{"id":27701,"date":"2015-11-03T09:32:00","date_gmt":"2015-11-03T09:32:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/03\/pascoli-poeta-cristiano\/"},"modified":"2015-11-03T09:32:00","modified_gmt":"2015-11-03T09:32:00","slug":"pascoli-poeta-cristiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/03\/pascoli-poeta-cristiano\/","title":{"rendered":"Pascoli poeta cristiano?"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 cristiana, l&#8217;anima di Giovanni Pascoli? Non l&#8217;anima dell&#8217;uomo, naturalmente &#8212; la cosa non ci riguarda -, ma del poeta, dell&#8217;autore di opere superbe e profondamente innovative, cariche di una dolente e pensosa umanit\u00e0 e di una struggente malinconia, come \u00abMyricae\u00bb (1891), \u00abPoemetti\u00bb (1897), \u00abCanti di Castelvecchio\u00bb (1903)? Possiamo considerare Pascoli, un po&#8217; come il suo amato maestro Virgilio, un poeta &quot;naturaliter christianus&quot;, pur non essendolo stato in maniera esplicita e consapevole?<\/p>\n<p>Prima di rispondere a questa domanda, o tentare di rispondervi, dobbiamo ben considerare che cosa si intenda per &quot;anima cristiana&quot;. Ci sembra che essa non sia, n\u00e9 possa limitarsi ad essere, un accostamento, pi\u00f9 o meno occasionale, pi\u00f9 o meno informe, di temi e suggestioni misticheggianti e carezzevoli, di buonismo indiscriminato, di pacifismo inerme, di rinunciatarismo e fatalismo imbelle, di ascetismo generico o, peggio, di vittimismo camuffato da rassegnazione, meno ancora di sentimentalismo a buon mercato.<\/p>\n<p>Nossignori: l&#8217;anima cristiana, o che sente in profondit\u00e0 la suggestione della visione cristiana della vita, si raccoglie, per cos\u00ec dire, intorno a un nucleo di &quot;verit\u00e0&quot; e di certezze che la sostenfgono nelle lotte della vita stessa (perch\u00e9 la vita, per il cristiano, \u00e8 lotta: inevitabilmente e ineludibilmente), che si possono riassumere nella viva coscienza del Bene e del Male, agenti in una irriducibile opposizione reciproca (con buona pace di tutti gli spiritualismi orientaleggianti e di matrice New Age, i quali sfumano le differenze e arrivano all&#8217;unit\u00e0 indifferenziata dei due poli etici); nel trascendimento del male attraverso l&#8217;accettazione della sofferenza, vista come occasione di redenzione e non come inutile trastullo del caso, come ironia o come beffa del destino; nell&#8217;anelito a una dimensione di esistenza pi\u00f9 piena e luminosa, di cui la vita terrena \u00e8 solo la preparazione fuggevole, che va rispettata e apprezzata in se stesa, ma giammai assolutizzata, n\u00e9 staccata dal suo significato di prova, cammino, pellegrinaggio; nell&#8217;accettazione serena della morte quale momento necessario di passaggio alla vita ulteriore; nel sentimento di un Dio presente, amorevole, sollecito, personale, che cerca l&#8217;uomo e dal quale \u00e8 cercato, e che, solo, garantisce il senso ultimo della vita e della morte, nonch\u00e9 il supremo criterio di giustizia nelle relazioni umane; e che la dimensione personale dell&#8217;esistenza \u00e8 il criterio-guida per una vita buona, in quanto il bene si realizza sempre nell&#8217;incontro benevolo positivo dell&#8217;io con il tu, un <em>tu<\/em> che \u00e8 volto, figura, corpo e anima di un altro essere, fratello nel dolore, compagno di strada nel pellegrinaggio e mai nemico in se stesso, per quanto le sue idee o i suoi atti possano creare una barriera <em>di fatto<\/em> insuperabile.