{"id":27860,"date":"2018-06-11T09:57:00","date_gmt":"2018-06-11T09:57:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/06\/11\/perche-non-vediamo-le-stelle-verdi\/"},"modified":"2018-06-11T09:57:00","modified_gmt":"2018-06-11T09:57:00","slug":"perche-non-vediamo-le-stelle-verdi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/06\/11\/perche-non-vediamo-le-stelle-verdi\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 non vediamo le stelle verdi?"},"content":{"rendered":"<p>Tanti anni fa avevamo sviluppato una certa passione per l&#8217;astronomia. Avendo appreso che il colore delle stelle dipende dalla temperatura (e questa, a sua volta, dall&#8217;et\u00e0 della stella), e che le stelle pi\u00f9 calde sono di colore blu, mentre le meno calde sono di colore rosso, abbiamo dedotto che quelle di temperatura intermedia dovevano avere i colori che, nello spettro della luce solare, sono intermedi fra il rosso e il blu: vale a dire l&#8217;arancio, il giallo, il verde e l&#8217;azzurro. Infatti, nei vecchi atlanti stellari \u00e8 registrata la presenza di stelle rosse, arancione, gialle, verdi, azzurre e blu. Eppure, stelle verdi non le avevamo mai viste; e, da una rapida ricerca, era emerso che, effettivamente, nessuno le aveva viste. Di pi\u00f9: negli atlanti stellari pi\u00f9 recenti, le stelle verdi erano state soppresse. Possibile che gli astronomi avessero cambiato idea su una faccenda cos\u00ec&#8230; luminosa? Perch\u00e9 qui non si scappa: o le stelle verdi c&#8217;erano, e ci sono sempre state, oppure no; ma nessuno pu\u00f2 averle fatte sparire con un colpo di bacchetta magica. Le stelle brillano alte nel cielo; migliaia di studiosi, anche con i telescopi, le osservano in continuazione: si erano dunque ingannati quelli di un tempo? Che cosa \u00e8 successo, che cosa \u00e8 cambiato, e perch\u00e9 gli osservatori dei nostri giorni non vedono pi\u00f9 le stelle verdi? Non stiamo parlando dell&#8217;araba fenice, o del mitico unicorno, che alcuni dicono di aver visto, o almeno di averne sentito parlare, mentre altri negano la loro esistenza: stiamo parlando di qualcosa che non \u00e8 possibile occultare, n\u00e9 travisare, n\u00e9 manipolare in alcun modo. Il cielo \u00e8 democratico: tutti lo possono guardare; e quelli che hanno una buona vista, ad occhio nudo, mentre quelli che ce l&#8217;hanno pi\u00f9 debole, con l&#8217;aiuto di strumenti, tutti, comunque, possono vedere le stelle e possono riconoscerne il colore. Non si tratta di una lingua straniera, che pochi conoscono, e che necessita di una traduzione per diventare comprensibile: il colore di un oggetto \u00e8 evidente, \u00e8 quello e soltanto quello, e non pu\u00f2 essere confuso con nessun altro; inoltre, \u00e8 palese a chiunque (beninteso, con la sola eccezione dei daltonici), e su ci\u00f2 non pu\u00f2 esservi discussione. E allora? Ad ogni modo, dobbiamo confessare che l&#8217;interrogativo circa le stelle verdi, se da un lato ci intrigava, dall&#8217;altro suscitava in noi una strana reticenza, quasi un desiderio di non approfondire troppo la questione, di non porla in piena luce, senza dubbio perch\u00e9 provavamo una certa ripugnanza all&#8217;idea di trovare la conferma dei nostri timori, cio\u00e8 che le stelle verdi non esistono. \u00c8 bello pensare che esse esistono, invece: il colore verde \u00e8 il nostro preferito, e probabilmente \u00e8 il pi\u00f9 amato da una gran numero di persone. Esprime serenit\u00e0, pace, armonia: un quadro o una fotografia che rappresentano un bosco, con il fitto intrico delle chiome verdi, valgono a conferire immediatamente un&#8217;aria distesa e gradevole a qualsiasi ambiente; e cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 rilassante, di pi\u00f9 rasserenante, che una passeggiata in un giardino, sotto le verdi chiome degli alberi, o anche semplicemente una vista a una vivaio, percorrendo gli spazi all&#8217;interno di una serra, in mezzo ai fiori