{"id":27685,"date":"2013-11-03T06:43:00","date_gmt":"2013-11-03T06:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/11\/03\/il-paradosso-della-conoscenza-e-che-luomo-non-puo-pensare-il-reale-astraendo-da-se-stesso\/"},"modified":"2013-11-03T06:43:00","modified_gmt":"2013-11-03T06:43:00","slug":"il-paradosso-della-conoscenza-e-che-luomo-non-puo-pensare-il-reale-astraendo-da-se-stesso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/11\/03\/il-paradosso-della-conoscenza-e-che-luomo-non-puo-pensare-il-reale-astraendo-da-se-stesso\/","title":{"rendered":"Il paradosso della conoscenza \u00e8 che l\u2019uomo non pu\u00f2 pensare il reale astraendo da se stesso"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 possibile che l&#8217;uomo sappia e conosca veramente qualcosa della realt\u00e0, qualcosa del &quot;mondo&quot;, pur essendo parte di quella realt\u00e0 e di quel &quot;mondo&quot;? \u00c8 possibile, cio\u00e8, che egli riesca a vedere e giudicare il mondo nella sua totalit\u00e0, come se la vedesse e la giudicasse dall&#8217;esterno, mentre invece egli \u00e8 immerso in essa, \u00e8 parte di essa, \u00e8 tutt&#8217;uno con essa?<\/p>../../../../n_3Cp>Possiamo tentar di chiarire il senso della domanda facendo un confronto con delle situazioni che, per quanto immaginarie, presentano qualche analogia con la condizione umana e hanno con essa un preciso elemento in comune: la paradossalit\u00e0. La formica che si muove sulle pietre della montagna, potr\u00e0 mai vedere e giudicare la montagna nel suo insieme, riuscir\u00e0 mai a farsene un&#8217;idea realistica? Il pesce che vive nel mare, che non ha altra dimora che il mare, che non possiede altro orizzonte che il mare, beninteso esperito dall&#8217;interno e cio\u00e8 da sotto la superficie, potrebbe mai arrivare a comprendere che cosa sia, in realt\u00e0, il mare, distinguendolo cos\u00ec da ci\u00f2 che esso non \u00e8 &#8212; il cielo, la terra, tutta la realt\u00e0 che si trova al di fuori e al di sopra di esso?<\/p>\n<p>Tale \u00e8 il paradosso della nostra condizione: l&#8217;uomo \u00e8 sia l&#8217;oggetto, sia il soggetto della propria ricerca; \u00e8 colui che pone le domande, ma \u00e8 anche colui al quale le domande vengono rivolte, colui il cui mistero vorrebbe indagare. Ma il suo doppio ruolo lo pone in una situazione contraddittoria: per conoscere veramente un oggetto, bisogna essere qualcosa di distinto da esso: si pu\u00f2 conoscere ci\u00f2 che \u00e8 altro, perch\u00e9 lo si coglie con un solo sguardo; ma come si pu\u00f2 abbracciare se stessi con lo sguardo? Perfino lo specchio non ci rimanda una immagine veritiera di noi stessi: se strizziamo l&#8217;occhio destro, l&#8217;immagine che vediamo nello specchio strizza davanti a noi l&#8217;occhio sinistro. Senza contare che non possiamo vederci da dietro, o dall&#8217;alto, o dal basso; insomma non potremo mai, in nessun modo, coglierci in maniera completa, esaustiva, simultanea: qualche cosa ci sfuggir\u00e0 sempre, qualsiasi strategia adottiamo per tentar di superare la difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>Ora, se questo \u00e8 vero per il suo corpo fisico, non c&#8217;\u00e8 quasi bisogno di dire quanto sia difficile, per non dire impossibile, che l&#8217;uomo riesca a cogliere la propria interiorit\u00e0, dal momento che colui che si pone la domanda \u00e8 precisamente quella interiorit\u00e0: e l&#8217;interiorit\u00e0 pu\u00f2, s\u00ec, abbracciare se stessa, ma non in maniera oggettiva, non come se fosse altro da s\u00e9, ma solo per come essa \u00e8, vale a dire soggettivamente.