<\/p>\n<p>Ebbene: nessuno di questi atteggiamenti, di queste disposizioni, di queste certezze, o almeno di queste aspirazioni, si trova nel mondo poetico di Pascoli: assolutamente niente; per\u00f2, in compenso, vi si trovano frequentissimi atteggiamenti, pensieri e inclinazioni i quali, superficialmente, dall&#8217;esterno, ad uno sguardo non troppo attento, possono assomigliare all&#8217;anima cristiana e alla visione cristiana della vita. La piet\u00e0 per gli infelici; la commiserazione per i sofferenti; il senso incombente del male; il bisogno di trovare ad esso una risposta (ma senza riuscirvi affatto!); un certo stringersi gli uni agli altri, una certa tendenza declamatoria al bene e al perdono, un certo senso di compassione e una ricerca di consolazione, che per\u00f2 ricade sempre su se stessa; una generica fratellanza umana, un generico invito alla bont\u00e0, che scivola, nelle poesie meno felici, in un lezioso pargoleggiare: tutto questo c&#8217;\u00e8 nella poesia di Pascoli, e, a chi non vada un poco al fondo delle cose, ma sia portato a guardare in maniera frettolosa e con scarso discrimine, pu\u00f2 anche passare per &quot;cristiano&quot;, nel senso pi\u00f9 vago e tenue del termine. Manca, per\u00f2, l&#8217;essenziale: la coscienza del Bene e del Male, il valore salvifico della sofferenza, la fede &#8212; o almeno la ricerca della fede &#8212; in un Dio personale, che sa e pu\u00f2 e vuole venire incontro all&#8217;uomo. Mentre il Dio di Pascoli &#8212; se pure esiste &#8212; non sa fare altro che unire le sue lacrime alle lacrime dell&#8217;uomo (si pensi alla chiusa della poesia \u00abX agosto\u00bb): un Dio imbelle e impotente, che piange ma non pu\u00f2 soccorrere alcuno; o che, forse, \u00e8 troppo lontano per intervenire, per spandere la Sua Grazia fra le creature che lo cercano e lo invocano.<\/p>\n<p>Ha scritto il critico letterario Mario Puppo &#8212; genovese, classe 1913, morto a Trento nel 1989, autore di importanti studi e ricerche, specialmente sul Romanticismo e sulla letteratura italiana del XIX secolo (in: F. Montanari &#8212; M. Puppo, \u00abStoria della letteratura italiana\u00bb, Torino, Societ\u00e0 Editrice Internazionale, 1983, vol. 3, pp. 202-04):<\/p>\n<p><em>\u00abSi \u00e8 parlato di cristianesimo a proposito dell&#8217;atteggiamento pascoliano, ma si tratta di un equivoco. Il poeta che scrisse i &quot;Poemetti cristiani&quot;, che tanto sent\u00ec il fascino dell&#8217;appello all&#8217;amore universale, non conobbe del cristianesimo alcuni elementi fondamentali. Sul piano morale, l&#8217;interpretazione del significato del dolore e del male, con i connessi sentimenti della giustizia e della responsabilit\u00e0. C&#8217;\u00e8 in lui non trasfigurazione del dolore, e redenzione attraverso il dolore, ma rassegnazione ad esso e qualche volta decadentistico assaporamento del dolore come una volutt\u00e0 e come pretesto per essere compatito. E ancora, non superamento del male per il trionfo di una realt\u00e0 positiva, ma vanificazione di esso nell&#8217;indiscriminata accettazione di tutto, senza distinzioni. L&#8217;odio \u00e8 stolto pi\u00f9 che cattivo e l&#8217;amore non nasce dalla fede in un supremo principio del bene, ma dalla coscienza di un&#8217;invincibile infelicit\u00e0 comune. Il buon pievano di &quot;Benedizione&quot; benedice tutto, anche il loglio e il serpente, e anche all&#8217;assassino si deve piet\u00e0 e non giustizia, perch\u00e9 tutti siamo ugualmente infelici (cfr. &quot;Nel carcere di Ginevra&quot;). Sul piano metafisico, il desiderio d&#8217;immortalit\u00e0, che risuona tante volte e spesso con accenti cos\u00ec vibranti e angosciosi nella poesia del Pascoli, \u00e8 desiderio di prolungare la vita nel suo aspetto terreno, non volont\u00e0 di trascenderla, \u00e8 soprattutto desiderio quasi morboso che i propri cari morti non siano morti. L&#8217;ora della morte \u00e8 bella se riconduce alla madre (&quot;Commiato&quot;), e nulla importa alla schiava Thallusa della vita eterna se il figlio non potr\u00e0 pi\u00f9 riconoscerla (&quot;Thallusa&quot;). Il sentimento pascoliano della morte ha un che di angustamente egoistico ed edonistico, che lo distacca non solo dal sentimento autenticamente cristiano di un Dante o di un Manzoni, ma da quello stoicamente eroico di un Foscolo o di un Leopardi.