{"id":27754,"date":"2018-03-18T07:37:00","date_gmt":"2018-03-18T07:37:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/03\/18\/pensiero-debole-ultimo-atto-del-suicidio-filosofico\/"},"modified":"2018-03-18T07:37:00","modified_gmt":"2018-03-18T07:37:00","slug":"pensiero-debole-ultimo-atto-del-suicidio-filosofico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/03\/18\/pensiero-debole-ultimo-atto-del-suicidio-filosofico\/","title":{"rendered":"Pensiero debole, ultimo atto del suicidio filosofico"},"content":{"rendered":"<p>Siamo afflitti dal pensiero debole. La cultura odierna ne \u00e8 impregnata, ne \u00e8 condizionata, ne \u00e8 presa in ostaggio; si direbbe che sia impossibile uscirne, che sia impossibile fare un passo al di qua, al di l\u00e0, al di sopra o al di sotto di esso. \u00c8 diventato il nuovo pensiero forte, se, con questa espressione, si intende un pensiero totalizzante e scarsamente propenso ad accettare le critiche ai suoi assiomi fondativi: comoda posizione che consente tutti i vantaggi ed esclude qualsiasi rischio. \u00c8 come sparare al piccione, ben sapendo che nessun piccione potr\u00e0 mai sparare su di te. Fuori di metafora, il pensatore debole pu\u00f2 criticare, deridere, svalutare qualsiasi pensiero diverso dal proprio, e sottrarsi, con la fuga, a qualsiasi contrattacco: in quanto pensiero debole, esso \u00e8 liquido, \u00e8 dappertutto e in nessun luogo, \u00e8 impossibile fermarlo, dargli una forma, localizzarlo in uno spazio o in un tempo: <em>spiacente, ma hai sbagliato bersaglio, non sono io; dovevi prendertela con lui, non con me.<\/em> \u00c8 figlio della scissione dell&#8217;io di Pirandello; e, prima ancora, \u00e8 figlio, o nipote, dell&#8217;asportazione della metafisica di Kant. Sorge per sottrazione, si moltiplica per esclusione: paradossalmente, cresce sulla propria debolezza, sulla propria fragilit\u00e0, sulla propria inconsistenza. Pretende di essere post-moderno, ma \u00e8 solo una espressione verbale: perch\u00e9 ci\u00f2 che teorizza \u00e8 che ci sar\u00e0 sempre qualcosa di <em>post<\/em> rispetto all&#8217;esistente, quindi dopo il postmoderno verr\u00e0, per forza di cose, il postmoderno del postmoderno, e poi il postmoderno del postmoderno del postmoderno, e cos\u00ec via, all&#8217;infinito. Non \u00e8 un pensiero debole: \u00e8 un pensiero piccolo; un pensiero che, programmaticamente, ha rinunciato a pensare qualcosa di grande. Per questo detesta sia l&#8217;essere che il soggetto. I suoi due teorici, Vattimo e Rovatti, sono, rispettivamente, figli di L\u00f6with e Gadamer il primo, di Husserl e Paci il secondo, ed entrambi nipoti di Nietzsche e di Heidegger; hanno di mira appunto l&#8217;essere (Vattimo) e il soggetto (Rovatti). Che poi, indebolendo o &quot;togliendo&quot; l&#8217;essere e il soggetto, non si possa pi\u00f9 fare alcuna filosofia; che non si possa pi\u00f9 pensare alcunch\u00e9, questa \u00e8 una cosa che non li turba minimamente: non \u00e8 un problema loro. A loro basta distruggere quel che resta delle antiche certezze: la certezza dell&#8217;essere, la certezza del soggetto che pensa, la certezza della verit\u00e0 che esiste, nonostante tutto. In quanto &quot;pensatori deboli&quot;, sono dispensati dal preoccuparsi con che cosa sostituire quel che si distrugge. Ci penser\u00e0 qualcun altro: qualche Cireneo che dovr\u00e0 prender su di s\u00e9, oltre alla croce di una filosofia ridotta in pezzi, anche quella di essere accusato di tendenze totalizzanti e autoritarie. Peggio per lui: quando mai i progressisti si sono preoccupati del destino dei loro oppositori o anche, semplicemente, di chi esita a seguirli?<\/p>\n<p>E dunque, vediamo. Che cos&#8217;\u00e8 questo pensiero debole?