{"id":27505,"date":"2018-11-04T06:20:00","date_gmt":"2018-11-04T06:20:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/04\/omaggio-alle-chiese-natie-san-bartolomeo\/"},"modified":"2018-11-04T06:20:00","modified_gmt":"2018-11-04T06:20:00","slug":"omaggio-alle-chiese-natie-san-bartolomeo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/04\/omaggio-alle-chiese-natie-san-bartolomeo\/","title":{"rendered":"Omaggio alle chiese natie: San Bartolomeo"},"content":{"rendered":"<p>Che ricchezza e imprevedibilit\u00e0 di scoperte si fanno, quando ci si accinge a studiare la storia delle chiese della propria citt\u00e0 natale: accanto alle cose gi\u00e0 note, ne emergono altre completamente sconosciute, inaspettate, sorprendenti, come se si attingesse a una miniera segreta di fatti strani e meravigliosi. Si crede di sapere tutto, o quasi tutto, della propria citt\u00e0, e specialmente della propria via e della propria casa natale, e invece si viene a sapere cose che mai ci si sarebbe sognati, alle quali mai nessuno aveva fatto anche solo un cenno, quando eravamo bambini &#8212; o, almeno, \u00e8 cos\u00ec che pare. Gi\u00e0 ci aveva entusiasmati la scoperta che nella nostra strada, via della Prefettura, che non pu\u00f2 vantare alcun edificio sacro, moltissimo tempo fa una chiesa era esistita, nel complesso dell&#8217;ospedale e dell&#8217;oratorio di San Filippo Neri. Solo che la facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena era rivolta sulla via Vittorio Veneto (allora contrada di Santa Maria Maddalena), quasi di fronte a via Rauscedo, mentre il vasto complesso, gestito per un lungo periodo dai Padri Filippini, che vi eressero anche l&#8217;oratorio, dove ora sorge il Palazzo delle Poste, venne abbattuto fra l&#8217;inizio del XIX secolo e il 1921, e insisteva piuttosto sull&#8217;attuale via Marinelli, e solo da tergo su via della Prefettura, che ancora nella seconda met\u00e0 dell&#8217;800 era chiamata contrada dei Filippini ed era chiusa, perch\u00e9 non giungeva a sboccare fino alla roggia e alle mura della odierna via Piave. Invece, ecco la scoperta, una chiesa esistette ancor prima in quella stessa via, e si affacciava proprio sull&#8217;ultimo tratto, all&#8217;estremit\u00e0 settentrionale, di fronte al Palazzo Contarini, che tutti gli udinesi conoscono come il Palazzo d&#8217;Oro, naturalmente secoli prima che l&#8217;architetto Ettore Gilberti lo costruisse, quando, al suo posto, vi era il palazzo della nobile famiglia Gubertini, passato poi ai Valentinis. La chiesa era la cappella privata del palazzo signorile e fu costruita nel 1451, all&#8217;angolo di via Manin: resistette fino a qualche anno dopo il 1810, allorch\u00e9, insieme a tante altre, cadde sotto il piccone delle soppressioni napoleoniche.<\/p>\n<p>Nulla di tutto ci\u00f2 avevamo mai saputo: e il bello \u00e8 che questa chiesetta sorgeva sul luogo dove, ai nostri tempi, c&#8217;era un negozio di macellaio (cfr. Maurizio Buora, <em>Guida di Udine<\/em>, Trieste, LINT, 1986, p. 212): al numero civico immediatamente precedente il nostro; praticamente a due metri dal portone di casa nostra! Neppure sapevamo, da bambini &#8211; l&#8217;abbiamo appreso molto tempo dopo &#8212; che la via Manin, lungo il tracciato delle antiche mura sotto il colle del Castello, nel Medioevo si chiamava borgo San Bortolomeo o San Bartolomio, e ci\u00f2 proprio per la presenza della chiesa dei Gubertini; pi\u00f9 tardi fu nota anche come <em>B\u00f2rc di Civit\u00e2t<\/em> (borgo di Cividale) o <em>B\u00f2rc di Sant&#8217;Antoni di dentri<\/em> (borgo di Sant&#8217;Antonio &quot;di dentro&quot;, cio\u00e8 della chiesa di Sant&#8217;Antonio Abate, all&#8217;angolo fra piazza Patriarcato e via Treppo, per distinguerla dalla chiesa di sant&#8217;Antonio da Padova, che sorgeva oltre il Giardino Grande, fuori porta Pracchiuso, appunto sulla via che conduce a Cividale). Per la stessa ragione, quella che abbiamo sempre conosciuto come Porta Manin, cos\u00ec chiamata in onore del presidente della Repubblica di Venezia del 1848, era, in realt\u00e0, la Porta di San Bartolomeo, eretta nel 1171 e attualmente una delle sole quattro porte