{"id":27768,"date":"2019-02-11T12:07:00","date_gmt":"2019-02-11T12:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/11\/per-chi-scrivono-le-poesie-i-poeti\/"},"modified":"2019-02-11T12:07:00","modified_gmt":"2019-02-11T12:07:00","slug":"per-chi-scrivono-le-poesie-i-poeti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/11\/per-chi-scrivono-le-poesie-i-poeti\/","title":{"rendered":"Per chi scrivono le poesie, i poeti?"},"content":{"rendered":"<p>Per chi scrivono le loro poesie, i poeti? Le scrivono solo per se stessi, o per gli altri uomini? E per quali esattamente: per gli amici, o per gli spiriti affini, o anche per l&#8217;intera umanit\u00e0? E si rivolgono solo ai contemporanei oppure alle generazioni future, come Francesco Petrarca che scriveva lettere indirizzate ai posteri?<\/p>\n<p>Per alcuni aspetti, la domanda che si vorrebbe porre ai poeti \u00e8 simile a quella che si pu\u00f2 rivolgere anche ai musicisti, agli scrittori, ai pittori, ai registi di cinema o di teatro, eccetera; e non \u00e8 neanche troppo diversa da quella che si potrebbe porre ai filosofi e ai teologi. Per altri versi, in vece, la dimensione specifica della poesia non \u00e8 equiparabile n\u00e9 alle altre arti, n\u00e9, meno ancora, all&#8217;esercizio del pensiero. Ci basta, per adesso, aver accennato al pi\u00f9 ampio contesto in cui si colloca la domanda sul senso della poesia: un contesto che abbraccia idealmente la multiforme ed elusiva figura nota come &quot;intellettuale&quot;, e il cui rapporto con la societ\u00e0 moderna \u00e8, a dir poco, complesso ed ambiguo. Quanto al poeta, \u00e8 ormai perfino un luogo comune dire che egli si sente emarginato, incompreso e alienato, in un mondo dominato da ben altri miti, quelli della scienza e della tecnica; ma questa prospettiva, fatta la tara a quel tanto di lamentoso e di vittimistico che contraddistingue tanti poeti moderni, da Baudelaire ai crepuscolari e oltre, pu\u00f2 essere facilmente capovolta osservando che sono i poeti che devono avere qualcosa da dire, non la societ\u00e0 che deve tenersi pronta ad ascoltare le loro parole come se fossero degli oracoli. La societ\u00e0, ogni societ\u00e0, \u00e8 quella che \u00e8: la compongono persone affaccendate nella dimensione pratica della vita, e solo una piccola minoranza possiede la dote, o ha la fortuna, di potersi dedicare alla riflessione spassionata e al culto del bello. Forse, comunque, se ci fossero meno falsi poeti e se i poeti avessero qualcosa di profondo e di vero da dire, una parte almeno dei loro concittadini si fermerebbe ad ascoltarli, anche solo per un poco. E tuttavia, resta la domanda essenziale: a chi si rivolge il poeta, quando scrive le sue poesie? E diciamo <em>quando scrive<\/em>, non <em>quando pubblica<\/em>, perch\u00e9 \u00e8 evidente che, nel momento in cui le pubblica, o le pubblicano i suoi eredi, dopo la sua morte e d&#8217;accordo con un editore, quelle poesie rivestono, per ci\u00f2 stesso, una funzione squisitamente economica: devono produrre un guadagno, e pertanto si rivolgono ad un pubblico in vista di un interesse economico. Ma quando scrive le sue poesie, per chi le scrive, il poeta?<\/p>\n<p>Prima di rispondere, chiediamoci che cos&#8217;\u00e8 una poesia. Una poesia \u00e8 l&#8217;espressione d&#8217;un sentimento; nel caso della poesia lirica, di un sentimento individuale. Ora, l&#8217;espressione \u00e8 di per s\u00e9 volont\u00e0 di comunicazione: non si scrive se non per comunicare. D&#8217;altra parte, il primo, e in fondo il vero interlocutore del poeta, \u00e8 il proprio io: nessun vero poeta scrive le sue poesie pensando al pubblico e all&#8217;effetto che faranno su di esso, se piaceranno o no. Il vero poeta ha bisogno di effondere a se stesso un sentimento, e quindi scrive per s\u00e9. Ma entro di s\u00e9, il poeta ha tutto un mondo: un mondo pressoch\u00e9 illimitato, popolato d&#8217;innumerevoli presenze, di voci, di volti, di ricordi, di presentimenti. Allora, il fatto di scrivere per s\u00e9 non esclude che egli scriva anche per altri: a nessuno in particolare, ma, perci\u00f2 stesso, a tutti. In altre parole, il sentimento che il poeta esprime \u00e8 individuale ma, nello stesso tempo, universale. E la poesia \u00e8 viva se \u00e8 universale; se no, \u00e8 come se fosse morta.