<\/em><\/p>\n<p><em>Anche il sentimento di Dio (di un Dio che \u00e8 invocato quasi solo come garanzia dell&#8217;immortalit\u00e0) ha qualche cosa di materialistico: Dio \u00e8 spazialmente come il termine di un&#8217;infinita, vertiginosa caduta nel cosmo (&quot;La vertigine&quot;), come una pupilla aperta nell&#8217;ombra al confine ultimo dell&#8217;universo, non come una voce che parla dentro il cuore dell&#8217;uomo. Il Pascoli \u00e8 un grande poeta del cosmo, ma la sua visione del cosmo \u00e8 ben lontana da quella dantesca di un universo non solo chiuso, gerarchicamente disposto, e accentrato attorno alla terra, ma anche popolato di PERSONE; \u00e8 la visione di uno spazio infinito e privo di centro, nel quale la terra \u00e8 sospesa sopra vertiginosi abissi senza fondo, dove incessantemente si producono immani e ciechi cataclismi (cfr. il poemetto &quot;Il ciocco&quot;).<\/em><\/p>\n<p><em>Privo di precise strutture metafisiche e morali, il mondo del Pascoli \u00e8 anche privo di dimensione storica. La storia, che fu la grande musa del Manzoni e del Carducci, ha molta parte anche nella poesia pascoliana, ma violentemente svuotata dei suoi significati obiettivi, privata delle sue coordinate logiche e delle sue misure temporali, trasfigurata mediante connessioni arbitrarie e simbologie soggettive, trasformata come in un immenso mare nel quale galleggiano alla medesima superficie fatti cose nomi lontanissimi nel tempo e nello spazio. Scrisse il Pascoli stesso che egli si commuoveva soltanto davanti alla bellezza della natura e che un albero vale pi\u00f9 che la torre del Mangia e il campanile di Giotto. E anche la storia \u00e8 da lui adeguata alla natura. Essa \u00e8 un mondo naturale di luci, di colori, di suoni, popolato di richiami e allusioni, di analogie e di mistero, investito da quella medesima ardente soggettivit\u00e0 visionaria e trasfiguratrice che investe i monti, le piante, gli animali, gli astri. Fatti e persone perdono la loro fisionomia spirituale, si trasformano in forze naturali, si dissolvono in simboli e fantasmi; molto spesso, purtroppo anche in astrazioni.<\/em><\/p>\n<p><em>D&#8217;Annunzio esalt\u00f2 il Pascoli anche come il pi\u00f9 grande degli umanisti per le sue poesie latine e per le sue rievocazioni del mondo classico. Ma se umanesimo \u00e8 prima di tutto storicismo, senso dell&#8217;individualit\u00e0 dei momenti e dei personaggi storici, nessuno meno umanista del Pascoli. Nei fatti e nei personaggi dell&#8217;antichit\u00e0, storici o mitici, egli proietta se stesso, la sua inquieta soggettivit\u00e0, la sua angoscia e il suo sentimento del mistero, e li immerge in un&#8217;atmosfera di penombre e di simboli. Nei &quot;Poemi conviviali&quot; il mondo classico \u00e8 tutto permeato da un&#8217;inquietudine precristiana, percorso da trasalimenti di sensibilit\u00e0 romantica e decadente. Significative, da questo punto di vista, le antologie latine del Pascoli, &quot;Lyra&quot; ed &quot;Epos&quot;, in cui titoli sunti e commenti immergono i testi degli antichi poeti in un&#8217;aria pascoliana; e le traduzioni omeriche, nelle quali Omero, pur tradotto alla lettera, acquista una voce inconfondibilmente pascoliana. Una trasfigurazione analoga dei testi di epoche e scrittori diversi e lontani avviene nelle antologie italiane, &quot;Sul limitare&quot; e &quot;Fior da fiore&quot;, dove, attraverso il taglio dei brani, i titoli, le note, come dice il Valgimigli, &quot;ogni scrittore vi diventa Pascoli&quot;. Umanesimo \u00e8 anche senso vivo della tradizione letteraria e gusto dell&#8217;arte letteraria, anche come retorica. Il Pascoli trascur\u00f2 quasi completamente secoli interi della nostra storia letteraria, passando di colpo da Dante e dal primo Trecento all&#8217;Ottocento, a Leopardi, Manzoni, Tommaseo. Artefice sottilissimo, signore di tutti i segreti della tecnica, proclam\u00f2 di volere una poesia non letteraria e giunse a negare la validit\u00e0 di un&#8217;arte poetica come attivit\u00e0 consapevole e addottrinata del poeta. La poesia sta nelle cose, non la fa il poeta. Egli tutt&#8217;al pi\u00f9 ci mette i versi. Questo modo di concepire la poesia, cos\u00ec diverso da quello della tradizione italiana, \u00e8 uno degli aspetti pi\u00f9 interessanti e vitali della personalit\u00e0 pascoliana e, con la tecnica stilistica che coerentemente ne deriva, costituisce il suo pi\u00f9 stretto legame con la poesia del Novecento.