{"id":27742,"date":"2015-07-28T06:07:00","date_gmt":"2015-07-28T06:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/non-prendete-pelagio-alla-leggera-ma-sul-serio-parola-di-paul-tillich\/"},"modified":"2015-07-28T06:07:00","modified_gmt":"2015-07-28T06:07:00","slug":"non-prendete-pelagio-alla-leggera-ma-sul-serio-parola-di-paul-tillich","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/non-prendete-pelagio-alla-leggera-ma-sul-serio-parola-di-paul-tillich\/","title":{"rendered":"\u00abNon prendete Pelagio alla leggera, ma sul serio\u00bb: parola di Paul Tillich"},"content":{"rendered":"<p>\u00abNon prendete Pelagio alla leggera; prendetelo sul serio. Non dico che siano tutti pelagiani, ma vorrei dire che il pelagianesimo \u00e8 molto vicino a tutti noi\u00bb: con queste parole, un po&#8217; sorprendenti, si esprimeva uno dei massimi teologi protestanti del XX secolo, il tedesco Paul Tillich (Starzeddel, oggi Starosiedle, in Polonia, 20 agosto 1886 &#8212; Chicago, 22 ottobre 1965) e colui che \u00e8 considerato, forse, come il principale autore del &quot;rinnovamento&quot; teologico contemporaneo.<\/p>\n<p>Tillich, dunque, prendeva Pelagio sul serio, e consigliava tutti i cristiani di fare altrettanto; non considerava affatto l&#8217;eresia pelagiana come una faccenda morta e sepolta, risolta per sempre dal deciso intervento di sant&#8217;Agostino, con tutto il peso della sua autorit\u00e0, fin dal V secolo dopo Cristo; lo considerava come una &quot;tentazione&quot; eternamente presente nell&#8217;animo umano, e, pertanto, eternamente presente anche nella storia del cristianesimo.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ne parla nel suo libro \u00abStoria del pensiero cristiano\u00bb (titolo originale: \u00abA History of Christian Thought\u00bb, New York, Harper &amp; Row, 1968; traduzione dall&#8217;americano di Giuseppe Sardelli, Roma, Ubaldini Editore &#8212; Casa editrice Astrolabio, 1969, pp. 126-128):<\/p>\n<p>\u00abIl punto decisivo \u00e8 il rapporto fra religione ed etica. Il problema \u00e8 se l&#8217;imperativo morale dipenda dalla grazia divina per la sua realizzazione, o se la grazia divina dipenda dall&#8217;imperativo morale.<\/p>\n<p>Pelagio non era un eretico isolato. Rappresentava la dottrina ordinaria di coloro che si erano formati nel pensiero greco, specialmente nelle tradizioni stoiche, e per i quali la libert\u00e0 \u00e8 la natura essenziale dell&#8217;uomo. L&#8217;uomo \u00e8 un essere razionale, e un essere razionale ha libert\u00e0 di deliberazione e di decisione. Questo solo non avrebbe fatto di lui un eretico, perch\u00e9 la maggior parte delle Chiese orientali aveva la stessa, identica idea della libert\u00e0. Ma Pelagio svilupp\u00f2 questo concetto in un modo che lo port\u00f2 in conflitto con Agostino. Quando questo conflitto fu composto, Agostino era, almeno in parte, vittorioso, e Pelagio un eresiarca, il cui nome significa ancora una delle classiche eresie cristiane.<\/p>\n<p>Per Pelagio la morte \u00e8 un fatto naturale, non un risultato della caduta. Siccome appartiene alla finitezza, la morte si sarebbe avuta anche se Adamo non fosse caduto in peccato. Come abbiamo gi\u00e0 visto, la stessa idea si trova espressa in Ignazio e Ireneo, per i quali l&#8217;uomo \u00e8 naturalmente finito e destinato a morire come tutte le cos naturali. All&#8217;uomo, tuttavia, secondo la storia del paradiso terrestre, \u00e8 possibile superare l&#8217;essenziale finitezza partecipando al cibo divino. Pelagio, invece, trascura la seconda possibilit\u00e0 e afferma come vera e conforme alla tradizione cristiana soltanto la prima. Il peccato di Adamo appartiene a lui solo e non al genere umano come tale. In questo senso il peccato originale non esiste. Il peccato originale trasformerebbe il peccato in una categoria naturale, ma l&#8217;uomo \u00e8 un essere morale. Perci\u00f2, la contraddizione dell&#8217;esigenza morale deve essere un fatto di libert\u00e0 e non un fatto naturale. Un uomo per essere peccatore, deve peccare. La semplice dipendenza