{"id":27789,"date":"2012-04-19T10:47:00","date_gmt":"2012-04-19T10:47:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/04\/19\/spunti-per-una-ricostruzione-dellestetica-contemporanea\/"},"modified":"2012-04-19T10:47:00","modified_gmt":"2012-04-19T10:47:00","slug":"spunti-per-una-ricostruzione-dellestetica-contemporanea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/04\/19\/spunti-per-una-ricostruzione-dellestetica-contemporanea\/","title":{"rendered":"Spunti per una ricostruzione dell&#8217;estetica contemporanea"},"content":{"rendered":"<p>Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;estetica, e perch\u00e9 mai l&#8217;estetica contemporanea avrebbe bisogno di essere ricostruita?<\/p>\n<p>Partiamo dall&#8217;etimologia. &quot;Estetica&quot; \u00e8 una parola che viene dal latino medioevale <em>Aesth\u00e8tica<\/em> che \u00e8, a sua volta, la forma femminile sostantivata del vocabolo greco antico <em>Aisth\u0113tik\u00f2s<\/em>, aggettivo che significa &quot;<em>che si riferisce alla sensazione<\/em>&quot; (Giacomo Devoto, <em>Avviamento alla etimologia italiana,<\/em> Firenze, Le Monnier, 1989, p. 157). Perci\u00f2 l&#8217;estetica \u00e8 <em>la scienza filosofica dell&#8217;arte e del<\/em> <em>bello<\/em> (Nicola Abbagnano, <em>Dizionario di Filosofia<\/em>, Torino, U.T.E.T., 1971, p.350 sgg.). Teniamo presente questo fatto: l&#8217;arte e il bello, per la filosofia antica, medioevale e moderna (almeno fino al XVII secolo), costituiscono un binomio inseparabile.<\/p>\n<p>Il nome <em>estetica<\/em> \u00e8 stato introdotto da Baumgarten nel1750 in un libro, intitolato appunto <em>Aesthetica,<\/em> nel quale sosteneva che oggetto dell&#8217;arte sono le rappresentazioni confuse ma al tempo stesso <em>chiare<\/em>, ossia sensibili ma perfette; mentre oggetto della rappresentazione razionale sono le rappresentazioni <em>distinte,<\/em> ossia i concetti. Il nome significa propriamente &quot;dottrina della conoscenza sensibile&quot;, che viene contrapposta a quella razionale, che procede per concetti. Secondo Roberto Diodato (voce <em>Estetica<\/em> della <em>Enciclopedia della Filosofia e delle scienze umane,<\/em> Novara, De Agostini, , 1996, p. 288) &quot;l&#8217;estetica nella definizione di Baumgarten si presenta come &#8216;arte del pensare in modo bello&#8217; e non come &#8216;scienza filosofica del bello&#8217;<\/p>\n<p>Ma gi\u00e0 a partire da Kant, e poi via via fino ad oggi, esso ha perso ogni legame con l&#8217;uso specifico che ne aveva fatto Baumgarten, per designare qualsiasi forma di indagine che abbia per oggetto l&#8217;arte e il bello. Cos\u00ec, dal suo vasto ambito originario di &quot;scienza della conoscenza sensitiva&quot; (che Kant, nella <em>Critica della ragion pura,<\/em> definisce &quot;estetica trascendentale&quot;), l&#8217;estetica si restringe rapidamente a quello di filosofia dell&#8217;arte. Gi\u00e0, ma cos&#8217;\u00e8 l&#8217;arte? Nel pensiero occidentale, \u00e8 l&#8217;insieme delle &quot;arti belle&quot; che viene codificato progressivamente e che prende forma nel corso del XVIII secolo. Ma cosa sono le &quot;arti belle&quot;? E quale dignit\u00e0 riservare alle cosiddette &quot;arti minori&quot;, la tappezzeria, l&#8217;intarsio, l&#8217;incisione, l&#8217;oreficeria, la vetreria, ecc.? Quale dignit\u00e0 riservare alla produzione &quot;artigianale&quot; della civilt\u00e0 contadina (mobili, vestiti, tendaggi, ecc.) che spesso, in ogni regione d&#8217;Europa, raggiungeva livelli di rilevante qualit\u00e0 estetica? Che posto concedere, nel panorama dell&#8217;arte, alle espressioni figurative, ai canti, alle danze dei popoli extra-europei e anche a quelli cosiddetti &quot;primitivi&quot;? Infine, dove collocare le espressioni estetiche pi\u00f9 recenti della civilt\u00e0 tecnologica, la fotografia, il cinema? Ed \u00e8 proprio vero che, dopo Hegel, possiamo tranquillamente tirare un rigo sul concetto di &quot;arte bella&quot; ed innalzare alla dignit\u00e0 dell&#8217;arte ogni forma di espressione sensibile, dai quadri di Burri fatti con tela, pezzi di legno e stracci di lenzuola, fino alla vacca di plastica che ad ore fisse, in una famigerata Biennale di Venezia degli anni Settanta, veniva fatta montare da un toro in carne ed ossa?<\/p>\n<p>Infatti, se l&#8217;estetica \u00e8 <em>l&#8217;ontologia dell&#8217;arte<\/em> (come l&#8217;ha definita Merleau-Ponty nel saggio <em>L&#8217;occhio e lo spirito<\/em> del 1960), dobbiamo chiederci se un&#8217;estetica sia ancora possibile in una cultura, come quella occidentale contemporanea, che da tempo ha voltato le spalle a ogni forma di ontologia, cio\u00e8 a ogni forma di scienza dell&#8217;essere. Pare che la cultura contemporanea abbia rinunciato alla ricerca dell&#8217;essere, identificandolo &#8211; a torto o a ragione &#8211; con la metafisica, non solo nel campo dell&#8217;estetica ma anche in quello dell&#8217;etica, della religione, della stessa gnoseologia, per ridursi, come voleva Wittgenstein, ad analisi del linguaggio.<\/p>\n<p>Ed eccoci cos\u00ec giunti alla seconda domanda. Parliamo di &quot;spunti per una <em>ricostruzione<\/em> dell&#8217;estetica contemporanea&quot; perch\u00e9 riteniamo che l&#8217;ipertrofia del Logos calcolante e strumentale, che ha fagocitato o espulso ogni altra forma di conoscenza del mondo, abbia determinato una distruzione sistematica di tutto ci\u00f2 che non \u00e8 scientificamente osservabile, misurabile, quantificabile e, possibilmente, riproducibile in laboratorio. Ci muoviamo in un paesaggio di rovine e di macerie, in una <em>terra desolata<\/em> (T. S. Eliot) ove le antiche certezze sulla vita, sull&#8217;uomo, sul mondo sono andate smarrite e che si vanta di elaborare mezzi di conoscenza che rendono sempre pi\u00f9 in fretta obsoleti i precedenti saperi. Gi\u00e0 Thomas Kuhn aveva osservato che Aristotele e Galileo &quot;vissero in due mondi diversi&quot;; sia lui che Heidegger si erano resi conto che Galilei e Newton avevano detto cose che sarebbero suonate inintelligibili ad Aristotele, enunciati che Aristotele non avrebbe ritenuto passibili di <em>valori di verit\u00e0<\/em>. La meccanica galileiana o newtoniana non avrebbe potuto essere tradotta in enunciati della lingua greca che Aristotele avrebbe potuto comprendere; infatti, dopo Galilei, la nostra visione del mondo \u00e8 radicalmente cambiata (cfr. Richard Rorty, <em>Erano vere le leggi di Newton prima di Newton?,<\/em> in <em>Intersezioni,<\/em> Il Mulino, n. 1, 1988, pp. 49-64).