{"id":27740,"date":"2008-05-31T12:51:00","date_gmt":"2008-05-31T12:51:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/05\/31\/mitologia-maschile-della-forza-e-psicopatia-nel-peer-gynt-di-henrik-ibsen\/"},"modified":"2008-05-31T12:51:00","modified_gmt":"2008-05-31T12:51:00","slug":"mitologia-maschile-della-forza-e-psicopatia-nel-peer-gynt-di-henrik-ibsen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/05\/31\/mitologia-maschile-della-forza-e-psicopatia-nel-peer-gynt-di-henrik-ibsen\/","title":{"rendered":"Mitologia maschile della forza e psicopatia nel \u00abPeer Gynt\u00bb di Henrik Ibsen"},"content":{"rendered":"<p>Ci eravamo recentemente occupati, nell&#8217;anniversario della morte della povera Claudia Bianchi, del mito maschile della forza e dell&#8217;invulnerabilit\u00e0, che pare aver contagiato molte donne e il cui effetto \u00e8 la progressiva distruzione delle differenze di genere fra la psicologia maschile e quella femminile (cfr. F. Lamendola, <em>Nel dramma dimenticato di Claudia Bianchi, il grido d&#8217;aiuto di una femminilit\u00e0 infelice<\/em>, consultabile sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>In quella sede, avevamo osservato che il <em>body building<\/em> in generale, e quello femminile in particolare &#8211; almeno nelle sue forme estreme e tendenzialmente autodistruttive &#8211; esprime, in sostanza, il rifiuto di accettare lo stato di vulnerabilit\u00e0 che \u00e8 proprio della condizione contingente dell&#8217;essere umano; e, nel caso delle donne, il tentativo, in ultima analisi paranoico, di perseguire il sogno alchimistico dell&#8217;androgino, ma <em>in un senso grossolanamente materiale.<\/em><\/p>\n<p>Non solo di tendenza paranoica, ma di autentica sindrome psicopatica, parlava una ventina d&#8217;anni or sono Arno Gruen in un articolo intitolato: <em>Il mito maschile. Disprezzare la debolezza<\/em> (sulla rivista <em>Psicologia contemporanea<\/em>, Firenze, Giunti, marzo-aprile 1990, n. 98, pp. 18-23). La tesi centrale in esso sostenuta era che agli esseri umani, specialmente di sesso maschile, fin da quando sono piccoli viene insegnato a disprezzare e a combattere strenuamente sentimenti quali il dolore, l&#8217;impotenza e la compassione, allo scopo di acquisire un dominio sempre pi\u00f9 saldo sulla realt\u00e0, sia dentro che fuori di s\u00e9.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, Gruen faceva osservare che il mito virile della forza e della superiorit\u00e0 ad ogni costo &#8211; oggi, significativamente, inseguito anche da un numero crescente di donne &#8211; impedisce, per sua natura, il confronto delle persone con quel sentimento di vulnerabilit\u00e0 che, invece, deve essere considerato fondamentale per lo sviluppo e la maturazione della personalit\u00e0, mediante una migliore conoscenza e accettazione di se stessi.<\/p>\n<p>Fare proprio, acriticamente, il mito maschile della forza e del disprezzo della compassione, infatti, significa allontanarsi pericolosamente dal proprio nucleo interiore. Eppure, solo l&#8217;accesso alla sfera pi\u00f9 intima dell&#8217;Io pu\u00f2 consentirci di elaborare le strategie necessarie a sopportare gli urti del dolore che la vita, inevitabilmente, ci infligge e ad attingere alla forza necessaria per far fronte all&#8217;impotenza (dovuta a una malattia, ad una perdita affettiva e simili); nonch\u00e9 per instaurare un legame di solidariet\u00e0 e mutuo appoggio con il prossimo, invece di vedere in lui una creatura debole e infelice, da rifiutare con disprezzo.