{"id":27862,"date":"2015-07-28T06:27:00","date_gmt":"2015-07-28T06:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/perche-proprio-io-il-ponte-di-san-luis-rey\/"},"modified":"2015-07-28T06:27:00","modified_gmt":"2015-07-28T06:27:00","slug":"perche-proprio-io-il-ponte-di-san-luis-rey","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/perche-proprio-io-il-ponte-di-san-luis-rey\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 proprio io? (il ponte di San Luis Rey)"},"content":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 proprio io? Perch\u00e9 proprio a me e non a un altro; o proprio a te, o a lui, a lei? \u00c8 il caso o la necessit\u00e0 a reggere le fila delle vicende umane? E, se non \u00e8 il caso, si tratta di un destino imperscrutabile o di una ben precisa Provvidenza? Siamo predestinati? E, se \u00e8 cos\u00ec, rimane ancora spazio per il libero arbitrio?<\/p>\n<p>Un giorno cinque persone perirono nel crollo di un antico ponte di travi di legno, intrecciate con delle liane, nel vicereame spagnolo del Per\u00f9. Quel ponte esisteva da moltissimo tempo, sospeso sull&#8217;abisso di un fiume che scorreva in un profondo burrone; aveva retto e sopportato il peso di innumerevoli viaggiatori: ma quel giorno, tutto ad un tratto &#8212; e senza avvisaglie ammonitrici &#8212; aveva ceduto, di schianto. Ogni giorno decine, centinaia di persone erano transitate sopra le sue assi; moltiplicate per il numero di anni da che quel ponte esisteva, si deduce che erano state in decine di migliaia a transitare da una sponda all&#8217;altra, sempre passando indenni, tanto che il ponte appariva ormai quasi come un elemento del paesaggio, una cosa di cui sarebbe stato inconcepibile immaginare che avrebbe potuto venir meno.<\/p>\n<p>Migliaia e decine di migliaia erano passate; ma quelle cinque persone, in quel certo giorno del 1714, trovarono improvvisamente la morte. Il calcolo delle probabilit\u00e0, che aveva reso un simile evento altamente improbabile, almeno proprio per quei cinque, si era rivoltato contro di loro. Perch\u00e9? Che significato aveva avuto la loro morte, se un significato c&#8217;era? Domande difficili; domande profonde; domande scomode. A farsele era stato un padre cappuccino, fra Ginepro, che, avendo assistito alla tragedia, non aveva pi\u00f9 potuto pensare ad altro, e si era messo a indagare sulla vita di quelle cinque persone, di quei cinque sconosciuti, per cercare di giungere ad una risposta, a intravedere una luce che sciogliesse i suoi dubbi e le sue inquietudini.<\/p>\n<p>Forse, quelle cinque persone non si erano trovate l\u00ec per caso; non per caso tutte insieme, non per caso nello stesso istante. E non per caso erano morte INSIEME. Doveva esserci, nella trama delle loro vite, qualche cosa che spiegava quell&#8217;apparente casualit\u00e0; qualche cosa che le legava in un senso profondo, misterioso, che senza dubbio esse ignoravano del tutto. Di che poteva trattarsi? Qual era il filo rosso che congiungeva e annodava quelle cinque vite, quelle cinque esistenze a prima vista tanto diverse, sia dal punto di vista sociale ed economico, sia dal punto di vista morale e spirituale; o che, almeno, sembravano essere cos\u00ec diverse?