{"id":27485,"date":"2006-05-31T09:52:00","date_gmt":"2006-05-31T09:52:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/05\/31\/oltre-il-paradigma-sviluppista\/"},"modified":"2006-05-31T09:52:00","modified_gmt":"2006-05-31T09:52:00","slug":"oltre-il-paradigma-sviluppista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/05\/31\/oltre-il-paradigma-sviluppista\/","title":{"rendered":"Oltre il paradigma sviluppista"},"content":{"rendered":"<p><em>Globalizzazione e tecnologizzazione sono le parole d&#8217;ordine dell&#8217;odierno pensiero unico, basato sull&#8217;assoluta autoreferenzialit\u00e0 del paradigma sviluppista, che punta al maximum e non all&#8217;optimum. Sapere di pi\u00f9, guadagnare di pi\u00f9, mangiare di pi\u00f9, produrre di pi\u00f9, andare sempre pi\u00f9 in fretta sono presentati come i valori supremi e, al tempo stesso, come la ricetta che consentir\u00e0 anche al Sud del Mondo di&#8230; svilupparsi, cio\u00e8 di far proprio l&#8217;&quot;american way of life&quot; e di goderne &#8211; presto o tardi &#8211; gl&#8217;impagabili benefici. Oppure no?<\/em><\/p>\n<p>&quot;Essi, che pretendono di essere sapienti, sono impazziti.&quot;<\/p>\n<p><em>Ep. Ad Rom., 1, 22.<\/em><\/p>\n<p>La globalizzazione viene oggi presentata, dai poteri forti dell&#8217;economia mondiale e dalla cultura dominante, come un bene evidente in s\u00e9 stesso, tale da avviare l&#8217;umanit\u00e0 verso &quot;le magnifiche sorti e progressive&quot; di leopardiana memoria. E la sua punta di diamante, lo sviluppo illimitato dell&#8217;apparato tecno-scientifico, ci viene presentata come un fenomeno altamente positivo, addirittura gravido di promesse liberatrici, perch\u00e9 emanciper\u00e0 l&#8217;essere umano dalla fatica del lavoro e provocher\u00e0 un aumento del tempo libero da dedicare alle attivit\u00e0 creative e al riposo.<\/p>\n<p>Che forse non sia cos\u00ec, dovrebbe farcelo sospettare gi\u00e0 la semplice riflessione che la diffusione massiva della super-tecnologia comporta un genocidio culturale planetario, perch\u00e9 in nome di tale supposta &quot;liberazione&quot; sta provocando la soppressione di tutte le culture locali. Raimom Panikkar, nel suo libro <em>La Torre di Babele&quot;,<\/em> osservava gi\u00e0 pi\u00f9 di quindici anni fa che noi dobbiamo invece <em>emanciparci<\/em> dalla tecnologia, da lui definita &quot;il nemico pi\u00f9 grande della sopravvivenza di tutte le altre culture che sono esistite finora sopra la terra.&quot; Se continueremo a tecnologizzare il mondo, inseguendo il miraggio dello sviluppo illimitato, ci\u00f2 &quot;rappresenter\u00e0 la morte di tutte le altre culture. Non possiamo illuderci. O una cosa o l&#8217;alta. So che questa affermazione risulta discutibile per molti, i quali pensano che sia necessario passare per la tecnologizzazione del mondo, ma <em>imboccare questa strada significa azionare il bulldozer che eliminer\u00e0 qua\u00f2siasi altro tipo di visione del mondo, di cultura, di religione<\/em> (il corsivo \u00e8 nostro). Non possiamo farci illusioni sulla compatibilit\u00e0 fra la visione tecnologica della realt\u00e0 e ci\u00f2 che finora e per millenni l&#8217;umanit\u00e0 ha vissuto. Quelo che non mi convince \u00e8 che mi si dica: \u00e8 per il tuo bene, la tecnologia rispetter\u00e0 la tua cultura. Cercare di mettere insieme le due cose mi sembra che derivi da una lettura molto superficiale tanto delle culture autoctone come del valore della tecnologia, che non \u00e8 un semplice strumento che maneggi e puoi abbandonare a tuo piacimento. Si tratta di qualcosa di un ordine molto diverso, e quando i tecnocrati dicono che la tecnologia \u00e8 solo uno strumento, sembrano non credere nella tecnologia&#8230; <em>L&#8217;essenza della tecnologia \u00e8 l&#8217;accelerazione&quot;<\/em> (corsivo nostro).