<\/p>\n<p>In particolare, secondo Gruen, \u00e8 la madre che deve trasmettere al figlio piccolo la capacit\u00e0 di sperimentare il dolore e di viverlo come un aspetto ineliminabile della condizione umana. Se questo non avviene &#8211; e un numero sempre maggiore di donne, come si diceva, tendono a introiettare il mito maschile della forza e dell&#8217;invulnerabilit\u00e0 &#8211; l&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 destinata a perire. Nel bambino, infatti, educato nel culto maschile della forza, lo sviluppo dell&#8217;accettazione del dolore, della solidariet\u00e0 e dell&#8217;empatia per i suoi simili, viene gravemente disturbato, e il risultato \u00e8 il precoce soffocamento della capacit\u00e0 di provare compassione per s\u00e9 e per gli altri, ossia &#8211; a ben guardare &#8211; la distruzione della propria umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Scriveva Arno Gruen a questo proposito (<em>Op. cit.<\/em>, p. 20):<\/p>\n<p><em>Una madre che abbia adottato l&#8217;ottica maschile pu\u00f2 diventarne a tal punto prigioniera da basare la sua stessa autostima sul principio maschile del potere e non pi\u00f9 sulla capacit\u00e0 di aprirsi alla vita e alla gioia di tutto ci\u00f2 che \u00e8 vivente. John Antill e e John Cunningham, per esempio, hanno trovato in un gruppo di studentesse universitarie che i tratti femminili, oblativi, finalizzati alla vita, presentavano un significato negativo ai fini della stima di s\u00e9, mentre la \u00abvirilit\u00e0\u00bb contrassegnata da efficienza, potere e successo, era il fondamento di un&#8217;immagine positiva di se stessa.<\/em><\/p>\n<p>Il che, tradotto in linguaggio terra terra, significa che un numero sempre crescente di donne, almeno nella societ\u00e0 americana &#8211; ma anche in tutte le altre societ\u00e0 le quali, avendola presa a modello, hanno divinizzato l&#8217;ideale competitivo &#8211; si sentono tanto pi\u00f9 realizzate e soddisfatte di s\u00e9, quanto pi\u00f9 si identificano, psicologicamente, con il maschio, anzi, con il maschio stupidamente aggressivo e dominatore; mentre, viceversa, si sentono tanto pi\u00f9 &quot;fallite&quot; e inadeguate, quanto pi\u00f9 si riconoscono nei valori &#8216;femminili&#8217; dell&#8217;apertura, dell&#8217;ascolto e della disponibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Un bel risultato davvero; e, giorno dopo giorno, valanghe di film, telefilm, romanzi, fumetti e immagini pubblicitarie, si sforzano in ogni maniera di rafforzarlo, ampliarlo, consolidarlo, con tutta l&#8217;apparente autorevolezza di cui sono forniti.<\/p>\n<p>Da parte sua, il bambino allevato da una madre dominata dal mito maschile, che lo ha adorato in quanto maschio e che lo ha fatto sentire tanto pi\u00f9 eccezionale, quanto pi\u00f9 si conformava a quel modello, tender\u00e0 a sviluppare strategie di adattamento per ricevere l&#8217;approvazione materna. Tali strategie diverranno in lui, alla lunga, una sorta di seconda natura: una maschera che lo porter\u00e0 a venerare non l&#8217;immagine reale della madre, ma la sua immagine astratta e idealizzata; e, per converso, a disprezzare tutte le alte figure femminili, caratterizzate dagli attributi della debolezza, dell&#8217;impotenza, ma anche della dolcezza e della compassione. In realt\u00e0, non sono tanto quelle figure femminili l&#8217;oggetto del suo odio, quanto la parte pi\u00f9 intima e segreta di se stesso: quella che \u00e8, o che era, capace di provare e accettare il dolore e l&#8217;impotenza, e che potrebbe ricavarne una lezione di umana simpatia e solidariet\u00e0 verso il prossimo.<\/p>\n<p>Possiamo, infatti, porci le due seguenti domande: quante persone adulte, in realt\u00e0, odiano il prossimo, semplicemente perch\u00e9 non hanno il coraggio di odiare <em>consapevolmente<\/em> se stesse? E quante persone odiano inconsapevolmente se stesse, perch\u00e9 un modello educativo distorto ha sacrificato alcune funzioni naturali della loro personalit\u00e0, obbligandole a svilupparne artificialmente, e ipertroficamente, talune altre?<\/p>\n<p>Scrive ancora Arno Gruen (<em>Op. cit.