circondati, anch&#8217;essi, dal verde delle foglie? Inoltre, se le stelle verdi esistevano, dovevano essere abbastanza rare, chiss\u00e0, sperdute qua e l\u00e0 nell&#8217;immensit\u00e0 della volta celeste, in mezzo a tantissime altre stelle dai colori pi\u00f9 usuali, il giallo, l&#8217;arancio, il rosso; e ci\u00f2 che \u00e8 raro, \u00e8 anche, per ci\u00f2 stesso, prezioso, e, in un certo qual modo, affascinante. Si aggiunga, infine, che il verde, insieme al rosso e al blu, \u00e8 uno dei tre colori fondamentali, per mezzo dei quali si &quot;compongono&quot; tutti gli altri, come ben sanno sia i fotografi, sia i tipografi che debbano stampare un libro nel quale sono presenti delle illustrazioni colorate (cio\u00e8, per essere precisi, delle illustrazioni con tutti i colori e non un colore soltanto, come il rosso o il blu); e come \u00e8 possibile che degli oggetti celesti, brillanti di uno dei colori fondamentali, riescano a eludere, ingannare e beffare tutti gli osservatori terrestri?<\/p>\n<p>Le cose stavano a questo punto, e da molto tempo rimandavamo la resa dei conti con la dura realt\u00e0, prosaica e impoetica, allorch\u00e9 ci siamo finalmente imbattuti, quasi controvoglia, nella soluzione dell&#8217;enigma. Ci sia permesso di riportare quel che scrive Luigi Fontana nel sito <em>Vialattea.net<\/em>, per rispondere alla domanda se esistono le stelle verdi:<\/p>\n<p><em>La risposta in breve \u00e8 &quot;no&quot;. Cio\u00e8 non esistono stelle che il nostro occhio percepisca come verdi. Per capire come mai questo succeda, dobbiamo ricordare che noi percepiamo i colori grazie a delle cellule specializzate della retina, i coni, che esistono di tre tipi diversi, assimilabili (grossolanamente) a sensori per i colori fondamentali (rosso, blu e verde): i loro segnali elettrici vengono combinati nel cervello e interpretati come colori. Ciascun tipo di cono ha la propria risposta spettrale, e le tre combinate danno la risposta spettrale complessiva dell&#8217;individuo (leggermente variabile con l&#8217;et\u00e0 e da una persona all&#8217;altra). Questa frase contiene il clou della risposta. Un &quot;colore&quot; come noi lo percepiamo \u00e8 il frutto della distribuzione spettrale della sorgente combinato (convoluto, per essere precisi) con la &quot;nostra&quot; risposta spettrale.<\/em><\/p>\n<p><em>Circa la curva di emissione spettrale di una stella, sappiamo chele stelle si comportano, dal punto di vista dell&#8217;emissione, in modo molto simile ad un corpo nero [&#8230;] Se una stella ha una temperatura superficiale tale per cui avrebbe il picco nel verde, semplicemente il nostro occhio percepisce quella emissione, convoluta attraverso la &quot;nostra&quot; sensibilit\u00e0, come bianco. Di fatto le stelle di tipo F dovrebbero essere quelle verdi, ma ci appaiono tra il bianco e il bianco giallastro (Procione, per esempio).<\/em><\/p>\n<p>E l&#8217;astrofisico Vincenzo Zappal\u00e0, sul sito <em>Astronomia.com<\/em>:<\/p>\n<p><em>&#8230; ogni cono ha una certa curva di sensibilit\u00e0 che ha un picco nella lunghezza d&#8217;onda per cui \u00e8 specialista, ma che si estende anche agli altri due colori fondamentali, anche se in maniera nettamente minore. Il cervello mischia i vari contributi e d\u00e0 luogo a sensazioni diverse a seconda delle percentuali di segnale in arrivo.<\/em><\/p>\n<p><em>In conclusione, cosa succede se riceve la luce di una stella blu, ossia di un astro che ha il picco di intensit\u00e0 nel blu e che segue la relativa curva di corpo nero? La sensazione finale \u00e8 ancora blu, dato che il contributo degli altri coni \u00e8 molto basso. La stessa cosa capita se la stella \u00e8 rossa. Se, invece, la stella \u00e8 verde, la curva di corpo nero \u00a0\u00e8 centrata nel verde, ma raccoglie un&#8217;importante contributo anche dai due colori adiacenti (il blu e il rosso) e quindi tutti e tre i coni si attivano. In queste condizioni la sensazione di colore risultante sar\u00e0 quella del bianco. Questo \u00e8 ci\u00f2 che succede per il nostro Sole. