e8 comune a tutti gli uomini. Come spirito, e appunto perch\u00e9 tale, l&#8217;uomo non appartiene interamente alla natura. Come immagine di Dio \u00e8 per un certo aspetto la viva rappresentazione di Dio nel cosmo Siccome tuttavia egli non \u00e8 solamente spirito, bens\u00ec anche un vero fratello di tutti gli esseri nel mondo empirico, la sua somiglianza di Dio non si riscontra nella sua perfezione in nessun uomo. Agli inizi del suo cammino l&#8217;uomo ne \u00e8 solamente la promessa; solo a poco a poco, sormontando ostacoli e vincendo difficolt\u00e0, mette in atto la somiglianza con Dio. La vocazione fondamentale dell&#8217;uomo consiste dunque nel fatto di farsi somigliante a Dio. Ci\u00f2 \u00e8 valido per tutti gli uomini; nessuno \u00e8 in grado di realizzare il suo fine come uomo, senza dare una risposta positiva a questa chiamata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non si pu\u00f2 riconoscere nella vocazione trascendente qualcosa di secondario e di facoltativo, che sarebbe come aggiunto e giustapposto alla vocazione naturale. Per l&#8217;uomo non esiste realmente nessuna scelta tra due vocazioni finali, delle quali una sia &#8216;naturale&#8217; e l&#8217;altra &#8216;soprannaturale&#8217;. Nessuno \u00e8 in grado di eleggere una vocazione esclusivamente terrena, la quale sia raggiungibile mediante l&#8217;esercizio di mere &#8216;virt\u00f9 naturali&#8217;. Ci\u00f2 che noi definiamo vocazione trascendente, non \u00e8 in nessun modo il dispendioso e onorifico privilegio di alcuni eletti, dei quali si dice che avrebbero una &#8216;vocazione particolare&#8217;. Infatti ogni uomo ha una vocazione particolare, e non vi sono che vocazioni particolari. La vocazione particolare trascendente \u00e8 per\u00f2 la stessa per tutti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non si deve per\u00f2 mai dimenticare che l&#8217;uomo \u00e8 uomo solo per via dello spirito e che la &#8216;natura&#8217; dello spirito consiste soprattutto nel fatto di essere una invocazione e un&#8217;attesa emanante da Dio. L&#8217;uomo anela alla perfetta somiglianza con Colui di cui \u00e8 l&#8217;immagine.&quot;<\/em> (Ignace Lepp, <em>Rischi dell&#8217;esistenza,<\/em> Roma, Edizioni Paoline, 1965, pp. 59-60).<\/p>\n<p>Due punti ci sembrano particolarmente significativi come sviluppo dei concetti espressi in questo brano, oltre a quelli che gi\u00e0 avevamo toccato nella parte introduttiva del presente lavoro.<\/p>\n<p><em>a)<\/em>, la <em>vocazione<\/em>, che ci viene sotto forma di invito a dare un senso pieno all&#8217;esistenza, \u00e8 la risposta a una <em>invocazione<\/em> dell&#8217;anima; tale invocazione erompe dall&#8217;anima sotto forma di nostalgia e, poi, di speranza del <em>ritorno<\/em> all&#8217;Essere, dunque del reintegro a uno stato originario di perfezione e di pienezza di cui l&#8217;anima serba il ricordo (cfr. il mito platonico della biga alata e l&#8217;idea cristiana di uno stato originario di felicit\u00e0, turbato poi da un evento drammatico quale conseguenza di una <em>infedelt\u00e0<\/em> al progetto divino).<\/p>\n<p><em>b),<\/em> la vocazione fondamentale della persona \u00e8 quella di farsi simile a Dio (per Lepp) o anche di farsi Dio, non nel senso &quot;superomistico&quot; di Sartre e Camus, realizzando, cio\u00e8, quello che prima non esisteva, bens\u00ec nel senso di riscoprire la propria origine divina e di superare l&#8217;erroneo sentimento di separazione da essa. Si tratta di due concezioni, quella di Lepp (che \u00e8 poi quella cristiana tradizionale) e la nostra, che possono apparire distanti ma che invece, a nostro avviso, presentano forti analogie e punti di contatto. Se Dio, l&#8217;Essere per definizione, \u00e8 \u00abtutto in tutti\u00bb, per usare l&#8217;espressione di San Paolo, non \u00e8 una questione