{"id":27603,"date":"2009-07-27T03:48:00","date_gmt":"2009-07-27T03:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/07\/27\/un-film-al-giorno-ondata-di-calore-di-nelo-risi-1970\/"},"modified":"2009-07-27T03:48:00","modified_gmt":"2009-07-27T03:48:00","slug":"un-film-al-giorno-ondata-di-calore-di-nelo-risi-1970","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/07\/27\/un-film-al-giorno-ondata-di-calore-di-nelo-risi-1970\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abOndata di calore\u00bb di Nelo Risi (1970)"},"content":{"rendered":"<p>Che cosa ci fa una giovane donna americana, bionda e bella, ma irrequieta e sempre pi\u00f9 angosciata, moglie di un marito pressoch\u00e9 invisibile, in una citt\u00e0 avveniristica costruita in mezzo al deserto, e chiusa in casa per sottrarsi a una interminabile, ossessionante tempesta di sabbia, che cancella lo scorrere del tempo e piomba ogni cosa in una atmosfera allucinante e surreale, alla Carson Mc Cullers?<\/p>\n<p>\u00abOndata di calore\u00bb di Nelo Risi, senz&#8217;altro uno dei film italiani pi\u00f9 originali del cinema contemporaneo, \u00e8 stato una co-produzione italo-francese del 1970, sceneggiato dal regista con Anna Gobbi e Roger Mauge e interpretato da una splendida e bravissima Jean Seberg (nei panni di Joyce, la protagonista), Luigi Pistilli (il dottor Volterra), Paolo Modugno (Cherif), Gianni Belfiore (Ali), Lilia Nguyen (la domestica indigena).<\/p>\n<p>Per il rigore compositivo della narrazione, simile a una sapiente struttura architettonica; per la capacit\u00e0 di creare suspence e stimolare, al tempo stesso, numerose riflessioni di carattere psicologico e sociale; infine per la saldezza dell&#8217;impianto registico e per la straordinaria bravura dell&#8217;attrice protagonista, capace di reggere sulle spalle, praticamente da sola, novantun minuti di pellicola, oltretutto quasi senza parlare, crediamo che \u00abOndata di calore\u00bb si debba considerare un film da manuale: ed \u00e8 un peccato che la sua lezione sia letteralmente caduta nel vuoto, al punto che sono in pochi, oggi, a ricordarlo.<\/p>\n<p>Nel complesso, la critica \u00e8 stata tiepidina, se non addirittura francamente ingenerosa, nei confronti di questo lungometraggio che esce cos\u00ec risolutamente da tutti i canoni di genere per costruire, con rigore quasi matematico, un discorso cinematografico radicalmente innovativo.<\/p>\n<p>Certo non ha giovato, alla comprensione della sua coraggiosa volont\u00e0 di creare un nuovo linguaggio narrativo, fatto di atmosfere intollerabilmente claustrofobiche, di primi piani ossessivi, di interminabili sequenze fatte di silenzi pesanti come pietre, il confronto &#8211; inevitabile, forse, per taluni aspetti &#8211; con il precedente \u00abDiario di una schizofrenica\u00bb, cos\u00ec lodato dalla critica impegnata e militante, anche perch\u00e9 cos\u00ec \u00abpoliticamente corretto\u00bb; mentre \u00abOndata di calore\u00bb \u00e8 apparso &#8211; a torto, secondo noi &#8211; meno compatto e lineare, pi\u00f9 velleitario e, forse, confuso.<\/p>\n<p>N\u00e9 ci sembra sia stata apprezzata nel suo giusto valore la sapiente fotografia di Giulio Albonico (la sequenza della Seberg alle prese con la bambola di plastica \u00e8 da manuale) che, pur essendo a colori, nelle scene esterne, con la citt\u00e0 spazzata dalla sabbia portata dal vento del deserto e le case linde, dall&#8217;aspetto impersonale e quasi fantascientifico, d\u00e0 quasi l&#8217;impressione di una pellicola girata in bianco e nero.<\/p>\n<p>Per Paolo Mereghetti, si tratta di \u00abun giallo ovattato girato con ritmi e vezzi da cinema d&#8217;autore\u00bb; salvato solo e unicamente dalla interpretazione della Seberg, quanto mai intensa; giudizio duro e gratuitamente maligno, perch\u00e9 Nelo Risi non ha i vezzi, bens\u00ec la stoffa del regista di cinema d&#8217;autore, con o senza il beneplacito dei critici pi\u00f9 o meno blasonati.<\/p>\n<p>Per il Morandini, si tratta di \u00abun passo indietro (uno solo?) rispetto a &quot;Diario di una schizofrenica&quot; di cui conserva soltanto il rigore geometrico della scrittura\u00bb; per concludere con notevole perfidia: \u00abQui Risi fa dell&#8217;antonionismo di riporto\u00bb.