<\/p>\n<p>Panikkar, dunque, propone di <em>emanciparsi<\/em> dalla tecnologia, non di <em>rinunciare<\/em> d essa. Nella cultura occidentale, infatti, &quot;rinunciare&quot; a qualcosa implica il concetto che si <em>abbandona<\/em> ci\u00f2 che si possedeva, e sia pure in vista di un fine superiore; quindi, che ci si mutila, che ci si impoverisce. Quel che dobbiamo fare \u00e8 semplicemente <em>prendere le distanze da essa<\/em>, avendone riconosciuto il carattere di strumento di morte e non di vita, come si credeva; ma non potremo mai farlo, finch\u00e9 non saremo in grado di compiere un salto di qualit\u00e0 e saltare al di l\u00e0 della cultura che l&#8217;ha creata. E conclude: &quot;Finch\u00e9 ci si <em>scomunica<\/em> dal resto della realt\u00e0, finch\u00e8 si pensa che la terra non sia un essere vivente, finch\u00e9 non si ritorna un po&#8217; pi\u00f9 animisti &#8211; l&#8217;animismo che abbiamo disprezzato -, finch\u00e8 non ci rendiamo conto che la solidariet\u00e0 o la legge del karma \u00e8 universale e che, di conseguenza, esercitare violenza su una particella infima di materia porta con s\u00e9 violenze in tutte le parti &#8211; senza accorgerci che la causa del cancro dell&#8217;organismo dipende dal fatto che abbiamo creato una societ\u00e0 cancerosa che ha perduto la omeostasi, cio\u00e8 che punta al <em>maximum<\/em> e non all&#8217;<em>optimum;<\/em> finch\u00e9 non esistono ispirazioni interiori per non sapere di pi\u00f9, non mangiare di pi\u00f9, non andare pi\u00f9 in fretta, non guadagnare pi\u00f9 soldi, non avere pi\u00f9 influenza, non essere pi\u00f9 potenti e tutto il resto, non siamo sulla buona strada. E poi ci stupiamo che anche l&#8217;organismo imiti la civilt\u00e0 consumista che abbiamo creato.&quot;<\/p>\n<p>Per quanto riguarda le alternative alla cultura moderna, occidentale e antitradizionale (compresa la tradizione dello stesso Occidente), con esemplare lucidit\u00e0 di pensiero Panikkar ammonisce che non c&#8217;\u00e8 <em>una<\/em> alternativa, pena il ricadere (se vi fosse) nella stessa tendenza al pensiero unico, contrappositivo ed esclusivista, che in teoria si vorrebbe esorcizzare. Non c\u00e8, infatti, una <em>cultura globale<\/em> degna di questo nome: sarebbe una contraddizione in termini, perch\u00e9 &quot;cultura&quot; \u00e8 sempre sinonimo di pluralit\u00e0. E cita il <em>Talmud<\/em> per sostenere, lui sacerdote cattolico (ma anche seguace dell&#8217;induismo) che &quot;neanche Dio ha una prospettiva globale&quot;, di conseguenza non c&#8217;\u00e8, e non pu\u00f2 esserci, una religione universale, n\u00e9 un ordine ideale e perfetto, sia esso politico, economico, umano. Oltre a questa fondamentale obiezione di ordine logico, Panikkar sostiene che la cultura occidentale non \u00e8 la soluzione degli attuali problemi mondiali anche per specifiche ragioni storiche &#8211; in sostanziale assonanza, ci permettiamo di rilevare, col pensiero di R\u00e9n\u00e9 Gu\u00e9non e di altri illustri &quot;eretici&quot; dell&#8217;Occidente. Essa \u00e8 basata, in particolare, su una tecnocrazia sempre pi\u00f9 invadente e omologante, ed \u00e8 dominata da un&#8217;ideologia paneconomica che subordina all&#8217;utile ogni altro valore (e qui viene in mente il Marcuse de <em>L&#8217;uomo a una dimensione<\/em>); non \u00e8 &#8211; come vorrebbe far credere &#8211; n\u00e9 universale, n\u00e9 universalizzabile; e, infine, reca in s\u00e9 stessa i germi evidenti della propria autodistruzione. Ci\u00f2 significa che l&#8217;Occidente, in questa fase storica, sta letteralmente esportando ( e sempre con la retorica del <em>white men&#8217;s burden,<\/em> &quot;il fardello dell&#8217;uomo bianco&quot; di kiplinghiana memoria), con le buone e anche con le cattive, una pestilenza che \u00e8 destinata a propagarsi inarrestabilmente nel resto del mondo.