<\/p>\n<p>Tale la situazione immaginata dallo scrittore americano Thornton Wilder nel suo romanzo \u00abIl ponte di San Luis Rey\u00bb, scrittoi nel 1927, che \u00e8 poi stato trasposto per ben tre volte sugli schermi cinematografici da altrettanti registi &#8211; da Mary McGuckian nel 2004; da Ronald W. Lee nel 1944 e da Charles Brabin nel 1929 -, di cui riportiamo qualche passo iniziale (traduzione di Lauro De Bosis, Milano, Mondadori, 1964, pp. 21-26):<\/p>\n<p>\u00abIl venerd\u00ec 20 luglio 1714 a mezzogiorno, il pi\u00f9 bel ponte di tutto il Per\u00f9 si spezz\u00f2, precipitando cinque viaggiatori nell&#8217;abisso sottostante. Questo ponte si trovava sulla strada maestra fra Lima e Cuzco, e centinaia di persone lo attraversavano ogni giorno; era stato intessuto di giunchi dagli Incas, pi\u00f9 di un secolo prima, e chi veniva a visitare la citt\u00e0 era sempre condotto a vederlo. Era formato da una pura e semplice scala di lamine sottile, sospesa sul precipizio, con balaustre di liane secche. I cavalli, i cocchi, le portantine erano obbligati a scendere pi\u00f9 di cento metri al di sotto del ponte, per attraversare su zattere l&#8217;angusto torrente; ma nessuno, neppure il vicer\u00e9 o l&#8217;arcivescovo di Lima, preferiva scendere con i bagagli anzich\u00e9 passare sul famoso ponte di San Luis Rey. San Luigi di Francia in persona lo proteggeva, col nome e con la chiesetta di argilla posta sull&#8217;altra sponda. Quel ponte sembrava far parte delle cose che durano in eterno, non era pensabile che si spezzasse. [&#8230;]<\/p>\n<p>Ma se tutti rimasero profondamente impressionati, un uomo solo seppe far qualche cosa, e questi fu frate Ginepro. Per una serie di coincidenze tanto straordinarie da far quasi sospettare la presenza di un&#8217;Intenzione, accadde che questo fraticello di pelo rosso, nativo dell&#8217;Italia Settentrionale, si trovasse appunto nel Per\u00f9, intento a convertire gli indiani, e fosse testimone della disgrazia. Era un meriggio assai caldo, quel meriggio fatale, e frate Ginepro, spuntando da dietro la collina, si ferm\u00f2 per asciugarsi la fronte, contemplare la cortina di picchi nevosi in lontananza, e affondare poi lo sguardo della gola che si apriva sotto di lui, ricolma delle piume oscure di alberi verdi, piena di uccelli verdi, attraversata dalla sua passerella di vimini. Frate Ginepro era lieto: le cose non andavano male. Egli aveva riaperto diverse chiesette abbandonate, e gli indiani cominciavano a entrare, strisciando, all&#8217;ora della prima messa, e gemevano, all&#8217;elevazione, quasi si spezzasse loro il cuore. Era forse l&#8217;aria purissima che spirava su di lui dalle cime nevose: forse era il ricordo, che lo sfior\u00f2 un attimo, del Salmo, invitandolo ad alzare gli occhi sui giovevoli monti. Comunque, era in pace. Poi il suo sguardo cadde sul ponte. In quel momento un rumore vibrante emp\u00ec l&#8217;aria, come quando la corda di uno strumento musicale si spezza in una stanza abbandonata, ed egli vide il ponte dividersi e scagliare nella valle sottostante cinque formiche gesticolanti. Qualunque altra persona avrebbe detto fra s\u00e9, con gioia segreta: &quot;Fra dieci minuti anch&#8217;io!&#8230;&quot;. Ma il pensiero che colp\u00ec frate Ginepro fu un altro: &quot;Perch\u00e9 \u00e8 toccata a QUEI cinque? &quot;. Se esiste nell&#8217;universo qualche piano, se nella vita umana v&#8217;\u00e8 un disegno, certo lo si pu\u00f2 scoprire, misteriosamente latente, in quelle vite cos\u00ec improvvisamente troncate. O noi siamo vivi per caso, e per caso moriamo, , o viviamo secondo un piano, e secondo un piano moriamo. In quell&#8217;istante frate Ginepro prese la risoluzione di investigare la vita segreta delle cinque persone, che precipitavano per l&#8217;aria, di sorprendere il motivo della loro morte. [&#8230;]<\/p>\n<p>Cos\u00ec fu che, al momento del disastro, sorse in lui la decisione che lo port\u00f2 ad affaccendarsi per sei mesi, battendo a tutte le porte di Lima, formulando migliaia di domande, riempiendo taccuini a dozzine, nel suo sforzo di dimostrare che ognuna delle cinque vite perdute formava una perfetta unit\u00e0. [&#8230;]<\/p>\n<p>Alcuni sostengono che non sapremo mai, che per gli d\u00e8i noi siamo come le mosche uccise dai bambini nelle giornate estive. Altri dicono che perfino i passeri non perdono una penna senza che il dito stesso di Dio si muova per farla cadere.