<\/p>\n<p>Il mondo che noi vediamo, \u00e8 il mondo che vede il nostro sguardo, che colgono i nostri sensi, su cui riflette la nostra mente; non \u00e8 il mondo esterno, del quale &#8212; a rigore &#8211; nulla sappiamo, ma una realt\u00e0 interiore: quella che si riflette nei nostri organi di senso e nella nostra coscienza. E questo vale, a maggior ragione, per noi stessi: ci\u00f2 che sappiamo di noi stessi non corrisponde a un &quot;io&quot; del quale possiamo mai dire: \u00abEccoti, ti ho preso!\u00bb, ma sempre e soltanto a quell&#8217;io dentro il quale ci muoviamo, con il quale ci identifichiamo, con cui facciamo tutt&#8217;uno.<\/p>\n<p>Ma che cosa sappiamo veramente di noi stessi? In effetti, sappiamo &#8212; o crediamo di sapere &#8212; che cosa non siamo: non siamo il &quot;tu&quot;, non siamo l&#8217;altro, non siamo le cose che ci stanno attorno. In realt\u00e0 questa convinzione \u00e8 non solo opinabile (forse l&#8217;io non \u00e8 solo se stesso, dopotutto), ma profondamente fuorviante (ci d\u00e0 l&#8217;illusione della separatezza); per adesso, comunque, assumiamola come la posizione tipica del &quot;senso comune&quot;. Alla domanda: \u00abChe cosa sai tu di te stesso?\u00bb, noi generalmente crediamo di sapere, almeno, di essere altro da colui che ci fa la domanda; ma se a farci la domanda siamo noi stessi, allora le cose si complicano. Ci domandiamo: chi \u00e8 che ha fatto in me questa domanda, rivolta a me stesso? Ci sono forse in me due &quot;io&quot;, uno che interroga, l&#8217;altro che viene interrogato? O magari ce ne sono tre, quattro, dieci, innumerevoli &#8212; e, forse, infiniti? Ma, se \u00e8 cos\u00ec, chi sono gli altri; chi sono quelli che domandano e che rispondono e che mi mettono, per cos\u00ec dire, davanti al fatto sconcertante di una vita brulicante che si agita e s&#8217;interroga, l\u00e0 dove io credevo regnassero l&#8217;ordine e, soprattutto, la coesione di quel me stesso che ritenevo di conoscere e che pensavo di essere?<\/p>\n<p>Forse che il mio sdoppiamento incomincia solo quando mi pongo la domanda su me stesso, mentre, fino a che non me la ponevo, godevo beato della mia unit\u00e0, della mia coesione, della mia essenza? Allora farsi domande \u00e8 deleterio, \u00e8 un atto che mette in crisi la mia organicit\u00e0 e l&#8217;idea chiara e distinta che ho di me stesso; un atto, insomma, che non dovrei compiere, una domanda dalla quale sarebbe meglio che mi astenessi?<\/p>\n<p>Osservo gli animali: in apparenza (ma, in realt\u00e0, che ne sappiamo?), essi godono della loro vita senza interrogarsi, senza farsi domande: accettano la vita cos\u00ec com&#8217;\u00e8, non riflettono su di essa, dunque non si sdoppiano in un &quot;io&quot; che interroga e in un &quot;io&quot; che viene interpellato. Qualcuno potrebbe invidiarli: qualcuno potrebbe invidiare la loro pace, la loro naturalezza, il loro vivere la vita cos\u00ec come viene, semplicemente, senza residui, immergendosi in essa fino in fondo. Ma l&#8217;uomo non riesce ad immergersi nella vita a quel modo, perch\u00e9 non pu\u00f2 fare a meno di osservarsi e, di conseguenza, di farsi domande: e cos\u00ec si sdoppia. Diventa, contemporaneamente, il soggetto e l&#8217;oggetto del proprio interrogarsi, del proprio sforzo di conoscere e di conoscersi. Anche il mondo diventa per lui un mistero: invece di accoglierlo cos\u00ec come esso gli si presenta e come gli viene incontro, si domanda che cosa quel mondo sia, e che rapporti vi siano fra esso e lui stesso, nonch\u00e9 fra esso e il suo tentativo di conoscere le cose.