di sostanza, ma di sfumature affermare che noi dobbiamo farci simili a Lui o che noi dobbiamo riscoprire la nostra fondamentale unit\u00e0 con Lui. Certo, non vogliamo neppure minimizzare le differenze: l&#8217;idea stessa del mondo come creazione ne \u00e8 coinvolta, cosa non certo da poco. Tuttavia, senza confusioni e senza appiattimenti, non dovremmo tendere, per quanto possibile, al pensiero unitivo invece che a quello oppositivo? Per dividersi, c&#8217;\u00e8 sempre tempo; ma \u00e8 pi\u00f9 importante riconoscere il pezzo di strada che si pu\u00f2 fare insieme all&#8217;altro.<\/p>\n<p><em>c)<\/em> La vocazione della persona \u00e8 sempre un fatto individuale, unico e irripetibile. Tuttavia la vocazione trascendente \u00e8 comune a tutti gli esseri umani e consiste, come abbiamo visto, nel tornare alla dimora dell&#8217;Essere. La vocazione temporale \u00e8 diversa per ciascuna persona, ma non bisogna credere che sia slegata e indifferente rispetto alla vocazione trascendente. In teoria, io posso essere me stesso, e quindi rispondere alla chiamata dell&#8217;Essere, sia facendo il pittore sia facendo il chirurgo. Ma, in pratica, se la mia vocazione temporale era quella di fare il pittore e le sono stato infedele per ragioni esteriori (obbedienza al desiderio dei genitori, prospettiva di maggiori guadagni e di una vita pi\u00f9 comoda), ci\u00f2 crea in me una disarmonia che non pu\u00f2 non ripercuotersi anche sulla mia risposta alla vocazione trascendente. Certo, come dice Bernanos, <em>tutto \u00e8 grazia<\/em>, e si pu\u00f2 sforzarsi di realizzare la propria natura divina (o la propria <em>somiglianza<\/em> con la natura divina) in qualunque condizione materiale: celibi o sposati, pittori o chirurghi, e cos\u00ec via. Resta il fatto che quanto pi\u00f9 noi saremo realizzati, e quindi fedeli, nella nostra vocazione temporale, tanto meglio e pi\u00f9 largamente potremo sforzarci di rispondere alla chiamata trascendente. Esistono, comunque, delle eccezioni, specialmente per quanto riguarda gli eventi esterni che entrano con violenza nella nostra vita e la modificano radicalmente, come nel caso di una grave malattia o di una invalidit\u00e0 permanente. In tali casi, sia pure per mezzo di virt\u00f9 eroiche, \u00e8 ancora possibile rispondere con assoluta fedelt\u00e0 alla chiamata trascendente, nella misura in qui la libert\u00e0 della coscienza rimane integra: \u00e8 il caso di certi santi sofferenti nel corpo, e tuttavia capaci di risplendere come astri luminosi e di illuminare la via a migliaia di esseri umani (cfr. il nostro articolo <em>Che cosa resta della natua umana quando viene ridotta all&#8217;essenziale?<\/em>, dedicato al caso commovente della mistica francese Marthe Robin).<\/p>\n<p>La libert\u00e0 di scelta: ecco il nocciolo della questione. Cediamo ancora la parola a Lepp:<\/p>\n<p><em>&quot;Ci\u00f2 che definiamo come vocazione trascendente, \u00e8 l&#8217;incontro della chiamata divina e della libera risposta umana. Esiste per l&#8217;uomo la possibilit\u00e0 di sottrarsi alla chiamata senza tuttavia ch&#8217;egli posa cos\u00ec essere partecipe d&#8217;una vocazione naturale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Esaminata superficialmente questa carenza di vocazione naturale pu\u00f2 apparire una povert\u00e0 nell&#8217;uomo. Tutti gli altri esseri nel mondo hanno solo da essere ci\u00f2 che sono, per raggiungere il loro fine, mentre l&#8217;uomo raggiunge il suo solo quando si supera oppure, per esprimerci come i mistici e con gli esistenzialisti, &#8216;si annichilisce&#8217;. Nondimeno proprio in ci\u00f2 risiede la grandezza dell&#8217;uomo: unicamente egli tende sempre avanti e pi\u00f9 in alto, rinuncia all&#8217;inerte quiete , poich\u00e9 \u00e8 per sua natura un essere incline a Dio.&quot;<\/em> (cit., p. 61-62).