{"id":27868,"date":"2017-05-16T11:11:00","date_gmt":"2017-05-16T11:11:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/16\/perche-siamo-venuti-al-mondo\/"},"modified":"2017-05-16T11:11:00","modified_gmt":"2017-05-16T11:11:00","slug":"perche-siamo-venuti-al-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/16\/perche-siamo-venuti-al-mondo\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 siamo venuti al mondo?"},"content":{"rendered":"<p>Noi siamo qui: esistiamo, e occupiamo uno spazio e un tempo determinati.<\/p>\n<p>Avremmo potuto non esserci? Non lo sappiamo. Dobbiamo partire dal\u00a0<em>dato<\/em>\u00a0del nostro esistere, del nostro esserci; la nostra domanda \u00e8 possibile solo perch\u00e9 ci siamo: se non ci fossimo, non vi sarebbe alcuna domanda.<\/p>\n<p>E il mondo, avrebbe potuto non esistere? Sembrerebbero due ordini di cose del tutto diversi: noi e il mondo. Noi, che ci sentiamo piccoli, siamo istintivamente portati a pensare che, s\u00ec, probabilmente avremmo anche potuto non esserci, se non come specie, almeno come singoli individui: riusciamo a immaginare il mondo che esiste senza di noi, ma la nostra mente si smarrisce del tutto se proviamo a immaginare la non esistenza del mondo. L&#8217;esistenza del mondo \u00e8 il dato a partire dal quale il mondo, attraverso di noi, riflette su se stesso; non possiamo fare a meno di pensare, perch\u00e9 esistiamo; e quindi la nostra esistenza giustifica le domande, ma la sua eventuale non esistenza ci fa ammutolire. In realt\u00e0, pensare a un mondo che esiste senza di noi \u00e8 tanto difficile quanto pensare a noi, come enti che avrebbero anche potuto non esistere. Si tratta di un pensiero ozioso: non c&#8217;\u00e8 alcun modo per immaginare una possibilit\u00e0 diversa, e questo per la buona ragione che l&#8217;essere e il non essere non sono due modalit\u00e0 dell&#8217;esistente (e perci\u00f2 anche del pensiero) che godano di un pari statuto ontologico: l&#8217;essere \u00e8 l&#8217;essere, ma il non essere non \u00e8 un essere alla rovescia, \u00e8 l&#8217;assenza di essere; e ci\u00f2 che si pu\u00f2 definire solo in senso negativo, non \u00e8 un oggetto, non \u00e8 un ente, \u00e8 solo una possibilit\u00e0. Da una parte il mondo, che \u00e8 una cosa; dall&#8217;altra il non essere, che \u00e8 una possibilit\u00e0, ma una possibilit\u00e0 inverificabile. Nessuno pu\u00f2 dire se le cose avrebbero anche potuto non esistere; l&#8217;unica cosa che si pu\u00f2 constatare \u00e8 che esse esistono, ed \u00e8 la loro esistenza che fa nascere la domanda.<\/p>\n<p>Ora, noi siamo nel mondo, noi siamo parte del mondo: non potremmo esistere nel vuoto, non potremmo esistere senza un corpo, o, almeno, non lo potremmo cos\u00ec come siamo; lo potremmo, ma in altro modo, con altra forma. Lo potremmo come puri spiriti; ma noi non siamo puri spiriti, abbiamo anche un corpo. Questo \u00e8 un fatto, e coi fatti non si litiga. Certo, questo corpo che abbiamo e che diciamo nostro, potrebbe anche essere un sogno, una illusione: \u00e8 una ipotesi da non scartare. ma \u00e8 una ipotesi, e nessuno \u00e8 riuscito a dimostrarla. In senso ampio, cosmico, tutto il reale potrebbe essere solo spirito, e tutta la materia potrebbe essere solo apparenza illusoria; nondimeno, finch\u00e9 l&#8217;illusione perdura, i suoi effetti sono reali. Avere un corpo significa, per esempio, invecchiare e morire: questi sono fatti. Nemmeno i pi\u00f9 grandi saggi di orientamento spiritualista hanno potuto evitare la vecchiaia e la morte; se nemmeno loro hanno potuto evitarle, ci\u00f2 sembra indicare che il corpo non \u00e8 una illusione, o che, se lo \u00e8, essa \u00e8 un tutt&#8217;uno con la realt\u00e0, e non \u00e8 possibile, almeno per noi umani, separarla dalla realt\u00e0 &quot;vera&quot;. Se il mio sogno di aver fame ed essere denutrito mi conducesse alla morte, ci\u00f2 vorrebbe dire che quel sogno era tutt&#8217;uno con la realt\u00e0, e che non lo si poteva separare da essa.