<\/p>\n<p>Un caso molto significativo \u00e8 quello della poetessa americana Emily Dickinson, che trascorse tutta la sua vita in una modesta cittadina del Massachusetts, Amherst, ove nacque il 10 dicembre 1830 e in cui mor\u00ec, il 15 maggio 1886, giungendo al punto di confinarsi nella propria camera e non uscir pi\u00f9 di casa, neppure per il funerale dei suoi genitori. In vita aveva pubblicato solamente sette poesie, passate pressoch\u00e9 inosservate. Ma dopo la sua morte, i familiari trovarono in una cassetta, mescolate ad altre carte insignificanti, 1775 poesie inedite, che vennero pubblicate solo un po&#8217; alla volta e che rivelarono in lei una qualit\u00e0 poetica stupefacente, tale da rappresentare ancora oggi una specie di enigma per i critici letterari e gli storici della letteratura.<\/p>\n<p>A proposito della poesia di Emily Dickinson, ha osservato il critico letterario americano Archibald MacLeish (<em>The Private World: Poems of Emily Dickinson<\/em>, in <em>Poetry and Experience<\/em>, Houghton Miffin Co., Boston, 1961; cit. in E. Dickinson, <em>Poesie,<\/em> a cura di Margherita Guidacci, Milano, Rizzoli, 1979, pp. 110-113):<\/p>\n<p><em>&#8230; In cosa dunque consiste questo tono? In quale modo ci parla questa voce indimenticabile? Prima di tutto, e con assoluta evidenza, il tono \u00e8 perfettamente spontaneo. Nessun atteggiamento o posa preliminare, letterariamente preconcetta. Non si ha mai l&#8217;impressione dell&#8217;argomento scelto a freddo, del &quot;tema&quot; da svolgere. Qualche volta, nelle poesie sulla natura, i tramonti, per esempio, cos\u00ec numerosi tra i componimenti giovanili, si avverte la presenza del blocco di carta per acquarelli e della tavolozza per stemperare i colori, ma quando la Dickinson cominci\u00f2 a scrivere poesia matura, come fece, miracolosamente, dopo appena pochi mesi di apprendistato, quell&#8217;impaccio scomparve. Si trattiene il respiro, e vi sono parole che non ci lasciano il tempo di osservare la poetessa mentre viene verso di noi. Una poesia dopo l&#8217;altra (in pi\u00f9 di centocinquanta casi) comincia con la parola &quot;Io&quot;, la parola della voce parlante. La Dickinson \u00e8 gi\u00e0 nella poesia prima d&#8217;incominciare, come un bambino \u00e8 gi\u00e0 in un&#8217;avventura prima che trovi parole per parlarne. O per dirla in altri termini, solo pochi poeti, e tra i pi\u00f9 grandi (viene in mente Donne) hanno scritto in maniera pi\u00f9 DRAMMATICA di Emily Dickinson, con un maggior uso di locuzioni vive del discorso drammatico, parole nate vive sulla lingua e scritte come se venissero pronunciate. Pochi si sono esposti in maniera pi\u00f9 viva, come attori sulla scena. \u00c8 quasi impossibile cominciare a leggere una delle sue poesie migliori e non finirla. La punteggiatura pu\u00f2 apparire sconcertante. L&#8217;estrema condensazione della cosa detta pu\u00f2 sconfiggere la nostra capacit\u00e0 di penetrazione. Ma si continua ugualmente a leggere perch\u00e9 non si riesce a smettere. &quot;Qualcosa&quot; ci viene comunicato e non vi \u00e8 altra scelta che ascoltare. Ed ecco una seconda caratteristica di quella voce: non solo PARLA, ma parla proprio a NOI. Oggi siamo abituati &#8212; infelicemente abituati, direi &#8212; alla poesia del monologo udito di soppiatto, alla poesia che il poeta scrive per s\u00e9 o per un piccolo gruppo congeniale sulla cui comprensione pu\u00f2 contare in anticipo. Una poesia di questo tipo pu\u00f2 rivelare dei mondi, quando il poeta \u00e8 Rilke, ma anche nel caso di Rilke c&#8217;\u00e8 qualcosa di chiuso e sigillato, in questa scoperta, e prima o poi si avverte una mancanza di aria. L&#8217;argomento di ogni poesia \u00e8 l&#8217;esperienza umana, perci\u00f2 il fine deve essere sempre l&#8217;umanit\u00e0, perfino in un tempo come il nostro, in cui l&#8217;umanit\u00e0 sembra voler limitare la sua conoscenza di un&#8217;esperienza di vita soltanto a quella che le viene offerta dalla pubblicit\u00e0. Per un poeta non \u00e8 una scusa il fatto che l&#8217;umanit\u00e0 non voglia ascoltare. Non ha mai ascoltato, se non vi era costretta.