<\/p>\n<p>Le alternative proposte da Panikkar non possono che essere provvisorie, secolari e pluraliste. Si tratta di decentralizzare le strutture economiche, politiche, psicologiche, etiche, fuori di s\u00e9 e dentro di s\u00e9, per ritrovare il senso di una vera centralizzazione: una realt\u00e0 d&#8217;ordine superiore, ove il centro sia dappertutto. &quot;Corpo mistico di Cristo, buddhakaia, atman-brahaman, ecc. sono altrettanti simboli tradizionali che esprimono questa intuizione. Il senso della vita umana non consiste allora nello scalare i pi\u00f9 alti vertici della piramide umana in una lotta a morte contro il tuo vicino (competizione), ma nel trovare il mio centro concentrico con tutti gli altri centri dell&#8217;universo e cos\u00ec collaborare al sostegno del mondo (come lo esprime il concetto di &#8216;lokasamgraha&#8217; nella <em>Bhagavadgita<\/em>&quot;.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, quel che oggi viene schematicamente e piuttosto pomposamente presentato come &quot;globalizzazione&quot; \u00e8 piuttosto una <em>occidentalizzazione del mondo<\/em> (parafrasando il titolo di un celebre saggio dell&#8217;economista francese Serge Latouche, animatore del movimento della Decrescita sostenibile). In nome dell&#8217;&quot;american way of life&quot;, in nome degli hot-dogs e della Coca-Cola si sta esportando ovunque il modello occidentale basato sullo sviluppo, anzi lo stesso Occidente sta subendo la colonizzazione economica e culturale statunitense (dall&#8217;Europa all&#8217;Australia, alla Nuova Zelanda). Questo processo sta prendendo, per usare l&#8217;espressione di Michael Hardt e Toni Negri, la configurazione economico-politica dell&#8217; <em>Impero,<\/em> intendendo con ci\u00f2 non l&#8217;impero statunitense (di cui oggi si serve), ma il sistema capitalista mondiale basato sulla tecnoscienza e sul &quot;libero mercato&quot;, paravento del monopolio planetario delle societ\u00e0 multinazionali, i cui bilanci superano &#8211; e di molto &#8211; quelli della maggior parte degli Stati &quot;sovrani&quot; esistenti. Come affermano Hardt e Negri, &quot;L&#8217;Impero si sta materializzando proprio sotto i nostri occhi. Nel corso degli ultimi decenni, con la fine dei regimi coloniali e, ancora pi\u00f9 rapidamente, in seguito al crollo dell&#8217;Unione Sovietica, e delle barriere da essa opposte al mercato mondiale capitalistico, abbiamo assistito a un&#8217;irresistibile e irreversibile globalizzazione degli scambi economici e culturali. Assieme al mercato mondiale e ai circuiti globali della produzione sono emersi un nuovo ordine globale, una nuova logica e una nuova struttura di potere: in breve, una nuova forma di sovranit\u00e0. Di fatto, l&#8217;Impero \u00e8 il nuovo soggetto politico che regola gli scambi mondiali, il potere sovrano che governa il mondo.&quot; (op. cit., Milano, 2001, p. 14).