{"id":27823,"date":"2019-06-15T09:22:00","date_gmt":"2019-06-15T09:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/15\/perche-i-contadini-di-pavese-sono-cosi-americani\/"},"modified":"2019-06-15T09:22:00","modified_gmt":"2019-06-15T09:22:00","slug":"perche-i-contadini-di-pavese-sono-cosi-americani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/15\/perche-i-contadini-di-pavese-sono-cosi-americani\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 i contadini di Pavese sono cos\u00ec americani?"},"content":{"rendered":"<p>Cesare Pavese scrisse il romanzo <em>Paesi tuoi<\/em>, di getto, nel settembre del 1939, ma il libro venne pubblicato solo nel maggio del 1941, quando l&#8217;Italia era gi\u00e0 in guerra da un anno e i nostri soldati erano impegnati in Grecia e in Libia; in Africa Orientale l&#8217;effimero Impero di Vittorio Emanuele III era ormai alla vigilia del crollo; e presto, molto presto, sarebbe cominciata la campagna di Russia. Poich\u00e9 questo breve romanzo di Pavese viene da molti critici considerato come l&#8217;inizio del neorealismo in letteratura, vale la pena di soffermarsi un po&#8217; su di esso e vedere se, e in quale misura, gli si addica questo giudizio; inoltre, a quali bisogni artistici, a quali necessit\u00e0 culturali risponda, e in quale misura si possa ricollegare alla tradizione realista e\/o naturalista italiana, oppure se lo si debba ricondurre ad un&#8217;altra tradizione. Il vezzo della cultura dominante \u00e8 di vedere nel neorealismo una sorta di risposta all&#8217;autarchia culturale promossa, si dice, dal fascismo, e quindi al clima &quot;soffocante&quot; di Strapaese e, pi\u00f9 in generale, una reazione contro il provincialismo e il tradizionalismo incoraggiati dal regime, insomma un primo passo verso la riconquista di una autonomia non solo artistica, ma altres\u00ec morale e politica, nel clima degli &quot;astratti furori&quot; della <em>Conversazione in Sicilia<\/em> e di Elio Vittorini e del suo Gran Lombardo, pieno di sacro risentimento contro il regime e di trattenuto anelito verso la libert\u00e0, intesa anche come riscatto complessivo dell&#8217;uomo contro una situazione culturale che lo avvilisce e lo sacrifica nelle sue potenzialit\u00e0 pi\u00f9 autentiche. Ma \u00e8 proprio vero? E, soprattutto, \u00e8 proprio verso che <em>Paesi tuoi<\/em> segna questa rottura con le angustie della tradizione e l&#8217;inizio di questa nuova tendenza?<\/p>\n<p>Tanto per cominciare si dice &#8212; \u00e8 critto in qualsiasi manuale di letteratura ad uso scolastico che il giovane Pavese, per il suo amore verso gli scrittori americani, praticava delle scelte culturali che non incontravano l&#8217;approvazione del regime; che in clima fascista leggere e tradurre gli scrittori americani sapeva gi\u00e0 dio fronda, di antifascismo incipiente, e quindi metteva in morto, se non la censura, certo la diffidenza e l&#8217;ostilit\u00e0 degli ambienti ufficiali. Sono gli stessi manuali nei quali si legge che Pavese, istintivamente insofferente della dittatura, guidato verso l&#8217;antifascismo consapevole del uno stimato e autorevole professore antifascista di Torino, Augusto Monti, figura che, a nostro giudizi, svolse un ruolo deleterio nella vita e soprattutto sull&#8217;arte di Pavese (cfr. il nostro precedente articolo: <em>Fino a che punto un Maestro pu\u00f2 spingersi per conformare a s\u00e9i la personalit\u00e0 del discepolo?<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 20\/10\/2008 e ripubblicato sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 08\/08\/17). Strana dittatura, quella che permette a uno stimato professore di liceo di una grande citt\u00e0 di allevare una intera generazione di oppositori, senza farne mistero, alla luce del sole; e strano antifascismo quello dei professori che, dopo aver giurato fedelt\u00e0 alla dittatura, poi non fanno altro che aizzare i loro studenti contro di essa. E sono gli stessi manuali di letteratura nei quali, senza alcun imbarazzo, senza un&#8217;ombra di rossore, si magnifica il coraggio civile dei firmatari del <em>Manifesto degli intellettuali antifascisti<\/em> di Benedetto Croce, mente si lascia cadere un&#8217;ombra di discredito morale su