{"id":27845,"date":"2017-09-25T09:22:00","date_gmt":"2017-09-25T09:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/09\/25\/perche-la-disfatta-del-1943-e-stata-irreparabile\/"},"modified":"2017-09-25T09:22:00","modified_gmt":"2017-09-25T09:22:00","slug":"perche-la-disfatta-del-1943-e-stata-irreparabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/09\/25\/perche-la-disfatta-del-1943-e-stata-irreparabile\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 la disfatta del 1943 \u00e8 stata irreparabile"},"content":{"rendered":"<p>La disfatta italiana dell&#8217;8 settembre 1943 \u00e8 stata irreparabile.<\/p>\n<p>Non sul piano internazionale: Germania e Giappone sono riemersi pi\u00f9 forti di prima dalla loro rispettiva disfatta del 1945, per intanto sul piano economico; e, se non hanno ritrovato ancora l&#8217;antica forza espansiva sul piano politico, \u00e8 solo questione di tempo, tanto \u00e8 vero che nessuno, almeno sul piano teorico, \u00e8 in grado di sollevare delle serie obiezioni alla loro domanda di accedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con un seggio permanente, al pari delle cinque potenze che uscirono vincitrici dalla Seconda guerra mondiale: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia (che allora era l&#8217;Unione Sovietica) e Cina (che all&#8217;epoca era quella nazionalista di Ciang Kai-shek e non quella comunista).<\/p>\n<p>Anche l&#8217;Italia, negli anni &#8217;50 e &#8217;60, aveva ingranato l&#8217;acceleratore dell&#8217;economia e realizzato il suo miracolo economico, divenendo una delle grandi potenze industriali del mondo; per\u00f2 qualcosa, al suo interno, si era irrimediabilmente spezzato, qualcosa che forse non sar\u00e0 pi\u00f9 possibile ricostituire, e che pesa e peser\u00e0 come un macigno sulla sua vita nazionale: il fallimento dell&#8217;integrazione fra cittadini e Stato, ossia la formazione di una vera coscienza nazionale. Questo era mancato al Risorgimento, che si era tradotto, per varie ragioni, soltanto nella formazione materiale del Regno d&#8217;Italia, nel 1861, ma nella sua mancata unificazione spirituale, soprattutto per la contraddizione di una classe dirigente massonica e rivoluzionaria, monarchia sabauda inclusa, che pretendeva di realizzare uno stato senza e contro il popolo, profondamente legato al cattolicesimo di cui essa era, invece, acerrima nemica. Gli storici liberali e marxisti, le due scuole principali del pensiero italiano moderno, continuano a interrogarsi sul perch\u00e9 delle debolezze dello Stato post-unitario, e cercano nelle direzioni pi\u00f9 lontane, mentre la risposta fondamentale \u00e8 vicina, vicinissima, sotto il baso di chiunque la voglia vedere: non si pu\u00f2 fare uno Stato se coloro che lo concepiscono e lo realizzano non sono minimamente in sintonia con i futuri governati. Eppure, questo hanno voluto fare Cavour e Vittorio Emanuele II (per Mazzini e Garibaldi, predicatori e fautori della guerra civile, non si pu\u00f2 neanche parlare, per fortuna, di classe dirigente): una Italia contro il papa, contro la Chiesa e contro i cattolici, quando il papa, la Chiesa e i cattolici erano quanto di pi\u00f9 vivo e di pi\u00f9 &quot;unitario&quot; vi fosse nella millenaria storia dei popoli della Penisola. Nessuna meraviglia che da una cos\u00ec strana operazione, realizzata in gran parte con le baionette straniere (come ricordava, ironizzando, il conte Bismarck, a proposito delle tre &quot;S&quot;: Solferino, Sadowa e Sedan), scaturisse uno Stato fragile, incerto, diviso e discorde; uno Stato cui si vollero negare federalismo e autonomie per timore di vederlo andare in pezzi subito dopo averlo costruito.