\u00bb<\/p>\n<p>Lasciamo al lettore che sia curioso di approfondire il bel libro di Thornton Wilder, di cerare, nelle sue pagine, la risposta cui arriv\u00f2, o cui ritenne di essere arrivato, l&#8217;umile fra Ginepro, che pag\u00f2 con la vita la sua pretesa di leggere nei disegni della Divina Provvidenza; sta di fatto che il problema da lui posto sul tappeto \u00e8 terribilmente serio e scottante, anche se noi &#8212; solitamente &#8212; ce lo poniamo in presenza di una disgrazia, come appunto accadde per quei cinque viandanti peruviani.<\/p>\n<p>In effetti, se le vicende umane siano governate dal caso oppure no &#8212; ma perch\u00e9 limitare la domanda solo alle vicende umane? perch\u00e9 non estenderla anche al passero che saltella sul ramo, e al pi\u00f9 piccolo filo d&#8217;erba? -, \u00e8 cosa che ci dovrebbe interessare sempre, e non solo allorch\u00e9 andiamo a sbattere contro una disgrazia o ci troviamo ad affrontare qualche evento inatteso e impegnativo, che ci interroga a fondo sul senso del nostro vivere.<\/p>\n<p>Alcuni pensano, come Pirandello, che noi siamo soltanto delle misere marionette, dei burattini manovrati da un burattinaio impazzito, trascinati qua e l\u00e0 senza senso e senza speranza, destinati a consumare la nostra intera vita recitando una commedia assurda, senza mai essere noi stessi &#8212; anche perch\u00e9, sotto le maschere che indossiamo, c&#8217;\u00e8, comunque, il nulla. Altri, come fanno i calvinisti, immaginano che il nostro destino, non solo terreno, ma anche ultraterreno, sia segnato dalla mano di Dio prima ancora che veniamo al mondo: siamo predestinati all&#8217;inferno o al paradiso, e non ci possiamo fare nulla, se non cercare di placare la nostra angoscia con una frenetica attivit\u00e0 sociale e lavorativa, s\u00ec da trovare, nell&#8217;eventuale successo che raggiungeremo, qualche debole indizio della benevolenza divina e, quindi, chiss\u00e0 come, della nostra salvezza finale. Ma perch\u00e9 mai Dio dovrebbe destinarci al Paradiso, semplicemente in base al fatto che abbiamo avuto successo negli affari di questo mondo, non \u00e8 chiaro a nessuno, come non lo era allo stesso Calvino.<\/p>\n<p>Altri ancora escludono sia il caso, sia una rigida predestinazione divina, e pensano che a determinare gli eventi della nostra vita sia un misto di libert\u00e0 e di necessit\u00e0, ma con una sostanziale prevalenza della prima sulla seconda. Dato per scontato che la libert\u00e0 assoluta non esiste &#8212; e ci sembra perfino superfluo volerlo dimostrare: basta guardarsi intorno &#8212; resta l&#8217;ipotesi di una libert\u00e0 relativa e condizionata; non cos\u00ec relativa, per\u00f2, n\u00e9 cos\u00ec condizionata, da impedire all&#8217;uomo di assumersi la sostanziale responsabilit\u00e0 della propria vita, delle scelte importanti, del destino che ci attende. La necessit\u00e0 esercita un certo peso, un certo condizionamento, ma non tali da annullare il nostro libero volere: diversamente, ricadremmo nella prima ipotesi di lavoro, quella che vede l&#8217;uomo come una misera marionetta, sballottata qua e l\u00e0 dai capricci del caso.