{"id":27887,"date":"2008-04-17T05:48:00","date_gmt":"2008-04-17T05:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/17\/e-possibile-perdonare-qualcuno-che-non-chiede-perdono\/"},"modified":"2008-04-17T05:48:00","modified_gmt":"2008-04-17T05:48:00","slug":"e-possibile-perdonare-qualcuno-che-non-chiede-perdono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/17\/e-possibile-perdonare-qualcuno-che-non-chiede-perdono\/","title":{"rendered":"\u00c8 possibile perdonare qualcuno che non chiede perdono?"},"content":{"rendered":"<p>Il vocabolario Zingarelli, alla voce perdono, recita: <em>remissione di una colpa e del relativo castigo<\/em>; e, alla voce <em>perdonare<\/em>, spiega: <em>assolvere qualcuno dalla colpa commessa, condonare a qualcuno l&#8217;errore.<\/em> L&#8217;ultima affermazione, veramente, ci sembra inesatta: si pu\u00f2 condonare la pena, ma non la colpa; e, comunque, &quot;perdonare&quot; non ha tanto a che fare con la remissione della pena, quanto con la remissione, appunto, della colpa.<\/p>\n<p>Dunque, perch\u00e9 ci sia perdono, occorre la compresenza di questi cinque elementi:<\/p>\n<p>1)  una colpa che \u00e8 stata commessa;<\/p>\n<p>2)  qualcuno che rilevi che vi \u00e8 stata una colpa (e non, poniamo, una semplice fatalit\u00e0);<\/p>\n<p>3)  qualcuno che ha compiuto tale colpa;<\/p>\n<p>4)  qualcuno che ne ha subito gli effetti negativi;<\/p>\n<p>5)  qualcuno che sia disponibile ad offrire il perdono.<\/p>\n<p>Nei rapporti privati interpersonali, la persona che perdona \u00e8 la stessa che ha subito gli effetti negativi della colpa, dunque gli elementi al punto 4 e al punto 5 coincidono. Nei rapporti di legge, invece, civili o penali, \u00e8 un terzo che si erge a giudice (lo Stato) ed, eventualmente, a concessionario del perdono. Questo secondo caso, qui non ci interessa, perch\u00e9 intendiamo limitarci al perdono come atto individuale della coscienza.<\/p>\n<p>Cos\u00ec pure, per meglio delimitare il campo della nostra presente riflessione, tralasceremo l&#8217;aspetto relativo al condono della pena. Quando la parte offesa, infatti, non si rivolge ad una istanza superiore (lo Stato), l&#8217;idea del perdono <em>comprende<\/em> quella della remissione del castigo, nel senso che colui il quale perdona, evidentemente rinuncia ad ogni volont\u00e0 di vendicarsi. Tra soggetti privati, infatti, il concetto di &quot;pena&quot; diviene automaticamente quello di &quot;vendetta&quot; e non scaturisce da una valutazione impersonale della colpa e del castigo ad essa proporzionato, bens\u00ec da una valutazione soggettiva, in cui giudice e parte lesa coincidono.<\/p>\n<p>Dunque, punto primo: l&#8217;azione del perdonare presuppone che sia stata commessa una colpa; e che tale colpa sia stata commessa ai danni di colui che, dopo averne subito le conseguenze negative (o, al limite, dopo averle evitate per pura fatalit\u00e0, indipendentemente &#8211; cio\u00e8 &#8211; dall&#8217;intenzione del soggetto colpevole), offra la sua disponibilit\u00e0 a concedere il perdono.<\/p>\n<p>Qui sorge la prima difficolt\u00e0: perch\u00e9, in mancanza di una istanza superiore di giudizio, impersonale e oggettiva (per quanto fallibile, come tutte le realt\u00e0 umane), non \u00e8 detto che vi sia accordo tra le parti nell&#8217;ammettere che una colpa vi sia stata.