<\/p>\n<p>E ancora:<\/p>\n<p><em>&quot;La coscienza di ci\u00f2 che si \u00e8, e prima di tutto di ci\u00f2 che si pu\u00f2 diventare, \u00e8 la premessa per la scoperta della vocazione naturale. In due maniere si pu\u00f2 comunque mancare alla propria vocazione: primieramente, perch\u00e9 non si \u00e8 abbastanza attenti per scoprirla, e secondariamente perch\u00e9 non si ha il coraggio di seguirla.&quot;<\/em> (pp. 73-74).<\/p>\n<p>E che cosa accade se la persona, scientemente e ostinatamente, rifiuta la propria vocazione trascendente, rifiuta di farsi simile a Dio o, se si preferisce, di tornare all&#8217;Essere? Ignace Lepp risponde in questo modo:<\/p>\n<p><em>&quot;Perfino coloro i quali per vilt\u00e0 o cattiveria &#8211; che Kierkegaard definisce &#8216;demoniaci&#8217; &#8211; hanno categoricamente detto non a Fio ed hanno cos\u00ec rifiutato la vocazione trascendente, non diventano del tutto depravazione e peccato, come affermavano i giansenisti. Le doti naturali elargite loro da Dio sono essenzialmente buone e non vengono loro tolte per questo. Il loro intelletto rimane capace di riconoscere la verit\u00e0, il loro cuore \u00e8 in grado di entusiasmarsi delle cose buone e nobili, e i loro sensi sanno accogliere la bellezza del mondo. Ma siccome la vocazione naturale del &#8216;demoniaco&#8217; rimane di per s\u00e9 chiusa, essa non riesce a sbarazzarsi dell&#8217;imperfezione. L&#8217;amore e la generosit\u00e0 del &#8216;demoniaco&#8217; rimangono schiavi della finitezza e non sono quindi in grado di aggiungere la loro naturale meta.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Non poter raggiungere la propria naturale meta: ecco la disperazione, la &quot;malattia mortale&quot; della persona inautentica. Inautentica perch\u00e9 non ha saputo riconoscere la chiamata o, riconosciutala, non l&#8217;ha voluta seguire, <em>perdendo cos\u00ec anche se stessa.<\/em> Come \u00e8 disperato il salmone, dopo il lunghissimo viaggio che l&#8217;ha riportato alle sorgente natie, si trovi la strada sbarrata da una diga costruita nel frattempo; come \u00e8 disperato &quot;il rivo strozzato che gorgoglia&quot;, nella poesia di Eugenio Montale <em>Spesso il male di vivere<\/em>, perch\u00e9 non riesce ad aprirsi un varco verso la foce, sua naturale destinazione.<\/p>\n<p>L&#8217;essere umano \u00e8 un salmone che risale verso la sorgente, \u00e8 un fiume che anela a raggiungere il mare. Ma dire di <em>s\u00ec<\/em> a questa sua vocazione innata dipende da lui solo. \u00c8 libero: libero di precipitare nell&#8217;inferno della inautenticit\u00e0 e della disperazione (pi\u00f9 o meno visibile dall&#8217;esterno), oppure di aprirsi coraggiosamente e di affidarsi alla grande corrente dell&#8217;Essere, che lo riporter\u00e0 felicemente alla sua dimora originaria.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo pi\u00f9 volte sostenuto (fra gli altri nell&#8217;ultimo articolo, Anche dalla cima di un albero si pu\u00f2 amare senza riserve il mondo intero) che l&#8217;essere umano<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30158,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[39],"tags":[253],"class_list":["post-27898","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-filosofie-moderne","tag-soren-kierkegaard"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-filosofie-moderne.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27898","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27898"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27898\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30158"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27898"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27898"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27898"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}