<\/p>\n<p>Lo spiegano i suoi teorici, Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, nella <em>Premessa<\/em> a <em>Il pensiero debole<\/em> (Milano, Feltrinelli, 1995, pp. 10-11):<\/p>\n<p><em>&quot;Pensiero debole&quot; \u00e8 [&#8230;] una metafora, e in certo modo un paradosso. Non potr\u00e0 comunque diventare la sigla di qualche nuova filosofia. \u00c8 un modo di dire provvisorio, forse anche contraddittorio. Ma segna un percorso, indica un senso di percorrenza: \u00e8 una via che si biforca rispetto alla ragione-dominio comunque ritradotta e camuffata, dalla quale, tuttavia, sappiamo che un congedo definitivo \u00e8 altrettanto impossibile. Una via che dovr\u00e0 continuare a biforcarsi.<\/em><\/p>\n<p><em>Si inizia, forse, con una perdita o, se si vuole dire cos\u00ec, con una rinuncia. Ma gi\u00e0 fin dall&#8217;inizio si pu\u00f2 scoprire che essa \u00e8 anche l&#8217;allontanamento da un obbligo, la rimozione di un ostacolo. O meglio, l&#8217;assunzione di un atteggiamento: il tentare di disporsi in un&#8217;etica della debolezza, non semplice, assai pi\u00f9 costosa, meno rassicurante. Un equilibrio difficile tra la contemplazione inabissante del negativo e la cancellazione di ogni origine, la ritraduzione di tutto nelle pratiche, nei &quot;giochi&quot;, nelle tecniche valide<\/em>.<\/p>\n<p><em>In secondo luogo, \u00e8 uno sperimentare, un tentativo di tracciare analisi, di muoversi sul terreno.<\/em><\/p>\n<p><em>Verso il passato: il &quot;pensiero debole&quot; pu\u00f2 riavvicinarsi al passato attraverso quel filtro teorico che si pu\u00f2 chiamare &quot;pietas&quot;. Una sterminata quantit\u00e0 di messaggi, che la tradizione invia a noi, pu\u00f2 essere di nuovo ascoltata da un orecchio che si \u00e8 reso disponibile.<\/em><\/p>\n<p><em>Nel presente: basta osservare quante esclusioni di campi e di oggetti lo sguardo totalizzante pu\u00f2, anzi deve praticare. Il prezzo pagato dalla ragione potente \u00e8 una impressionante limitazione degli oggetti che si possono vedere e di cui si pu\u00f2 parlare.<\/em><\/p>\n<p><em>Infine, anche in direzione del futuro, verso il quale il &quot;pensiero debole&quot; sembrerebbe impedito. Infatti, perch\u00e9 non ipotizzare che il contenimento del pensiero forte possa produrre un incontro su un territorio diverso da quello normativo e disciplinare, sul quale vengono stipulati normalmente tutti i nostri &quot;accordi&quot;?<\/em><\/p>\n<p><em>Ma gi\u00e0 siamo corsi troppo avanti. Per ora c&#8217;\u00e8 da tentare qualche piccolo movimento, un alleggerimento. \u00c8 pi\u00f9 agevole la polemica con il gi\u00e0 noto. E ci sono gi\u00e0 &#8212; in circolazione &#8212; monete contraffatte da individuare<\/em>&#8230;<\/p>\n<p>Dunque, per i suoi teorizzatori, il &quot;pensiero debole&quot; \u00e8 ci\u00f2 che si contrappone al &quot;pensiero forte&quot;. Quest&#8217;ultimo, a quel che \u00e8 dato di capire, ha fatto il suo tempo, e comunque \u00e8 antipatico, perch\u00e9 corrisponde alla ragione-dominio, impone degli obblighi, non sa ascoltare il passato, non sa vedere tutte le sfumature del presente, progetta eccessivamente nel futuro, \u00e8 limitato, \u00e8 normativo, \u00e8 &quot;disciplinare&quot;. Invece il pensiero debole \u00e8 duttile, malleabile, si adatta, si biforca, e poi si biforca ancora, all&#8217;infinito, rifiuta gli obblighi, scavalca gli ostacoli, non vuol saperne del dominio, nutre la <em>pietas<\/em> verso la tradizione, coglie i particolari del presente che all&#8217;altro sfuggono, sa pensare in modo creativo e accetta persino il confronto con il &quot;pensiero forte&quot;, purch\u00e9 su un terreno che non sia normativo e disciplinare: cosa, date le premesse, evidentemente impossibile, perch\u00e9 il pensiero forte \u00e8 in se stesso autoritario, e quindi \u00e8 un&#8217;affermazione insincera. Insomma, un bellissimo mucchio di sciocchezze, ma esposte con l&#8217;accortezza di evitare definizioni precise, sicch\u00e9 risulta malagevole smascherarle come tali. A cominciare dalla definizione: &quot;pensiero debole&quot;, s\u00ec, ma guardate che \u00e8 solo una metafora, un paradosso; non \u00e8 una nuova filosofia; \u00e8 sempre qualcos&#8217;altro rispetto a ci\u00f2 che si credeva (si biforca all&#8217;infinito&#8230;); eppure, al tempo stesso, \u00e8 pronto a denunciare le contraffazioni, le appropriazioni indebite del <em>copyright<\/em>. Non male, per un pensiero che si dice anti-autoritario e che rifiuta di esser definito una nuova filosofia.