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 accadere che colui che ha commesso la colpa, neghi di averlo fatto o che, in buona fede, non ne sia consapevole: il che presuppone o una grandissima innocenza o una crudelt\u00e0 cos\u00ec radicata, da non essere pi\u00f9 suscettibile di riconoscere se stessa. Il caso dei torturatori nazisti dei campi di concentramento, i quali, a guerra finita, si stupivano sinceramente dei processi intentati a loro carico, pu\u00f2 rendere un&#8217;idea di come una tale ambiguit\u00e0 sia possibile non sono in presenza di colpe relativamente lievi e decisamente soggettive, ma anche di colpe gravissime, dalle conseguenze di portata devastante.<\/p>\n<p>Pertanto precisiamo subito che il concetto di colpa \u00e8 da noi inteso, in questa sede, esclusivamente nel senso di colpa morale (e non necessariamente giuridica): ossia di un male commesso in modo intenzionale, indipendentemente dal fatto che esso sia sanzionato (o sanzionabile) da una istanza giuridica di ordine superiore. E ci affrettiamo a riconoscere che, posto in tali termini, il concetto di colpa non pu\u00f2 che investire l&#8217;interiorit\u00e0 della coscienza, la quale sola \u00e8 giudice di essa. Ma la coscienza di chi, dell&#8217;offeso o dell&#8217;offensore? In altri termini: vi \u00e8 un colpevole, se la colpa non \u00e8 riconosciuta come tale da colui che l&#8217;ha compiuta? E vi \u00e8 una colpa, se questa viene riconosciuta solo da colui che <em>ritiene<\/em> (e magari a torto) di averla subita?<\/p>\n<p>Sono problemi difficili, ai quali non ci sentiamo di rispondere in maniera categorica e unilaterale. Istintivamente, gli esseri umani sentono, o credono di sentire, con sicurezza infallibile, quando si trovano in presenza di una colpa, sia commessa che subita; eppure non \u00e8 detto che le cose appaiano sempre tanto chiare. Se cos\u00ec non fosse, non accadrebbe che tante persone si rivolgano al giudice per dirimere delle questioni circa le quali non riescono a stabilire, in maniera condivisa, se una colpa sia stata commessa e da parte di chi. E cos\u00ec anche nel campo delle abituali relazioni umane, senza implicazioni legali: non sempre chi ha commesso una colpa se ne riconosce responsabile; e non sempre chi pensa di averla subita \u00e8 equo nel giudicare il presunto colpevole.<\/p>\n<p>Parrebbe che siamo arrivati ad un vicolo cieco. Se l&#8217;unico giudice di un atto morale \u00e8, in ultima istanza &#8211; come sosteneva San Tommaso d&#8217;Aquino &#8211; la voce della <em>propria<\/em> coscienza, che fare allorch\u00e9 un conflitto tra due soggetti non \u00e8 <em>superato<\/em> mediante il riconoscimento della colpa commessa, da parte di uno dei due (o, magari, da parte di entrambi)?<\/p>\n<p>In effetti, non esiste soluzione. Nell&#8217;ambito della legge, \u00e8 il giudice <em>super partes<\/em> che dirime la questione e supera la difficolt\u00e0, pronunciandosi a favore dell&#8217;una o dell&#8217;altra parte in causa; ma, nelle normali relazioni interpersonali, questa figura <em>super partes<\/em> non esiste. Si pu\u00f2 solo sperare, pertanto, che la colpa sia cos\u00ec evidente di per se stessa, da indurre non solo la parte lesa, ma anche la parte colpevole, a trovare un accordo circa il giudizio morale su di essa. Ma sappiamo bene quanto ci\u00f2 accada raramente; o, magari &#8211; il che \u00e8 meno grave, ma pur sempre assai spiacevole &#8211; come un simile accordo possa realizzarsi solo a una grande distanza di tempo dai fatti.<\/p>\n<p>Punto secondo: perch\u00e9 sia possibile l&#8217;azione del perdono, bisogna che via qualcuno capace di rilevare che vi \u00e8 stata una colpa. Quanto a ci\u00f2, valgono le osservazioni svolte or ora nel punto precedente.