quelli, assai pi\u00f9 numerosi, che firmarono il <em>Manifesto degli intellettuali fascisti<\/em> di Giovanni Gentile. Di nuovo: strana dittatura, quella che permette la redazione e la pubblicazione di un &quot;manifesto&quot; contro di s\u00e9, e che rispetta i firmatari, e specialmente il loro capofila, il quale prosegue una proficua carriera accademica e si gode una vera e propria supremazia spirituale, oltre che intellettuale, per tutti i venti anni della &quot;dittatura&quot;; e strani antifascisti quelli che, dopo aver firmato contro di essa, poi si sistemano pi\u00f9 o meno confortevolmente alla sua ombra, chiedono e trovano un impiego di tipo intellettuale, seguitano a pubblicare i loro articoli e i loro libri, infine si godono la soddisfazione, senza nulla dover rischiare e senza dover muovere il dito mignolo, di vedere quella dittatura precipitare nel baratro, mentre essi restano liberi di proseguire la propria carriera di scrittori e giornalisti, circonfusi di gloria per essere stati intrepidi difensori della libert\u00e0 nel tempo in cui tutti piegavamo il capo davanti al dittatore.<\/p>\n<p>Ma veniamo a <em>Paesi tuoi<\/em>. Lo stile alla Hemingway, l&#8217;intonazione generale alla Caldwell o alla Faulkner, la densit\u00e0 linguistica e la corposit\u00e0 sanguigna delle situazioni (Talino, l&#8217;antagonista, \u00e8 un piromane e un fratello incestuoso, che finir\u00e0 per uccidere la sorella Gisella con un colpo di forcone nel collo, durante la mietitura, per punirla d&#8217;essesi innamorata del rivale cittadino, Berto) fanno s\u00ec che sia stato salutato come una rivelazione, come il primo romanzo che &#8212; finalmente &#8212; rompeva la retorica della tradizione e mostrava &quot;la verit\u00e0 effettuale della cosa&quot;, come direbbe Machiavelli: non l&#8217;uomo come dovrebbe essere o come si vorrebbe che fosse, ma come effettivamente \u00e8, con tutte le sue brutture e i suoi nodi irrisolti e inconfessabili. Ma siamo sicuri che l&#8217;uomo sia proprio cos\u00ec? Questi contadini piemontesi, anzi langaroli, non sono per caso un po&#8217; troppo americani, per essere, non diciamo veritieri, ma anche solo credibili? Nella loro pretesa spontaneit\u00e0, anzi, nella loro selvaggia animalit\u00e0, non ci sono iniezioni un po&#8217; troppo robuste di Sherwood Anderson, di Edgar Lee Masters, di John Dos Passos? E non \u00e8 possibile che Pavese, illuminista deluso, abbia preso e semplicemente capovolto il mito del Buon Selvaggio, facendo di questi contadini dei primitivi infelici, perch\u00e9 dimentichi della lezione di Montaigne, cio\u00e8 di godersi con spontaneit\u00e0 e immediatezza i loro istinti primordiali, le loro pulsioni totalmente estranee al mondo della civilt\u00e0? E che la povera Gisella sia stata la vittima sacrificale di questa delusione esistenziale di Pavese? E che il povero Talino sia stato anche lui, a suo modo, un capro espiatorio da sacrificare sull&#8217;altare di questa delusione? Talino e Gisella, questa coppia inconfessabile, abnorme, mostruosa, non rimanda forse, pi\u00f9 che a Edipo e alla tragedia greca, ai labirinti dell&#8217;inconscio moderno e alle insanabili contraddizioni dell&#8217;intellettuale che <em>vuole<\/em> essere moderno, perch\u00e9, da Rimbaud in poi <em>bisogna essere assolutamente moderni<\/em>, ma sente che tutto il suo essere pi\u00f9 vero tende in un&#8217;altra direzione, quella del mito e non della storia, quella del simbolo e non della ragione illuminista? Non \u00e8 possibile che Pavese abbia scaricato il suo dramma irrisolto e irrisolvibile sui suoi personaggi, e che li abbia scagliati nell&#8217;inferno della colpa, dell&#8217;incesto, della morte, per esorcizzare i <em>suoi<\/em> sensi di colpa, continuamente attizzati dall&#8217;ineffabile maestro, dall&#8217;inossidabile professore comunista e antifascista del liceo <em>Parini<\/em>, che fu il cattivo genio di tutta la sua vita?