<\/em>, p. 22):<\/p>\n<p><em>Il mito del potere e del dominio, come assoluta necessit\u00e0, rinnega il dolore e l&#8217;impotenza che sono il fondamento di un legame di amore tra gli individui. Per esempio, se il bambino si accorge che gli adulti vanno in collera quando reagisce al dolore rinchiudendosi abbattuto in se stesso, mentre si inteneriscono se finge le lacrime, si instaura coi genitori un tipo di rapporto che consiste i un gioco di potere: il bambino impara a simulare il dolore per manipolare coloro che in realt\u00e0 gli infliggono dolore.<\/em><\/p>\n<p><em>In un&#8217;educazione di questo tipo la falsit\u00e0 e il disprezzo di s\u00e9 e degli altri diventano atteggiamenti socialmente riconosciuti: si impara a influenzare le aspettative, giocando con la speranza dell&#8217;altro. E ben presto si impara anche a sfruttare nel proprio interesse i dubbi che sono in agguato sotto le pretese autoritarie degli adulti. Una tale &quot;realt\u00e0&quot; dei rapporti interpersonali copre il sentimento distruttivo di vendicarsi contro l&#8217;amore agognato e mai ottenuto. Da qui lo sviluppo di una struttura di comportamento caratteristica degli psicopatici.<\/em><\/p>\n<p>Gruen puntualizza di adoperare il termine &quot;psicopatico&quot; in una accezione un po&#8217; personale, ossia per indicare una forma esasperata di conformismo, a sua volta basato sulla sottomissione al mito maschile e, quindi, a una esagerata paura della debolezza e dell&#8217;impotenza.<\/p>\n<p>L&#8217;autore aggiunge che la natura dello psicopatico, in questo senso ben preciso del termine, si trova rappresentata esclusivamente, oltre che nel libro <em>The Mask of Sanity<\/em> dello psichiatra americano Hervey Cleckley, all&#8217;interno di opere letterarie, come nel personaggio dell&#8217;assassino Niels Heinrich Engelschall, nel romanzo <em>Christian Wahnschaffe<\/em> di Jakob Wassermann, e in una serie di personaggi delle opere di Joseph Conrad.<\/p>\n<p>Ad essi vorremmo aggiungere, da parte nostra, il personaggio di Stephen Rojack, protagonista del romanzo di Norman Mailer <em>Un sogno americano<\/em>: ma, per la complessit\u00e0 e la ricchezza di spunti psicologici e filosofici che tale opera presenta, ci ripromettiamo di riprendere questo discorso un&#8217;altra volta, in una sede apposita.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che qui interessa \u00e8 che tutti questi personaggi appaiono caratterizzati da una maschera convincente di salute mentale, dietro la quale su cela una totale ignoranza dei veri rapporti di amore e una carica di furore latente, sempre pronta ad esplodere, rivolgendosi indiscriminatamente contro ogni forma di vita. Si tratta, perci\u00f2, di esseri umani che, di umano, non hanno conservato praticamente nulla; di individui che, pur essendo capaci di dominare perfettamente tutta la tastiera dei sentimenti, al proprio interno non odono null&#8217;altro che il sordo ruggito di una parossistica volont\u00e0 di distruzione.<\/p>\n<p>Fra tutti i personaggi letterari che illustrano la personalit\u00e0 dello psicopatico, forgiata da una erronea educazione basata sul culto maschile della forza e dell&#8217;insensibilit\u00e0, Arno Gruen concentra la sua attenzione su quello di Peer Gynt, il protagonista dell&#8217;omonimo, celeberrimo dramma dello scrittore norvegese Henrik Ibsen (1828-1906). Ma, per meglio comprendere il significato di questa affermazione, non sar\u00e0 male ricapitolare brevemente la trama del <em>Peer Gynt<\/em>, una di quelle grandi opere della letteratura di tutti i tempi di cui ciascuno, probabilmente, ha sentito parlare almeno una volta, ma che pochi, in realt\u00e0, sono andati a leggersi o hanno avuto la possibilit\u00e0 di vederla rappresentata in teatro.