<\/p>\n<p>Punti terzo e quarto: bisogna che vi sia qualcuno che ha commesso la colpa e qualcuno che ne ha subito gli effetti negativi. Se una delle due parti, ad esempio, \u00e8 deceduta, evidentemente non vi pu\u00f2 essere perdono in senso stretto, perch\u00e9 perdonare a un morto, o chiedere perdono all&#8217;anima di un morto, sono azioni possibili e, da un certo punto di vista, lodevoli (ancorch\u00e9 tardive), ma riguardano un livello di realt\u00e0 diverso da quello in cui la colpa \u00e8 stata commessa da qualcuno e a danno di qualcuno altro. Riguardano, cio\u00e8, il livello dell&#8217;Assoluto, mentre la colpa, in quanto frutto dell&#8217;imperfezione umana, \u00e8 una tipica manifestazione del piano del relativo.<\/p>\n<p>Punto quinto: nell&#8217;azione del perdonare, \u00e8 necessaria la presenza di qualcuno che sia disponibile ad offrire il perdono al colpevole. Chiediamo: deve essere necessariamente lo stesso soggetto che, a suo tempo, ha subito gli effetti negativi della colpa, o pu\u00f2 essere anche qualcun altro? Nel caso della giustizia istituzionale, pu\u00f2 essere lo Stato (il quale, per la verit\u00e0, rimette la pena e non la colpa, come si \u00e8 detto; o, se rimette la colpa, lo fa mediante un atto puramente formale); ma nel caso dei normali rapporti interpersonali? Un parente, ad esempio, ha il potere (e il diritto) di perdonare l&#8217;offensore, al posto della vittima?<\/p>\n<p>Anche questo \u00e8 un problema difficile. Pertanto ci limiteremo a dire che, a nostro giudizio, un parente o un membro del gruppo della vittima ha, s\u00ec, il potere e il diritto di perdonare; ma che tale perdono non ha la forza di ristabilire pienamente e interamente la bilancia della giustizia morale, se non si accompagna a quello della vittima che, sola, pu\u00f2 esercitare una tale azione nel senso pi\u00f9 vero e profondo, ossia come remissione del male commesso.<\/p>\n<p>Abbiamo deciso, per\u00f2, di fermare la nostra attenzione su un caso ancora pi\u00f9 particolare di colpa e di perdono: quello, cio\u00e8, in cui il soggetto colpevole non chiede perdono alla vittima e non mostra alcun desiderio di essere perdonato.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 pu\u00f2 avvenire, a nostro parere, nelle seguenti circostanze:<\/p>\n<p>a)  quando il colpevole non ha coscienza d&#8217;essere tale;<\/p>\n<p>b)  quando il colpevole ha una qualche intima coscienza del male compiuto, ma non intende riconoscerlo;<\/p>\n<p>c)  quando il colpevole ha consapevolezza del male compiuto, ma non ritiene di poter essere perdonato.<\/p>\n<blockquote>\n<p>Il caso a), a sua volta, si suddivide nelle due seguenti tipologie:<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>a.1) quando il colpevole \u00e8 assolutamente inconsapevole di aver commesso il male (ad es. nel caso di una persona che, in un dato momento, sia incapace di intendere e di volere, come quando si tratti di un bambino);<\/p>\n<p>a.2) quando il colpevole ha consapevolezza della <em>portata<\/em> della propria azione, ma non le attribuisce un valore negativo, bens\u00ec positivo (come avviene nei crimini di tipo ideologico o anche in quelli di tipo privato, specialmente sessuale, ma da parte di soggetti totalmente prigionieri della propria ottica edonistica e narcisistica).