<\/p>\n<p>Osserva Latouche: &quot;E&#8217; mostruoso per un ind\u00f9 uccidere e mangiare una vacca, ci\u00f2 \u00e8 senza dubbio pi\u00f9 traumatico di quanto non lo sia per noi il fatto di lasciare che le vedove dei bramini si gettino tra le fiamme del rogo del marito. \u00c8 chiaro che, se l&#8217;India avesse conquistato il mondo, la purificazione delle vedove farebbe parte dei diritti della donna e l&#8217;uccisione delle vacche sarebbe proscritta come un crimine contro il rispetto della vita. La sola vera universalit\u00e0 concepibile, dunque, si pu\u00f2 basare soltanto su un consenso veramente <em>universale.<\/em> Essa passa per un <em>dialogo<\/em> autentico tra le culture. Un simile dialogo \u00e8 possibile perch\u00e9 la comunicabilit\u00e0 esiste. Pu\u00f2 riuscire soltanto se ciascuno \u00e8 pronto a fare concessioni. Noi condividiamo la convinzione che ogni cultura ha molto da insegnare alle altre, che pu\u00f2 arricchirsi di numerosi apporti. Tuttavia, non \u00e8 sicuro che ciascuno possa giocare il gioco della reciprocit\u00e0, cio\u00e8 rinunciare concretamente alla propria &#8216;barbarie&#8217; per ottenere dall&#8217;Altro che rinunci alla sua in modo da ottenere a entrambi di godere dei loro scambi reciproci. Poich\u00e9 non c&#8217;\u00e8 speranza di fondare alcunch\u00e8 di durevole sulla truffa di una pseudo-universalit\u00e0 imposta dalla violenza e perpetuata dalla negazione dell&#8217;Altro, vale la pena di fare la scommessa che ci sia uno spazio comune di coesistenza fraterna da scoprire e da costruire.&quot; (op. cit., Torino, 1992, pp. 148-49).<\/p>\n<p>Un altro elemento distruttivo del modello sviluppista \u00e8 la crescente <em>desacralizzazione della societ\u00e0<\/em>, in quanto abolisce tempi e luoghi del sacro e tende a eliminare il senso del limite e il senso del mistero. I tempi: si pensi all&#8217;apertura domenicale dei centri commerciali, che per favorire l&#8217;acquisto di beni di consumo (spesso superflui o decisamente dannosi) sopprime il &quot;tempo sacro&quot; settimanale che per 2.000 anni ha scandito i ritmi della vita sociale dell&#8217;Occidente. Il contadino che, fino a pochi anni fa, alla domenica non solo sospendeva i lavori agricoli, ma indossava gli abiti &quot;buoni&quot; della festa e sostituiva le scarpe (ben lucidate) agli zoccoli di legno, rispettava una tradizione non solo formale, ma anche sostanziale, legata alla profonda consapevolezza che la terra elargisce generosamente i suoi frutti a coloro che rispettano i tempi del divino, e non diventano &quot;empi&quot; per l&#8217;ossessione di massimizzare la produzione e il guadagno. Vi sono alcuni affreschi medioevali, in Italia settentrionale (a Biella, per esempio, o a San Pietro di Feletto, in provincia di Treviso) che raffigurano il &quot;Cristo della domenica&quot;. I lavori svolti empiamente nel giorno del riposo domenicale (potatura delle viti, fabbricazione di utensili, ecc.) sono raffigurati come altrettante piaghe che sfigurano il corpo di Ges\u00f9, infliggendogli una nuova e prolungata Passione. Si pensi anche che nel &quot;buio&quot; Medioevio vigeva l&#8217;istituto delle &quot;tregue di Dio&quot; e delle &quot;paci di Dio&quot;, che interdicevano le attivit\u00e0 belliche nei giorni della passione del Signore (da venerd\u00ec a domenica, nonch\u00e9 nelle grandi ricorrenze del calendario cristiano), che erano rispettate da entrambe le parti, anche nel coso dei pi\u00f9 aspri conflitti. E si confronti questo atteggiamento con le modalit\u00e0 della guerra condotta, per esempio, in Irak dalle forze armate statunitensi, ove n\u00e9 i tempi n\u00e9 i luoghi della religione islamica sono stati minimamente rispettati (oppure si pensi a quante offensive cruente sono state lanciate, nella ricorrenza del Natale, dagli eserciti contrapposti nel corso delle due guerre mondiali).