\u00a0<\/p>\n<p>Dunque: esiste il mondo; esistiamo noi, che siamo nel mondo; esiste il corpo, che ci lega alla catena delle realt\u00e0 materiali; ed esiste una facolt\u00e0 spirituale che ci spinge a osservare, riflettere, domandare. E la prima domanda, necessariamente, non pu\u00f2 che essere questa: perch\u00e9 esistiamo? La domanda se avremmo potuto non esistere \u00e8 una domanda insolubile, che non ammette risposta, se non arbitraria, laddove il &quot;s\u00ec&quot; o il &quot;no&quot; dipendono da stati emozionali, non dal ragionamento. Ma la domanda: <em>perch\u00e9 esistiamo?<\/em>, \u00e8 una domanda perfettamente lecita e razionale: non c&#8217;\u00e8 nulla di sbagliato, in essa. Cercare una risposta \u00e8 possibile: se la nostra mente \u00e8 atta a porre domande, ci\u00f2 significa che esistono, da qualche parte, le risposte. \u00c8 come per la sete: se il nostro organismo \u00e8 capace di aver sete, allora ci\u00f2 vuol dire che, da qualche parte, c&#8217;\u00e8 il modo di spegnerla: da qualche parte deve esserci l&#8217;acqua. Non potremmo aver sete, se l&#8217;acqua non ci fosse: saremmo fatti in modo da non aver mai sete. Per la stessa ragione, non potremmo farci domande, se non vi fossero le risposte; saremmo fatti in modo da non avere curiosit\u00e0. Ma un figlio, vuol sapere da dove \u00e8 nato, chi sono i suoi genitori: se non se lo chiede da piccolo, se lo chieder\u00e0 pi\u00f9 tardi; ma prima o dopo, \u00e8 certo che si far\u00e0 la domanda.<\/p>\n<p>Dunque: <em>che ci stiamo a fare, qui?<\/em> Se ce lo domandiamo, deve esistere la risposta; e la risposta \u00e8 garantita dal fatto che esiste la verit\u00e0. La verit\u00e0 \u00e8 l&#8217;accordo della cosa con il giudizio: noi diciamo che \u00e8 vera quella cosa che cogliamo essere cos\u00ec come ci appare, e che siamo capaci di rappresentarci nella sua verit\u00e0, ossia come essa \u00e8 realmente, e non in altro modo.\u00a0Si dice che san Tommaso d&#8217;Aquino, quando entrava in aula per far lezione, per prima cosa ponesse una mela sul tavolo, dicendo agli studenti: <em>Questa \u00e8 una mela. Se qualcuno non \u00e8 d&#8217;accordo, \u00e8 pregato di uscire da questa stanza.<\/em> San Tommaso credeva nell&#8217;esistenza di una verit\u00e0 oggettiva; inoltre, credeva che, se qualcuno non accetta questo principio, \u00e8 impossibile che impari qualcosa, e dunque tanto vale che il professore se ne risparmi la fatica. In altre parole: non \u00e8 il pensiero che crea l&#8217;essere (con buona pace di Hegel e di tutti gl&#8217;idealisti, ai quali, non a caso, Maritain negava la qualifica di filosofi), ma \u00e8 l&#8217;essere che crea il pensiero O ci si mette d&#8217;accordo su questo punto, oppure non val la pena di discutere un minuto di pi\u00f9. La realt\u00e0 oggettiva, e quindi la verit\u00e0 delle cose, non sono materia passibile di negoziato.<\/p>\n<p>Alcuni filosofi, nondimeno, e specialmente di questi tempi, negano risolutamente che la verit\u00e0 esista; e, a dirla tutta, questa sembra essere oggi la posizione prevalente nella nostra cultura: una posizione di relativismo estremo, e, non di rado, aggressivo, perfino totalitario, che non vuol neanche sentir parlare dell&#8217;ipotesi opposta, ossia che la verit\u00e0, in quanto tale, esista, anche se noi, sovente, ci muoviamo in mezzo a delle verit\u00e0 parziali, relative, incomplete e, perci\u00f2, ingannevoli. Ma il relativismo si elide da solo: se tutto \u00e8 relativo, se non c&#8217;\u00e8 alcuna verit\u00e0 &quot;vera&quot;, allora neanche il relativismo pu\u00f2 essere la verit\u00e0 vera: ma, a questo punto, non si dovrebbe pi\u00f9 parlare ragionevolmente di nulla. Non ci sarebbe accordo neppure sulle cose essenziali, sul linguaggio, sul principio di non contraddizione: qualunque tentativo d&#8217;indagine filosofica sarebbe l&#8217;equivalente dello sbizzarrirsi di una