<\/p>\n<p>In entrambi questi &quot;sottocasi&quot;, il ristabilimento di un principio di giustizia (da cui scaturisce l&#8217;eventualit\u00e0 del perdono) \u00e8 estremamente problematico. In un certo senso, si pu\u00f2 dire che giustizia non \u00e8 veramente fatta se il colpevole non giunge ad un&#8217;ammissione piena e incondizionata della propria colpa. Esercitare il castigo su un soggetto che non si \u00e8 pentito, perch\u00e9 non si riconosce colpevole (come nel caso de <em>Lo straniero<\/em> di Albert Camus) \u00e8 un atto puramente formale, che ristabilisce la giustizia solo formalmente; e altrettanto vale per il perdono. Perdonare qualcuno che non si pente, perch\u00e9 non si riconoscere colpevole (ma, semmai, meritevole) \u00e8 non solo un atto che richiede una forza morale pressoch\u00e9 sovrumana, ma anche un atto che si perde nel vuoto della mancata risposta.<\/p>\n<p><em>Perch\u00e9 il perdono abbia un senso, infatti, \u00e8 necessario che si collochi all&#8217;interno di un dialogo, e sia pure di un dialogo ideale e magari non esplicito, fra il colpevole e la vittima.<\/em><\/p>\n<p>Tutti conoscono un celeberrimo episodio di perdono che sembra trascendere il limite qui delineato, ed \u00e8 quello di Cristo che offre il suo perdono a coloro che lo stanno crocifiggendo; o, per essere pi\u00f9 precisi, che <em>domanda<\/em> a Dio di perdonarli, <em>affermando che essi non sanno ci\u00f2 che stanno facendo<\/em> Ecco, questo \u00e8 possibile: nel senso che solo Dio pu\u00f2 perdonare il colpevole che non mostra segni di pentimento n\u00e9, tanto meno, chiede perdono; ma nessun altri potrebbe farlo all&#8217;infuori di Lui, neppure la vittima.<\/p>\n<p>Infatti, il male commesso volontariamente da un essere umano su un altro essere umano non \u00e8 &quot;semplicemente&quot; una questione, diciamo cos\u00ec, privata; \u00e8 sempre, al contrario, <em>anche<\/em> e soprattutto <em>una violazione dell&#8217;ordine morale dell&#8217;universo.<\/em><\/p>\n<p>Pertanto, il perdono della vittima non assorbe e non annulla il male commesso ma, tutt&#8217;al pi\u00f9, lo supera e lo trasforma (nel bene della riconciliazione), solo qualora si accompagni al ravvedimento del colpevole e alla sua richiesta di perdono. Ma, se questa manca, il turbamento dell&#8217;ordine morale non viene ristabilito dalla generosit\u00e0 a senso unico della vittima, per quanto essa sia disposta a perdonare e aperta alla concreta attualit\u00e0 del perdono.<\/p>\n<p>In altre parole, l&#8217;infrazione dell&#8217;ordine morale non \u00e8 paragonabile a un vaso delicato che pu\u00f2 essere rotto, ma che pu\u00f2 essere anche opportunamente aggiustato e restaurato nel suo primitivo aspetto, mediante un&#8217;azione meccanica e puramente esteriore. No: i segni della rottura resteranno pur sempre evidenti, le cicatrici della ferita non si chiuderanno mai del tutto, a meno che sia completamente superata la <em>intenzionalit\u00e0 maligna<\/em> della coscienza, da cui l&#8217;azione colpevole \u00e8 scaturita e che ne \u00e8 stata, per cos\u00ec dire, la parte visibile. E questo pu\u00f2 avvenire solo se vi \u00e8, da parte di colui che quell&#8217;ordine ha infranto, una consapevolezza del male commesso.<\/p>\n<p>Per inciso, osserviamo che \u00e8 ben per questa ragione che la morale religiosa non parla, genericamente, di colpa o di errore, ma di <em>peccato<\/em>: perch\u00e9 la colpa e l&#8217;errore attengono alla sfera delle relazioni umane, mentre il peccato implica una rottura dell&#8217;ordine cosmico voluto da Dio e, quindi, oltre agli effetti specifici sulla vittima, esso comporta un turbamento di portata molto pi\u00f9 ampia, un rifiuto o una ribellione contro l&#8217;ordine divino.