<\/p>\n<p>In primo luogo, va detto che Ibsen, nel comporre questo notevolissimo dramma in cinque atti, nel 1867, non cre\u00f2 dal nulla il personaggio di Peer Gynt, ma si ispir\u00f2 a una fiaba popolare norvegese. Il protagonista della vicenda \u00e8 un giovanotto spaccone che affronta innumerevoli avventure, disprezzando le virt\u00f9 della vita quotidiana e perseguendo unicamente una sorta di superomistica volont\u00e0 di essere se stesso. Ci\u00f2 lo conduce a vivere in una dimensione ambigua, sospesa fra realt\u00e0 e sogno, e a illudere se stesso e gli altri, ad eccezione di sua madre, Aase, l&#8217;unica persona al mondo che riesce a seguirlo lucidamente nel suo mondo di sfrenata fantasia.<\/p>\n<p>Scrive l&#8217;<em>Enciclopedia Garzanti di Letteratura<\/em> edizione 2003, vol. 2, p. 1.460:<\/p>\n<p><em>Gli episodi salienti del dramma tracciano un quadro simbolo dell&#8217;esistenza di Peer Gynt: Peer che, adulto, gioca con la madre come un bambino; Peer che rapisce una ragazza Ingrid) alla vigilia delle nozze e l&#8217;abbandona subito; Peer che fugge dal villaggio natio e s&#8217;imbatte nella figlia del Vecchio di Dovre, il re dei troll o trold, gli spiriti delle foreste. La principessa vuole sposare Peer e lo porta nel mondo dei troll dove Peer, allettato dalla prospettiva di potere, onori e ricchezze, sta per accettare di divenire troll a sua volta. Ma ci ripensa e riesce a fuggire. Muore la madre tra le sue braccia e Peer inizia a vagabondare per tutta la terra, rifiutando anche l&#8217;amore sincero che gli offre la dolce Solveig. I suoi viaggi lo portano nei paesi pi\u00f9 remoti; si cimenta nelle pi\u00f9 diverse esperienze e incontra personaggi misteriosi (di evidente significato simbolico, come il &quot;fonditore di bottoni&quot;, il moralista che lo condanna). Alla fine Peer ritorna in patria, ma \u00e8 giunto all&#8217;ultima parte della sua vita. Il Vecchio di Dovre gli dice che ha vissuto da troll, non da essere umano. Ma Peer ha un rifugio: Solveig che, ormai vecchia, lo ama ancora e lo ha sempre atteso, fedele. Accanto a lei, che lo culla teneramente, e gli canta una dolcissima nenia, Peer muore sereno.<\/em><\/p>\n<p>Questa, la trama dell&#8217;opera dalla quale Ibsen si attendeva, finalmente, l&#8217;attenzione e il rispetto dei suoi connazionali; ma dalla quale ricevette soltanto critiche pesantissime e una aperta ostilit\u00e0. I bravi Norvegesi non accettavano il ritratto che di loro, attraverso la figura del leggendario Peer Gynt, il drammaturgo aveva fatto; non volevano identificarsi con quel giovinastro imprevedibile e sbruffone, inguaribile sognatore e scansafatiche a tutta prova. Ibsen, amareggiato, si chiuse per alcuni ani in un silenzio doloroso.<\/p>\n<p>Il tempo, per\u00f2, \u00e8 stato galantuomo, e sempre di pi\u00f9 il <em>Peer Gynt<\/em> ci appare come una delle sue cose pi\u00f9 belle, se non addirittura (come pensava, ad esempio, Otto Weininger) come il suo autentico capolavoro. Perfino drammi di straordinaria modernit\u00e0, come <em>Hedda Gabler<\/em> e <em>Il costruttore Solness<\/em> ci appaiono, al paragone, come pi\u00f9 legati alla contingenza, proprio perch\u00e9 allora erano &quot;moderni&quot; e, via via che gli anni passano, cominciano a mostrare qualche ruga, come una signora ancora bella, ma non pi\u00f9 giovanissima.<\/p>\n<p>Il <em>Peer Gynt<\/em>, no. Se ne sta saldo come una roccia, perch\u00e9 \u00e8 stato pensato, e, soprattutto, <em>sentito<\/em>, non in funzione della <em>modernit\u00e0<\/em> o di qualunque altra contingenza, e sia pure importante; ma nella prospettiva della eterna nostalgia dell&#8217;uomo verso la pienezza della vita.<\/p>\n<p>Se, tuttavia, passiamo dal piano dell&#8217;arte a quello della psicologia, ci \u00e8 dato intravedere nel carattere e nelle azioni di Peer Gynt, spirito perennemente irrequieto e pi\u00f9 complesso di quanto non lascino supporre le sue stravaganti &quot;ragazzate&quot;, una profonda sofferenza interiore, frutto di una disarmonia del suo sviluppo infantile.