<\/p>\n<p>Allo stesso modo, noi non possiamo pi\u00f9 guardare il mondo della bellezza sensibile cos\u00ec come lo vedevano Fidia e Policleto, bench\u00e9 la concezione dell&#8217;arte di questi sommi scultori abbia costituito la base di tutta la concezione estetica dell&#8217;Occidente per quasi 2.000 anni. Non \u00e8 radicalmente mutata solo la percezione del bello sensibile, ma anche quella del posto dell&#8217;uomo nel mondo che tale percezione sottende. Il mondo non \u00e8 una datit\u00e0 oggettiva e indipendente da noi che l&#8217;osserviamo; <em>esse est percipi,<\/em> &quot;essere \u00e8 l&#8217;essere percepito&quot;, diceva George Berkeley al principio del XVIII secolo. Di conseguenza, il mondo \u00e8 quello che noi vediamo di esso, o crediamo di vedere; e ci\u00f2 dipende anche dal ruolo che pensiamo di rappresentarvi. Per l&#8217;uomo greco, contemporaneo di Fidia e Policleto, l&#8217;ideale della bellezza fisica \u00e8 quella di un uomo armoniosamente sviluppato sia nel fisico che nello spirito, attivamente inserito nella vita civile della <em>polis<\/em>, intellettualmente curioso di tutto ci\u00f2 che lo circonda, ma anche dotato di un robusto senso pratico; l&#8217;occhio che guarda il mondo \u00e8 anche quello di colui che, nel mondo, si vede e si riconosce, e, pur sentendosi piccolo, fragile e soprattutto mortale, sa di possedere una misura che gli conferisce un senso e un posto nella realt\u00e0 che lo circonda.<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;ideale naturale del corpo di efebo sviluppato in tutte le sue parti dallo sport nazionale \u00e8 gi\u00e0 stato fissato in epoca arcaica, artisticamente e letterariamente ad un tempo, da Policleto e dal suo famoso Canone; l&#8217;espressione programmatica che ce ne \u00e8 tramandata,<\/em> tetr\u00e0gonos <em>(<\/em>quadratus <em>in Plinio) deriva anch&#8217;essa dall&#8217;ethos nazionale. La singola espressione<\/em> kalokagathia <em>circoscrive intieramente l&#8217;ideale civile di un uomo armonicamente sviluppato, sia fisicamente che spiritualmente.&quot;<\/em> (J. Von Schlosser, <em>Premesse alla concezione del bello nel Medio Evo,<\/em> in: Paolo Enrico Arias, <em>Policleto,<\/em> Milano, Edizioni per il Club del Libro, 1964, p. 110).<\/p>\n<p>Per Platone, esiste un&#8217;idea del bello che conosciamo e pratichiamo ed \u00e8 solo attraverso di essa che possiamo riconoscere il bello. Questa idea, bench\u00e9 criticata e giudicata erronea da filosofi contemporanei come W\u0142adislaw Tatarkiewicz (cfr. il suo <em>Storia di sei Idee,<\/em> Palermo, Aesthetica, 1993, p. 385), ha sorretto per secoli la riflessione estetica della cultura occidentale. Secondo la dottrina della <em>claritas<\/em>, ad esempio, i filosofi della Scolastica medioevale sostenevano che una cosa \u00e8 bella quando, attraverso la sua apparenza fisica, ne traspare l&#8217;essenza. La derivazione platonica consiste nel fatto che il concetto scolastico di <em>claritas<\/em> sottintende che le cose ricevono luce e bellezza dall&#8217;interno, e precisamente da un adeguamento della loro forma sensibile alla verit\u00e0 ideale che risiede in esse. Ancora in pieno XX secolo, Martin Heidegger si \u00e8 riallacciato all&#8217;intuizione platonica quando ha affermato che &quot;l&#8217;arte \u00e8 la messa in opera della verit\u00e0&quot; (ne <em>L&#8217;origine dell&#8217;opera d&#8217;arte,<\/em> del 1936), perch\u00e9 in essa si disvela il senso del rapporto dell&#8217;uomo con il mondo. Per il filosofo tedesco, l&#8217;arte permette all&#8217;uomo di recuperare l&#8217;esperienza di s\u00e9 quale &quot;salvaguardia&quot;, quale &quot;custodia del senso del sacro, della nascita, della morte, dell&#8217;abitare&quot; il mondo che si espone al nostro ascolto.<\/p>\n<p>Ma oggi tutto questo \u00e8 difficile da comprendere, difficile da accettare. Lo stesso Heidegger e, in generale, il filone materialista dell&#8217;esistenzialismo, inculcando l&#8217;idea di un uomo <em>gettato nel mondo<\/em> e dominato da un destino assurdo che culmina nella beffa di una libert\u00e0 di cui non sa che fare e della quale \u00e8 prigioniero, hanno potentemente contribuito a scardinare la fiducia dell&#8217;uomo occidentale di una <em>chiamata alla vita<\/em> alla quale egli \u00e8 invitato in vista di uno scopo ben preciso. Non si pu\u00f2 separare la concezione del mondo di una data civilt\u00e0 dal modo in cui essa pone la domanda circa il nostro esserci e la nostra ultima destinazione; n\u00e9 si pu\u00f2 immaginare un&#8217;estetica o un&#8217;arte che non riflettano in qualche modo, magari anche per opporvisi, tale atteggiamento di fondo. Ora, l&#8217;atteggiamento di fondo della civilt\u00e0 occidentale contemporanea \u00e8 essenzialmente nichilistico: come ha fato notare Emanuele Severino, noi siamo dominati dalla (erronea) convinzione che gli enti compaiano e scompaiano, emergendo dal nulla e nel nulla precipitando; ossia dal disconoscimento della permanenza dell&#8217;essere. L&#8217;apparato tecno-scientifico \u00e8 l&#8217;espressione, il prodotto pi\u00f9 vistoso di tale nichilismo &quot;metafisico&quot;, di tale oblio dell&#8217;essere. Ernst J\u00fcnger lo aveva lucidamente osservato quando, nel 1995, a proposito del poeta H\u00f6lderlin, scriveva, poco prima di morire(cit. da paolo Scroccaro in <em>Le filosofie attivistiche della crescita alle origini dell&#8217;inquietudine contemporanea,<\/em>in A.A. V.V., _3Cem>Oderzoinquieta,<\/em> 2007, pp. 139-142).