medievali rimaste in piedi (le altre sono quelle di Villalta e di Aquileia sulla quinta cerchia, e Torriani sulla quarta; una quinta, di San Lazzaro, fu inutilmente abbattuta nel 1955). Ora il sito dell&#8217;antica chiesa di San Bartolomeo corrisponde alla casa ottocentesca di tre piani, situata proprio sull&#8217;angolo del borgo con la contrada dei Filippini, la quale negli anni &#8217;30 si chiamava via Costanzo Ciano, e solo dopo la Seconda guerra mondiale, via della Prefettura (povero eroe della Grande guerra: evidentemente gli ha nuociuto, con effetto retroattivo, l&#8217;essere stato il padre di Galeazzo, il genero del Duce), dove sorgeva, oltre alla macelleria, la bottega di barbiere del mitico Fiorello, ricordato anche dallo scrittore Renzo Valente. La nostra casa, sempre su tre piani, ma un po&#8217; pi\u00f9 alta, la inglobava su entrambi i lati, essendo fatta a &quot;L&quot;: il lato su via Prefettura ospitava, al piano terra, il forno e il magazzino, quello su via Manin il panificio, con il bar, del nonno Francesco Aloi, che faceva forse il miglior pane di Udine.<\/p>\n<p>Che Paese incredibile, l&#8217;Italia; che Paese imprevedibile, la Patria del Friuli: ci sono memorie, pezzi di storia e d&#8217;arte dappertutto, letteralmente sotto ogni pietra! Una chiesa eretta quarant&#8217;anni prima che Cristoforo Colombo scoprisse il Nuovo Mondo: l\u00ec, sotto la porta della casa dove siamo nati e abbiamo passato gli anni dell&#8217;infanzia e della prima adolescenza. E il borgo medievale era l\u00ec, anche quello, oltre un secolo prima che Dante Alighieri scrivesse la <em>Divina Commedia<\/em>! E i nostri amici, i figli di un artista originario di Gemona, il pittore Carnelutti, abitavano in piazzetta Valentinis &#8212; uno dei luoghi pi\u00f9 romantici della citt\u00e0, col selciato fatto coi ciottoli di fiume; certo non sapevamo che quel nome evocava il palazzo ormai scomparso, propriet\u00e0 di una delle maggior famiglie friulane del Medioevo. Una famiglia che ha dato alla Chiesa una santa donna, la beata Elena Valentinis (1396-1458; ricorrenza il 23 aprile), una signora sposata con sei figli, che, rimasta vedova, si fece suora agostiniana e fu una mistica, dedita incessantemente alla penitenza e alla preghiera, ebbe estasi e visioni e mai pi\u00f9 volle uscir di casa, se non per recarsi alla chiesa di Santa Lucia. E la familiarit\u00e0 che avevamo con la porta medievale, in realt\u00e0 una torre, con l&#8217;emblema imperiale ancora scolpito in evidenza, l&#8217;aquila nera in campo giallo, a due passi da casa: sotto i suoi archi massicci c&#8217;erano dei negozi, c&#8217;era perfino un venditore di giocattoli con la sua sedia impagliata e i suoi banchi all&#8217;aperto: quando mai un bambino olandese, o inglese, o americano, potrebbe sognarsi di vivere un&#8217;infanzia del genere, col presente ancora immerso in pieno medioevo, con l&#8217;oggi e il passato che si abbracciano, che si sorridono, scavalcando d&#8217;un balzo secoli e secoli di storia? E poi quell&#8217;angolino ancor pi\u00f9 nascosto, incredibile, che gi\u00e0 nel nome rivela la sua ascendenza medievale: quella Salita San Bartolomio (con la &quot;i&quot;) che si apre subito prima del passaggio laterale a destra della torre (passaggio che fu aperto, insieme all&#8217;altro, sul lato opposto della via, fra il 1934 e il 1941) e sale i gradini di pietra come se andasse a perdersi in un altro luogo, in un altro tempo. Quante volte abbiamo salito quei gradini, met\u00e0 Montmartre, met\u00e0 il rione romano Monti de <em>Il segno del comando<\/em>, perch\u00e9 lass\u00f9 in cima abitava un artigiano: case vecchie, pittoresche, non belle ma a loro modo affascinanti, e nessun oggetto moderno in vista, tranne il lampione in ferro battuto che si protende sopra la salita e getta un&#8217;isola di luce nel buio della notte. L&#8217;edera sui vecchi muri che cresceva rigogliosa, intrecciando le sue nervature come un arabesco; le finestre con le inferriate, il ponticello in pietra che scavalca il vicolo come se volesse curiosare al di sotto, e i tetti, in alto, che si sfiorano e quasi si toccano, formando quasi una volta, irta di camini. Non pareva pi\u00f9 d&#8217;essere in citt\u00e0, ma in qualche borgo di collina o di montagna, chiss\u00e0 dove &#8212; Cividale? Gemona? Tolmezzo? -, senza automobili, n\u00e9 rumori cittadini, solo una gran pace, gatti dal passo felpato e appena qualche rara voce umana.