<\/p>\n<p>Il confronto sfavorevole con il \u00abDiario di una schizofrenica\u00bb, girato nel 1968, ritorna peraltro nel giudizio di Tullio Kezich, e sia pure in toni pi\u00f9 eleganti e meno astiosamente sgradevoli (ne: \u00abIl Millefilm. Dieci anni al cinema, 1967-1977\u00bb (Milano, Mondadori, 1983, vol. 2, pp. 445):<\/p>\n<p>\u00abDopo il &quot;Diario di una schizofrenica&quot; non \u00e8 questo il film che ci attendevamo dal talento di Nelo Risi. Certo un&#8217;opera come &quot;Ondata di calore&quot; pu\u00f2 impressionare favorevolmente per il rigore quasi geometrico della sua costruzione. Da un romanzo di Dana Moseley, ambientato nella provincia americana, Risi ha ricavato il ritratto di una donna sconvolta da una profonda crisi. E per rendere la situazione ancora pi\u00f9 eloquente, il regista l&#8217;ha trapiantata nella cornice della citt\u00e0 di Agadir (Marocco), quasi completamente ricostruita dopo il terremoto del 1961: a monte del personaggio, come della citt\u00e0 in cui vive, c&#8217;\u00e8 insomma un trauma che ha determinato la nevrosi. Per Agadir \u00e8 stato il terremoto, per la protagonista qualcosa che scopriamo un po&#8217; per volta fino a conquistarci un finale addirittura giallo. Dietro &quot;Ondata di calore&quot; c&#8217;\u00e8 un certo cinema italiano degli anni cinquanta, legato soprattutto all&#8217;esperienza di Antonioni, tanto suggestivo quanto aperto (e talvolta incerto) nelle sue definizioni culturali. Dopo aver assimilato cos\u00ec felicemente la cultura psicanalitica nel suo film pi\u00f9 riuscito., Risi qui regredisce a uno studio di comportamento molto meno interessante e utile; e non sempre sfugge al primo rischio di chi rappresenta un personaggio annoiato., che \u00e8 quello di annoiare. Ne risulta un gioco impeccabile, ma anche fine a se stesso.\u00bb<\/p>\n<p>Un&#8217;opera, tuttavia, andrebbe giudicata sempre per se stessa, per ci\u00f2 che il suo autore ha voluto esprimere e per la coerenza e l&#8217;efficacia con le quali ha saputo esprimere i propri contenuti e la propria visione del mondo.<\/p>\n<p>Il confronto con altre opere del medesimo autore, o anche di autori diversi, \u00e8 un&#8217;arma a doppio taglio: utilissimo finch\u00e9 consente di individuare le tappe di un determinato itinerario artistico, ambiguo e persino fuorviante allorch\u00e9 si traduce in uno strumento ideologico che limita, anzich\u00e9 ampliarla, la comprensione del discorso espressivo di quel certo autore, magari nello stesso tempo in cui sollecita il critico a tracciare egli stesso quello che avrebbe dovuto essere il \u00abpercorso ideale\u00bb che, guarda caso, somiglia moltissimo (per non dire che coincide) alla personale Weltanschauung del critico stesso.<\/p>\n<p>Certo, il \u00abDiario di una schizofrenica\u00bb \u00e8 un&#8217;opera di pi\u00f9 facile presa emotiva e di pi\u00f9 appetibile spendibilit\u00e0 sul piano del dibattito socio-culturale; ma &#8211; al di l\u00e0 dei suoi pur indubbi, notevolissimi pregi &#8211; \u00e8, forse, anche pi\u00f9 schematica e monocorde rispetto a \u00abOndata di calore\u00bb, che, un po&#8217; come il romanzo di Julien Green \u00abAdriana Mesurat\u00bb, esplora con autentico coraggio concettuale e con sofferta partecipazione umana il dramma della disperante solitudine della donna nella societ\u00e0 contemporanea.<\/p>\n<p>Un critico che, invece, ha compreso lo spessore intellettuale ed artistico di \u00abOndata di calore\u00bb \u00e8 stato Giovanni Grazzini, che ne ha tracciato un profilo tanto articolato quanto penetrante e, nel complesso, lusinghiero (in: G. Grazzini, \u00abGli anni Settanta in cento film\u00bb, Roma-Bari, Laterza Editori, 1976, pp. 30-32):<\/p>\n<p>\u00abChi vuol vincere il pessimismo sulle sorti del grande schermo, e persuadersi delle conquiste che il cinema pu\u00f2 raggiungere quando \u00e8 nelle mani di autori sensibili, intelligenti, informati delle cose della cultura, soprattutto se \u00e8 svincolato dalle grandi macchine della Volgarit\u00e0, dell&#8217;Ovvio, degli Alti Costi, far\u00e0 bene ad andare a vedere &quot;ondata di calore&quot;. Un film, a dispetto del titolo, che ha l&#8217;eleganza d&#8217;una prosa d&#8217;arte aggiornata agli anni &#8217;70 e il fascino di un thrilling, esempio insolito d&#8217;una civilt\u00e0 dello spettacolo che saldando con grazia certi echi della letteratura contemporanea agli stimoli del giallo, la poetica dello sguardo e l&#8217;analisi fenomenologica alla suspense del poliziesco, dona al pubblico una costante tensione emotiva.