<\/p>\n<p><em>&quot;H\u00f6lderlin ha scritto che verr\u00e0 l&#8217;evo dei Titani. In questo evo venturo il poeta dovr\u00f2 andare in letargo. Le azioni saranno pi\u00f9 importanti della poesia che le canta e del pensiero che le riflette. Sar\u00e0 un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E ancora, a proposito dell&#8217;ubriacatura scientista che ha portato la cultura moderna a disprezzare ogni forma di conoscenza del mondo che non sia materialmente osservabile, miserabile e riproducibile in laboratorio, un insigne scienziato, il neurofisiologo e premio Nobel, sir John Eccles (in <em>The Human Psyches,<\/em> Springer International, New York, 1980,p. 25):<\/p>\n<p><em>&quot;Nella nostra epoca l&#8217;uomo ha perso ideologicamente la strada&#8230; La scienza si \u00e8 spinta troppo oltre nel distruggere la fede dell&#8217;uomo nella propria grandezza spirituale&#8230; e gli ha istillato la convinzione di essere semplicemente un insignificante animale, che si \u00e8 evoluto per caso e necessit\u00e0 in un altrettanto insignificante pianeta, sperduto nella grande immensit\u00e0 del cosmo&#8230; Noi dobbiamo renderci conto dei grandi misteri della struttura materiale e del funzionamento dei nostri cervelli, della relazione fra cervello e mente e della nostra immaginazione creativa.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Nel 1927 appariva il libro del filosofo francese Julien Benda <em>La trahison des clercs<\/em> (tradotto in Italia solo nel 1976!), in cui sosteneva che gli intellettuali hanno tradito la loro vocazione alla ricerca pura e disinteressata per gettarsi nel fiume delle polemiche politico-sociali, abbandonando la loro funzione di guide spassionate dell&#8217;umanit\u00e0, capaci di stare al di fuori e al di sopra della mischia e delle turbolenze contingenti. Oggi si potrebbe ancora parlare di &quot;tradimento dei chierici&quot;, ossia degli intellettuali, ma con riferimento a un&#8217;altra e &#8211; secondo noi &#8211; pi\u00f9 grave deviazione dalla loro missione culturale e spirituale: la diserzione dal loro impegno naturale di fornire dei punti di riferimento etici, estetici ed esistenziali per farsi &quot;cattivi maestri&quot; di un sapere sofistico e nichilista, dove tutto \u00e8 uguale a tutto e dove l&#8217;uomo non riesce a scorgere alcun orizzonte di senso. Senza voler sopravvalutare la loro funzione in seno alla societ\u00e0 (ma come non essere tentati di farlo? Platone ci parla ancora, a ventiquattro secoli di distanza, con forza prorompente), non possiamo non notare che coloro i quali dovrebbero costituire le guide ideali della societ\u00e0 si sono auto-retrocessi al ruolo di spettatori o, al massimo, di testimoni di una crisi sempre pi\u00f9 profonda e non priva di autocompiacimento. Si direbbe che, nel caos dei punti di vista soggettivi e nel senso di sgretolamento che \u00e8 l&#8217;inevitabile conseguenza di una prolungata idolatria dell&#8217;esistente &#8211; volta a volta la scienza, la storia, il comunismo, il capitalismo, la tecnologia &#8211; gli intellettuali altro non sappiano fare che unire le loro voci spaventate, tremebonde e assai poco virili al coro di gemiti, imprecazioni, deliri e spacconate che la modernit\u00e0 ha prodotto e continua a produrre, in una specie di frenetico <em>cupio dissolvi.<\/em><\/p>\n<p>Ci piace citare a questo proposito un passo del bel romanzo di Vintila Horia, <em>La settima lettera<\/em> (Milano, Edizioni del Borghese, 1965, traduzione di Orsola Nemi), in cui Socrate si rivolge al giovane discepolo Platone, lamentando la decadenza morale della citt\u00e0 di Atene e individuandone con lucida semplicit\u00e0 le cause: <em>&quot;Sai che cosa penso? Che la decadenza della nostra citt\u00e0 viene dai cattivi medici che hanno avuto in cura le giovani anime, e che i tuoi colleghi sono quello che sono, ubriaconi, traditori, profanatori degli dei, perch\u00e9 ignorano tutto della saggezza, e i sofisti, loro maestri, fabbricando imitazioni e omonimi di esseri reali, li hanno spinti verso la ignoranza, e dunque verso la presente cattiveria. E a questo, amico mio, non v&#8217;\u00e8 rimedio.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A noi, invece, piace pensare e credere che vi sia ancora un possibile rimedio: sferzare a sangue, se occorre, i sofisti; scacciare il coro dei cattivi maestri che seminano dubbio, angoscia e paura; rincuorare le giovani anime con un messaggio positivo di speranza, amore e fede nella bellezza, nella bont\u00e0 e nella verit\u00e0. I giovani &#8216;esistenzialisti&#8217; parigini degli anni &#8217;50, che hanno fatto scuola in tutto il mondo, erano i portatori di un mondo decadente e desideroso di auto-distruzione, il mondo descritto dal loro maestro Sartre nel suo romanzo <em>La nausea<\/em>: dove tutto \u00e8 nauseante, l&#8217;esistenza stessa non desta altro che disgusto e repulsione. Che brutta cosa essere al mondo, era il messaggio da essi raccolto e volonterosamente trasmesso; che maledizione, la libert\u00e0. E Heidegger, maestro &#8211; in un certo senso &#8211; di Sartre, non aveva forse insegnato che l&#8217;unica certezza data all&#8217;essere umano \u00e8 il suo <em>essere-per-la-morte<\/em>? Quanto smarrimento, quanta confusione sono stati seminati dai chierici, sotto le apparenze di una cultura spregiudicata e anticonformista, insofferente dei valori tradizionali ma totalmente incapace di elaborarne di nuovi!<\/p>../../../../n_3Cp>La verit\u00e0 \u00e8 che, specialmente oggi, nulla vi \u00e8 di pi\u00f9 piattamente conformistico di questa arte d&#8217;avanguardia, che odia e detesta l&#8217;estetica del bello e del naturale (l&#8217;<em>art brut)<\/em>; di questa poesia che sa cantare solo il male di vivere (Montale, Pavese); di questa filosofia che esalta solo la rivolta e il furore (Nietzsche, Camus); di questa musica che vuol buttare nel cestino un&#8217;intera civilt\u00e0 musicale (dodecafonia); di questa scienza o pseudo-scienza che, nell&#8217;uomo, non vede altro che un animale (Darwin) in preda a pulsioni selvagge e inconfessabili (Freud); di questa cultura, in una parola, che esalta solo l&#8217;azione, la tecnica, il profitto e deride tutto ci\u00f2 che \u00e8 ascolto, disinteresse, contemplazione. Siamo caduti veramente in basso: sguazziamo come rane nello stagno, scambiando l&#8217;acqua fangosa per il limpido cielo sopra di noi. Ci siamo reclusi volontariamente nella pi\u00f9 buia e maleodorante delle