<\/p>\n<p>Certo, quella insolita salita aveva una ragion d&#8217;essere: il rialzo del terreno era quanto restava delle antiche mura della terza cerchia, dominanti l&#8217;avvallamento del Giardino Grande, dove nel Medioevo si favoleggiava vivesse un drago, abitante nel vasto lago che in gran parte l&#8217;occupava: che uomini, i medievali, ancora immersi in una visione magica del mondo, simile, per certi aspetti &#8212; ma nel senso buono, buonissimo dell&#8217;espressione &#8212; a quella dei bambini; nel senso che, come i bambini, sapevano <em>vedere<\/em> ci\u00f2 che sfugge alla ragione nuda e cruda. E dunque, che importa perch\u00e9 la salita a fianco della torre si arrampicava in alto, come volesse andare verso il cielo? Il bambino non si chiede razionalmente il perch\u00e9 delle cose, se lo chiede con tutto il suo essere, e proprio per questo afferra l&#8217;essenza delle cose anche meglio dell&#8217;adulto, che ha una mentalit\u00e0 analitica. Cos\u00ec, a noi bambini sfuggivano le spiegazioni strettamente razionali, storiche, topografiche, per cui le cose erano disposte a quel modo, avevano quell&#8217;aspetto; non ci sfuggiva, per\u00f2, il senso profondo dell&#8217;insieme: quello era un mondo incantato, l&#8217;anticamera di un giardino segreto, popolato da abitanti che si muovevano al limite fra la fiaba e la realt\u00e0 di tutti i giorni. <em>Un mondo dove niente \u00e8 impossibile, e dove, a certe condizioni, qualsiasi cosa pu\u00f2 accadere<\/em>. Ecco perch\u00e9 la scoperta, a posteriori, che a tre metri da casa nostra s&#8217;innalzava niente meno che una chiesa quattrocentesca, e che il lungo e stretto negozio di macelleria, dove entravamo tanto spesso, ne aveva fatto parte, ci sorprende, s\u00ec, a tanti anni di distanza, e tuttavia, proprio come allora, non ci lascia increduli, ma ci afferra e ci rapisce nella sua improbabile magia: come potrebbe non credere a una cosa simile un uomo adulto, quando ha avuto la fortuna di vivere l&#8217;infanzia in un regno incantato, dove la realt\u00e0 presente e la poesia del passato si danno ogni giorno la mano?<\/p>\n<p>Ha scritto la studiosa Liliana Cargnelutti nella sua monografia <em>Nella contrada di San Bartolomeo, poi Via Manin<\/em> (in: L. Cargnelutti, a cura di, <em>Il &quot;Palazzo d&#8217;Oro&quot; nella citt\u00e0 di Udine<\/em>, Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone, pp. 41-47):<\/p>\n<p><em>La via [Manin], a cui si accede da una porta appartenente alla terza cerchia muraria, si era chiamata Borgo di dentro, Borgo di Sant&#8217;Antonio di dentro, Borgo o Contrada di San Bartolomeo da quando, nel 1451 era stata eretta una cappella provata intitolata a San Bartolomeo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>A met\u00e0 Quattrocento la strada inizia a prendere il nome di San Bartolomeo. Infatti nel 1452, il 24 agosto, il giorno di San Bartolomeo fu consacrata sull&#8217;angolo di quella che oggi \u00e8 Via Prefettura la chiesa dedicata al santo, costruita dalla famiglia Gubertini, la quale occupava la casa sull&#8217;angolo di fronte ed estendeva i suoi possessi fino alle mura. (&#8230;) Giovanni Guberto Gubertini, dottore &quot;in utroque iure&quot;, ultimo della sua famiglia, l&#8217;aveva voluta e dotata con pi\u00f9 disposizioni di complessive 10 staia di fieno, 6 conzi di vino, 18 lire di soldi che i suoi eredi, i Valentinis, avrebbero dovuto continuare a versare negli anni, stabilendo che di notte fosse sempre illuminata da una lampada e che vi si celebrasse la messa un giorno alla settimana e la prima domenica del mese.