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il blu si trasforma prima in azzurro e poi in bianco, quindi prosegue dando luogo al giallo e infine al rosso. Ricordiamo, infatti, che mischiare tutti i colori d\u00e0 proprio origine al bianco. Sullo stesso principio di combinazione dei colori fondamentali si basa la televisione e molte altre tecnologie che danno immagini &quot;colorate&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Non confondiamo i colori derivanti dalla luce emessa direttamente da una fonte luminosa (come le stelle) con quelli derivanti dalla luce riflessa. La tinta dei fiori, degli animali e degli oggetti dipende dalla capacit\u00e0 della loro superficie di assorbire (naturalmente o artificialmente) la maggior parte delle lunghezze d&#8217;onda e riflettere soltanto quelle estremamente concentrate attorno a una o a pi\u00f9 di esse, selezionate con cura dalla natura o dalla nostra tinteggiatura. Le superfici che riflettono tutta la luce si presentano bianche. Quelle che la assorbono completamente sono nere.<\/em><\/p>\n<p><em>Se volessimo vedere una stella verde, bisognerebbe che la luce emessa dall&#8217;oggetto celeste non seguisse la curva del corpo nero, ma fosse invece estremamente limitata entro uno stretto intervallo di lunghezza d&#8217;onda. In tale caso, si attiverebbero solo i coni specializzati nel verde e darebbero luogo alla sensazione verde. In realt\u00e0, ci sono oggetti di questo tipo&#8230; ma questa \u00e8 un&#8217;altra storia.<\/em><\/p>\n<p>In pratica, quando avevamo scoperto, ancora bambini, l&#8217;esistenza del Diagramma Hertzsprung-Russell, che assegna tutti gli oggetti stellari a una ben precisa &quot;casella&quot; in base alla temperatura superficiale e al colore, non ci eravamo ingannati aspettandoci di trovare, nella casella giusta (cio\u00e8 nel tipo spettrale individuato dalla lettera F) le famose stelle verdi: il problema non \u00e8 la loro non esistenza, ma la loro non visibilit\u00e0. Un problema dell&#8217;occhio umano, e pi\u00f9 precisamente del funzionamento dei coni della retina, che compongono e interpretano la luce delle stelle del tipo F come bianca, o bianco-giallastra, mentre in effetti \u00e8 verde, o meglio, dovrebbe apparire come verde, se l&#8217;organo della vista funzionasse come una macchina assolutamente perfetta, nel senso di oggettiva. Ma le macchine interpretano; e lo fa anche la macchina fotografica pi\u00f9 sofisticata. Questa scoperta ci ha, da un lato, rasserenati, perch\u00e9 ci ha dato la conferma, a quel punto quasi insperata, che le stelle verdi esistono, alla fin fine; dall&#8217;altro ci ha spalancato degli ulteriori, inaspettati interrogativi, dalla profondit\u00e0 quasi abissale. Dunque, il mondo non \u00e8 quale ci appare, dopotutto! Neppure l&#8217;uomo che dispone della vista pi\u00f9 acuta, e degli strumenti pi\u00f9 perfezionati, riuscir\u00e0 mai a vedere, in cielo, le stelle verdi, bench\u00e9 queste esistano, e tali dovrebbero apparire. Del resto, gi\u00e0 da molto tempo avevamo appreso che gli animali non vedono le cose che vediamo noi, cos\u00ec come le vediamo noi. Per esempio, i gatti non percepiscono il rosso, l&#8217;arancio e il marrone, perch\u00e9 i coni della loro retina sono fatti diversamente dai nostri; i cani vedono come i daltonici, cio\u00e8 non apprezzano la differenza fra il rosso e il verde; le api non vedono il rosso, ma lo percepiscono come nero, in compenso vedono perfettamente l&#8217;ultravioletto, che per noi \u00e8 invisibile (quindi, commette un grave errore l&#8217;apicoltore che allestisce un alveare di colore rosso, perch\u00e9 ne rende difficile l&#8217;individuazione da parte degli insetti). Non parliamo del cavallo, il cui organo della vista \u00e8 assai complicato rispetto a quello dell&#8217;uomo; basti dire che l&#8217;animale non riesce a vedere un oggetto che si trovi a un metro da lui, perch\u00e9 si trova nel &quot;cono d&#8217;ombra&quot; della sua visione bioculare: si provi perci\u00f2 a immaginare quel che prova un cavallo da equitazione durante una gara a ostacoli. E come ci sono colori che noi non vediamo (l&#8217;ultravioletto, l&#8217;infrarosso, o, nel caso delle stelle, il verde), cos\u00ec ci sono anche suoni che noi non udiamo, ma che sono percepibili ad alcune specie di animali, in particolare il cane.