da Adamo peccatori. Anche qui Pelagio afferma una cosa universalmente cristiana: che non c&#8217;\u00e8 peccato senza partecipazione personale al peccato. Dall&#8217;altro canto, non vede che il cristianesimo accentua pure la tragica universalit\u00e0 del peccato, facendone cos\u00ec un destino del genere umano. Il rapporto col presunto primo uomo Adamo \u00e8, naturalmente mitologico, ma in questo mito la Chiesa cristiana &#8212; lo prendesse alla lettera o no- ha conservato l&#8217;elemento tragico che troviamo anche nella visione del mondo greca. Pelagio non vedeva in tutta la sua profondit\u00e0 la descrizione cristiana della situazione umana.<\/p>\n<p>I bambini, quando nascono, si trovano nello stato in cui si trovava Adamo prima della caduta: sono innocenti. Naturalmente, a Pelagio non sfuggiva il fatto che la loro innocenza \u00e8 corrotta dall&#8217;ambiente e dai costumi. Ci\u00f2 \u00e8 affine alla moderna teoria psicanalitica, secondo il quale \u00e8 il rapporto con i genitori o con chi ne fa le veci che determina i complessi e le altre negativit\u00e0 in fondo all&#8217;anima. Oggi c&#8217;\u00e8 un&#8217;altra teoria, la teoria biologica, secondo la quale la distorsione \u00e8 ereditata e non si pu\u00f2 evitare nemmeno se si mete il bambino nel migliore ambiente possibile. Le distorsioni il bambino le porta con s\u00e9 dalla nascita. Comunque, Pelagio volle evitare l&#8217;idea del peccato ereditario. Il peccato non \u00e8 una necessit\u00e0 universalmente tragica, ma una questione di libert\u00e0. L&#8217;America \u00e8 molto vicina all&#8217;idea che ogni individuo possa sempre partire da un nuovi inizio, che, in virt\u00f9 della sua libert\u00e0 individuale, sia in grado di prendere decisioni favorevoli o contrarie al divino. L&#8217;elemento tragico, d&#8217;altro canto, \u00e8 molto noto in Europa, mentre on \u00e8 altrettanto vicino al cuore degli americani. In Europa l&#8217;aspetto negativo dell&#8217;agostinianesimo &#8212; potremmo chiamarlo esistenzialismo &#8212; ha dato enfasi all&#8217;elemento tragico e ha ridotto lo zelo e l&#8217;impatto etici del pelagianesimo.<\/p>\n<p>La funzione di Cristo, in queste circostanze \u00e8 duplice: perdonare i peccati nel battesimo a quelli che credono, e dare l&#8217;esempio di una vita senza peccato, non solo evitando i peccati, ma anche evitandone le occasioni mediante l&#8217;ascetismo. Ges\u00f9 fu un esempio di ascetismo, una specie di primo monaco; Pelagio stesso era un monaco. La grazia si identifica con la remissione generale dei peccati nel battesimo. Dopo il battesimo, la grazia non ha pi\u00f9 alcun significato, perch\u00e9 allora l&#8217;uomo \u00e8 in grado di fare tutto da s\u00e9. La grazia del perdono l&#8217;uomo la riceve solo nella situazione del battesimo.<\/p>\n<p>Possiamo dire che il pelagianesimo ha un forte rilevo etico con molti elementi ascetici, ma l&#8217;aspetto tragico della vita \u00e8 andato completamente perduto. Non prendete Pelagio alle leggera; prendetelo sul serio. Non dico che siamo tutti pelagiani &#8212; come dico a proposito del nominalismo &#8212; ma vorrei dire che il pelagianesimo \u00e8 moto vicino a tutti noi, specie in quei paesi che, come l&#8217;America, dipendono da movimenti settari. Questo \u00e8 quello che di solito chiamiamo &quot;moralismo&quot;, un termine trito e ritrito. Pelagio diceva che il bene e il male non sono dati, sono opera nostra. Se questo \u00e8 vero, la religione corre il rischio di essere trasformata in moralit\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p>In effetti, il punto veramente cruciale del pensiero di Pelagio, e quel che lo rende un pensiero ereticale, \u00e8, pi\u00f9 ancora che la questione della grazia, quella del Peccato originale. Un grande pensatore e aforista colombiano, Nicolas Gomez Davila (1913-1994), ha affermato che gli esseri umani di dividono in due categorie: quelli che credono al Peccato originale, e gli stupidi. La dottrina del Peccato originale rappresenta, veramente, il discrimine fra la piena e incondizionata accettazione del cristianesimo (attenzione: abbiamo detto &quot;accettazione&quot; e non &quot;comprensione&quot;, perch\u00e9 il cristianesimo non pu\u00f2 essere oggetto di una comprensione puramente razionale, come lo sono le filosofie greche), e una adesione cauta e parziale, una adesione con riserva.