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 una pagina di critica superba, che ci lascia ammirati: con sobriet\u00e0, senza inutili sottolineature, senza sbavature, in maniera pacata, logica e consequenziale, Puppo mette in fila gli argomenti pro e contro il &quot;cristianesimo&quot; pascoliano e demolisce implacabilmente ogni possibile interpretazione a favore, mostrando, con evidenza del tutto persuasiva, che l&#8217;anima di Pascoli non ha praticamente nulla di cristiano, se non una certa vaga somiglianza esteriore con essa.<\/p>\n<p>Nel clima culturale e spirituale odierno, dove elementi di modernismo sono penetrati largamente nella concezione cattolica e dove, per molti cattolici, il cristianesimo si \u00e8 ridotto ad una generica dichiarazione d&#8217;intenti, ad una speranza con la &quot;s&quot; maiuscola, ad una fede quasi tutta laica e immanentista, pur se ispirata, a parole, alla Rivelazione (ma assai meno, o niente affatto, alla Tradizione), e dove numerosi elementi di relativismo sono stati accolti come fossero fattori positivi e di arricchimento, invece che &#8212; come lo sono, in effetti &#8212; di appiattimento e d&#8217;impoverimento, in un tale clima, dicevamo, non fa meraviglia se qualcuno vuol riproporre la vecchia interpretazione di un Pascoli quasi cristiano, o semi-cristiano, e insomma &quot;naturalmente&quot; cristiano, come lo fu, in un certo senso, Virgilio. Ma il paragone \u00e8 del tutto sbagliato e fuor di luogo: perch\u00e9 Virgilio fu un poeta pagano, che non conobbe Cristo, n\u00e9 il Vangelo; Pascoli \u00e8 un poeta moderno, nella cui dimensione spirituale e culturale vi sono poco meno di due millenni di cristianesimo; non si pu\u00f2, pertanto, nel suo caso, parlare di cristianesimo &quot;naturale&quot;: sarebbe uno scherzo di dubbio gusto. Oggi, e non al tempo di Virgilio, o si possiede un&#8217;anima cristiana, o non la si possiede: e questo, ovviamente &#8212; nel caso di un poeta &#8212; non significa che si debba aderire a tutti i dogmi della religione cristiana, o accettare integralmente la dottrina della Chiesa cattolica; significa, molto pi\u00f9 semplicemente, condividere l&#8217;atteggiamento di fondo, che \u00e8 proprio dell&#8217;anima cristiana, nei confronti di Dio, della vita, dell&#8217;altro, illuminati dalla Fede, dalla Speranza e dalla Carit\u00e0. Ma, in Pascoli, la Fede non c&#8217;\u00e8; la Speranza nemmeno, o, al massimo, \u00e8 una tenute, timidissima speranza tutta umana; e, in luogo della Carit\u00e0, troviamo un buonismo che ignora la giustizia e che accomuna il buono e il malvagio, senza distinzione e senza espiazione da parte del secondo, in nome della condizione infelice e dolorosa che caratterizza il destino umano.<\/p>\n<p>Questo pessimismo radicale, sconsolato, e questo relativismo etico, non sono cristiani. Pascoli non \u00e8 un poeta cristiano: \u00e8, semmai, un poeta cristianeggiante, nel senso che accoglie, del cristianesimo, solo ci\u00f2 che rientra nel suo orizzonte spirituale. \u00c8 anche un grande poeta, naturalmente: un poeta che merita d&#8217;esser letto e riletto, e cui spetta un posto nel novero dei classici. Solo, non \u00e8 cristiano&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 cristiana, l&#8217;anima di Giovanni Pascoli? 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