<\/p>\n<p>Ebbene: dopo averlo fatto, i suoi artefici si sono accorti che lo Stato italiano, per essere vivo, mancava della cosa pi\u00f9 importante: un&#8217;anima (<em>l&#8217;Italia \u00e8 fatta, ora bisogna fare gli italiani<\/em>, aveva candidamente ammesso Massimo D&#8217;Azeglio, liberale massone e fautore di una infiltrazione liberale e massonica nelle file dei cattolici). Allora tentarono di dargliela, gettandolo nella fornace di una guerra mondiale, la quale, per esso, non era necessaria, n\u00e9 desiderabile, in quanto non toccava i suoi interessi vitali; ed entrandovi dalla parte &quot;sbagliata&quot;, cio\u00e8 contro i suoi alleati e a fianco dei loro nemici. Sembrava un&#8217;impresa facile: l&#8217;Austria-Ungheria era presa alla gola dall&#8217;esercito russo ed era impegnata pure in Serbia; invece si rivel\u00f2 un&#8217;impresa lunghissima, ardua, quasi impossibile: ancora alla fine di ottobre del 1918, quando ormai era incominciata la rivoluzione delle varie nazionalit\u00e0 all&#8217;interno dell&#8217;Austria-Ungheria, l&#8217;esercito austro-ungarico, sul fronte italiano, teneva e si batteva con estrema determinazione. Il crollo di Vittorio Veneto fu reso possibile dal crollo del fronte interno: sul piano strettamente militare, \u00e8 assai dubbio che ci sarebbe stato. Sia come sia, i dirigenti dell&#8217;Italia liberale, i liberali conservatori di Salandra che l&#8217;avevano gettata nella fornace a cuor leggero, con il miraggio di compensi territoriali che, poi, gli avari alleati le avrebbero lesinato in maniera umiliante nella Conferenza della pace, erano andati assai vicini all&#8217;obiettivo di realizzare quel che il Risorgimento non aveva saputo o potuto fare, date le premesse: il popolo italiano. La &quot;leggenda del Piave&quot; riusc\u00ec a fare, dopo Caporetto, una parte di ci\u00f2 che le tre guerre d&#8217;indipendenza non avevano fatto: creare un senso di unit\u00e0 nazionale. Ma dur\u00f2 poco: la gravissima crisi economica post-bellica vanific\u00f2 tutti gli sforzi fatti, e, come si \u00e8 detto, la meschina gelosia degli alleati priv\u00f2 l&#8217;Italia di gran parte dei suoi obiettivi strategici; per cui il Paese piomb\u00f2 in un fosco periodo di conflitti intestini, una vera e propria guerra civile strisciante, cui pose fine l&#8217;avvento del fascismo. Si videro allora le nefaste conseguenze della nascita dello Stato italiano senza gli italiani: i neonati partiti di massa, scaturiti dal suffragio universale, cattolici e socialisti, non erano interessati a dare un contributo veramente costruttivo alla vita dello Stato: i primi perch\u00e9 memori della perfidia e della prepotenza liberale e massonica, i secondi perch\u00e9 abbagliati dal nuovo vangelo marxista della rivoluzione proletaria.<\/p>\n<p>Quanti si ostinano a credere che Mussolini abbia &quot;tolto la libert\u00e0&quot; a un popolo che l&#8217;aveva cara, e che s&#8217;era avviato felicemente sulla strada della democrazia, prendono una cantonata colossale, ammesso che siano in buona fede: l&#8217;Italia del primo dopoguerra era un Paese disastrato, in un clima di guerra civile, sul punto di dissolversi, economicamente defunto, politicamente inesistente, il tutto a dispetto della sua &quot;vittoria&quot;. Mussolini rimise insieme i cocci, ridiede speranza a una generazione, salv\u00f2 almeno in parte i frutti della vittoria militare e cre\u00f2 le premesse per la ripresa economica: con la dittatura, certo; ma quale alternativa era possibile? Siamo sinceri: forse la repubblica dei Consigli, sognata da Gramsci e Togliatti, cio\u00e8 quella che si era vista in Ungheria con il folle Bela Kun, o quella che avevano creato i bolscevichi in Russia? Ci\u00f2 avrebbe precipitato l&#8217;Italia nel caos e l&#8217;avrebbe risospinta indietro di decenni, forse di secoli. Oppure una monarchia liberale di tipo neogiolittiano, che riprendesse la marcia verso il progresso che si era interrotta con la Grande guerra? Impossibile, perch\u00e9 il giolittismo era gi\u00e0 morto prima della guerra: si era suicidato, allorch\u00e9 aveva voluto il suffragio universale ma non aveva saputo, e forse nemmeno voluto, l&#8217;integrazione sociale delle diverse classi, preferendo reggersi su sistemi clientelari vecchio stile e su connessioni