<\/p>\n<p>Il caso b) \u00e8 una variante del caso a), ma ne \u00e8 una variante ancor pi\u00f9 negativa. Qui, infatti, il male commesso \u00e8 riconosciuto come tale da colui che gli ha dato libero sfogo, macchiandosi della colpa; ma vi \u00e8 un tale indurimento della coscienza, che questa non \u00e8 disposta a fare il necessario atto di pentimento e di ravvedimento. Anche in questo caso, il perdono da parte della vittima, o di chi per essa, non \u00e8 sufficiente a ristabilire l&#8217;ordine morale turbato, per le medesime ragioni che abbiamo esposto nel caso precedente.<\/p>\n<p>Il caso c) rientra, propriamente parlando, nella categoria della disperazione. Il disperato \u00e8 colui che non ha pi\u00f9 alcuna speranza di essere perdonato, n\u00e9 da Dio, n\u00e9 dagli uomini; e che non trova nella propria coscienza la forza necessaria a chiedere perdono, perch\u00e9 si ritiene da se stesso come assolutamente imperdonabile.<\/p>\n<p>Kierkegaard ha scritto pagine mirabili sul concetto della disperazione, che riteneva, giustamente, la &quot;malattia mortale&quot; dell&#8217;anima. La logica e coerente conseguenza di essa dovrebbe essere il suicidio, come nel caso di Giuda che, pentitosi per aver tradito Cristo, gett\u00f2 in terra i trenta denari avuti dai sacerdoti del Tempio, e corse ad impiccarsi.<\/p>\n<p>Naturalmente, non tutti i disperati per una colpa commessa arrivano al suicidio <em>fisico<\/em>; la maggior parte sceglie il suicidio <em>morale<\/em>, che \u00e8 meno vistoso e drammatico, ma non meno devastante per la vita dell&#8217;anima. \u00c8 un lento inaridirsi e lasciarsi morire della coscienza; una lunga, interminabile agonia, non mai rischiaratala un sol raggio di luce e di speranza.<\/p>\n<p>I filosofi antichi non si sono soffermati particolarmente sul concetto del perdono e sulle problematiche in esso implicate, forse perch\u00e9 il sentimento del perdono non rientrava nei loro orizzonti spirituali. Solo con il buddismo, nelle culture orientali, e con il cristianesimo, in quella occidentale, l&#8217;idea del perdono si \u00e8 diffusa ed \u00e8 penetrata a fondo nelle coscienze, al punto da costituire una parte essenziale del nostro bagaglio etico.<\/p>\n<p>Nietzsche, tra i filosofi moderni, ha svolto delle riflessioni memorabili sugli effetti negativi di un perdono concesso non per un&#8217;intima e convinta esigenza della coscienza, ma per adempiere a un precetto morale o religioso e per &quot;sentirsi&quot; buoni. Ha osservato, giustamente, che un tal genere di perdono intossica la coscienza e produce quella particolare forma di risentimento che, essendo sotterraneo e non riconosciuto come tale, non dona alla coscienza l&#8217;effetto liberatorio e rasserenante della riconciliazione, bens\u00ec spande ovunque le tossine del rancore e finisce per rendere la vittima non migliore, sul piano morale, del colpevole.<\/p>\n<p>Il pericolo \u00e8 reale.<\/p>\n<p>Tuttavia, nonostante quel che Nietzsche pensava degli effetti del cristianesimo sulla civilt\u00e0 occidentale, onestamente non ci sembra che il messaggio del perdono, che del cristianesimo \u00e8 l&#8217;essenza, sia penetrato cos\u00ec a fondo da poter intossicare intere generazioni e una intera civilt\u00e0. Al contrario: ci sembra che il perdono sia, a tutt&#8217;oggi, una merce talmente rara, che davvero risulta molto aleatorio il rischio di una intossicazione collettiva da esso provocata. Il problema, semmai &#8211; oggi come ieri &#8211; rimane la difficolt\u00e0 del perdono, non certo quello di una diffusione generalizzata della sua pratica, per quanto mal concepita e mal diretta.