legione di pazzi furiosi. Non si andrebbe lontano. Ciascuno potrebbe negare qualsiasi cosa, mentre nessuno potrebbe affermare nulla, se non in un senso ristretto e relativo: ma, a quel punto, anche soltanto capirsi diverrebbe un problema, perch\u00e9 ciascuno potrebbe attribuire alle parole il significato che preferisce; o anche mutarlo da un momento all&#8217;altro, come si cambia un vestito. Sarebbe come tuffarsi in un Buco Nero, dal quale nulla e nessuno possono pi\u00f9 sfuggire. Meglio tornare indietro, dunque, ripercorrendo un pezzo della strada gi\u00e0 fatta, e lasciandosi guidare, almeno un poco, dal vecchio, sano, istintivo buon senso, merce divenuta oggi rara e preziosa, appunto perch\u00e9 obliata, dopo secoli di discredito e di disprezzo.<\/p>\n<p>Alla domanda\u00a0<em>perch\u00e9 siamo venuti al mondo?<\/em>, il medico e scrittore Andrea Majocchi (Bascap\u00e9, 1876-Milano, 1965), del quale ci eravamo gi\u00e0 occupati in un&#8217;altra occasione (cfr. l&#8217;articolo:\u00a0<em>Una pagina al giorno: Nostalgie fra le rovine, di Andrea Majocchi<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 20\/10\/2008 e ripubblicato su\u00a0<em>Il Corriere delle Regioni\u00a0<\/em>il 01\/05\/2016), fornisce questa risposta (cit. in: Annamaria Bechmann,\u00a0<em>Le mamme sono il cuore del mondo<\/em>; titolo originale:\u00a0<em>Die Mutter Fin das Herz der Welt<\/em>; tr. dal tedesco di E. Teresa Biavati, Roma, Paoline, 1962, p.\u00a0 161):<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><em>Il mio posto preferito era uno sgabellino ai piedi della mia mamma che cucinava. E mi facevo raccontare delle belle storie e spiegare tante cose. La tormentavo con curiose domande chiacchierando su tutto quanto mi stava passando per la testa. &quot;Mamma, perch\u00e9 siamo venti al mondo?&quot;. &quot;Perch\u00e9 il buon Dio ci ha creati&quot;. &quot;E perch\u00e9 ci ha creati?&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Affinch\u00e9 noi lo conosciamo, lo amiamo, lo serviamo e un giorno lo possiamo godere in cielo!&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Dopo un po&#8217; domandai ancora: &quot;Perch\u00e9 non lo possiamo godere gi\u00e0 in terra?&quot;. La mamma sorrise malinconicamente, mi accarezz\u00f2 e disse: &quot;Bambino mio, su questa terra non c&#8217;\u00e8 gioia incontrastata!&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Riandando col pensiero ai vari momento della mia carriera, mi pongo la domanda: &quot;Perch\u00e9 tante lotte, tante sofferenze?&quot;. &quot;Ridivento il bambino [&#8230;] che, appoggiato alle ginocchia della mamma, la guarda e chiede &quot;Mamma, perch\u00e9 siamo venuti al mondo?&quot; &#8212; e mi sembra di riudire le sue parole pie: &quot;Per conoscere Dio, per amarlo, per servirlo e per goderlo in Paradiso&quot;. E mi sembra che quella sia la grande risposta, la soluzione del problema, l&#8217;oracolo che compendia tutta la sapienza del mondo. E quando un giorno sar\u00f2 giunto alla fine, quando non mi rimarr\u00e0 null&#8217;altro che la speranza nell&#8217;eterno godimento di Dio, le ultime parole che passeranno sulle mie labbra morenti dovranno essere quelle che sono incise sulla lapide di mia madre: &quot;In Te, o Signore, ho sperato; non sar\u00f2 confuso in eterno&quot;.<\/em><\/p>\n<p>La mamma di Andrea Majocchi, donna di fede, ha dato al suo bambino la risposta che un tempo &#8211; non tanto lontano sul piano cronologico, ma che ci appare gi\u00e0 lontanissimo per i cambiamenti sociali e culturali frattanto intervenuti &#8211; tutti i cristiani imparavano, sin dai banchi della scuola elementare, sul <em>Catechismo di Pio X<\/em>. Alla domanda sul senso della creazione, e quindi della vita umana, si giungeva per gradi, in una progressione di cui riportiamo solo i passaggi essenziali:<\/p>\n<p><em>Chi ci ha creati?<\/em> Ci ha creati Dio.<\/p>\n<p><em>Chi \u00e8 Dio?