sospette fra politica e alta finanza (vedi lo scandalo della Banca Romana). I cattolici erano, in fondo, i pi\u00f9 maturi per tentare la ricostruzione nazionale, ma pagavano il doppio scotto dell&#8217;inesperienza politica e della sostanziale estraneit\u00e0 allo &quot;spirito del Piave&quot;, poich\u00e9 erano stati ostili o estranei alla guerra, beninteso in senso ideale (al fronte, avevano fatto il loro dovere come tutti gli altri, e anche meglio di altri). Era necessario che l&#8217;appello alla rinascita nazionale venisse da una forza politica che veniva, invece, dall&#8217;esperienza della guerra e della vittoria; che sapesse e che volesse portare a galla lo spirito del Piave cio\u00e8 il senso dell&#8217;impegno comune nel pericolo comune: e il fascismo fu la forza che si assunse quel compito. Piaccia o non piaccia (e sappiamo che agli intellettuali italiani, che hanno coltivato la Grande Menzogna per settant&#8217;anni, non piace), non esisteva altra forza politica che avesse i requisiti per fare appello alle forze vive della nazione; oltretutto esso era un movimento di giovani, e non d&#8217;imboscati che avevano boicottato lo sforzo bellico, ma gente che veniva dalle trincee e che aveva maturato un saldo amor di patria, quale non esisteva, n\u00e9 mai era esistito, prima di Caporetto e prima del Piave. Certo, vi era la componente della violenza: ci\u00f2 era dovuto soprattutto al ruolo che l&#8217;arditismo svolse nei primi anni dell&#8217;esperienza fascista; non ci si pu\u00f2 aspettare che chi viene dalla scuola della violenza in guerra porti, in tempo di pace, i guanti bianchi e le buone maniere. Ma i fascisti videro, a parte taluni eccessi, ci\u00f2 che le altre forze italiane non videro: la direzione in cui bisognava andare per ricostruire l&#8217;unit\u00e0 nazionale, ossia la valorizzazione di quanto l&#8217;Italia aveva fatto nella Grande guerra. Gli altri, avrebbero voluto mettere quell&#8217;esperienza fra parentesi e, se possibile, dimenticarla; i socialisti andavano oltre, e ci sputavano sopra: come sputavano sulle medaglie dei reduci dal fronte e dei mutilati di guerra. E che Mussolini avesse la stoffa dello statista, in una palude di nanerottoli, \u00e8 mostrato dal fatto che egli, pur disponendo della forza, cerc\u00f2 la via della riconciliazione e dell&#8217;unit\u00e0 nazionale, perch\u00e9 comprese che solo cos\u00ec il popolo italiano si sarebbe finalmente amalgamato con lo Stato: e propose la collaborazione sia ai socialisti, che la rifiutarono con sdegno, sia ai cattolici, che l&#8217;accettarono solo per ci\u00f2 che parve loro vantaggioso, la stipulazione dei Patti lateranensi e la tutela dell&#8217;Azione Cattolica, per conservare una certa presa sulle giovani generazioni. Anche la monarchia fece buon viso, ma solo per ragioni opportunistiche: lasci\u00f2 fare ai fascisti il lavoro &quot;sporco&quot;, cio\u00e8 spazzar via i rossi; poi and\u00f2 a rimorchio dei successi di Mussolini per vent&#8217;anni, ricavandone lustro e prestigio (comprese le corone d&#8217;Etiopia e d&#8217;Albania); e infine, quando le cose volsero al peggio, nel luglio del 1943, non esit\u00f2 a scaricarlo come un pacco postale.<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec alla conclusione che la disfatta del fascismo, il 25 luglio del 1943, fu anche la disfatta dell&#8217;Italia e la rivincita dei nemici interni dello Stato, primi fra tutti i social-comunisti &#8212; i quali, infatti, si abbandonarono subito all&#8217;ebbrezza sanguinaria della guerra civile &#8212; nonch\u00e9 dei nemici esterni: gli Alleati, i quali, con la scusa di abbattere la dittatura e &quot;liberare&quot; gli italiani, miravano a far fuori l&#8217;Italia come grande potenza e quindi come concorrente sul piano della politica internazionale (oltre a far fuori il fascismo come modello politico pericoloso a livello mondiale, perch\u00e9 alternativo sia al comunismo che alla democrazia massonica e plutocratica).