<\/p>\n<p>Secondo Pelagio, il Peccato originale rimane un fatto tra Adamo e Dio: non ricade sui discendenti di Adamo, finisce con il progenitore. Ovviamente, il battesimo, in questo modo, finisce per diventare poco pi\u00f9 di una formalit\u00e0, non certo una questione di vita o di morte: e la grazia divina si riduce a un aiuto soprannaturale nei confronti della volont\u00e0 umana, la quale, non intaccata dal Peccato originale, conserva intatta la sua bont\u00e0 originaria, e, insieme ad essa, la capacit\u00e0 di raggiungere la salvezza per mezzo delle proprie forze.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile capire se davvero Pelagio non si rendesse conto di quali incalcolabili, devastanti conseguenze avesse una simile dottrina nei confronti del significato complessivo del cristianesimo: una dottrina che, ponendo l&#8217;uomo come suscettibile di auto-redenzione, toglieva valore ai due pi\u00f9 grandi ed essenziali misteri cristiani: l&#8217;Incarnazione e la Trinit\u00e0: la prima, quale ponte indispensabile, lanciato da Dio verso l&#8217;uomo per la sua salvezza; la seconda, quale logica e indispensabile articolazione della sostanza divina in tre Persone: il Padre creatore, il Figlio Redentore, lo Spirito Santo consolatore.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, i casi sono due: o Pelagio, accecato dall&#8217;orgoglio intellettuale, non si rendeva conto delle conseguenze del suo insegnamento, come un cieco che voglia porsi alla guida dei propri simili; oppure lo vedeva e lo capiva benissimo, e allora quel che si proponeva era di modificare sostanzialmente il contenuto dogmatico del cristianesimo, fin dalle radici, proprio come aveva fatto Ario, prima di lui. In ogni modo, \u00e8 evidente che il suo scontro con Agostino non ebbe nulla di accidentale; e non \u00e8 pensabile che, se il vescovo d&#8217;Ippona non fosse insorto contro la dottrina pelagiana, quello scontro non vi sarebbe stato, o che l&#8217;eresia pelagiana non sarebbe stata riconosciuta e condannata come tale dalla Chiesa cattolica. Perch\u00e9 la dottrina di Pelagio non solo \u00e8 ereticale, ma di una eresia tale da vanificare totalmente il senso della Buona Novella; se, per ipotesi, la sua dottrina si fosse imposta, il cristianesimo sarebbe diventato un&#8217;altra cosa, una specie di neoplatonismo impregnato di etica stoica e di razionalismo aristotelico.<\/p>\n<p>Non siamo persuasi, come lo \u00e8 Tillich, che il punto fondamentale della dottrina pelagiana sia il rapporto fra religione ed etica; semmai, \u00e8 il rapporto dell&#8217;etica con la ragione. Pelagio \u00e8 un razionalista che crede fermamente nel libero volere umano; e, nello stesso tempo, \u00e8 anche un naturalista, secondo il quale la natura \u00e8 buona in se stessa, e dunque lo \u00e8 anche l&#8217;uomo. Il suo cristianesimo \u00e8 ridotto a una sottile verniciatura di una concezione del reale profondamente permeata dal razionalismo e dal naturalismo greci: un compromesso disarmonico e mal riuscito fra due mentalit\u00e0 e due prospettive troppo diverse, addirittura incompatibili. Il pensiero di Pelagio risente della &quot;hybris&quot;, della dismisura greca nei confronti della finitezza umana: non possiede il &quot;timore e tremore&quot; giudaico nei confronti di Dio, non sente la piccolezza umana davanti al mistero della realt\u00e0.