cantine, bench\u00e9 abbiamo a disposizione uno splendido palazzo circondato da un magnifico parco verdeggiante, ove risuona il canto d&#8217;innumerevoli uccelli. L&#8217;uomo &#8211; \u00e8 questa una grande verit\u00e0 &#8211; finisce per diventare quello che pensa di essere. Se si guarda allo specchio e si vede come un lupo feroce per i suoi simili (Hobbes), o come un profeta di giustizia senza amore e senza misericordia (Marx), o come una scimmia evoluta a caso e destinata a sparire per caso (Darwin) o, ancora, come un grande organo sessuale in perenne eccitazione e sconvolto da desideri vergognosi d&#8217;incesto e parricidio (Freud), tale finir\u00e0 per diventare. Se invece pensa a se stesso come a una <em>persona,<\/em> sostanza spirituale fatta di socialit\u00e0 e individualit\u00e0 originariamente unite (Rosmini), a un essere singolo, unico e irripetibile e perci\u00f2 sommamente prezioso (Kierkegaard), che opera non per la sua propria gloria, ma a maggior gloria di Dio (Bach) e che al Cielo aspira a ritornare dopo essersi purificato con una vita generosa e volta al bene (Platone, Agostino, Tommaso d&#8217;Aquino, Dante), allora tender\u00e0 a diventare tutto questo.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo \u00e8 quello che mangia, dice il materialista; s\u00ec, ma l&#8217;uomo non si nutre solo di alimenti sensibili: egli ha anche fame di qualcos&#8217;altro, ha fame di spiritualit\u00e0: e, se riesce a nutrirsi di buoni cibi spirituali, pu\u00f2 conquistare la salute dell&#8217;anima; ma dipende solo da lui.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 vivere all&#8217;insegna della Bruttezza (che Elsa Morante descriveva come il grande peccato della modernit\u00e0), nelle brutte citt\u00e0 rumorose e inquinate, nei brutti palazzi di acciaio e cemento che sono altrettante torri di Babele, circondati da odori sgradevoli, da rumori incessanti e cacofonici, istupiditi da uno stile di vita consumistico che rasenta il masochismo (le torture della moda, della cosmesi, della chirurgia estetica), abbrutiti da una vita sedentaria e in buona parte consumata davanti alla TV o allo schermo del computer, esasperati dalla ripetitivit\u00e0 e dagli &#8216;effetti collaterali&#8217; dello <em>sviluppo,<\/em> imprigionati dal conformismo, sovreccitati dalla pornografia, manipolati da una politica demagogica, assuefatti a dosi sempre pi\u00f9 massicce di violenza&#8230;, ecco perch\u00e9 tutto questo significa retrocedere, giorno per giorno, dalla condizione di <em>persone<\/em> a quella di <em>cose,<\/em> di oggetti utili come consumatori, contribuenti, utenti, elettori, spettatori, tutto tranne che <em>soggetti<\/em> di libere scelte, con una propria individualit\u00e0 e una propria dignit\u00e0 insopprimibile.<\/p>\n<p>Dunque, \u00e8 necessario rimuovere le macerie di un materialismo che ha spento nell&#8217;uomo la coscienza della sua tensione verso l&#8217;assoluto; di un nichilismo che lo ha portato ad aggrapparsi a degli enti che si dissolvono tra le sue mani, quanto pi\u00f9 tenta di stringerli a s\u00e9; di un titanismo che lo ha condotto a cacciare gli dei dai loro troni e a deridere l&#8217;idea del sacro, gonfio di una superbia che non \u00e8 se non l&#8217;altra faccia della sua inquietudine, della sua angoscia, della sua disperazione. Ricostruire il pensiero contemporaneo, ricostruire l&#8217;estetica contemporanea sono operazioni possibili solo dopo che siano state sgomberate almeno le rovine pi\u00f9 ingombranti.<\/p>\n<p>La prima nozione che \u00e8 necessario rifondare \u00e8 quella dell&#8217;essere: cuore della filosofia (e della religione), chiave di volta di tutto l&#8217;edificio del nostro abitare-nel-mondo provvisti di un significato e di una meta finale.<\/p>\n<p>La seconda nozione che deve essere recuperata \u00e8 quella della verit\u00e0: di una verit\u00e0 che trascenda le piccole verit\u00e0 parziali e che al tempo stesso le fondi e le giustifichi, offrendo ad esse una solida base da cui tendere a un livello sempre pi\u00f9 alto di essere, cio\u00e8 di verit\u00e0. Secondo il mistico P. F.Pollien (<em>La vita interiore semplificata<\/em>, Roma, Edizioni Paoline, 1955, p. 86)<\/p>\n<p><em>&quot;Secondo i filosofi, vi \u00e8 la verit\u00e0 dell&#8217;essere, la verit\u00e0 della conoscenza e la verit\u00e0 dell&#8217;espressione. \u00c8 vero l&#8217;essere che \u00e8 quello che deve essere, vera la conoscenza che vede ci\u00f2 che \u00e8 nell&#8217;essere; vera l&#8217;espressione che traduce quello che \u00e8 nella conoscenza.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ed eccoci arrivati al cuore del problema da cui eravamo partiti: la ricostruzione dell&#8217;estetica contemporanea. La verit\u00e0 dell&#8217;essere non parte da noi, non la riceve da noi: contro Hegel e contro l&#8217;idealismo degenere della modernit\u00e0 (ben diverso dal nobile idealismo platonico e agostiniano), che si dovrebbe piuttosto chiamare solipsismo, affermiamo che siamo noi a ricevere la verit\u00e0 dall&#8217;Essere e non viceversa. La verit\u00e0 della conoscenza dipende parzialmente da noi: la cultura e la spiritualit\u00e0 antiche e medioevali ben sapevano che l&#8217;essere umano pu\u00f2 arrivare a comprendere, o almeno a sfiorare, quella verit\u00e0 alla quale si accosta con il giusto atteggiamento interiore, riconoscendo la sua estrema limitatezza e affidandosi fiduciosamente all&#8217;Essere in cui le cose si rivelano nella loro luce autentica: non enti fuggevoli destinati al nulla, ma parti di una grandiosa ed armonica ierofania, rivelazione del sacro. Infine la verit\u00e0 dell&#8217;espressione regno dell&#8217;estetica; questa s\u00ec che dipende da noi: ma non si pu\u00f2 esprimere la verit\u00e0 dell&#8217;essere con mezzi sensibili se, prima, non ci si sforza di raggiungere una verit\u00e0 del conoscere; perch\u00e9 l&#8217;espressione traduce quello che \u00e8 nella conoscenza dell&#8217;essere, non direttamente nell&#8217;essere.