<\/p>\n<p>Scriveva il critico letterario Marco Forti (Firenze 1925-Milano 2019) nella introduzione mondadoriana a\u00a0<em>Paesi tuoi<\/em>(Torino Einaudi 1954; Milano, Mondadori, 1966, pp. 28-29 e 30-31):<\/p>\n<p><em>Pur non essendo uno dei libri infine esemplari di Pavese, esso resta un libro importante ella parabola intera della sua opera, perch\u00e9 \u00e8 quello che d&#8217;un tratto gli fece meritare l&#8217;attenzione della critica pi\u00f9 autorevole di quegli anni, con in testa Pietro Pancrazi. E non solo: ma sviluppando le coerentemente le premesse che gi\u00e0 in &quot;Lavorare stanca&quot; avevano condotto Pavese a una poesia lirico-narrativa\u00a0 e in senso lato, anti-novecentesca, con &quot;Paesi tuoi&quot; egli avrebbe, praticamente inaugurato il neorealismo nella nostra narrativa, ponendosi con pochissimi altri sia scrittori che uomini di cinema &#8211; da Vittorini a Visconti &#8211; fra gli alfieri della pi\u00f9 polemica innovazione.<\/em><\/p>\n<p><em>Non tutto era nuovo peraltro in una storia per certi lati regionale come &quot;Paesi tuoi&quot; ma rientrava senz&#8217;altro nell&#8217;avanguardia narrativa di quegli anni l&#8217;adozione di moduli pi\u00f9 incisivi e scorciati caratterizzati dal periodare breve e da un dialogo asciutto dove prevaleva la lingua d&#8217;uso, che Pavese, in parte mutuava dagli scrittori americani che negli anni precedenti aveva letto e tradotto. Cos\u00ec una vicenda basta fondamentalmente su una storia di vita contadina, col suo microcosmo abbastanza chiuso e appena lambito dalla eco lontana della citt\u00e0 e col naturalismo in parte esibito di certe scene e situazioni riusciva a partecipare di un nuovo tipo di presa dello scrittore sulla realt\u00e0 proprio perch\u00e9 attizzava la propria novit\u00e0 di rappresentazione sui moduli degli americani di quegli anni dei non necessariamente primari Caldwell o Cain cavandone tuttavia una nuova forza espressiva e una concretezza di racconto nata dall&#8217;accumularsi di vive e, alla fine, drammatiche tensioni.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec il clima del racconto si addensa nei giorni del solleone, abbacinato sotto la cappa del caldo che par fondere tutto nell&#8217;aria immobile nel frinire delle cicale\u00a0 o nelle notti cariche di inespressa violenza di sibili di zanzare e di saette da caldo nel cielo. Quale posa essere la capacit\u00e0 narrativa di Pavese nel creare la tensione tutta speciale di questo libro possono bastare a indicarla le pagine bellissime in cui Berto e Talino si aggirano di notte attorno alla Grangia semi carbonizzata e come nera sotto la luna; o le altre degli incontri amorosi di Berto con Gisella: di notte vicino al pozzo, e poi di giorno nel verde fitto della forra dove infine si prendono.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Tutti motivi che condurranno il breve romanzo alla sua conclusione violenta: al colpo di forcone che a un tratto Talino\u00a0 posseduto dalla sua maledizione dar\u00e0 nel collo a Gisella durante la battitura ferendola a morte davanti a tutti alla fuga di lui nei campi e alla morte\u00a0 lenta di lei per dissanguamento alla cattura infine di Talino che prima di consegnarsi alle guardie, chiede di parlare al padre rimasto come ottusamente impietrato dall&#8217;avvenimento. &quot;Va&#8217; a chiamare Pa&#8217;, fa&#8217; il piacere ho bisogno del Pa&#8217;&quot;. Conclusione forse\u00a0 un po&#8217; scenografica di un racconto che al di l\u00e0 di un realismo paesano che non era in tutto nuovo e che poteva ricondurre perfino a Verga poneva tuttavia tutti i termini da cui si sarebbe sviluppata la parabola romanzesca di Pavese: dalla scoperta del paesaggio come protagonista mitico-lirico; all&#8217;individuazione sempre drammatica\u00a0 e dilacerata del rapporto fra campagna e citt\u00e0; all&#8217;immediato superamento delle possibili remore di carattere naturalistico in una scrittura tutta inventiva dove nel tono basso e semi-dialettale del dialogo nelle improvvise accensioni\u00a0 di sensi e sentimenti nello scavo\u00a0 degli animi e degli incombenti paesaggi, si riconosce gi\u00e0 la evidente autonomia di uno dei nostri maggiori scrittori.