<\/p>\n<p>I luoghi: nell&#8217;ottica sviluppista, il paesaggio terrestre non \u00e8 che un grande area commercializzabile ed edificabile; qualunque porzione della superficie terrestre \u00e8, economicamente, paragonabile ad un&#8217;altra, poich\u00e9 sono tutte intercambiabili. Invece le culture autoctone (compresa quella occidentale, fino alle soglie della modernit\u00e0) hanno sempre ritenuto che alcuni luoghi, per il loro carattere sacro, sono qualitativamente diversi dal territorio circostante, e penetrarvi senza il dovuto rispetto &#8211; o, peggio, saccheggiarli e devastarli a fine di lucro &#8212; significa mettere in crisi l&#8217;armonia cosmica: un valore che trascende le beghe fra le singole comunit\u00e0 umane e implica, invece, la preservazione dell&#8217;intero ecosistema. Per difendere i luoghi sacri dalla profanazione, valeva anche la pena di combattere e morire: come fecero i Sioux di Cavallo Pazzo quando affrontarono le &quot;giacche azzurre&quot; del colonnello Custer al Little Big Horn, nel 1876: si trattava di proteggere le Colline Nere del Dakota, sacre alla divinit\u00e0, dai cercatori d&#8217;oro e dagli speculatori di cui l&#8217;esercito statunitense non era che il braccio armato. Ma nell&#8217;ottica sviluppista, ripetiamo, non esistono pi\u00f9 i luoghi del sacro: l&#8217;intero pianeta \u00e8 un unico luogo profano, essenzialmente un magazzino da cui attingere materie prime e una discarica ove gettare i rifiuti del processo industriale.<\/p>\n<p>A questo punto, \u00e8 bene fare una precisazione. I concetti di &quot;tempo sacro&quot; e di &quot;luogo sacro&quot; sono certamente universali (fino all&#8217;avvento della cosiddetta Rivoluzione scientifica e al suo logico corollario, la Rivoluzione industriale), ma non \u00e8 universale il <em>modo<\/em> in cui vengono percepiti dalle diverse culture, n\u00e9 il quadro generale di riferimento in cui vengono elaborati. Anzi, addirittura non sono universali nemmeno i concetti pi\u00f9 generali di &quot;tempo&quot; e di &quot;spazio&quot;, che solo il nostro &quot;sapere&quot; moderno (forse, come pensava Karl Jaspers, un borioso e paradossale &quot;non sapere&quot; eretto a sistema), giudica &#8211; con buona pace di Einstein e della teoria della relativit\u00e0 &#8211; come spazio e tempo assoluti, dunque intercambiabili. E questo \u00e8 un altro di quegli equivoci in cui la presuntuosa mentalit\u00e0 occidentale moderna cade pi\u00f9 sovente: credere, cio\u00e8, che la categoria del sacro sia universalizzabile (come pensavano gli antropologi di formazione positivista: valga per tutti il celebre esempio del <em>Ramo d&#8217;oro<\/em> di Frazer). Scrive, a questo proposito, Giovanni Monastra su <em>Diorama letterario<\/em> (n. 166, 1993): &quot;Incredibilmente ancora oggi molti, ignari dei progressi della prossemica [n.b.: lo studio delle forme di interazione comportamentale dei vari gruppi umani], credono che tra gli uomini i vari tipi di spazio costituiscano una serie di dimensioni oggettive, uguali per tutti gli individui. Alla base di tale credenza sta l&#8217;idea astratta derivante dall&#8217;Illuminismo, secondo cui l&#8217;uomo e l&#8217;animale sarebbero macchine strutturate in serie, appiattite da un egualitarismo che relega nella marginalit\u00e0 ogni differenza. In contrasto con tutto ci\u00f2, invece, il modo di percepire e vivere la dimensione spaziale muta pi\u00f9 o meno pure all&#8217;interno della nostra specie, tra una cultura e l&#8217;altra. Cos\u00ec i rapporti e le relazioni tra gli individui, esprimendosi, appunto, nello spazio, sono profondamente segnati dal modo di concepirlo, quindi la loro struttura varia da cultura a cultura in maniera radicale.