<\/em><\/p>\n<p><em>Emily Dickinson lo sapeva bene come noi. Forse il materialismo e la volgarit\u00e0 di quegli anni, subito dopo la guerra civile, in cui ella raggiunse la sua maturit\u00e0 artistica, non erano cos\u00ec sfacciati come il materialismo e la volgarit\u00e0 in cui siamo immersi noi, ma il provincialismo era ancora pi\u00f9 grande di oggi. L&#8217;America erra immensamente pi\u00f9 lontana dall&#8217;Europa, dove c&#8217;era almeno una certa familiarit\u00e0 con le arti; e Amherst] era pi\u00f9 lontana dal resto dell&#8217;America e in Amherst e dintorni non c&#8217;era nessuno disponibile a cui la Dickinson potesse mostrare le poesie che veniva componendo, se si eccettuano i versi inviati qualche volta oltre il prato alla moglie di suo fratello o spediti per posta al Colonnello Higginson, a Boston, o al direttore dello &quot;Springfield Republican&quot;, che era un amico di suo padre, o mostrati alla sorella Lavinia.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma nonostante tutto questo, la Dickinson non scrisse mai le sue poesie solo per s\u00e9. La voce che vi si ode non \u00e8 mai udita ABUSIVAMENTE. Al contrario \u00e8 una voce che parla proprio a noi, a degli estranei (e che razza di estranei saremmo sembrati ad Emily Dickinson!), in maniera cos\u00ec intensa cos\u00ec immediata, cos\u00ec INDIVIDUALE, che quasi tutti un po&#8217; c&#8217;innamoriamo di questa ragazza morta, tutti la chiamiamo per nome e ci indigniamo leggendo il Colonnello Higginson quando la descrive come &quot;una personcina incolore e timida&#8230; senza neppure un lineamento bello&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 la vitalit\u00e0 di questa vice che rende ancora pi\u00f9 strana la strana storia delle poesie di Emily Dickinson. In tutta la paradossale vicenda della conservazione dei manoscritti, il paradosso pi\u00f9 grande sta nel fatto che Emily affidasse la sua viva voce ad una cassettina privata, piena di pezzettini di carta &#8212; vecchi conti, inviti all&#8217;Inaugurazione dell&#8217;Anno Accademico, ritagli di giornale legati insieme con un po&#8217; di filo. Altri poeti hanno strombazzato a tutti il mondo versi che a nostro parere avrebbero fatto meglio a spedire privatamente a quei tre o quattro che fossero in grado di decifrare il timbro postale. Emily chiuse a chiave in una cassetta una voce che parla ad ogni creatura di cose che ogni creatura vivente conosce&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Ecco: Emily Dickinson \u00e8 il caso sorprendente di una grande poetessa che forse non sapeva di esserlo, che scriveva quasi solo per s\u00e9 e della quale gli altri neppure si accorsero. Eppure le sue poesie ci sorprendono e ci commuovo per la loro caratteristica essenzialit\u00e0 e naturalezza: sgorgano come acqua di fonte, con la millimetriche precisione di qualcosa che va dritto l\u00e0 dove deve andare, senza una sola sbavatura, n\u00e9 una sola incertezza. Abbiamo detto, poc&#8217;anzi, che la poesia \u00e8 l&#8217;espressione di un sentimento: definizione essenziale, ma ne resta fuori qualcosa. Aggiungiamo allora che essa \u00e8 anche una forma di conoscenza del reale. Perci\u00f2, in definitiva, si pu\u00f2 dire che il poeta \u00e8 colui che offre una forma di conoscenza del reale attraverso l&#8217;espressione di un sentimento individuale che si fa universale. Leggendo le poesie di Emily Dickinson, si