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 Platone, a un certo punto della sua riflessione sull&#8217;essere, \u00e8 giunto a svalutare l&#8217;opera d&#8217;arte: perch\u00e9 essa \u00e8 copia di una copia. Come nel mito della caverna, noi non vediamo le cose reali, ma le loro ombre confuse; e l&#8217;artista traduce in immagini sensibili questo mondo di ombre illusorie. Molto vi sarebbe da dire su questa condanna platonica dell&#8217;arte, dalla quale, peraltro, il grande filosofo salvava parzialmente, anche nella sua fase di maggior pessimismo, almeno la musica e la danza, in quanto arti pi\u00f9 libere dal mezzo sensibile e, quindi, pi\u00f9 vicine alla verit\u00e0 originaria dell&#8217;essere; certo la sua posizione era troppo rigida e severa. Rimane tuttavia il fatto che, se l&#8217;uomo non ristabilisce un corretto rapporto con l&#8217;essere, non sar\u00e0 mai in grado di esprimere l&#8217;intrinseca verit\u00e0; dalle sue mani usciranno solo disarmoniche contraffazioni di esso, spacciate volta a volta come l&#8217;ultimo grido della modernit\u00e0 ma, in effetti, testimonianza evidente della degradazione cui \u00e8 giunto il legame necessario fra noi e il Tutto. Si \u00e8 giunti al punto che la sperimentazione estetica, in s\u00e9 perfettamente legittima e giustificata dalla ricerca di nuove forme e nuovi strumenti espressivi, viene presentata al pubblico come compiuta <em>opera d&#8217;arte<\/em>, pronta per figurare in qualche galleria o museo ed essere adorata come il Vitello d&#8217;Oro dell&#8217;ultima sedicente <em>avanguardia.<\/em><\/p>\n<p>Gi\u00e0; ma come fare per recuperare un corretto rapporto con l&#8217;essere, senza il quale non si danno n\u00e9 conoscenza, n\u00e9 espressione veritiere? La via maestra sarebbe quella di abbandonare l&#8217;esagerata adorazione del fare (una tipica nevrosi dell&#8217;Occidente moderno) per recuperare il gusto del silenzio, dell&#8217;ascolto, della contemplazione. Occorrerebbe recuperare la saggezza taoista del <em>Wu wei<\/em>, che erroneamente si suol tradurre con &quot;non agire&quot;, mentre sarebbe pi\u00f9 giusto renderla con l&#8217;espressione &quot;agire non agendo&quot;; che poi sarebbe il corrispondente dell&#8217;<em>otium<\/em> dei Latini e degli Umanisti e della contemplazione dei mistici e dei monaci medioevali. <em>\u00abIl rumore dell&#8217;inquietudine si spegne, e il quieto silenzio appare, quando l&#8217;azione trova riparo nella contemplazione e l&#8217;anima dell&#8217;uomo nell&#8217;anima del mondo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Soprattutto, occorrerebbe che l&#8217;anima dell&#8217;uomo non si piegasse unicamente verso il divenire, ottenebrata dalle passioni, ma si sforzasse di contemplare l&#8217;essere, come afferma Plotino nelle <em>Enneadi<\/em> (I, 8, 4). Il male, infatti, non \u00e8 altro che l&#8217;allontanamento dell&#8217;anima dalla sua dimora per inseguire false immagini o parvenze di bene. Ci\u00f2 avviene perch\u00e9, dice Plotino,<\/p>\n<p><em>&quot;la nostra anima ha una parte che \u00e8 sempre presso gli intelligibili, un&#8217;altra che \u00e8 presso le cose sensibili, un&#8217;altra che \u00e8 tra le une e le altre; essa \u00e8 una natura unica con parecchie potenze, che ora si raccoglie tutta in quella parte che \u00e8 la parte migliore di lei e dell&#8217;essere, ora la sua parte inferiore<\/em> <em>precipitando trascina con s\u00e9 la parte mediana: ch\u00e9 non \u00e8 permesso che l&#8217;anima sia trascinata tutta intera. E questa sventura le accade \u00e8 perch\u00e9 essa non \u00e8 rimasta nella bellissima sede, dove \u00e8 rimasta l&#8217;Anima che non \u00e8 parte di noi e di cui noi non siamo pi\u00f9 una parte; quest&#8217;anima dona al corpo del Tutto ci\u00f2 che essa pu\u00f2 ricevere da lei, eppure essa rimane immobile senza bisogno di agire, di riflettere o di rettificare e lo governa contemplando ci\u00f2 che \u00e8 prima di lei con meravigliosa potenza. E pi\u00f9 essa si affisa nella contemplazione, pi\u00f9 \u00e8 bella e possente; a ci\u00f2 che \u00e8 dopo di lei essa d\u00e0 ci\u00f2 che riceve dall&#8217;alto, ed illumina perch\u00e9 \u00e8 sempre illuminata.&quot;<\/em> (<em>Enneadi,<\/em> II, 9, 2).<\/p>\n<p>Per Plotino, quindi, l&#8217;Anima universale \u00e8 l&#8217;unit\u00e0 indifferenziata in cui vivono dapprima tutte le anime individuali e a cui esse appartengono (cfr. Giuseppe Faggin, commento a <em>La presenza divina<\/em> di Plotino, Firenze, G. D&#8217;Anna ed., 1967, p. 56). Ma poi esse, per necessit\u00e0 metafisica e per una oscura legge di espiazione, si staccano dall&#8217;Anima universale e tendono a vivere una loro vita particolare e separata. Possono, tuttavia, trovare la via per ricongiungersi all&#8217;Anima universale qualora sappiano liberarsi dal peso delle passioni e conquistare la coscienza della loro unit\u00e0 originaria, ossia dell&#8217;unit\u00e0 cosmica.<\/p>\n<p>L&#8217;arte, in tutto questo processo, potrebbe svolgere un ruolo importantissimo: potrebbe, cio\u00e8, fare da ponte tra la verit\u00e0 finita, parziale, inadeguata delle anime individuali e la quella dimora eterna dalla quale s&#8217;erano allontanate, illuminando loro la strada con lo splendore della bellezza. \u00c8 questo ci\u00f2 che, oscuramente, intuiamo quando l&#8217;ascolto di una fuga di Bach ci rapisce verso le regioni spirituali superiori, o quando la contemplazione di un rosso tramonto in un solenne paesaggio alpino ci porta quasi fuori di noi stessi, offrendoci un fugace presentimento di quell&#8217;appagamento, di quella perfetta unit\u00e0 verso la quale aneliamo, forse inconsapevolmente, anche quando siamo dominati e stravolti dalle passioni disordinate e furiose dell&#8217;ambizione, della gelosia, della smania di possesso. Perch\u00e9 quando l&#8217;uomo rivolge lo sguardo dalle cose contingenti e divenienti verso la sfera dell&#8217;essere, scopre che tutto \u00e8 bellezza, grazia e armonia anche nel mondo della natura; s\u00ec, anche un&#8217;eruzione vulcanica \u00e8 uno spettacolo pieno di sublime bellezza, a prescindere dagli effetti funesti che essa potr\u00e0 avere per chi abbia la sfortuna di trovarsi a portata delle colate di ava o delle esalazioni di vapori incandescenti. L&#8217;arte, allora, consiste nella riscoperta di questa bellezza, di