<\/p>\n<p>Tratto da un romanzo dell&#8217;americana Dana Moseley, sceneggiato da Anna Gobbi e Nelo Risi &quot;Ondata di calore&quot; \u00e8 una sorta di referto (anche clinico)sulla domenica trascorsa dalla signora Joyce, un&#8217;americana sposa dell&#8217;architetto tedesco Alexander che lavora alla ricostruzione di Agadir. Qualcosa \u00e8 accaduto, fra marito e moglie, la notte di sabato. Sapremo alla fine che cosa: il film, seminato un dubbio, e di tanto in tanto annaffiatolo con l&#8217;immagine balenante dell&#8217;uomo accasciato sulla poltrona, si dedica tutto all&#8217;analisi del comportamento di Joyce, a un&#8217;inquietudine che all&#8217;inizio sembra motivata soltanto dalla solitudine (si pu\u00f2 credere che il marito sia andato a caccia)e dall&#8217;insofferenza per il caldo asfissiante e alla fine sfocer\u00e0 nel panico.<\/p>\n<p>Il malessere cresce quando Joyce, che dalla finestra coglie fissi su di lei gli sguardi gli sguardi di uomini immobili, scopre una bambola di gomma, a grandezza naturale, che le conferma le aberrazioni del marito, e si vede spiata da Ali, il giovane berbero geloso di Alexander. Esce per strada, e la citt\u00e0, spazzata da una tempesta di sabbia, le offre uno spettacolo angoscioso. Va all&#8217;aeroporto, intenzionata a scappare, mai voli sono sospesi. Uscita da un labirinto di quinte accecanti, torna a casa, ascolta la voce del marito a registratore, ed eccitata dalla vista d&#8217;una coppia vicina ospita Ali tenta di scaldarlo. Fallita la prova, tenta di uccidersi col gas. Salvata dall&#8217;arrivo d&#8217;un medico amico, si fa ricoverare in cinica per la notte, gli confida i suoi incubi, sembra quietarsi. Invece un ossessivo programma della TV e un richiamo casuale la rendono furiosa. Sfascia l&#8217;apparecchio e, ormai fuori di s\u00e9, raggiunge il suo appartamento. Dalle scale sente la voce del marito e il suo volto si distende. Invece, l&#8217;uomo \u00e8 morto. Ucciso da chi?<\/p>\n<p>Presi di contropiede dalla scoperta che quanto hanno visto lungo il film non era il prologo ma l&#8217;epilogo d&#8217;un fatto di cronaca nera, la maggior parte degli spettatori, come in un giallo cifrato sino in fondo, si dedica a ipotesi sull&#8217;assassino. In realt\u00e0 non \u00e8 detto che anche facendo pi\u00f9 attenzione ai primi dieci minuti tutto sarebbe risultato lampante. La trappola del regista \u00e8 costruita abilmente per tenerci sulla corda: orlata di ambiguit\u00e0 la stessa soluzione dell&#8217;enigma, tutto il film \u00e8 segnato da un gusto per l&#8217;equivoco che ne moltiplica il sapore. Allora diciamo che Nelo Risi, reduce dal meritato successo del &quot;Diario d&#8217;una schizofrenica&quot;, ha giocato, prendendo per ma lo spettatore, uno squisito &quot;solitario&quot; voltando le carte, una alla volta, con la lucida, entomologica volutt\u00e0 di fissare con lo spillo dell&#8217;immagine i trapassi d&#8217;una nevrosi sboccata nella follia. Se il gioco riesce, \u00e8 perch\u00e9 Risi, con una precisione di mira, una fermezza di mano e una pulizia di timbri che crescono di film in film, sa concentrare in una rigorosa struttura narrativa areata da soffi allarmanti un universo perfettamente omogeneo, un ricamo di toni magici, ora morbidi ora sinistri &#8211; sottolineato dal crudo strappo del finale, quando la citt\u00e0 si riempie di voci e di gesti concitati &#8211; in cui ogni punto \u00e8 in tensione, ogni colore insieme riverbera la realt\u00e0 e le infinite ipotesi dell&#8217;immaginazione quasi ai bordi della fantascienza.<\/p>\n<p>Questa doppia disponibilit\u00e0, alleata a una scioltezza di linguaggio visivo che qusi non abbisogna di parlato, fa di &quot;Ondata di calore&quot; un film per qualche verso misterioso, remoto e velato come una donna araba, sorretto da un ritmo segreto che, anche grazie all&#8217;idea fortunata di trasferire l&#8217;azione dalla provincia americana ad Agadir, corrode tutta la banalit\u00e0 del soggetto e ne carica le svolte di fantasia.