<\/em><\/p>\n<p><em>La pala dell&#8217;altare doveva essere di ottima fattura. Infatti, quando nel 1773 il pittore Giovanni Battista de Rubeis compil\u00f2 un catalogo di opere d&#8217;arte esistenti negli edifici pubblici e nei luoghi di culto della citt\u00e0 di Udine nell&#8217;ambito di un provvedimento legislativo della Repubblica di Venezia che estendeva alla Terraferma l&#8217;obbligo della redazioni di inventari delle opere d&#8217;arte per la loro salvaguardia, nell&#8217;elenco figura anche una pala d&#8217;altare della cappella, raffigurante il martirio di San Bartolomeo, attribuita a Jacopo Tintoretto, tanto che il de Rubeis indica l&#8217;opera tra le principali, evidenziandola con un segno e avvertendo del criterio secondo cui &quot;li quadri, autori scielti in primo grado saranno marcati con croce e li altri, che saranno in secondo grado, senza segno alcuno&quot;. La cappella rimase al centro della via fino agli inizi dell&#8217;Ottocento, rimanendo sempre di propriet\u00e0 dei Valentinis. Sconsacrata in et\u00e0 napoleonica, nel 1813 fu da loro venduta ad altri privati, adibita ad abitazione, con botteghe al pianterreno, aumentandone la cubatura e riformandone la facciata<\/em>.<\/p>\n<p>Quante volte siamo passati davanti al luogo ove sorgeva la scomparsa chiesa di San Bartolomeo, sfilando, con l&#8217;abito da chierichetto, le candele in mano, per la solenne processione del <em>Corpus Domini<\/em>, dal palazzo dell&#8217;Arcivescovo fino alla Cattedrale di Santa Maria Annunziata: processione allora affollatissima ed estremamente devota, aperta da monsignor Zaffonato e infoltita da decine di seminaristi. E quante volte ci siamo affacciati dalle finestre di via Manin, dall&#8217;appartamento delle zie (le nostre, davano su via della Prefettura), per vederla passare dall&#8217;alto, con pi\u00f9 agio, in un solo colpo d&#8217;occhio, dalla Porta Manin fino all&#8217;angolo di via Vittorio Veneto, in tutto il suo fasto, come se i secoli fossero nulla per la liturgia cattolica, e un filo diretto legasse il passato col presente. Sembra che siano trascorsi secoli e secoli, da quei giorni, e non solamente cinquant&#8217;anni! Oggi il seminario \u00e8 chiuso, altro che decine di seminaristi; e quel che ne rimane, unito a quelli di Gorizia e di Trieste, ha traslocato fuori citt\u00e0, a Castellerio. Ma, soprattutto, dov&#8217;\u00e8 quella folla? Dove son finite tutte quelle anime devote? Non \u00e8 solo un fatto di quantit\u00e0, di numeri; \u00e8 soprattutto un fatto di fede. Tutta quella gente aveva fede, era l\u00ec perch\u00e9 sentiva la maest\u00e0 di Dio, sentiva la necessit\u00e0 di prepararsi per tempo alla vita che incomincia dopo la morte. I nefasti effetti del Concilio non si erano ancora fatti sentire: sarebbero maturati di l\u00ec a poco, e sarebbe cambiata ogni cosa, non certo in meglio. Noi, per intanto, abbiamo avuto la fortuna di vedere, di sentire, di respirare quell&#8217;atmosfera; di essere istruiti nel catechismo e di essere introdotti alla vita soprannaturale mediante i Sacramenti, da sacerdoti che lo &quot;spirito&quot; del Concilio non aveva ancora guastato, n\u00e9 aveva trasformato, a loro volta, in seminatori di scandali ed errori. Come sarebbe importante far capire ai cattolici di oggi che la liturgia non \u00e8 vuota pompa n\u00e9 esteriorit\u00e0, ma il riflesso quaggi\u00f9 dello splendore della vita divina..<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che ricchezza e imprevedibilit\u00e0 di scoperte si fanno, quando ci si accinge a studiare la storia delle chiese della propria citt\u00e0 natale: accanto alle cose gi\u00e0<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30139,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[16,28],"tags":[109],"class_list":["post-27505","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-omaggio-alle-chiese-natie","category-architettura","tag-chiesa-cattolica"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-architettura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27505","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27505"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27505\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30139"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27505"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27505"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27505"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}