<\/p>\n<p>In questo, Tillich ha ragione, come l&#8217;hanno, del resto, tutti i teologi protestanti: il cristianesimo, quando si appoggia troppo sulle radici greche, si sbilancia, si deforma, diventa irriconoscibile. Tillich, per\u00f2, come quasi tutti i teologi protestanti (con la sola, parziale eccezione di Kierkegaard), salta all&#8217;estremo opposto: ritorna quasi interamente all&#8217;Antico Testamento, al giudaismo, all&#8217;idea giudaica di un Dio talmente grande, da far diventare l&#8217;uomo ancora pi\u00f9 piccolo: e quindi, in buona sostanza, miserevole, indegno, reietto. Ci\u00f2 restituisce al mistero della Grazia il suo ruolo essenziale, e riporta al centro della riflessione la rottura operata dal Peccato originale: tuttavia, il prezzo \u00e8 troppo altro, la natura umana \u00e8 mortificata in misura eccessiva: ci si dimentica che essa \u00e8 stata ferita dalle conseguenze del Peccato originale, non distrutta nella sua bont\u00e0 originaria. Qualche cosa, di quella condizione d&#8217;innocenza, \u00e8 rimasto, e sia pure allo stato puramente potenziale, che, alla prova dei fatti, non resiste alla violenza della tentazione.<\/p>\n<p>In altre parole: per evitare di umanizzare eccessivamente il cristianesimo, riducendolo poco pi\u00f9 che ad una filosofia morale, si rischia di cadere nell&#8217;eccesso opposto, che \u00e8 quello di restituirlo interamente al giudaismo: ed ecco perch\u00e9 \u00e8 sbagliato insistere esclusivamente sulle radici giudaiche. Il cristianesimo, cos\u00ec come si \u00e8 venuto configurando nel corso dei primi secoli, e come poi si \u00e8 definitivamente assestato a livello teologico e dogmatico (perch\u00e9 dal punto di vista pratico e pastorale, l&#8217;avverbio &quot;definitivamente&quot; sarebbe un mero controsenso), poggia su entrambe le radici: quelle giudaiche e quelle greche. Il cristianesimo, senza le radici greche, \u00e8 un puro e semplice giudaismo, e sia pure integrato dalla venuta del Messia; senza le radici giudaiche, \u00e8 un neoplatonismo venato di stoicismo.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che il senso del Peccato originale tende a rafforzare la concezione tragica del destino umano e rafforza un certo pessimismo antropologico: ma non vi \u00e8 ragione di meravigliarsene, meno ancora di scandalizzarsene. L&#8217;antropologia cristiana \u00e8 (moderatamente) pessimistica: se non lo fosse, avrebbe avuto ragione Pelagio nel sostenere che l&#8217;uomo pu\u00f2 redimersi fondamentalmente da se stesso, con le proprie forze. In questo ha ragione Agostino, per quanto, nella foga della polemica antipelagiana, possa avere esagerato (e i protestanti hanno avuto il torto di attingere da lui solo questo aspetto di esagerazione e di eccessivo pessimismo; una operazione analoga, peraltro, hanno condotto anche nei confronti del pensiero paolino).<\/p>\n<p>Qui, per\u00f2, si nota un caratteristico scambio di ruoli. La visione greca dell&#8217;uomo, razionalista e naturalista, e dunque, tendenzialmente ottimista, \u00e8, nondimeno, una visione profondamente tragica: lo si vede gi\u00e0 nei grandi tragici &#8212; Eschilo, Sofocle, Euripide &#8212; e, prima ancora, in Omero. E questo perch\u00e9, insistendo sul tema della libert\u00e0 umana, la concezione greca finisce per caricare sulle spalle dell&#8217;uomo un fardello di responsabilit\u00e0 eccessivo, addirittura schiacciante. La libert\u00e0 diventa, di fatto, la sua maledizione: un destino tragico, al quale egli non pu\u00f2 sfuggire, e che lo conduce verso la rovina, la colpa, la distruzione. Questo \u00e8 l&#8217;aspetto &quot;esistenzialista&quot;, come lo definisce &#8212; giustamente &#8211; Tillich, della concezione greca; gli esistenzialisti moderni, a cominciare da Sarte, non hanno fatto altro che riprendere questo tema: la libert\u00e0 del volere, di cui l&#8217;uomo dispone, \u00e8 anche la sua condanna, la sua maledizione, perch\u00e9 egli non sa farne buon uso. \u00c8 un vicolo cieco, un corto circuito, dal quale l&#8217;uomo non sa come uscire, come salvarsi: e cos\u00ec piomba nell&#8217;angoscia, nella disperazione, nel desiderio di auto-annullamento.