{"id":27578,"date":"2019-01-29T07:24:00","date_gmt":"2019-01-29T07:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/29\/omaggio-alle-chiese-natie-la-cappella-della-osoppo\/"},"modified":"2019-01-29T07:24:00","modified_gmt":"2019-01-29T07:24:00","slug":"omaggio-alle-chiese-natie-la-cappella-della-osoppo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/29\/omaggio-alle-chiese-natie-la-cappella-della-osoppo\/","title":{"rendered":"Omaggio alle chiese natie: la cappella della Osoppo"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 inutile recarsi a Udine e domandare della caserma <em>Osoppo<\/em>: non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9. Quella che \u00e8 stata una delle pi\u00f9 grandi caserme dell&#8217;Esercito italiano, \u00e8 oggi vuota ed in stato di totale abbandono, anche se il Comune si sta preparando a convertire la sua enorme area, delimitata dalle vie Brigata Re, Adige, delle Acque e Salvo d&#8217;Acquisto, in una zona di riqualificazione urbanistica, bonificandola, attrezzandola e facendo leva sulle associazioni civiche per trasformarla in una sorta di polo culturale. L&#8217;abbandono della caserma \u00e8 iniziato dal 1998 ed \u00e8 divenuto definitivo nel 2005, quando \u00e8 stato abolito il servizio militare obbligatorio (gi\u00e0 ridotto da 12 a 10 mesi nel 1997). La struttura ha conosciuto il suo momento di massimo splendore negli anni successivi al terremoto del Friuli del 1976, tanto da ospitare provvisoriamente, oltre al suo nucleo storico permanente, il 27\u00b0 Gruppo Artiglieria pesante semovente <em>Marche<\/em> (fondato appunto nel 1976 e attivo fino al 1995), anche uno storico reparto della brigata alpina <em>Julia<\/em>, il Gruppo artiglieria da montagna <em>Conegliano<\/em>, che all&#8217;epoca era ancora dotato dei muli per il trasporto dei pezzi di calibro leggero, sostituiti da piccoli cingolati all&#8217;inizio degli anni &#8217;80; mentre il Comando generale della brigata si trovava, e si trova tuttora, nella caserma <em>Di Prampero<\/em>, in centro citt\u00e0, non lontano dalla Piazza Primo Maggio, in via Sant&#8217;Agostino. Oggi le unit\u00e0 operative, ridotte alquanto di numero e forza, sono ospitate in un&#8217;altra enorme Caserma della zona di via Cividale, la storica <em>Spaccamela<\/em> di via Fruch. Ma nel 1981, quando la Patria ci ha chiamati alle armi, un curioso destino ha voluto che, dopo il mese di addestramento a Codroipo, presso la caserma <em>XXIX Ottobre<\/em>, ci ritrovassimo a prestare servizio proprio nella citt\u00e0 dell&#8217;infanzia, fra le truppe alpine, nel Gruppo <em>Conegliano<\/em> che allora coabitava con gli artiglieri della fanteria nella <em>Osoppo<\/em>. Dobbiamo dire, in tutta onest\u00e0, che non correva buon sangue fra le due unit\u00e0 e che la regola era, da entrambe le parti, quella d&#8217;ignorarsi addirittura; cosa resa abbastanza agevole dalle dimensioni del complesso, e che aveva un solo punto dolente: la mensa della truppa, che era unica e nella quale fanti e alpini facevano la coda in due gruppi distinti, sempre separati e senza mai fraternizzare, anzi, sopportandosi a stento, sia per ragioni di orgoglio cameratesco (oggi si direbbee <em>identitario<\/em>) sia, inutile negarlo, per ragioni territoriali e socio-culturali. In poche parole, gli alpini disprezzavano quelli della <em>buffa<\/em>, cio\u00e8 la fanteria, considerandoli &quot;terroni&quot;, e l&#8217;antipatia era pienamente ricambiata, e sottolineata da occhiate e battute a mezza bocca che fiorivano continuamente sulle labbra di entrambe le parti. Dobbiamo pur dire, per amore di verit\u00e0, e pur essendo stati parte in causa, ma con la freddezza e il distacco che vengono da pi\u00f9 di trentacinque anni di distanza, che gli alpini tenevano, effettivamente, un portamento assai pi\u00f9 marziale, e la differenza si poteva cogliere all&#8217;adunata, che si svolgeva distintamente sull&#8217;enorme piazzale, pressoch\u00e9 simultaneamente; tendendo l&#8217;orecchio, si poteva sentire la voce del tenente o del capitano di servizio, sull&#8217;altra met\u00e0 di quello spazio, che pronunciava frasi enfatiche e melodrammatiche di questo tipo: <em>Lei<\/em>, e qui seguiva il nome del fante interpellato, <em>\u00e8 la vergogna dell&#8217;Esercito italiano!