<\/p>\n<p>Quel che si doveva fare era dare una vera definizione del proprio programma: se non ti dico chi sono, tu hai il diritto di non prendermi sul serio. Secondo, si doveva spiegare meglio che cosa, del cosiddetto pensiero forte, non piace e si rifiuta: &quot;pensiero forte&quot; \u00e8 una comoda astrazione. Si intende la ragione-dominio? Si intende il Logos calcolante e strumentale? Bene, su questo terreno ci possiamo intendere; ma bisognava dirlo. Se non che, la filosofia si regge sul pensiero; e il pensiero non \u00e8 n\u00e9 forte, n\u00e9 debole: \u00e8 pensiero e basta. Risponde a determinati requisiti, rispetta certe categorie; ha la sua sintassi, la sua terminologia (per evitare confusioni ed equivoci e non per fare sfoggio di erudizione). Non tutta la filosofia &quot;classica&quot; tende al dominio, se, con questa espressione, si intende un modo di pensare che interdica le obiezioni, che pretenda di annichilire ci\u00f2 che ad esso non si conforma. Il vero pensiero non teme mai il confronto con niente e con nessuno. Se \u00e8 un pensiero &quot;autoritario&quot;, la cosa vien fuori da s\u00e9; ma, in tal caso, si tratta di cattivo pensiero, cio\u00e8 di ideologia, perch\u00e9 il vero pensare e la vera filosofia non sono n\u00e9 autoritari, n\u00e9 antiautoritari: sono la ricerca del vero, puramente e semplicemente, secondo le modalit\u00e0 che sono proprie della ragione umana. N\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno: questo e non altro. Chi adopera la ragione per cercare la verit\u00e0, secondo le buone regole della ragione stessa, senza gonfiarle, senza assolutizzarle arbitrariamente, senza negare che esista un ambito di comprensione del reale che \u00e8 anche diverso (ma non, perci\u00f2, contrario) alla ragione stessa, fa della buona filosofia; chi non lo sa fare, no. La differenza \u00e8 tutta qui. Pertanto non c&#8217;\u00e8 un &quot;pensiero forte&quot; cattivo, perch\u00e9 autoritario e assolutizzante, ed un &quot;pensiero debole&quot; buono, perch\u00e9 democratico e pluralista: c&#8217;\u00e8 un pensare secondo le regole della filosofia, e uno pseudo pensare disordinato, anarcoide, soggettivista. Il quale poi \u00e8 un pensiero comodo, perch\u00e9 si sottrae in partenza a qualsiasi critica: pu\u00f2 sempre negare di essere stato rettamente inteso, pu\u00f2 sempre affermare di essere &quot;altro&quot; rispetto a ci\u00f2 che viene contestato. Che vuol dire, ad esempio, che il pensiero debole equivale a <em>un tentativo di tracciare analisi, di muoversi sul terreno<\/em>? Dicendo che \u00e8 solo un &quot;tentativo&quot;, si scongiura in anticipo qualsiasi critica che venga condotta a fondo; e quel &quot;muovesi sul terreno&quot;, poi, che meraviglioso sapore esistenzialista, anzi, situazionista: piacerebbe al signor Bergoglio, il quale, forse, si \u00e8 ispirato a tale concetto quando ha scritto l&#8217;ottavo capitolo di <em>Amoris laetitia.<\/em> Non ci sono cose assolute, ma solo relative; non ci sono verit\u00e0 certe, ma solo apparenti; non ci sono giudizi pieni ed interi, ma solo giudizi parziali, legati alle situazioni del momento, legati &quot;al terreno&quot;, appunto. Peccato. Avevamo sempre creduto che fare filosofia fosse volare in alto, vedere le cose dall&#8217;alto, coglierle nella loro totalit\u00e0; non muoversi sul terreno, senza un ampio orizzonte davanti a s\u00e9, ma con il naso rivolto a terra, la testa china, la mente concentrata nell&#8217;attimo fuggente.