<\/p>\n<p>Al contrario, la concezione giudaica, basata sull&#8217;idea di un Padre celeste indubbiamente giusto e perfino severo, ma anche immensamente misericordioso, se presuppone la fragilit\u00e0 e la debolezza originaria dell&#8217;uomo, e quindi sarebbe tendenzialmente pessimistica, supera poi il pessimismo antropologico appunto grazie al soccorso divino, che supplisce a quella fragilit\u00e0 e a quella debolezza, e conduce l&#8217;uomo verso la salvezza. Per cui non si riscontra affatto, nella cultura giudaica, quel senso del tragico che \u00e8 caratteristico, invece, dell&#8217;antropologia greca: la concezione della storia dei Giudei \u00e8 una concezione ottimistica; ed \u00e8 logico: non \u00e8 forse Dio stesso che guida il Suo popolo, attraverso prove e tribolazioni, verso la salvezza e il compimento delle promesse? Un personaggio come Edipo, nella cultura giudaica, sarebbe difficilmente immaginabile: anche nelle situazioni pi\u00f9 tragiche, come quella di Giobbe, Dio \u00e8 pronto a venire in soccorso dell&#8217;uomo, compensando i suoi limiti con un atto di amore gratuito, ineffabile.<\/p>\n<p>Non siamo affatto d&#8217;accordo con Tillich, per\u00f2, quando viene a dire che Ges\u00f9 volle essere un esempio vivente di come si possa vincere il peccato, sottraendosi anche alle occasioni di tentazione, e che egli fu, in sostanza, una specie di archetipo del &quot;monaco&quot;: primo, perch\u00e9 nessuno pu\u00f2 sottrarsi alle occasioni di tentazione (nemmeno lo poterono, come \u00e8 noto, i Padri del deserto, a cominciare da san Antonio abate, i quali, per quanto fuggissero lontani dal mondo, dovettero comunque affrontare e vincere la prova delle tentazioni diaboliche); secondo, perch\u00e9 Ges\u00f9 diede un esempio opposto a quello dell&#8217;ascetismo, tanto \u00e8 vero che fu accusato dai Giudei di essere \u00abun mangione e un beone\u00bb, per usare le parole del Vangelo (Matteo, 11, 18).<\/p>\n<p>E qui si torna alla concezione greca. L&#8217;esempio di Cristo volle essere un esempio di vita religiosa, ma nel mondo, non fuori di esso: egli non si era ritirato nel deserto se non in preparazione della sua vita pubblica, predicando e operando in mezzo agli uomini. Questo riflette una concezione attiva della vita, volontaristica (si pensi alle critiche nei confronti di una interpretazione ipocrita e legalistica del riposo sabbatico, tipica del fariseismo), certo niente affatto disgiunta dalla spiritualit\u00e0, ma nemmeno separata dal mondo, con il quale Ges\u00f9 ha instaurato un dialogo serrato, un confronto a trecentosessanta gradi, terminato in una sfida radicale e in un drammatico scontro, da cui, tuttavia, \u00e8 scaturita la Riconciliazione fra l&#8217;umano e il divino.<\/p>\n<p>Per la concezione giudaica, questo \u00e8 troppo: un Dio che si fa uomo, che vive e muore fra gli uomini, \u00e8, semplicemente, scandaloso; cos\u00ec come per i Greci \u00e8 semplicemente una follia. Lo dice bene san Paolo (Prima lettera ai Corinzi, 1, 23). Dunque, ancora una volta: il cristianesimo ha operato una sintesi mirabile fra la concezione giudaica (che, infatti, lo ha respinto con indignazione) e quella greca (che lo ha accolto, ma adattandolo, in parte, ai propri presupposti culturali): sarebbe sbagliato, oltre che ingiusto, evidenziare solo una delle due radici da cui esso si \u00e8 sviluppato. Certo, Ges\u00f9 era ebreo: ma, se Paolo non fosse riuscito a predicarlo, con successo, fra i Giudei che vivevano nella societ\u00e0 ellenistica, esso non avrebbe mai varcato i confini della Palestina, e, molto probabilmente, avrebbe finito per arroccarsi a difesa, rinunciando a proporsi come un messaggio di salvezza universale, ma presentandosi come il compimento del messianismo nazionale giudaico.<\/p>\n<p>Pelagio, nel suo ottimismo antropologico e nella sua mancanza di senso del tragico, non vide, o non volle vedere, tutto questo; si direbbe che gli sia sfuggita la portata della sua stessa dottrina. \u00c8 stata una fortuna che non sia affatto sfuggita ad Agostino, perch\u00e9 il cristianesimo, con Pelagio, ha corso uno dei pericoli pi\u00f9 gravi della sua storia: quello di ridursi a semplice esortazione alla vita buona&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abNon prendete Pelagio alla leggera; prendetelo sul serio. 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