<\/em>, e non si capiva bene se fosse un solenne rimprovero o una battuta quasi da teatro comico, che certo poco giovava alla seriet\u00e0 della scena.<\/p>\n<p>Il Gruppo artiglieria da montagna <em>Conegliano<\/em> era allora formato da tre batterie: due operative, la tredicesima e la quattordicesima, pi\u00f9 la brigata comando e servizi; un&#8217;altra brigata, la quindicesima, era distaccata all&#8217;Aquila. La ragione per cui stiamo parlando della caserma <em>Osoppo<\/em> \u00e8 che l\u00ec, qualche domenica mattina, abbiamo deciso di accostarci, o meglio di riaccostarci, alla pratica di assistere santa Messa, perch\u00e9 abbiamo scoperto che esisteva una cappella, regolarmente officiata da un cappellano militare, ovviamente nella &quot;met\u00e0&quot; del complesso di pertinenza della fanteria. Sia il cappellano, sia i pochi soldati che si recavano al sacro rito, erano tutti del gruppo <em>Marche<\/em>; nessun alpino in vista, neanche a pagarlo, cosa che andava di pari passo con la pessima abitudine degli alpini di bestemmiare a pi\u00f9 non posso tutto il santo giorno, il che ci aveva spinti a segnalare formalmente la cosa al Comando, affinch\u00e9 intervenisse, tanto pi\u00f9 che erano alcuni degli stessi ufficiali a dare il cattivo esempio (fino al 1999, la bestemmia era considerata reato dal codice penale e figurava fra le contravvenzioni concernenti la polizia dei costumi); il Comando era effettivamente intervenuto, ma poco o niente era cambiato e noi, in compenso, ci eravamo guadagnati la scarsa simpatia di parecchi commilitoni. Eppure era chiaro, per noi, che se lo Stato voleva educare i cittadini, mediante la pratica del servizio militare, all&#8217;amor di Patria e allo spirito di sacrifio, non poteva poi tollerare, o addirittura incoraggiare, per iniziativa dei suoi ufficiali, atteggiamenti di disprezzo nei confronti della religione cattolica che allora era pur sempre ufficialmente riconosciuta come religione di Stato, fin dal 1929; solo qualche anno dopo, nel 1983, con la revisione dei Patti Lateranensi &#8211; Protocollo addizionale, punto 1 &#8211; sarebbe subentrato il principio della laicit\u00e0 dello Stato (per la cronaca, il cattolicesimo \u00e8 ancora religione di Stato, in Europa, solo a Malta, nel Liechtenstein e nel Principato di Monaco, oltre che dalla Citt\u00e0 del Vaticano; e fuori d&#8217;Europa solo nel Costarica, nel Salvador e nella Repubblica Dominicana). Sia come sia, noi, come una parte almeno di quelli della nostra generazione, credevamo ai valori che ci erano stati insegnati, e fra quei valori Dio e la Patria, insieme alla Famiglia, erano sicuramente i pi\u00f9 importanti, quelli sui quali si reggeva tutto il resto; ed erano, guarda caso, proprio quelli che la cultura progressista e di sinistra aveva sempre preso di mira, e, non essendo riuscita ad abbatterli con un assalto frontale, pur dopo molti tentativi, si era adoperata per riuscirci, e ci stava realmente riuscendo, con un&#8217;opera di demolizione strisciante, diffusa, silenziosa, che sfruttava, sia pure per forza d&#8217;inerzia, i postumi dell&#8217;ondata rivoluzionaria del &#8217;68 e la stagione dei referendum radicali su divorzio e aborti, per non parlare del femminismo ovunque dilagante ed imperante. A noi, bench\u00e9 poco pi\u00f9 che ventenni, ma gi\u00e0 con un posto di lavoro fisso e con un&#8217;esperienza universitaria in corso d&#8217;opera (la seconda laurea, in Filosofia, sarebbe arrivata proprio durante la naia) era sembrato logico e naturale accettare di buon grado, senza alcun vittimismo o recriminazione, di concedere un anno della nostra vita al servizio della Patria; per la stessa ragione, per via dell&#8217;educazione ricevuta, ma anche in virt\u00f9 d&#8217;un percorso personale di ricerca spirituale, pareva giusto e naturale che quell&#8217;anno non indulgesse a forme di oltraggio nei confronti della religione. Avevamo giurato solennemente, a Codroipo, fedelt\u00e0 alla Patria e nostro padre, ex militare di carriera, era venuto ad assistere, con un filo di commozione, a quella solenne cerimonia; ci sembrava ugualmente necessario, pur avendo abbandonato da tempo la pratica religiosa, conservare un comportamento rispettoso ed impeccabile nei confronti di quel Dio nel cui nome eravamo stati battezzati nell&#8217;Oratorio della Purit\u00e0 di quella stessa citt\u00e0 che ora ci vedeva impegnati nel servizio di leva.