questo mistero ineffabile che proclama ovunque, perfino l\u00e0 dove sembrano regnare incontrastate la distruzione e il terrore, lo splendore del mondo; e sar\u00e0 tanto pi\u00f9 fedele a s\u00e9 stessa e tanto pi\u00f9 preziosa nella sua funzione di ponte fra il sensibile e l&#8217;intelligibile, quanto pi\u00f9 sapr\u00e0 lasciar trasparire la bellezza intrinseca delle cose, la loro numinosit\u00e0 originaria. \u00c8 per questo, crediamo, che il sommo Michelangelo, negli ultimi anni della sua vita infaticabile (quelli de <em>I prigioni<\/em>, per intenderci), aveva compreso il segreto che compito dell&#8217;artista non \u00e8 quello di creare bens\u00ec, propriamente parlando, di <em>togliere ci\u00f2 che \u00e8 superfluo<\/em> per lasciar trasparire il prodigio di bellezza che gi\u00e0 si trova racchiuso nella materia, e che chiede solo di essere liberato davanti al nostro sguardo ammirato e stupefatto. Allo stesso modo, per la poesia simbolista (pensiamo al nostro Giovanni Pascoli) il poeta non \u00e8 colui che <em>rappresenta<\/em> le cose, e sia pure con maestria somma, ma colui che sa <em>evocare il mistero<\/em> che giace al fondo di esse, velato e quasi dissimulato dalla loro ordinaria apparenza sensibile.<\/p>\n<p>Infatti a funzione del bello, per il filosofo Andr\u00e9 Marc (<em>Dialectique de l&#8217;affirmation,<\/em> Parigi, 1952) \u00e8 quella di<\/p>\n<p><em>&quot;manifestare la verit\u00e0 del bene o la bont\u00e0 del vero, lo splendore di tutti i trascendentali riuniti. Mentre l&#8217;unit\u00e0 \u00e8 l&#8217;identit\u00e0 dell&#8217;essere con se stesso, il vero la sua identit\u00e0 con il pensiero, il bene la sua identit\u00e0 con la volont\u00e0, il bello \u00e8 realmente l&#8217;identit\u00e0 dell&#8217;essere con lo spirito, poich\u00e9 non \u00e8 l&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;essere con una funzione dello spirito, ma con tutto lo spirito&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Ecco allora che l&#8217;arte, non che essere una forma di conoscenza del mondo di serie b, come vorrebbero i campioni dello scientismo oggi imperante (o, anche, come vorrebbero certi miopi seguaci di una certa fase del pensiero di Platone, il Platone che vede nell&#8217;arte \u00abla copia di una copia\u00bb), diviene la via privilegiata per la vera comprensione del rapporto esistente fra divenire ed essere, ed \u00e8 in grado di svolgere quella funzione di ponte, di raccordo della quale s&#8217;\u00e8 detto. L&#8217;artista, allora, non \u00e8 pi\u00f9 un personaggio superfluo, come profetizzava tristemente H\u00f6lderlin parlando dell&#8217;era dei Titani (ossia della tecnica), ma, al contrario, un sacerdote dell&#8217;invisibile che aiuta la comune umanit\u00e0 a sollevarsi dal disordine del contingente e dell&#8217;effimero per contemplare verit\u00e0 luminose e perenni.<\/p>\n<p>Tutto questo non sar\u00e0 mai possibile fino a quando i nostri &quot;sapienti&quot; continueranno a ripeterci che l&#8217;uomo \u00e8 il prodotto di un caso, un mammifero evoluto che un mero e improbabile accidente ha scaraventato nel mondo, senza progetto e senza finalit\u00e0; che la sua grandezza risiede nella capacit\u00e0 di dominare, piegare, manipolare e distruggere il mondo delle cose che stanno intorno a lui, senza misura e senza limite; che nulla deve attendersi dal Cielo, ma anzi deve costruirsi il suo proprio cielo a misura della potenza che \u00e8 in grado di dispiegare e del profitto che le brame disordinate gli suggeriscono di ricavare dallo sfruttamento degli enti, privo di gratitudine verso di essi e verso la stesa dimensione ontologica dell&#8217;essere. Infatti, la <em>hybris<\/em> (dismisura) dell&#8217;<em>homo tecnologicus<\/em> \u00e8 arrivata al punto che egli ha obliato la semplice domanda: \u00abcom&#8217;\u00e8 che le cose esistono, che il mondo si d\u00e0 la pena di esistere? Come mai, invece del nulla, esiste qualcosa?\u00bb;e, novello apprendista stregone, si \u00e8 inorgoglito della sua forza e pensa di essere in grado di ergersi a Dio lui stesso (vedi manipolazione genetica, clonazione, ecc,), creando da s\u00e9 stesso, <em>con i mezzi messigli a disposizione dalla sua tecnologia,<\/em> una qualche forma di immortalit\u00e0. In questo disconoscimento dell&#8217;essere, in questa radicale negazione del legame tra il tutto e le part &#8211; ripetiamo &#8211; sta il grande peccato di superbia dell&#8217;uomo contemporaneo.<\/p>\n<p>Leggiamo ancora un passo fondamentale di Plotino (<em>Enneadi,<\/em> VI, 7, 20):<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;anima e la vita sono tracce dello Spirito; e l&#8217;anima desidera lo Spirito. Essa giudica e anela allo Spirito: giudica che la giustizia \u00e8 migliore dell&#8217;ingiustizia e che ciascuna specie di virt\u00f9 \u00e8 migliore della specie corrispondente di vizio, e ci\u00f2 che essa ha valutato come la cosa pi\u00f9 alta, anche la sceglie. Ma se l&#8217;anima desiderasse soltanto lo Spirito, occorrerebbe un pi\u00f9 lungo discorso per dimostrare che lo Spirito non \u00e8 la meta finale e che ogni essere non tende allo Spirito, ma aspira al Bene. Non tutti gli esseri che hanno intelligenza cercano di possederla; ma quelli che hanno l&#8217;intelligenza non si arrestano qui ma cercano il Bene; allo Spirito aspirano col ragionamento, ma al Bene tendono ancor prima di ragionare. Ma poich\u00e9 essi desiderano anche di vivere e di esistere e di agire sempre, lo Spirito non \u00e8, come tale, l&#8217;oggetto del loro desiderio, ma in quanto esso \u00e8 un bene e deriva dal Bene e conduce al Bene. E cos\u00ec \u00e8 anche della vita.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Siamo arrivati a una prima, provvisoria conclusione. Anche se non \u00e8 compito dell&#8217;estetica dire agli artisti come essi debbano orientare il loro slancio creativo, \u00e8 per\u00f2 suo compito quello di riflettere sulle condizioni che rendono possibile un&#8217;arte a misura d&#8217;uomo, ossia un&#8217;arte che esprima gioiosamente, luminosamente il giusto rapporto fra gli enti e l&#8217;essere, fra ci\u00f2 che l&#8217;uomo \u00e8 e ci\u00f2 che la sua parte migliore aspira ad essere (o a ritrovare). Di arte, quindi, c&#8217;\u00e8 oggi pi\u00f9 che mai bisogno, immersi come siamo in un&#8217;epoca di confusione e disorientamento generalizzato; e pi\u00f9 che mai l&#8217;opera del poeta, dell&#8217;artista, del musicista \u00e8 preziosa e necessaria per aiutarci a ricostruire le basi di un armonioso rapporto fra l&#8217;uomo e il mondo in cui vive, fra l&#8217;uomo e l&#8217;Essere da cui proviene e a cui vuol fare ritorno.