<\/p>\n<p>L&#8217;imperfezione dei nostri sensi, o, se si preferisce un&#8217;espressione pi\u00f9 sfumata, la loro perfezione relativa, dovrebbe indurci a essere pi\u00f9 cauti nell&#8217;esprimere giudizi intorno alla realt\u00e0 che ci circonda. Se ci sono colori che noi non vediamo, e suoni che noi non udiamo, bench\u00e9 certamente esistano, e infatti gli animali li vedono e li odono, e noi stessi siamo in grado di spiegare in maniera perfettamente scientifica perch\u00e9 non riusciamo a udirli n\u00e9 a vederli, ci\u00f2 dovrebbe ricordarci che la realt\u00e0 non \u00e8 fatta solo di cose visibili e percepibili con i sensi, ma anche di cose invisibili. Non solo: ci\u00f2 dovrebbe ricordarci che quella che noi siamo soliti chiamare &quot;la realt\u00e0&quot; \u00e8 solo un segmento, probabilmente assai ristretto, del reale: perch\u00e9 noi chiamiamo realt\u00e0 l&#8217;insieme di ci\u00f2 che vediamo, udiamo e tocchiamo, o, almeno, ci\u00f2 della cui esistenza fisica abbiamo delle prove, sia pure indirette; ma la realt\u00e0 visibile, percepibile e intellegibile \u00e8 solo la punta dell&#8217;iceberg del reale, ossia di ci\u00f2 che esiste, indipendentemente dal fatto di apparire e di manifestarsi ai nostri sensi e alla nostra intelligenza. Opinare che solo ci\u00f2 che \u00e8 percepibile o ci\u00f2 che \u00e8 intelligibile goda della propriet\u00e0 dell&#8217;esistenza, equivale a immaginare che le cose si prendono il disturbo di esistere solo quando entrano nella nostra sfera sensoriale o solo nella misura in cui le possiamo prevedere, calcolare, quantificare. Eppure, proprio l&#8217;astronomia ci ha abituati a rimettere continuamente in discussione ci\u00f2 che credevamo di sapere circa i &quot;limiti&quot; dell&#8217;universo; perch\u00e9, a ben riflettere, la stessa domanda che si fanno gli astrofisici, se l&#8217;universo sia finito o infinito, \u00e8, a rigor di logica, un non senso. Se fosse finito, infatti, che cosa vi sarebbe oltre i suoi &quot;confini&quot;? E ci\u00f2 che vale per l&#8217;infinitamente grande, vale anche per l&#8217;infinitamente piccolo. Qui entra in campo la matematica; e qui, da sempre, gli studiosi di geometria si domandano: che cosa \u00e8 mai il punto? \u00c8 qualcosa, o \u00e8 un semplice simbolo, nel senso che \u00e8 del tutto privo di estensione? Ce lo eravamo domandati a su tempo, e rinviamo il lettore a quelle riflessioni (cfr. l&#8217;articolo: <em>Il punto \u00e8 per Euclide qualcosa di esteso o di inesteso?<\/em>, pubblicato suo sito di Arianna Editrice il 31\/12\/2007, e ripubblicato su sito Accademia Nuova Italia il 22\/11\/2017). <em>Ma<\/em>, ci sembra gi\u00e0 di udire la pronta obiezione del materialista, <em>se si va avanti lungo questa linea di ragionamento, si finir\u00e0 per credere a tutto: ai folletti, agli gnomi, ai fantasmi, al mostro di Loch Ness e agli extraterrestri: dal momento che non si vedono!<\/em>&#8230; Non cos\u00ec in fretta, amici. Noi non pensiamo affatto che si debba credere a tutto ci\u00f2 che non si vede, ma solo che non si pu\u00f2 escludere che esista, <em>a priori<\/em>, ci\u00f2 che non si pu\u00f2 vedere. C&#8217;\u00e8 una bella differenza; non siamo dei creduloni. D&#8217;altra parte, per un cristiano, che <em>esista<\/em> la realt\u00e0 invisibile, \u00e8 cosa ovvia&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tanti anni fa avevamo sviluppato una certa passione per l&#8217;astronomia. 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