&quot;<\/p>\n<p>Come sappiamo gi\u00e0 fin dagli anni Trenta del Novecento (grazie agli studi di B. L. Whorf), il linguaggio non riveste solo una funzione comunicativa, ma anche concettuale; non \u00e8 solo un codice di segni, ma anche un universo mentale. Di conseguenza, la semplice &quot;traduzione&quot; linguistica di concetti quali tempo e spazio \u00e8 inadeguata a rendere il significato profondo nelle diverse culture umane. Prosegue infatti Monastra: &quot;Secondo questo modo di vedere (ossia quello &quot;riduzionistico&quot; occidentale moderno) il pensiero non dipende dalla grammatica, ma dalle leggi della logica o della ragione, <em>che si ritiene siano le stesse per tutti gli osservatori dell&#8217;universo<\/em> [corsivo nostro: non aveva affermato Galilei che anche Dio pensa in termini matematici, ossia di geometria euclidea?], e rappresentino la razionalit\u00e0 dell&#8217;universo, che pu\u00f2 essere trovata indipendentemente da tutti gli osservatori intelligenti, che parlino cinese o chocthaw. Si sostiene che la matematica, la logica simbolica, la filosofia trattano direttamente della sfera del pensiero, e non sono esse stesse estensioni specializzate del linguaggio. Ci\u00f2 non \u00e8 vero (&#8230;): infatti esistono condizionamenti linguistico-grammaticali sulla formulazione del pensiero, condizionamenti che sono inconsci. Gli indiani Hopi, ad esempio, percepiscono <em>la realt\u00e0<\/em> in modo molto diverso dal nostro, in quanto la loro struttura linguistica filtra ed esprime la realt\u00e0 secondo canoni differenti da quelli impliciti nel nostro linguaggio: cos\u00ec essi vivono in un eterno presente, mancando loro la dimensione del divenire, cos\u00ec radicata invece nel mondo indoeuropeo. La loro \u00e8 una lingua &quot;atemporale&quot;, la nostra a sua volta si connota come &quot;temporale&quot;. In sintonia con tutto ci\u00f2, gli Hopi possiedono verbi senza soggetto: questo permette loro di descrivere il mondo come un insieme di <em>stati<\/em> piuttosto che di forze in azione.&quot;<\/p>\n<p>Ma tornando alla dimensione specifica del sacro, ci sembra particolarmente significativo quanto osservato da un insigne studioso della classicit\u00e0, Massimiliano Pavan, a proposito dell&#8217;eccesso di razionalizzazione della cultura occidentale moderna e del divorzio fra la sfera del sacro e quella del pensiero raziocinante (che poi \u00e8 <em>una<\/em> particolare forma del Logos, quella del pensiero strumentale e calcolante, che vede negli enti del mondo solo dei mezzi per raggiungere il proprio fine, ossia, sostanzialmente, il dominio sulla realt\u00e0). Egli parlava de <em>la lezione di Diotima<\/em> (il misterioso personaggio femminile cui Socrate, nel <em>Simposio<\/em> platonico, attribuisce le sue conoscenze segrete sul mistero dell&#8217;Eros) quando affermava che l&#8217;ansia del sapere \u00e8, in definitiva, ansia di redenzione, ed \u00e8 elemento identitario dell&#8217;umano. Per Diotima, la funzione di Amore \u00e8 &quot;amore di sapere&quot; e non &quot;possesso&quot; di esso; poich\u00e9 si trova a mezza strada fra sapienza e ignoranza. &quot;E quindi &#8212; scrive Platone &#8212; poich\u00e9 la sapienza lo \u00e8 delle cose pi\u00f9 belle e Amore \u00e8 amore del bello, ne consegue necessariamente che Amore \u00e8 filosofo, e in quanto filosofo sta in mezzo tra il sapiente e l&#8217;ignorante.