<\/p>\n<p>Le cinque persone che stavano transitando sul ponte di San Luis Rey, come le 100.000 vittime del terremoto di Messina del 1908, o come le 3.000 vittime perite nell&#8217;attentato alle Torri Gemelle di New York, l&#8217;11 settembre del 2001, erano, certamente, molto diverse l&#8217;una dall&#8217;altra: per et\u00e0, condizione sociale, cultura, moralit\u00e0, stato civile, eccetera. Eppure sono morte nello stesso istante, spazzate via da un unico evento imprevedibile, o, quantomeno, altamente improbabile. Che cosa ha significato quella morte, per esse? E che cosa significa la morte, in generale? Bisogna considerarla necessariamente una disgrazia? E, se s\u00ec, per chi esattamente: per chi muore, o per coloro che restano, gli amici, i parenti? Quante domande: e tutte senza una risposta certa. La verit\u00e0 \u00e8 che noi crediamo di sapere molto, e invece sappiamo poco, pochissimo. Conosciamo ed elenchiamo numerosi fatti, questo s\u00ec; il sapere scientifico, in particolare &#8212; perfettamente legittimo, anzi, perfino bello ed entusiasmante, nell&#8217;ambito che gli \u00e8 proprio, ossia quello della natura &#8212; ci ha abituati a pensare che sapere una cosa equivalga a conoscerla: ma non \u00e8 vero affatto. Noi possiamo sapere come vive un mammifero, cosa mangia, come si riproduce, eccetera; ma non conosciamo nulla di ci\u00f2 che la vita \u00e8 per lui, di quel che egli sente &#8212; o forse non sente &#8212; circa il fatto d&#8217;essere vivo. Meno ancora sappiamo della morte. Possiamo descriverla, catalogarla, farne delle tabelle statistiche: possiamo stabilire quanti individui muoiono per una certa causa, quanti per un&#8217;altra; a che et\u00e0, mediamente, essa colpisce una certa specie vivente, a che et\u00e0 ne colpisce un&#8217;altra. Ma che cosa essa sia, in se stessa, non lo sappiamo. Non con gli strumenti della scienza, in ogni caso.<\/p>\n<p>Ecco, questo \u00e8 il punto: sapere come avviene una cosa non significa conoscere realmente quella cosa. Noi possiamo studiare un occhio, l&#8217;organo della vista; possiamo descriverlo, sottoporlo a svariati esperimenti; possiamo mostrare esattamente come funziona, e per quali cause pu\u00f2 funzionare male, e cosa si potrebbe fare per restituirgli la sua funzionalit\u00e0, o una parte di essa: ma che cosa sia, in effetti, non lo sappiamo. Possiamo aggirare l&#8217;ostacolo, affermando che esso \u00e8 paragonabile ad una macchina fotografica: bella definizione, elegante: d\u00e0 l&#8217;impressione di contenere un significato profondo. Peccato che non significhi proprio nulla. La macchina fotografica \u00e8 stata realizzata sul modello dell&#8217;occhio, e non viceversa; dunque, dire che l&#8217;occhio somiglia a una macchina fotografica, \u00e8 press&#8217;a poco come dire che il camion che corre sulla strada, col suo carico, poniamo, di ghiaia, o la barca a vela, che scivola elegantemente sulle onde, corrispondono al minuscolo camion di plastica con cui gioca un bambino, ed alla barchetta di plastica che mette a galleggiare sull&#8217;acqua di una fontana. \u00c8 ovvio che corrispondano: sono stati i giocattoli ad essere realizzati sul modello del camion e della barca, e non il contrario; dunque, \u00e8 perfettamente logico che presentino una certa rassomiglianza con essi.<\/p>\n<p>Forse, quando ci troviamo in presenza di un evento che ci afferra, che ci trascina, che ci sembra pi\u00f9 grande di noi &#8212; sia nel male, che nel bene &#8212; la domanda giusta che dovremmo farci non \u00e8: \u00abPerch\u00e9 proprio io?\u00bb, ma bens\u00ec: \u00abCosa pu\u00f2 insegnarmi questo fatto? Cosa posso fare per renderlo significativo, per apprendere da esso tutto quel che mi vuole trasmettere?\u00bb. La vita \u00e8 lotta, movimento, conquista: conquista di noi stessi. Siamo chiamati a realizzarci, a divenire quel che dobbiamo essere. Tale \u00e8 la nostra vocazione, la vocazione umana (\u00abFatti non foste a viver come bruti\u00bb, dice il gran padre Dante, in quei famosi versi che tutti conoscono). La morte? Anche lei ha qualcosa da insegnare: anzi, lei soprattutto: a noi e ai nostri cari. Basta far silenzio e ascoltare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 proprio io? 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