<\/em><\/p>\n<p>Romanzo cripto-antifascista, <em>Paesi tuoi<\/em>, e romanzo male accolto dalla cultura dominante per il suo modo di mostrare il mondo contadino, cos\u00ec poco consono all&#8217;ideologia al potere? Ma esso <em>d&#8217;un tratto gli fece meritare l&#8217;attenzione della critica pi\u00f9 autorevole di quegli anni<\/em> e se Pietro Pancrazi &#8212; altro antifascista eccellente, che aveva fatto una ininterrotta carriera di critico e giornalista durate tutto il Ventennio &#8212; lo recens\u00ec con favore! Via, il punto non \u00e8 questo. Il punto \u00e8 se davvero quella rappresentazione del mondo contadino merita d&#8217;esser considerata neorealista. Ora, se per &quot;neorealismo&quot; s&#8217;intende un occhio che guarda la realt\u00e0 senza veli, senza sovrastrutture e pregiudizi, che si sforza di mostrare la cosa come \u00e8 realmente, sgombra di retorica e di artificio, allora <em>Paesi tuoi<\/em> \u00e8, semplicemente, un&#8217;astrazione, un esperimento linguistico nel quale si tenta d&#8217;innestare il romanzo realista americano sul tronco del mondo contadino italiano; con parecchie concessioni alla psicanalisi (quelle colline che paiono mammelle, e che ritornano ossessivamente dalla prima all&#8217;ultima pagina!). Dos Passos, Freud, Marx: altro che neorealismo. Ma forse tutto il neorealismo, non solo letterario, anche cinematografico, campa su questo equivoco: che si prendano per buone le intenzioni <em>dichiarate<\/em> dai neorealisti, invece di guardare cosa realmente hanno fatto. <em>Roma citt\u00e0 aperta<\/em> \u00e8 neorealista? No, \u00e8 pura propaganda ideologica, gonfia di retorica. <em>Rocco e i suoi fratelli<\/em> \u00e8 neorealista? Ma per favore: \u00e8 decadentismo puro. Piuttosto, un&#8217;altra cosa ci colpisce nel romanzo pavesiano: la deformazioni voluta, incurante, della civilt\u00e0 contadina giunta al tramonto. E non \u00e8 che si sia trattato d&#8217;una prova isolata: Pavese \u00e8 tornato continuamente sul tema della campagna, la &quot;sua&quot; campagna, fino al testamento spirituale, <em>La luna e i fal\u00f2<\/em>: e cosa ne ha capito? Che sarebbe rimasta sempre immobile, chiusa in un primitivismo indecifrabile. Non ha visto che aveva gli anni contati, e che stava per ucciderla la modernit\u00e0: proprio quella modernit\u00e0 che, allora, penetrava in Italia coi romanzi di Hemingway, Anderson e Dos Passos e che presto sarebbe arrivata con i bombardamenti, i dollari del Piano Marshall, la NATO e la societ\u00e0 dei consumi. Pavese poteva essere il cantore elegiaco della civilt\u00e0 contadina che muore, invece non ha saputo far di meglio che deformare il volto di quella civilt\u00e0 relegandolo a espressionismo feroce: Talino, Vinverra e gli altri paiono usciti dalle spietate, grottesche caricature di George Grosz. Non c&#8217;\u00e8 amore, non c&#8217;\u00e8 comprensione per essi; non c&#8217;\u00e8 alcuno sforzo di penetrare il loro doloroso segreto. C&#8217;\u00e8 solo l&#8217;io dell&#8217;Autore che si serve di loro per mettere in scena una storia truculenta, sanguigna, granguignolesca e accollare a quei poveri contadini il fardello delle sue nevrosi, della sua confusione ideologica. La campagna italiana alla vigilia della modernizzazione meritava un ben diverso commiato. In fondo, Pavese si comporta verso i contadini della sua terra nella pi\u00f9 borghese delle maniera, da Boccaccio a Lorenzo de&#8217; Medici in poi: li mette in caricatura, li deforma, per non riconoscere loro lo statuto di persone capaci di amare e soffrire. Il fatto \u00e8 che gl&#8217;intellettuali di sinistra amano solo se stessi. Il mondo com&#8217;\u00e8 non lo vedono neanche: hanno cose pi\u00f9 serie cui pensare, che rispettar la verit\u00e0 della persona.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cesare Pavese scrisse il romanzo Paesi tuoi, di getto, nel settembre del 1939, ma il libro venne pubblicato solo nel maggio del 1941, quando l&#8217;Italia era<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[108,137],"class_list":["post-27823","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-cesare-pavese","tag-fascismo"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27823","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27823"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27823\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27823"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27823"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27823"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}