<\/p>\n<p>Cos\u00ec facendo, l&#8217;uomo si separa dal mondo; ma poi si rende conto che nulla pu\u00f2 sapere del mondo, se non quello che rientra nei suoi sensi, nelle sue emozioni, nel suo pensiero: ancora una volta, egli \u00e8 preso in contraddizione da se stesso. Vorrebbe innalzarsi al di sopra del &quot;mondo&quot;, abbracciarlo con un solo colpo d&#8217;occhio, ma non pu\u00f2, perch\u00e9 il mondo non \u00e8 realmente fuori di lui, ma dentro di lui: nei suoi occhi, nei suoi orecchi, nel suo olfatto, nel suo odorato, nel suo tatto; e, naturalmente, nei suoi sentimenti e nei suoi ragionamenti.<\/p>\n<p>Se c&#8217;\u00e8 qualcos&#8217;altro, l\u00e0 fuori, lo ignora; e non arriver\u00e0 mai a conoscerlo, perch\u00e9 egli non pu\u00f2 sapere altro che quanto i sensi esterni ed interni gli dicono. Quel che non \u00e8 in essi, per lui non esiste: possono ben dire a un cieco dalla nascita che esistono dei colori bellissimi; egli tenter\u00e0 di immaginarseli, ma non riuscir\u00e0 mai a visualizzarli: per lui, &quot;verde&quot;, &quot;rosso&quot;, &quot;azzurro&quot;, non resteranno altro che parole vuote, suoni ai quali non corrisponde alcuna esperienza, dunque alcuna conoscenza. Per conoscere una cosa, bisogna averne fatto esperienza: cos\u00ec, almeno, avviene per le conoscenze dirette, le pi\u00f9 sicure e le uniche che meritano veramente di essere chiamate tali. Quel che altri ci dicono o ci trasmettono, le conoscenze indirette, le accogliamo con un atto di fede, ma non abbiamo una seria garanzia che siano veritiere: ci fidiamo che lo siano, perch\u00e9 crediamo a chi ce le ha trasmesse. Costui, per\u00f2, potrebbe anche essersi totalmente sbagliato, sia pure in buona fede, cio\u00e8 senza alcuna intenzione di ingannarci deliberatamente. Forse si \u00e8 ingannato anche lui; oppure ha creduto, per il nostro bene, che non era possibile dirci tutta la &quot;verit\u00e0&quot;. Potrebbe averci mentito per compassione, per delicatezza, per una forma di rispetto (ad esempio, per non umiliare il nostro amor proprio): e, se questo pu\u00f2 avvenire da parte di coloro che conosciamo e che ci vogliono bene, figuriamoci che cosa potrebbe accader con le conoscenze provenienti da estranei. Eppure, a ben considerare, la stragrande maggioranza di ci\u00f2 che siamo soliti chiamare la nostra &quot;conoscenza&quot;, di quel che crediamo di sapere, ha questa dubbia provenienza: lo abbiamo sentito dire, lo abbiamo letto da qualche parte, lo abbiamo ascoltato alla televisione.<\/p>\n<p>Anche le conoscenze dirette, per\u00f2, sono dubbie: chi ci garantisce che non eravamo folli, quando abbiamo creduto di vedere e di capire una certa cosa? Che non eravamo ubriachi, che non eravamo sconvolti, che non ci stavamo ingannando? E chi ci garantisce che non stiamo seguitando ad ingannarci, che non stiamo seguitando a credere di vedere, di sentire e di comprendere delle cose che, in realt\u00e0, non esistono affatto, o non sono cos\u00ec come le percepiamo? Ora, si d\u00e0 il caso che fra queste cose che ci sforziamo di conoscere, ci siamo anche noi stessi: il nostro &quot;io&quot;.<\/p>\n<p>Ma, anche ammesso (e non concesso) che noi possediamo realmente un io, e non semplicemente un fascio o un complesso di operazioni mentali sempre mutevoli &#8212; la vita che fluisce, che non ha forma, che non si lascia fermare, osservare, etichettare e incasellare -, chi mai ci assicura che il nostro io \u00e8 capace di cogliere se stesso, di esserne buon osservatore e buon giudice? Nessuno ci assicura: tentiamo di assicurarci da noi medesimi. Ma questo \u00e8 un circolo vizioso: il garante \u00e8 lo stesso che domanda la garanzia; non \u00e8 un altro, non \u00e8 un terzo.