<\/p>\n<p>Ci piace concludere questa conversazione con una riflessione del filosofo Paul P. Gilbert, tratta dal suo <em>Corso di metafisica<\/em> (tr. it. Casale Monferrato, ed. Piemme, 1997, pp. 316-319), che parte dal presupposto che senza l&#8217;essere non vi sarebbe nulla, e che il nostro tempo \u00e8 purtroppo caratterizzato dall&#8217;<em>impazienza<\/em>, categoria che tende a sopprimere l&#8217;essere, il tempo e gli altri. Ricostruire l&#8217;estetica contemporanea, quindi &#8211; e, pi\u00f9 in generale, ricostruire il pensiero contemporaneo &#8211; significa rinunciare all&#8217;impazienza e riscoprire, attraverso le varia manifestazioni della bellezza, la pazienza dell&#8217;essere, la pazienza e l&#8217;umilt\u00e0 del giusto rapporto delle parti col Tutto, dell&#8217;uomo con gli altri e con l&#8217;Altro.<\/p>\n<p><em>&quot;Nella prospettiva della psicologia delle facolt\u00e0 e insistendo sulle loro differenze, si potrebbe collegare la verit\u00e0 all&#8217;intelletto, la bont\u00e0 alla volont\u00e0 e la bellezza all&#8217;affettivit\u00e0. La trascendentalit\u00e0 della bellezza concernerebbe allora l&#8217;affettivit\u00e0 che distinguiamo dalla sensibilit\u00e0, il primo livello dell&#8217;intelligenza, e dal sentimento, che anima a suo modo la volont\u00e0. Tuttavia l&#8217;unit\u00e0 vissuta delle nostre facolt\u00e0 induce a non isolare queste distinzioni e a non concepire l&#8217;affettivit\u00e0 come una terza potenza omogenea alle altre due, alla conoscenza e alla volont\u00e0. In realt\u00e0, l&#8217;affettivit\u00e0 implica la sensibilit\u00e0 e il sentimento. Essa dispiega un&#8217;attivit\u00e0 pi\u00f9 integrale di quelle, astrattamente particolari, della conoscenza e della volont\u00e0. Essa forma in noi l&#8217;origine delle nostre conoscenze e dei nostri voleri. Per mezzo di essa, il desiderio si apre all&#8217;infinito e oltrepassa ogni conosciuto e ogni voluto, ampliando la conoscenza e la volont\u00e0 a quanto esse non possono da prima che accogliere per meglio intenderlo e volerlo in seguito. L&#8217;attenzione del filosofo all&#8217;affettivit\u00e0 allontana cos\u00ec gli ostacoli che provengono dall&#8217;esclusivismo reciproco dell&#8217;intellettualismo e del volontarismo. La meditazione sulla bellezza e sull&#8217;affettivit\u00e0 conduce cos\u00ec al centro della nostra umanit\u00e0 e della sua alleanza complessiva con l&#8217;essente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non \u00e8 tuttavia l&#8217;analisi psicologica dell&#8217;affettivit\u00e0 che potr\u00e0 rivelarci l&#8217;essenza ontologica della bellezza. (&#8230;) La tradizione antica (&#8230;), ha indicato tre caratteristiche della bellezza: l&#8217;integrit\u00e0, l&#8217;armonia e lo splendore. A ciascuno di questi tratti, corrisponde una modalit\u00e0 di unit\u00e0 interiore dell&#8217;essente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;integrit\u00e0 di un essente? Teoricamente, la presenza di tutti i suoi elementi essenziali. Per esempio, \u00e8 bello un corpo al quale nulla manca. Ma ad una bellezza naturale come ad un tramonto, sfavillante su un alta montagna innevata, che cosa potrebbe eventualmente mancare perch\u00e9 sia pi\u00f9 bella? L&#8217;integrit\u00e0 rischia di essere una caratteristica troppo legata alla definizione formata degli essenti, alla loro perfezione astratta. D&#8217;altronde, molti esistenti non sono suscettibili di manifestare la compiutezza della loro definizione; bench\u00e9 essi non integrino tutti i loro tratti formali, non mancano per questo di bellezza. Una persona handicappata, per esempio, per chi ha lo sguardo limpido e l&#8217;intelligenza acuta, pu\u00f2 godere di una bellezza alla quale le nostre culture di produzione industriale non vogliono credere, ma che, nella sofferenza, riconoscono di tanto in tanto i suoi parenti e gli amici. \u00abIl cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce\u00bb, diceva Pascal. Del resto, veramente nessun esistente \u00e8 adeguato alla sua definizione formale e nessuna definizione formale \u00e8 adeguata a un esistente: la tensione o la &#8216;differenza reale&#8217; tra l&#8217;esistere e l&#8217;essenza non \u00e8 una tesi teorica; essa manifesta la verit\u00e0 della nostra vita.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si potrebbe tuttavia concepire un&#8217;integrit\u00e0 degna della bellezza diversa da quella formale, e considerare il nesso di ciascun esistente con la totalit\u00e0 del mondo. Infatti, la bellezza di un essente non lo isola dal mondo, che al contrario viene a risuonare in esso e a trasfigurarsi. A questo proposito la nostra esperienza \u00e8 comune e costante. Un essente bello illumina il mondo che lo circonda. Un albero, anche scarno, modestamente posto in mezzo ad un villaggio, trasfigura le facciate spesso insignificanti che lo circondano senza per questo dover essere &#8216;integrale&#8217;. La sua bellezza non si riconosce dalla realizzazione della sua definizione, ma dalla sua apertura alla totalit\u00e0 del mondo che lo circonda e dalla sua capacit\u00e0 di dargli una forma vivente. L&#8217;integrit\u00e0 di un essente individuale e bello, si vede allora, erompe indefinitamente al di fuori di esso e si fa riconoscere per la Sua generosit\u00e0. Tuttavia, l&#8217;esistente si perderebbe e non sarebbe pi\u00f9 padrone di s\u00e9 in questa estasi se non attirasse il mondo intero verso di s\u00e9 donandogli una posizione centrale magnifica. La bellezza di ciascun essente ricopre e integra il mondo intero effondendovisi per conferirgli una forma nuova e traendolo a s\u00e9. La bellezza di ciascun essente costituisce il soffio