<\/p>\n<p>Osserva, dunque, il Gruen (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 22-23):<\/p>\n<p><em>&#8230; Il<\/em> Peer Gynt <em>di Ibsen (&#8230;) a mio avviso illustra con straordinaria chiarezza la dinamica dello psicopatico. Questo dramma mostra la sottomissione di un figlio che ha sacrificato se stessa al mondo del marito e si serve del figlio per sostenere la propria autostima che minaccia di crollare. Evidente risulta anche il legame fra la distruttivit\u00e0 del figlio e il suo odio contro la madre, cosa che a sua volta rafforza il mito come &quot;realt\u00e0&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Ase, la madre di Per Gynt, ha interiorizzato cos\u00ec perfettamente l&#8217;ideologia della superiorit\u00e0 e del potere maschile, che la sua stessa lotta per l&#8217;autorealizzazione diventa un&#8217;immagine speculare del mito maschile. Si lamenta della propria vita e del marito, che affoga tutto nell&#8217;alcol, ma la soluzione consiste solo nel dimenticare il proprio dolore. Questo oblio \u00e8 un tradimento di se stessa: \u00abPerch\u00e9 il mio uomo, devi sapere, era un beone che, a forza di botte e di chiacchiere in giro per tutta la parrocchia, ha tradito e calpestato in un attimo il nostro benessere, e intanto io e il piccolo Peer sedevamo in casa. Non sapevamo altro rimedio che dimenticare\u00bb. E subito dopo dice chiaramente che la menzogna \u00e8 diventata la sua salvezza allucinatoria: \u00ab&#8230; certi si mettono a bere, altri si mettono a mentire&#8230; e cos\u00ec siamo ricorsi alle fiabe: di principi e gnomi e bestie feroci, e anche di spose e rapimenti\u00bb. La sua vendetta nella fantasia la consuma non contro l&#8217;uomo, ma contro la donna, debole ai suoi occhi, aderendo a quel mondo di violenza maschile che ha soggiogato lei stessa. E per attrarre Peer nel suo mondo di fantasia gli permette tutto, ma lo umilia e l&#8217;ostacola ogni volta che cerca di cavarsela da solo. Gi\u00e0 nella prima scena vediamo come lo rimprovera per una zuffa, ammirandolo nello stesso tempo.<\/em><\/p>\n<p><em>E Peer Gynt? Nel dramma di Ibsen presenta i caratteri che sono propri di ogni psicopatico: prima di tutto, una profonda scissione fra l&#8217;apparente tenerezza e sollecitudine verso la madre e l&#8217;odio che nello stesso tempo nutre per lei. Ma questa scissione nello psicopatico non fa che rendere evidente ci\u00f2 che \u00e8 implicito nel mito maschile: il disprezzo della donna. A questo si accompagna il rifiuto di qualunque responsabilit\u00e0 del maschio per il suo comportamento che mira al dominio e al possesso.<\/em><\/p>\n<p><em>La corsa al dominio e al possesso, infatti, pu\u00f2 avvenire solo passando sopra al dolore e alla disperazione dell&#8217;altro &#8211; come del resto alla propria. La responsabilit\u00e0 implica un fare i conti con se stesso. Jacob Wassermann la mette in questi termini: \u00abPenso precisamente che il bene e il male non si distinguono nel commercio degli individui fra loro, ma esclusivamente nel rapporto dell&#8217;individuo con se stesso\u00bb. Quando si rifiuta la compassione, e l&#8217;empatia su cui essa si basa, non si ha pi\u00f9 alcun contatto con la propria interiorit\u00e0 e quindi nessuno scrupolo.<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec Ibsen ci mostra un uomo che per tutta la vita va in cerca di un luogo dove esercitare il suo dominio, per scoprire alla fine che il suo vero regno, unico e solo, era proprio quello che aveva sprezzato: se stesso.