prova la meravigliosa sensazione che tutto sia come deve essere; che ogni parola, ogni verso, scorrano secondo il loro giusto ritmo, che poi \u00e8 il ritmo stesso della vita; e che tutto ci\u00f2 equivalga a una conoscenza del mondo, che ci porta con sicurezza infallibile verso il centro delle cose, molto pi\u00f9 di quanto non possa fare la conoscenza logico-matematica. Solo pochi poeti possiedono questo dono; oppure, se lo possiedono &#8211; \u00e8 molta giusta l&#8217;osservazione di Archibald MacLeish &#8212; si tratta di poeti che solo pochi riescono a comprendere, come Rainer Maria Rilke: mentre Emily Dickinson rappresenta il miracolo di una poesia vera, profonda, essenziale, comprensibile a tutti. Proprio questa apparente semplicit\u00e0 ha fatto s\u00ec che a lungo le venisse contestato il posto che merita nel panorama della poesia lirica moderna: molti critici pensano che un vero poeta deve essere per forza arduo e difficile. E qui subentra un ulteriore problema.<\/p>\n<p>Il vero poeta non scrive per il pubblico, non scrive per piacere: scrive perch\u00e9 \u00e8 stato investito dall&#8217;alto di tale missione. Non si chiede mai se ne valga la pena, pur sapendo che la maggioranza del pubblico non lo apprezzer\u00e0, e che la sola strada sicura per piacere al pubblico \u00e8 quella di piacere ai critici, o almeno a quelli che contano: i quali sono sovente dei poeti mancati i quali compensano la loro frustrazione imponendo assurdi criteri di giudizio, quasi a volersi rifare di ci\u00f2 che non sono riusciti a dire loro stessi come poeti. La vera poesia \u00e8 come una luce, e la luce non si pone sotto la tavola, ma sulla tavola, perch\u00e9 illumini la stanza; in altre parole, la poesia esiste a dispetto della critica e a dispetto del pubblico, non in grazia loro. In ultima analisi, i poeti scrivono le loro poesie per Dio: sono una offerta d&#8217;amore alla Verit\u00e0, una offerta che riconosce il debito essenziale nei confronti di essa, che loda e magnifica la Sorgente da cui essa stessa scaturisce. Ma allora \u00e8 sempre buona, la poesia? Quella vera, s\u00ec. Eppure, sappiamo che c&#8217;\u00e8 anche una poesia cattiva, cos\u00ec come vi sono un&#8217;arte cattiva e una filosofia cattiva. \u00c8 cattiva la poesia che non riconosce il proprio debito nei confronti della Verit\u00e0 e che, pertanto, non diffonde intorno a s\u00e9 la luce del vero, che \u00e8 anche il bello; ma si propone di celebrare il fango e la sporcizia delle passioni disordinate, ed esaltare una libert\u00e0 mal concepita, volta a sfidare il Vero e il Bene. Questa poesia deteriore nasce da una ignoranza della reale natura umana e dal deliberato rifiuto del suo destino eterno: fa leva su istinti e appetiti vergognosi e celebra quanto di pi\u00f9 basso alberga nelle buie profondit\u00e0 dell&#8217;anima. La poesia moderna si \u00e8 specializzata in questo turpe ruolo, come del resto la letteratura in prosa, le arti figurative, il cinema, la musica leggera, la danza e perfino lo sport. Dai fiori del male e le donne dannate di Baudelaire, ai battelli ebbri di Rimbaud, ai cupi languori di Verlaine, la poesia moderna celebra il vizio e svolge un ruolo attivo nel processo di autodistruzione della natura spirituale dell&#8217;uomo. Questi poeti infernali sono paragonabili a dei virus che disseminano ovunque una pestilenza ma che, invece di essere respinti con sdegno e disgusto, vengono acclamati come maestri e i veri interpreti del nostro tempo. Frattanto, autentici poeti come Emily Dickinson chiudono a chiave i loro manoscritti in un cassetto e probabilmente la maggior parte dei loro capolavori finisce dispersa, senza mai giungere al pubblico. Quale immenso spreco. Ma il pubblico, poi, li capirebbe?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per chi scrivono le loro poesie, i poeti? Le scrivono solo per se stessi, o per gli altri uomini? 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