<\/p>\n<p>Vattimo e Rovatti sostengono che il pensiero debole corrisponde a un&#8217;etica della debolezza che non \u00e8 pi\u00f9 semplice, anzi, \u00e8 pi\u00f9 &quot;costosa&quot; e meno rassicurante. Rispetto a cosa? Al pensiero forte, evidentemente. Ma siamo sicuri che le cose stiano cos\u00ec? Che l&#8217;etica delle debolezza sia meno riassicurante e pi\u00f9 costosa? E se fosse, invece, pi\u00f9 comoda e pi\u00f9 economica? Ciascuno si fabbrica la sua etica personale, vi si chiude come dentro una fortezza e accusa di autoritarismo chiunque critichi le sue scelte: a noi, questo, sembra molto, ma molto comodo. E poi, chi lo dice che una tale etica soggettivista corrisponde a un&#8217;etica della debolezza? Bisogna vedere &quot;debolezza&quot; di chi e rispetto a chi o a che cosa. Di fatto, diventa facilmente un&#8217;etica della forza: e che forza!; una forza suscettibile di qualunque arbitrio. Prendiamo un giudice che vuol staccare la spina alle cure mediche di un bambino, malato incurabile: lui dice, in nome del pensiero debole, che non ci si pu\u00f2 accanire, non si pu\u00f2 pretendere di prolungare le sofferenze di questo bambino. Ma i suoi genitori non ci stanno, chiedono che la spina non venga staccata, che l&#8217;assistenza medica non sia interrotta. Essi agiscono in base a un&#8217;etica forte, a un pensiero forte? Senza dubbio. E quale dei due \u00e8 realmente &quot;forte&quot;, nel senso che ha la forza, la forza effettiva, dalla sua? La cronaca di tutti i giorni ci d\u00e0 la risposta: la forza \u00e8 dalla parte dell&#8217;etica relativista, del pensiero debole; e, se le persone non sono d&#8217;accordo, non importa, ci pensa lo Stato a intervenire, fino al punto di sospendere o sottrarre la patria potest\u00e0 ai genitori recalcitranti. Come manifestazione di un pensiero forte, non c&#8217;\u00e8 male davvero: si direbbe che la sua forza sia fatta di aria. Nella realt\u00e0 delle cose, comandano i seguaci e i nipotini del pensiero debole: scettico, relativista, soggettivista, laicista, ateista. Hanno conquistato le <em>\u00e9lite<\/em> dominanti, o meglio le <em>\u00e9lite<\/em> dominati hanno imposto come cultura ufficiale quella del pensiero debole e del relativismo. C&#8217;\u00e8 una perfetta corrispondenza biunivoca fra i signori del pensiero debole, i Vattimo, i Rovatti, gli Eco, e le <em>\u00e9lite<\/em> mondaliste dominati, i Soros, gli Zuckerberg e i Bezos: i primi criticano ogni manifestazione del pensiero forte, i secondi occupano tutti gli spazi (anche mentali) in nome del pensiero debole. Non vogliamo dire che i primi sono sul libro paga dei secondi: prendiamo atto del fatto che la loro azione \u00e8 convergente e, guarda caso, perfettamente sincronizzata, come se fosse concordata. Ma non vogliamo cadere nel complottismo gratuito e paranoide: \u00e8 giusto che ciascuno tragga da s\u00e9 le proprie conclusioni. A noi sembra che Hegel, cacciato dalla porta, sia rientrato dalla finestra. Ci\u00f2 a cui stiamo di fatto assistendo, sulla scia del pensiero debole nelle sue varie forme e declinazioni, \u00e8 una diffusione capillare e irresistibile dello storicismo assoluto: non avrai altro dio all&#8217;infuori della storia, cio\u00e8 al di fuori dell&#8217;uomo. Questa \u00e8 la grande rivincita del paganesimo anticristiano; una rivincita lungamente attesa e ora assaporata con immensa gioia, come prova il rinnovato interesse per Giamblico, Porfirio, Proclo, Giuliano imperatore, fra gli intellettuali anticristiani: si vede che in duemila anni non hanno saputo elaborare niente di meglio e, vista la vacuit\u00e0 e l&#8217;inconsistenza dei pensatori illuministi, kantiani e neokantiani, eccoli ripartire da dove tutto era cominciato. Quanto a Vattimo, \u00e8 vero che ha mostrato un certo coraggio nel dire che la finanza mondiale \u00e8 sotto il controllo dei banchieri ebrei (perch\u00e9, di questi tempi, anche dire una ovviet\u00e0 non <em>politically correct<\/em> \u00e8 un atto di coraggio), ma la convergenza con le politiche di Soros &amp; C. esistono, eccome. L&#8217;obiettivo di Soros \u00e8 distruggere le identit\u00e0 dei popoli per creare una marmellata indifferenziata su cui poter meglio dominare; mentre il pensiero debole conduce a una marmellata filosofica ove, in assenza di verit\u00e0 e certezze, non rimane che arrendersi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siamo afflitti dal pensiero debole. 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