&quot;<\/p>\n<p>Partendo da questa &quot;lezione di Diotima&quot;, Pavan giustamente osserva: &quot;Oggi siamo abituati alla rottura, o divaricazione, fra il senso del sacro e il filosofare, cio\u00e8 il raziocinare. In realt\u00e0 il razionalismo, lungi dall&#8217;aver distrutto il senso del sacro, \u00e8 ripiegato nel proposito di spiegarlo, cio\u00e8 di storicizzarlo. In sostanza mira a svuotarlo del mistero che gli \u00e8 consustanziale. Si arriva alla incongruenza di razionalizzare formule e misteri religiosi, per renderli &#8216;pi\u00f9 accessibili&#8217;. Ma esiste una religione senza la carica d&#8217;ineffabilit\u00e0 che c&#8217;\u00e8 nel &#8216;segno&#8217;? Dopo aver relegato la religione al regno dell&#8217;ignoranza e dell&#8217;assurdo, il razionalismo mina il sacro con la parvenza di salvarne la storicit\u00e0. La conseguenza \u00e8 che la razionalizzazione del mito genera altri miti. <em>Ridurre il mito a storicit\u00e0 comporta che tutta la storia \u00e8 mito col che lo \u00e8 anche la pretesa di razionalit\u00e0<\/em> [cosivo nostro; da Massimiliano Pavan, <em>La lezione di Diotima,<\/em> in <em>Tra classicismo e cristianesimo<\/em>, vol. 1, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1995, pp. 113-14].<\/p>\n<p>Anche scientismo e iper-razionalismo, dunque, in ultima istanza non sono altro che miti; miti che hanno preteso di sostituire i &quot;vecchi&quot; miti di origine religiosa (ma anche artistica, filosofica, magico-alchemica, astrologica, ecc.), ossia le altre visioni del mondo, basate sul senso del limite e sul senso del mistero: i due elementi fondanti della categoria del sacro. Dunque il razionalismo di matrice positivistica e materialistica, rafforzato dai &quot;successi&quot; quantitativi della tecnologia, si presenta non come un mito che vuole aggiungersi agli altri miti o, al limite, detronizzarli (come pu\u00f2 fare una nuova religione con quella precedente), ma come un sapere vero (epist\u00e9me) che si pone di contro a un sapere parziale e illusorio (doxa). Insomma un sapere autoreferenziale di primo livello che squalifica e rende obsoleti, col solo fatto di esistere, i saperi di secondo e terzo livello, e li relega al rango di curiosit\u00e0 o testimonianze archeologiche. \u00c8 esattamente lo schema seguito da Marx nell&#8217;accreditare la sua formulazione del comunismo di quell&#8217;appellativo di &quot;scientifico&quot; (poi ripresa e oggettivata dagli stessi avversari e dalla terminologia storico-filosofica) di contro alle altre forme del pensiero e della prassi comunista, da lui gratificate esplicitamente della qualifica di &quot;utopistiche&quot; e collocate, nel contesto di una concezione evolutiva di chiara derivazione hegeliana (e darwiniana), tra le pi\u00f9 o meno nobili anticaglie che andavano dimenticate con un sorriso di compiacenza. Il sorriso dell&#8217;uomo &quot;civilizzato&quot; di fronte ai riti dello sciamano di qualche trib\u00f9 autoctona, e che esprime la compiaciuta consapevolezza non solo di un&#8217;intrinseca superiorit\u00e0, ma anche di una ineluttbile scomparsa delle forme culturali &quot;obsolete&quot;. Ahim\u00e8, scientismo e ultra-razionalismo non si rendono conto che, se \u00e8 vero che &quot;l&#8217;essenza della tecnologia \u00e8 l&#8217;accelerazione&quot;, allora essi hanno innescato un meccanismo che sta rendendo &#8211; e forse ha gi\u00e0 reso &#8211; &quot;obsoleto&quot; non l&#8217;essere umano di questa o quella determinata cultura, ma l&#8217;essere umano in generale: nel senso in cui l&#8217;intendeva G\u00fcnther Anders quando affermava che la tecnica ha ormai reso antiquato l&#8217;uomo come tale, con buona pace degli esponenti di questa o quella &quot;avanguardia&quot; culturale.