<\/em><\/p>\n<p><em>Se la figura di Peer Gynt non ci appare palesemente quella di un folle, \u00e8 perch\u00e9 nel suo continuo tendere a qualcosa fuori di s\u00e9 esprime i nostri stessi desideri di potere, possesso e dominio&#8230;<\/em><\/p>\n<p>La tesi di Arno Gruen \u00e8 chiara: solo l&#8217;empatia, e i sentimenti che da essa derivano, possono consentire al bambino, e in seguito all&#8217;adulto, di sviluppare la propria autonomia. Altrimenti, il fatto che la sfera dei sentimenti pi\u00f9 profondi venga tagliata fuori, d\u00e0 origine a un S\u00e9 demoniaco, che risponde unicamente al richiamo del possesso e del dominio. L&#8217;inconscio di simili individui somiglia a un crogiolo infernale di odio e sete di vendetta: odio contro se stessi, derivante dalla perdita dell&#8217;autonomia; ma, inevitabilmente, odio che si riversa pesantemente contro gli altri. Molti milioni di persone vivono cos\u00ec, nella nostra societ\u00e0; e la circostanza che si tratti di una situazione largamente diffusa ci fa velo alla semplice evidenza, che siamo in presenza di altrettanti casi di psicopatologia.<\/p>\n<p>L&#8217;unico modo di sottrarsi alla spirale perversa dell&#8217;ideale maschile della forza e dell&#8217;invulnerabilit\u00e0, con tutte le sue disastrose conseguenze, \u00e8 quello di accettare la fragilit\u00e0 e la mortalit\u00e0 della condizione umana. Solo facendo i conti sino in fondo con l&#8217;idea della debolezza, della malattia e della morte, noi possiamo conquistare tutta la nostra umanit\u00e0, e vivere da uomini in mezzo ad altri esseri umani.<\/p>\n<p>Ora, l&#8217;idea della morte \u00e8 appunto quella che maggiormente si cerca di evitare, nelle condizioni poste dalla societ\u00e0 occidentale moderna, basata sui miti del possesso e del dominio. Eppure, quanto pi\u00f9 le persone rifiutano di misurarsi con essa, tanto pi\u00f9 allontanano da s\u00e9 ogni possibilit\u00e0 di rasserenamento e di recupero del proprio equilibrio spirituale.<\/p>\n<p>Ne abbiamo gi\u00e0 parlato in varie occasioni, e specialmente negli articoli <em>L&#8217;ultimo nemico ad essere sconfitto sar\u00e0 la morte<\/em>; <em>La vocazione alla vita degli esseri si realizza attraverso il paradosso della morte<\/em>; e <em>Riflessione sulla morte: prepararsi a un congedo sereno, senza rimpianti<\/em> (tutti consultabili sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Il paradosso \u00e8 questo: siamo fatti per la vita, eppure la morte ci chiama. Ma in fondo, a ben guardare, si tratta di un paradosso meno stridente di quel che potrebbe sembrare. Tutti conosciamo l&#8217;adagio secondo cui non si apprezza veramente il valore di una cosa, se non quando la si \u00e8 perduta, o, quantomeno, si rischia di perderla. Ci\u00f2 vale per tutte le cose.<\/p>\n<p>Tuttavia potremmo integrarlo con una ulteriore osservazione, e cio\u00e8 che <em>soltanto allorch\u00e9 noi siamo pronti a separarci con animo lieto da ogni cosa, per ci\u00f2 stesso diveniamo degni di ritrovarla e di possederla per sempre.<\/em><\/p>\n<p>S\u00f6ren Kierkegaard ne era convinto. Fu tale convincimento, fra l&#8217;altro, a dargli la forza di rompere il fidanzamento con Regina Olsen, pur amandola con tutto se stesso; e a sostenerlo, lungo tutta la vita che gli rimaneva da vivere, nella fede incrollabile che, in qualche maniera misteriosa, ella gli sarebbe stata restituita. Apparentemente, i fatti concreti gli diedero torto: Regina spos\u00f2 un altro, e i due non si videro pi\u00f9 &#8211; almeno in questa vita. Ma siamo sicuri che la realt\u00e0 profonda delle cose \u00e8 riconducibile unicamente a ci\u00f2 che i nostri sensi vedono, odono e toccano?<\/p>\n<p>In un contesto un po&#8217; diverso, il filosofo esistenzialista cristiano Gabriel Marcel affermava una delle sue convinzioni pi\u00f9 alte, dicendo che amare veramente qualcuno significa dirgli: <em>\u00abTu non morirai\u00bb.<\/em> Si tratta di una affermazione molto forte, addirittura esplosiva; e, al tempo stesso, tale da apparire enigmatica, se non decisamente utopistica.<\/p>\n<p>Che cosa mai significa, infatti, sostenere che l&#8217;amore salva la creatura umana dall&#8217;abisso della morte?