<\/p>\n<p>Infatti, se il perdono \u00e8, come poc&#8217;anzi dicemmo, non un monologo ma una forma di dialogo fra due soggetti moralmente liberi e consapevoli, esso pu\u00f2 realizzarsi solo laddove siano aperti e dialoganti un <em>io<\/em> ed un <em>tu.<\/em> Ma l&#8217;uomo contemporaneo, inebriato dai successi della sua scienza e della sua tecnica, ossia del suo Logos strumentale e calcolante, sta disimparando a porsi di fronte al <em>tu<\/em>, in ascolto e in dialogo; sempre pi\u00f9 spesso, tutto quello che cerca \u00e8 un&#8217;altra faccia di se stesso. \u00c8 divenuto un <em>io<\/em> che pone sia le domande, sia le risposte; un <em>io-tu<\/em> che ha smarrito l&#8217;essenza della relazione e che si compiace solo di contemplare, narcisisticamente, la sua forza, la sua bellezza, la sua intelligenza.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;<em>io<\/em> colpevole non potr\u00e0 mai perdonare veramente se stesso, non potr\u00e0 mai perdonarsi da solo; e questa \u00e8 la ragione per cui la disperazione incombe su di esso e, in generale, sull&#8217;intera societ\u00e0 contemporanea: una societ\u00e0 che si \u00e8 allontanata dal <em>tu<\/em> e, in particolare, da quel <em>Tu<\/em> che egli concepisce solo come un limite molesto al proprio senso di onnipotenza.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, concludendo, possiamo osservare che se \u00e8 praticamente impossibile offrire il proprio perdono a colui che non lo chiede, a maggior ragione \u00e8 difficile pensare che Dio possa perdonare l&#8217;umanit\u00e0 colpevole, dal momento che questa non pensa affatto a cercare il Suo perdono, anzi, nega addirittura che vi sia Qualcuno che solo ha, in ultima istanza, il potere di perdonare, di perdonare in senso assoluto.<\/p>\n<p>Si spiega cos\u00ec, crediamo, quel particolare pervertimento del senso morale che, oggi, spinge numerose persone non solo a commettere il male, ma a negare di averlo commesso, quando lo ha commesso (cfr. il nostro precedente articolo <em>La rimozione della colpa, malattia mortale della modernit\u00e0<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Esiste una via d&#8217;uscita da questo vicolo cieco?<\/p>\n<p>S\u00ec, se l&#8217;uomo contemporaneo sar\u00e0 capace, mediante un salutare atto di umilt\u00e0, di rinunciare alla maschera del proprio <em>io<\/em> solipsistico e onnipotente, e riscoprire l&#8217;infinita bellezza e ricchezza del <em>tu<\/em>, ossia dell&#8217;ascolto e del dialogo autentico; ivi compreso quel <em>Tu<\/em> Assoluto ed onnicomprensivo che lo pone, chiamandolo all&#8217;esistenza; e che, ponendolo, gli conferisce un posto ben preciso nel mondo, un senso ed un fine a cui tendere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il vocabolario Zingarelli, alla voce perdono, recita: remissione di una colpa e del relativo castigo; e, alla voce perdonare, spiega: assolvere qualcuno dalla colpa commessa, condonare<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30180,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[55],"tags":[92],"class_list":["post-27887","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-psicologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-psicologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27887","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27887"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27887\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30180"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27887"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27887"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27887"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}