<\/p>\n<p>Strani casi della vita. Adesso, dall&#8217;alto delle finestre della cappella, che spaziavano sulla pianura friulana fino alle montagne, e che sovrastavano i tetti e i campanili cittadini, fino all&#8217;antichissima chiesa di Santa Maria di Castello, sormontata dall&#8217;Angelo benedicente, potevamo contemplare idealmente e quasi ricapitolare quel tratto della nostra vita che ci vedeva nuovamente alla ricerca della fonte di una Parola di vita eterna (durante il mese di addestramento e, poi, durante il soggiorno alla <em>Osoppo<\/em>, avevamo avuto perfino la sorpresa d&#8217;incontrare alcuni vecchi compagni e compagne di scuola, trovandoli cos\u00ec cambiati, come forse eravamo cambiati anche noi), quella Parola che, da piccoli, ci era stata annunciata e spiegata da un bravo sacerdote, don Giuseppe Tracanelli, della parrocchia del Duomo, in vista della prima Comunione e della Cresima, che, allora, si facevano a breve distanza l&#8217;una dall&#8217;altra. Non ricordiamo bene che aspetto avesse la cappella della caserma, tranne il fatto che era posta in una stanza in alto, in cima alle scale di un&#8217;ala appartata; probabilmente era un locale qualsiasi, posto all&#8217;ultimo piano, una specie di mansarda, con il tetto di travi a vista; nessun arredo sacro vero e proprio, solo una mensa per la cerimonia. Eppure, quel luogo e quei momenti, bench\u00e9 brevi, hanno avuto un&#8217;importanza non lieve nella nostra maturazione interiore: era pur sempre un ritorno sulla strada giusta, a suo tempo abbandonata, e quindi aveva il sapore gratificante della ricerca di un tesoro smarrito, ma del quale conoscevamo l&#8217;esistenza. Ricordiamo, in particolare, la lettura di un passo di san Paolo che ha acceso in noi l&#8217;amore per l&#8217;Apostolo delle genti e ci ha spinti a rileggere le sue lettere e tutti gli altri testi del Nuovo Testamento, con quella intima gioia che prova un giovane uomo che torna ai pascoli verdeggianti dell&#8217;infanzia, ma vi torna in piena consapevolezza e autonomia, con la maturit\u00e0 sviluppata in un quindicennio di studi, di viaggi, di riflessioni e di esperienze, oltre che di lavoro. Le prediche del cappellano non saranno state particolarmente elaborate, ma erano chiare, sintetiche, efficaci; per questo non possiamo che ripensarci con un sentimento di gratitudine, anche se non abbiamo saputo il suo nome. Quelle brevi ma intense esperienze e la simultanea scoperta di Kierkegaard- ricordiamo il sorriso di simpatia delle suore della libreria di via Treppo, quando in divisa di alpino, andavamo ad acquistare il <em>Diario<\/em> tradotto dal danese da Cornelio Fabro, il grande teologo friulano, via via che uscivano i dodici volumi dell&#8217;edizione completa della Morcelliana di Brescia &#8212; sono state una tappa importante, forse decisiva, nel ritorno alla Verit\u00e0 cristiana. Qualche altra lettura, quasi sempre di area tedesca &#8212; Nietzsche, Romano Guardini, Peter Lippert &#8212; hanno perfezionato e accompagnato quel cammino. Abbiamo anche cercato e ritrovato il cappellano della nostra infanzia, don Giuseppe, che era divenuto parroco di un paese non lontano, Pozzo di Codroipo, che ci ha fatto ammirare gli affreschi della sua chiesa, di Giovanni Saccomani, e nella cui casa ospitale abbiamo anche goduto la riscoperta della musica di Bach, altro fattore decisivo di ritorno al sacro.