<\/p>\n<p>Tocchi al regista o al produttore (il film \u00e8 una co-produzioine italo-francese), non sar\u00e0 da sottovalutare il merito di aver scelto per interprete Jean Seberg, che regge, da cima a fondo, nel volto bellissimo, il suo mosaico di sensazioni e di stato d&#8217;animo con una sapienza di attrice sempre meno frequente fra primedonne (al suo fianco, in una breve parte, si fa onore Luigi Pistilli). Quanto poi il film debba alla fotografia luminosa di Giulio Albonico, alle sue liriche scenografie, battute dal vento del deserto, di Giuseppe Bassan, anche alle musiche di Peppino De Luca e Carlo Pes, o spettatore bene educato vede da s\u00e9.\u00bb<\/p>\n<p>Nelo Risi &#8211; fratello minore di Dino, regista del mitico (e sopravvalutato) \u00abIl sorpasso\u00bb, con Gassman e Trintignant -, nato a Milano nel 1920, \u00e8 poeta e scrittore di valore, ed \u00e8 logico che il suo percorso verso e attraverso il cinema risenta della sua formazione essenzialmente letteraria. Ci\u00f2 si nota, oltre che in \u00abOndata di calore\u00bb, specialmente nella bellissima biografia di Arthur Rimbaud \u00abUna stagione all&#8217;inferno\u00bb, del 1971 (interpretato da Terence Stamp), e nel dramma storico sui processi contro gli untori di Milano nel 1630, \u00abla Colonna Infame\u00bb, del 1973 , realizzato con la sceneggiatura di Vasco Pratolini.<\/p>\n<p>Forse questo regista non ha potuto dare la reale misura delle sue capacit\u00e0 per i mutati orientamenti dell&#8217;industria cinematografica, che, nel corso degli anni Ottanta, ha tagliato i fondi per quel tipo di film &#8211; coraggiosi, sperimentali, realizzati con tante idee e poco senso della spettacolarit\u00e0 -, come egli stesso ebbe a dirci nel corso di una conversazione.<\/p>\n<p>Sta di fatto che il suo ultimo film, \u00abUn amore di donna\u00bb, del 1988 (con Laura Morante nel ruolo della protagonista) evidenzia, quello s\u00ec, un passo indietro rispetto all&#8217;audace linea di ricerca delle opere precedenti, tanto da essere stato definito da qualcuno \u00abun algido melodramma\u00bb.<\/p>\n<p>La bella e brava Jean Seberg, a suo tempo icona del cinema della \u00abNouvelle vague\u00bb, ha legato il suo nome ad alcune indimenticabili interpretazioni di film notevolissimi: da \u00abSanta Giovanna\u00bb (1958) e \u00abBonjour trstesse\u00bb (1959), entrambi di Preminger, a \u00abFino all&#8217;ultimo respiro\u00bb (1960) di Godard. Anche lei, per\u00f2, all&#8217;indomani di \u00abOndata di calore\u00bb, non \u00e8 pi\u00f9 riuscita a trovare dei registi capaci di valorizzarne adeguatamente il fascino enigmatico e le notevoli capacit\u00e0 drammatiche, ripiegando su alcuni film dignitosi, ma non eccelsi, come \u00abQuesta specie d&#8217;amore\u00bb di Alberto Bevilacqua, del 1971.<\/p>\n<p>Travolta dai dispiaceri privati, dedita all&#8217;alcool e all&#8217;abuso di psicofarmaci, \u00e8 morta suicida nel 1979, in Francia, a soli quarant&#8217;anni (era nata negli Stati Uniti nel 1938), in circostanze mai del tutto chiarite. Alcuni sospettano che alla sua tragica fine non siano stati estranei i servizi segreti statunitensi, dal momento che l&#8217;attrice era sentimentalmente e politicamente legata ad esponenti del gruppo delle Pantere Nere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa ci fa una giovane donna americana, bionda e bella, ma irrequieta e sempre pi\u00f9 angosciata, moglie di un marito pressoch\u00e9 invisibile, in una citt\u00e0<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[92],"class_list":["post-27603","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27603","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27603"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27603\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27603"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27603"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27603"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}