<\/p>\n<p>Osservava Giuseppe Prezzolini, quarantacinque anni fa, nel suo <em>Necrologio onesto del fascismo<\/em> (in: G. Prezzolini, <em>Manifesto dei conservatori<\/em>, Milano, Rusconi Editore, pp. 142-144):<\/p>\n<p><em>&#8230; Il fascismo fu una delle pi\u00f9 ITALIANE creazioni politiche che ci siano state. Poich\u00e9 se guardiamo alla storia d&#8217;Italia, quali FORME originali di Stato si trovano? Prima di tutto il PAPATO, universale monarchia in principio, ma storicamente in grande parte formata e nutrita da menti e volont\u00e0 italiane, poi i COMUNI, oligarchie cittadine mercantili, quindi le SIGNORIE, dittature di fatti e bellicose che diventarono ereditarie e conservatrici col tempo, e poi si salta fino al Fascismo, che venne imitato in parecchie parti del mondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Esso fu concepito da italiani, fatto da italiani, tenuto in vita da italiani ed accettato, finalmente, con esaltazione e apparente entusiasmo, dalla maggioranza degli italiani; i quali si adattarono ad alzare la mano in segno di saluto, a marciare col passo dell&#8217;oca, a radunarsi ad ore esatte gridando gli stessi motti, insomma a comportarsi come non si eran mai comportati &quot;collettivamente&quot; in nessuno dei momenti della loro storia, anche quando furono dominati da stranieri.<\/em><\/p>\n<p><em>Il fascismo fu l&#8217;apice del RISORGIMENTO ITALIANO, e anche l&#8217;ultimo atto del Risorgimento nazionale, ed il pi\u00f9 disperato tentativo, non riuscito, di dare unit\u00e0 ai popoli della penisola italiana costituendovi uno Stato forte. Il fallimento di questo tentativo, dovuto a forze estranee al Paese, ha condotto l&#8217;Italia a cercar di diventare una provincia dell&#8217;Europa, come unico mezzi di salvare e di far valere entro un organismo politico pi\u00f9 forte ed ampio le qualit\u00e0 del suo popolo artistico, individualistico e abile; poich\u00e9 l&#8217;alternativa sarebbe la sudditanza alla Russia.<\/em><\/p>\n<p><em>Una cosa \u00e8 ferma: si pu\u00f2 dir molto male del fascismo e di Mussolini; ma chi ne dice male dovrebbe sempre ricordarsi che non avrebbero avuto il buon successo che ebbero per ventidue anni, se non avessero trovato l&#8217;appoggio, l&#8217;entusiasmo, le dedizioni, le imitazioni, la complicit\u00e0 e il benestare, almeno a segni e parole, del popolo italiano. Il fascismo fu una situazione che il popolo italiano, salvo eccezioni, tutto quanto, plebe e magnati, clero e laici, esercito e universit\u00e0, capitale e provincia, industriali e commercianti e agricoltori fecero proprio, nutrirono col proprio consenso ed applauso, e che se fosse continuata, oggi essi continuerebbero ad applaudire e a sostenere.<\/em><\/p>\n<p><em>Fascismo e antifascismo hanno collaborato alla rovina dello Stato italiano e si son dati la mano per distruggerlo. Il fascismo, col dichiarare la guerra, l&#8217;antifascismo facendo sapere agli alleati che l&#8217;Italia era disunita, e indicandola quindi come il punto pi\u00f9 debole da attaccare. I fascisti consegnarono l&#8217;Italia alla Germania, gli antifascisti agli alleati: tutti insieme prepararono la servit\u00f9 politica sotto lo straniero, che essi preferivano alla vittoria dell&#8217;avversario politico interno. Le distruzioni e le rapine sono per met\u00e0 dei tedeschi e per met\u00e0 degli alleati. I fascisti non capirono che la Germania non lavorava per il fascismo, ma per s\u00e9; gli antifascisti non capirono che gli alleati pure non capirono che gli alleati non lavoravano per l&#8217;antifascismo, ma per se stessi.<\/em><\/p>\n<p>Non si poteva dire di pi\u00f9, n\u00e9 meglio. Peccato solo una cosa: che, dopo aver compreso questo, Prezzolini sia andato, proprio nel 1940, a prendersi la cittadinanza statunitense: quella del nemico&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La disfatta italiana dell&#8217;8 settembre 1943 \u00e8 stata irreparabile. 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