<\/p>\n<p>Oggi, come dicevamo, la caserma <em>Osoppo<\/em> \u00e8 una sola, grande rovina. Gli edifici stanno andando in rovina, a cominciare dal corpo di guardia dell&#8217;ufficiale di picchetto. Il vastissimo cortile, nel quale abbiamo marciato e assistito all&#8217;alzabandiera \u00e8 quasi un anno, \u00e8 divenuto un prato selvatico; erbacce e rovi crescono dappertutto. Il tetto della palestra \u00e8 sfondato, buche si aprono ovunque nel terreno, e tutto quel che poteva essere asportato, \u00e8 stato portato via da ignoti saccheggiatori, dai fili di rame ai pezzi di metallo, per non parlare del legname. Dove c&#8217;erano le grandi camerate, le stanze degli ufficiali, gli uffici, i magazzini del vestiario, le stalle dei muli, l&#8217;armeria e tutto il resto, compreso il barbiere, la mensa della truppa, la mensa ufficiali e l&#8217;infermeria, regnano un grande silenzio e un generale squallore. \u00c8 difficile immaginare, perfino per noi che c&#8217;eravamo, che qui centinaia di giovani uomini hanno vissuto una stagione della loro vita, hanno scherzato, hanno sognato, hanno contato i giorni della naia, hanno sospirato pensando alla ragazza lasciata al paese. L&#8217;atmosfera che regna su questo edifici morti, su questa sterpaglia innaturale \u00e8 inquietante, quasi sinistra; fa pensare a un film del brivido. Ci viene vengono in mente lem scene finali del film Un uomo a nudo (<em>The swimmer<\/em>), con Burt Lancaster, un capolavoro girato da Frank Perry nel 1968 e tratto da un racconto di John Cheever, che abbiamo visto da bambini, alla televisione: un uomo torna alla sua casa pensando di trovare i propri cari e la scopre chiusa e abbandonata da anni, mentre scoppia un forte acquazzone; e allora si rannicchia, disperato e piangente, bussando invano contro la porta sbarrata, quasi a invocare gli anni e gli affetti perduti, che non torneranno mai pi\u00f9.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 stato il destino della nostra generazione: una delle ultime, forse l&#8217;ultima, ad aver ricevuto una formazione culturale e spirituale di tipo tradizionale. I nati verso la met\u00e0 degli anni &#8217;50 hanno frequentato una scuola che era ancora la vecchia scuola di prima del &#8217;68, o che non ne aveva ancora ricevuto tutti i guasti; sono stati educati nella religione cristiana da una Chiesa cattolica che non era stata ancora strasvolta dallo &quot;spirito&quot; del Concilio Vaticano II, il quale, fingendo una riforma e un rinnovamento, ha attuato una vera e propria rivoluzione, scardinando gradualmente le basi della dottrina e della morale; e soprattutto hanno avuto il privilegio di essere allevati nelle famiglie che a loro volta si erano formate nel clima premoderno, quando l&#8217;americanismo non aveva ancor stravolto i costumi, introducendo il diabolico consumismo, e quando il senso religioso della vita era ancora molto sentito. Quella generazione ha fatto in tempo anche a svolgere il servizio militare in un clima relativamente sano e a frequentare l&#8217;universit\u00e0 quando l&#8217;opera di devastazione dei professori di sinistra non si era pienamente realizzata, bench\u00e9 si stesse gi\u00e0 manifestando in piena luce. E ora non possiamo fare a meno di pensare che le molte chiese che sono state chiuse al culto, per mancanza di preti e di fedeli, e le caserme chiuse e invase dalle erbacce, come la <em>Osoppo<\/em>, sono il tristo raccolto della seminagione delirante che \u00e8 stata fatta negli anni successivi, durante i quali la societ\u00e0 si \u00e8 sempre pi\u00f9 allontanata da Dio e dai sani valori di un tempo, di matrice contadina, fondati sul lavoro, sulla famiglia e sullo spirito di sacrificio. E come non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 un esercito degno di questo nome per difendere la Patria e i suoi valori (si pensi al lunghissimo e mortificante episodio dei due mar\u00f2 trattenuti in India, praticamente prigionieri), non ci sono neppure preti per annunciare Ges\u00f9 Cristo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 inutile recarsi a Udine e domandare della caserma Osoppo: non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9. 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