<\/em> Dio \u00e8 l&#8217;Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.<\/p>\n<p><em>Che significa perfettissimo?<\/em> Perfettissimo significa che in Dio \u00e8 ogni perfezione, senza difetto e sena limiti, ossia che Egli \u00e8 potenza, sapienza e bont\u00e0 infinita.<\/p>\n<p><em>Che significa Creatore?<\/em> Creatore significa che ha fatto dal nulla tutte le cose.<\/p>\n<p><em>Che significa Signore?<\/em> Signore significa che Egli \u00e8 padrone assoluto di tutte le cose. [&#8230;]<\/p>\n<p><em>Dio ha cura delle cose create?<\/em> Dio ha cura e provvidenza delle cose create e le conserva e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bont\u00e0 e giustizia infinita.<\/p>\n<p><em>Per qual fine Dio ci ha creato?<\/em> Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell&#8217;altra in paradiso.<\/p>\n<p><em>Che cos&#8217;\u00e8 il paradiso?<\/em> Il paradiso \u00e8 il godimento eterno di Dio, nostra felicit\u00e0, e in Lui di ogni altro bene senza alcun male.<\/p>\n<p><em>Chi merita il paradiso?<\/em> Merita il paradiso chi \u00e8 buono, ossia chi ama e serve fedelmente Dio e muore nella sua grazia&#8230;<\/p>\n<p>Questo linguaggio, ormai, a molti sembrer\u00e0 ingenuo; e i soliti sapientoni, i progressisti e modernisti d&#8217;ogni specie, insorgeranno e grideranno allo scandalo, dicendo che, ai bambini, il <em>Catechismo di Pio X<\/em> insegnava solo delle formile da ripetere a memoria. Ma \u00e8 chiaro che quelle formule erano come il lievito che si deposita nel forno, per fare il pane, ma solo in un secondo momento. Nessuno pensava che imparare a memoria quelle domande e quelle risposte fosse la soluzione di tutti i problemi; semplicemente, si trattava di preparare e predisporre il fanciullo a una comprensione successiva, che sarebbe venuta con l&#8217;et\u00e0; infatti, senza basi e senza fondamenta, quella comprensione, anzi, quella sensibilit\u00e0 e quella capacit\u00e0 di stupirsi e farsi delle domande di senso, non sarebbero mai arrivate. Si pongono ancora domande di senso, i bambini di oggi, tra giochi elettronici e neochiesa progressista, fondata sulla &quot;svolta antropologica&quot;? Di pi\u00f9: sanno ancora <em>stupirsi<\/em>, sanno ancora <em>pensare<\/em>? Se le domande e risposte di quel catechismo erano una mera ripetizione formulare, con che cosa la si \u00e8 sostituita? Con il nulla, o magari con la pseudo religione, sostanzialmente immanentista, relativista e sincretista, di papa Francesco? Il quale non parla mai del paradiso, forse perch\u00e9 ha deciso, in cuor suo, che l&#8217;inferno non esiste; non parla mai del fine inerente a tutte le cose, e dunque all&#8217;uomo, forse perch\u00e9 ha deciso che Aristotele e san Tommaso sono superati; non parla mai del peccato e della redenzione, ma solo della infinita misericordia di Dio, scordandosi, per\u00f2, della sua giustizia. E come potrebbe Dio essere misericordioso, senza essere, al tempo stesso, anche giusto? Giustizia \u00e8 dare a ciascuno secondo quel che gli \u00e8 dovuto. Se si parla solo della misericordia di Dio &#8211; come fa, ossessivamente, papa Francesco &#8211; si lascia credere che tutti riceveranno il premio, tutti avranno il paradiso, cio\u00e8 l&#8217;eterno godimento di Dio, anche se lo hanno rifiutato e disprezzato sino all&#8217;ultimo istante di vita. Ma se tutti avranno il paradiso, buoni e malvagi, perch\u00e9 il Verbo si \u00e8 incarnato? Perch\u00e9 Ges\u00f9 Cristo \u00e8 venuto fra noi, a morire sulla croce?<\/p>../../../../n_3Cp>Forse dovremmo ripartire dalle mamme di cinquant&#8217;anni fa, e insegnare ai nostri bambini: <em>si viene al mondo per conoscere la Verit\u00e0, che \u00e8 Dio; per amarlo e servirlo quaggi\u00f9, indi goderlo in Cielo&#8230;<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Noi siamo qui: esistiamo, e occupiamo uno spazio e un tempo determinati. Avremmo potuto non esserci? Non lo sappiamo. 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