dell&#8217;universo. L&#8217;integrit\u00e0 della bellezza non \u00e8 un&#8217;essenza formale ma una vita, una pienezza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;armonia. Questo tratto appartiene all&#8217;essente, ma sembra implicare ampiamente la soggettivit\u00e0 di chi vede e intente: a ciascuno il suo senso dell&#8217;armonia dell&#8217;esistente. Per gli uni, essa sar\u00e0 geometrica e centrata, tanto di peso o di volume a destra che a sinistra. Per gli altri, sar\u00e0 pi\u00f9 flessibile o pi\u00f9 libera. L&#8217;armonia centrata rassicura le soggettivit\u00e0 che ricercano dei sostegni per riporre le loro angosce innate. Al contrario, l&#8217;armonia decentrata apre all&#8217;imprevedibile; ordinata ma senza che il principio del suo ordine sia evidente, essa guida lo sguardo oltre l&#8217;ambito della sua presenza, abbandona all&#8217;imprevisto, desta le risorse della ricerca, ma anche il timore del rischio. L&#8217;armonia decentrata invita all&#8217;azione prudente. Essa stimola al di l\u00e0 dell&#8217;essente donato, prolungandone l&#8217;energia e la fecondit\u00e0. L&#8217;armonia centrata induce al raccoglimento, ma potrebbe pure accontentarsi di una forma ideale. Tuttavia, l&#8217;armonia, anche decentrata, \u00e8 sempre unificata, bench\u00e9 il principio della sua unit\u00e0 sfugga all&#8217;evidenza immediata. Il decentramento pu\u00f2 inquietare, ma ci\u00f2 non significa che l&#8217;armonia non sia reale. Il prolungamento della bellezza nell&#8217;azione nasce dalla bellezza contemplata, al modo stesso dello sguardo che, a partire dal tragitto delle linee e delle masse in un quadro, si lascia guidare fuori del visibile, o al modo stesso dell&#8217;anima che prolunga silenziosamente il movimento musicale sospeso alle ultime note di un quartetto di archi. Noi non possiamo esigere che l&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;armonia si doni unicamente nell&#8217;apparenza geometrica centrata. E inoltre: tanto meglio se noi non ve la troviamo .Il decentramento dell&#8217;esistenza armonioso invita a proseguire in s\u00e9, interiormente, il suo ritmo pi\u00f9 fecondo. La bellezza interiore e decentrata apre all&#8217;interiorit\u00e0 della vita, che al contrario la bellezza geometrica pu\u00f2 rinchiudere entro qualche limite.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il terzo tratto della bellezza: il suo splendore. Noi potremmo riprendere qui le antiche affermazioni sulla luce. La luce della bellezza \u00e8 spesso inosservata. La bellezza non appare allo sguardo distratto. L&#8217;esigenza che essa impone per essere riconosciuta manifesta il ritrarsi della sua origine. Il suo splendore esprime il suo ritrarsi, la libert\u00e0 della sua origine, il suo svanire fuori della superficie degli essenti, la trasfigurazione misteriosa del dono che noi contempliamo e che ci affascina, ci attrae, ci induce all&#8217;estasi. La luce illumina che si lascia trasportare al di l\u00e0 del dono. Essa dona l&#8217;essente, senza per\u00f2 donarsi essa stessa. Lo spirito non vive questo ritrarsi come una mortificazione, poich\u00e9 si sa invitato dalla bellezza a liberarsi dalla sua passione che raggira per raccogliere nella sua globalit\u00e0 ci\u00f2 che gli \u00e8 donato, e per accogliere il dono stesso, gratuito e generoso che, se parziale, non si lascia tuttavia mai assimilare. \u00abLa bellezza ci appare sempre come perfezionante (l&#8217;essente), o come debordante il suo ordine. Il bello si impone a noi, nella esperienza estetica, alla maniera del superfluo. Non \u00e8 che noi possiamo veramente vivere in assenza della bellezza. Ma cristallizzando in s\u00e9 uno splendore che il mondo non possiede, il fenomeno bello ci insegna sull&#8217;essere pi\u00f9 di quanto l&#8217;essere manifesti necessariamente da se stesso. Il bello&#8217;\u00e8&#8217;. Esso agisce tuttavia pi\u00f9 che essere qui, appesantito dall&#8217;evidenza (ontologica) degli essenti e delle cose\u00bb. (J. Y. Lacoste,<\/em> Du ph\u00e9nom\u00e8ne\u00e0 la figure, <em>in<\/em> Revue Th\u00f2miste, <em>86,1986, p. 610). La bellezza rivela ci\u00f2 che non \u00e8 esaurito in una presenza visibile, l&#8217;invisibile che non si rende evidente. Essa ci insegna la differenza degli essenti e dell&#8217;essere: vi \u00e8 una profondit\u00e0 dell&#8217;essente che si rivela di quando in quando, ma che, nella sua grazia, apre i nostri occhi a una ricchezza contrastante. Il nostro mondo ha una profondit\u00e0 oscura che ci abbaglia. \u00abIl mondo al quale l&#8217;opera d\u00e0 accesso \u00e8 superfluo, non dovuto. E la meraviglia suscitata dal bello ci rammenta l&#8217;ordine della contingenza e del dono\u00bb (ibid., p. 611).&quot;<\/em><\/p>\n<p>Se \u00e8 vero, come dice il protagonista del celebre <em>Diario di un curato di campagna<\/em> di Georges Bernanos, che &quot;tutto \u00e8 grazia&quot;, ecco allora che l&#8217;opera d&#8217;arte ci appare come un doppio dono: perch\u00e9 alla gratuit\u00e0 del suo essere, che \u00e8 parte della gratuit\u00e0 dell&#8217;Essere che a noi si dona, si aggiunge la gratuit\u00e0 dell&#8217;<em>intenzione<\/em> del donatore. Quel donatore &#8211; l&#8217;artista, appunto &#8211; che potremmo chiamare il donatore secondo, poich\u00e9 il donatore primo \u00e8, ancora una volta, l&#8217;Essere in quanto tale. E proprio come l&#8217;Essere, donandoci gratuitamente lo splendore del mondo, ha tratto fuori dal nulla del non-essere quella incomparabile ricchezza di cui noi siamo parte, cos\u00ec l&#8217;artista, donandoci gratuitamente lo splendore dell&#8217;opera, trae fuori dal regno delle possibilit\u00e0 reali, ma inespresse, quel lampo di bellezza quel soffio di vita che ci stimola a coglierne il messaggio riposto, stendendo come un ponte divino fra il divenire e l&#8217;essere, fra la nostra finitezza e quell&#8217;Assoluto al quale bramiamo, come la cerva assetata nel deserto brama i rivi delle acque.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;estetica, e perch\u00e9 mai l&#8217;estetica contemporanea avrebbe bisogno di essere ricostruita? 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