<\/p>\n<p>Marcel scrive, testualmente, che<\/p>\n<p><em>Amare qualcuno significa dire: Tu non morrai&#8217;. (&#8230;) Non si afferma l&#8217;indistruttibilit\u00e0 dell&#8217;essere amato da un punto di vista noumenico: l&#8217;indistruttibilit\u00e0 riguarda un certo legame, non un oggetto. Possiamo formulare nel modo seguente l&#8217;assicurazione profetica di cui parlavo poco fa: quali siano i cambiamenti che ci\u00f2 che io ho sotto gli occhi potr\u00e0 subire, io e te resteremo insieme; l&#8217;avvenimento accidentale che pu\u00f2 sopraggiungere non pu\u00f2 rendere caduca la promessa d&#8217;eternit\u00e0 inclusa nel nostro amore&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Certo, qui si tratta di decidere se riteniamo la morte come un precipitare nel nulla, oppure come un passaggio di stato, una &quot;crisi&quot; e una modificazione del nostro essere, che non implica, per\u00f2, automaticamente, la sua distruzione.<\/p>\n<p>Se la morte \u00e8 la fine di tutto, allora la sentenza di Marcel non \u00e8 che una pia illusione.<\/p>\n<p>Se, invece, crediamo che la vita non sia frutto del caso, ma di un progetto amorevole dell&#8217;Essere, che ci ha chiamati all&#8217;esistenza per uno scopo ben preciso, uno ad uno, allora \u00e8 proprio l&#8217;amore la forza che pu\u00f2 riscattare la vita dalla morte, realizzando l&#8217;eterna vocazione umana a una vita piena, gloriosa, totale. La morte, la morte definitiva, ci appare, allora, non come un <em>dato<\/em> ineluttabile, ma come una <em>possibilit\u00e0<\/em>: solo colui che non ha mai amato e non ha mai saputo farsi amare rischia di cadere nel nero abisso senza fine. Ma, per chi ha saputo fare della propria vita, almeno in parte, una offerta di amore, ecco che quell&#8217;amore si trasforma in grazia sovrabbondante e lo riscatta dalle catene della morte, cos\u00ec come un tempo si riscattavano, in moneta sonante, le persone cadute accidentalmente in schiavit\u00f9.<\/p>\n<p>In questa prospettiva, infatti, la morte perde il suo carattere di tremenda fatalit\u00e0 e ci appare come un accidente, ossia come un evento non deciso dal fato, ma provocato dalla nostra insufficienza di amore. La morte, questa ladra che ci terrorizza con la sua costante minaccia, \u00e8 penetrata nel giardino della vita a causa di una manchevole risposta degli esseri umani alla chiamata dell&#8217;amore; e, per la stessa ragione, non potr\u00e0 che battere in ritirata, quando tale risposta diverr\u00e0 piena e convinta, incondizionata e totale.<\/p>\n<p>In questo senso dicevamo, poc&#8217;anzi, che la persona diventa degna di ritrovare ogni cosa, solo allorch\u00e9 si mette nella prospettiva di rinunciare serenamente a tutto; e &#8211; aggiungiamo ora &#8211; di rinunciare in primo luogo all&#8217;attaccamento alle cose, alla smania del controllo, del possesso e del dominio. Come disse una volta, il volto animato da un sorriso buono e luminoso, il filosofo Raimon Panikkar, nel corso di una pacata conversazione: <em>\u00abPerch\u00e9, dunque, ti vuoi aggrappare alle cose, uomo? Lasciati andare; lasciati andare\u00bb.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci eravamo recentemente occupati, nell&#8217;anniversario della morte della povera Claudia Bianchi, del mito maschile della forza e dell&#8217;invulnerabilit\u00e0, che pare aver contagiato molte donne e il<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[230],"class_list":["post-27740","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-psicologia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27740","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27740"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27740\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27740"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27740"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27740"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}