<\/p>\n<p>Il filosofo che con maggiore chiarezza concettuale ha messo a fuoco il paradosso fondamentale della conoscenza umana \u00e8 stato Ludwig Wittgenstein, col suo \u00abTractatus Logico-Philosophicus\u00bb, nel quale, molto onestamente, egli riconosce che solo il mistico lo pu\u00f2 oltrepassare, perch\u00e9 l&#8217;indagine puramente razionale rimane fatalmente inviluppata nella contraddizione dovuta all&#8217;identit\u00e0 di soggetto che vuol conoscere e di oggetto che vuol essere conosciuto.<\/p>\n<p>Vale la pena di riportare, a questo proposito, la riflessione conclusiva di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson &#8211; i principali ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, California &#8211; in \u00abPragmatica della comunicazione umana\u00bb (titolo originale: Pragmatic of Human Communication. A Study of International Patterns, Pathologies, and Paradoxes\u00bb, New York, Norton &amp; Co., 1967; traduzione dall&#8217;inglese di M. Ferretti, Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1971, pp. 266-67):<\/p>\n<p>\u00abWittgenstein mostra che potremmo sapere qualcosa sul mondo nella sua totalit\u00e0 soltanto se potessimo uscir fuori da esso; ma se ci\u00f2 fosse possibile, questo mondo non sarebbe pi\u00f9 TUTTO il mondo. Tuttavia la nostra logica non conosce nessuna cosa che sia fuori di esso: &quot;La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche suoi. In logica perci\u00f2 non possiamo dire: nel mondo c&#8217;\u00e8 questa o quella cosa, quell&#8217;altra no. Ci\u00f2 infatti sembrerebbe presupporre che escludiamo certe possibilit\u00e0, e questo non pu\u00f2 essere, ch\u00e9 altrimenti la logica dovrebbe travalicare i limiti del mondo: quasi cio\u00e8 potesse considerare questi limiti anche dall&#8217;altra parte. Ci\u00f2 che non possiamo pensare, non lo possiamo pensare; nemmeno dunque possiamo dire ci\u00f2 che non possiamo pensare.&quot;<\/p>\n<p>Il mondo, dunque, \u00e8 limitato e al tempo stesso senza limiti, senza limiti proprio perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 nulla fuori e non c&#8217;\u00e8 nulla dentro che possa costituire un confine. Ma se \u00e8 cos\u00ec ne consegue che &quot;Mondo e vita sono una sola cosa. Io sono il mio mondo&quot;. Soggetto e mondo non sono pi\u00f9, dunque, entit\u00e0 la cui funzione relazionale \u00e8 in qualche modo governata dall&#8217;ausiliare AVERE (una HA l&#8217;altro, lo contiene o gli appartiene) ma dal verbo esistenziale essere: &quot;Il soggetto non APPARTIENE al mondo, ma \u00c8 un limite del mondo&quot;.<\/p>\n<p>Entro questo limite si possono porre domande significative e rispondervi: &quot;Se una domanda \u00e8 si pu\u00f2 porre, si PU\u00d2 anche rispondervi&quot;, Ma la soluzione dell&#8217;enigma della vita nello spazio e nel tempo di trova AL DI FUORI dello spazio e del tempo. Perch\u00e9, come ormai dovrebbe essere ben chiaro, non c&#8217;\u00e8 nulla DENTRO uno schema che possa asserire, o anche CHIEDERE, qualcosa SU quello schema. . la soluzione, dunque, non sta nel ritrovare una risposta all&#8217;enigma dell&#8217;esistenza, ma nel prendere atto che non c&#8217;\u00e8 alcun enigma. Questa \u00e8 la sostanza delle frasi finali del &quot;Tractatus&quot;, frasi di una bellezza quasi Zen: &quot;Per una risposta che non si pu\u00f2 esprimere, nemmeno si pu\u00f2 formulare la domanda. L&#8217;ENIGMA non c&#8217;\u00e8&#8230; Noi sentiamo che se tutte le POSSIBILI domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati. Certo, non rimane allora alcuna domanda; e questa \u00e8 appunto la risposta. Il problema della vita si risolve quando svanisce. (Non \u00e8 questa la ragione perch\u00e9 uomini, cui, dopo lungo dubitare, il senso della vita il senso della vita divenne chiaro, non seppero dire in che consistesse questo senso?) C&#8217;\u00e8 veramente l&#8217;inesprimibile. Si MOSTRA, \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8 mistico&#8230; Di ci\u00f2 di cui non si pu\u00f2 parlare si deve tacere.\u00bb<\/p>\n<p>Di ci\u00f2 di cui non si pu\u00f2 parlare, si deve tacere: quanto \u00e8 stata ripetuta questa frase, quanto \u00e8 stata fraintesa, quanto \u00e8 stato stravolto il suo significato. Wittgenstein non \u00e8 un super-Kant che spazza via la metafisica, perch\u00e9 la dichiara non esperibile con gli strumenti della ragion pura; \u00e8 quasi un mistico, che lascia socchiusa la porta sull&#8217;Assoluto, dichiarando francamente che nessuna logica e nessun sapere scientifico potranno mai esaurire l&#8217;infinita domanda rampollante dall&#8217;anima umana. Ma che questa domanda ci sia, egli non lo nega affatto: si limita a constatare che il Logos dovrebbe astenersi dal formulare la domanda cui non potr\u00e0 mai rispondere, ma proprio per una forma di rispetto nei confronti della domanda stessa.<\/p>\n<p>Ora, l&#8217;uomo \u00e8 egli stesso la domanda: la domanda su se stesso, la domanda sul mondo, la domanda sul perch\u00e9 della domanda. Negare questo, significa negare il suo statuto ontologico e ridurlo all&#8217;ombra di se stesso, degradarlo, snaturarlo. Una mente equilibrata non dovrebbe permettersi di negare il senso della domanda; dovrebbe semmai constatare che ad essa non si pu\u00f2 rispondere con gli strumenti della logica e del sapere scientifico.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una realt\u00e0 infinita, al di l\u00e0 della logica e al di l\u00e0 della scienza; c&#8217;\u00e8 tutto un mondo di cui non sapremo nulla, fino a quando continueremo a pensare, vaneggiando, di poterlo cogliere nella sua totalit\u00e0, come se fossimo al di fuori di esso, senza considerare che, a quel punto, il mondo non sarebbe pi\u00f9 lo stesso, perch\u00e9 in esso non ci saremmo noi.<\/p>\n<p>Quello che, per la logica formale, \u00e8 un paradosso &#8212; lo sdoppiamento di soggetto e oggetto nell&#8217;atto del conoscere &#8212; per la vita \u00e8 un dato; e i dati non si discutono, si accettano. Quel che non possiamo comprende tenendoci aggrappati ai nostri strumenti logici, pu\u00f2 svelarsi a noi se ci lasciamo andare al flusso dell&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>Non come naufraghi senza scopo, per\u00f2; non come relitti in balia d&#8217;una corrente imprevedibile: ma con un atto di fiducia e d&#8217;amore nell&#8217;Essere, senza il quale non solo non vi sarebbe domanda, ma nemmeno qualcuno o qualcosa che la pone, che vi riflette, che aspira a oltrepassarla, con lo stesso ardore con cui la cerva assetata anela ai rivi delle acque&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 possibile che l&#8217;uomo sappia e conosca veramente qualcosa della realt\u00e0, qualcosa del &quot;mondo&quot;, pur essendo parte di quella realt\u00e0 e di quel &quot;mondo&quot;? \u00c8 possibile,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30162,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[38],"tags":[92],"class_list":["post-27685","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-gnoseologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-gnoseologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27685","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27685"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27685\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30162"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27685"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27685"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27685"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}