<\/p>\n<p>La conclusione di Pavan \u00e8 molto chiara. &quot;L&#8217;eccesso di razionalizzazione ha emarginato le istanze del profondo nella misura in cui ha cercato di esorcizzarle &#8216;spiegandole&#8217;. Ma cos\u00ec conoscere non \u00e8 comprendere (&#8230;). Il vero conoscere vuole &#8216;partecipazione&#8217;: entrare. Che senso ha la conoscenza del vero e del bene, senza desiderio o aspirazione di esserne &#8216;possessori&#8217;? \u00e8 questa la lezione di Diotima. Dice la sacerdotessa di Mantinea: L&#8217;amore \u00e8 desiderio di possedere il bene per sempre. Amore, che \u00e8 desiderio di possedere, non ancora possesso, &quot;procrea nel bello, secondo il corpo e secondo l&#8217;anima.&quot; La naturalit\u00e0 non \u00e8 nemica del logos perch\u00e9 non pu\u00f2 essergli estranea: il logos tende al disvelamento finale perch\u00e9 \u00e8 anche il fondamento iniziale, &#8216;naturale&#8217;. Deve &#8216;farsi carne&#8217; perch\u00e9 la carne partecipi del disvelamento.&quot; (come sopra, p. 116).<\/p>\n<p>Ed ecco una plausibile spiegazione del perch\u00e9 il nostro sapere, come diceva Karl Jaspers, \u00e8 in realt\u00e0 un non-sapere: 1), perch\u00e9 \u00e8 conoscere senza partecipare, quindi senza comprendere, 2) perch\u00e9 mira al possesso e non all&#8217;amore del sapere; 3) perch\u00e9 ignora le istanze del profondo e quindi tradisce quell&#8217;intima ansia di redenzione che ne \u00e8 l&#8217;orgine e l&#8217;intimo significato.<\/p>\n<p>Un altro aspetto inquietante della cosiddetta globalizzazione, \u00e8 la sua caratteristica evocazione di quelle forze malefiche, demoniache, che &#8211; come pensava anche Julius Evola (vedi, in particolare, <em>Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo<\/em>) non \u00e8 pi\u00f9 in grado di controllare. Lasciamo perdere, per ora, se si tratti di forze personali o impersonali, interiori o esterne; questione che non ci sarebbe possibile affrontare in questa sede, ma che ci promettiamo di riprendere in un luogo a parte. Quel che \u00e8 certo \u00e8 che tali forze esistono, e che l&#8217;umanit\u00e0, probabilmente, ha gi\u00e0 dovuto fare i conti con esse, laddove la sua smisurata <em>hybris<\/em> l&#8217;ha condotta sui sentieri perduti della potenziale autodistruzione. Una traccia ci \u00e8 data dal mito platonico dell&#8217;Atlantide (mito, lo ripetiamo, nel senso pi\u00f9 alto della parola, di sapere profondo), narrato nel <em>Timeo<\/em> e nel <em>Crizia.<\/em> La civilt\u00e0 di Atlantide aveva raggiunto livelli insuperati di benessere e di progresso, ma i suoi sapienti, accecati da un delirio di onnipotenza, scherzavano col fuoco delle forze proibite della magia nera, dalle quali finirono peressere travolti insieme a tutti gli altri. Difficile non vedere l&#8217;analogia con la &quot;civilt\u00e0 dell&#8217;atomo&quot;, inaugurata dai funghi malvagi di Hiroshima e Nagasaki; difficile, anche, non correre con la mente a tutti quei reperti archeologici incongrui (Charles Fort diceva &quot;maledetti&quot;, ossia scientificamente inspiegabili secondo l&#8217;attuale paradigma del sapere evoluzionistico; ad esempio, quell&#8217;impronta di piede umano &#8211; anzi di mocassino, con tanto di cuciture &#8211; trovata in una roccia antica di <em>milioni di anni.<\/em><\/p>\n<p>A conclusione di un ragionamento sulla linea di sviluppo di talune sette e logge spiritualistiche in direzione superomistica e, pi\u00f9 in generale, sulla fondamentale &quot;ambiguit\u00e0&quot; etica (nel senso proprio del termine) delle iniziazoni esoteriche, Evola si domandava: &quot;Si pu\u00f2 dunque parlare di &#8216;asceti del male&#8217;? Lo si pu\u00f2, ma non in senso moralistico. Il regno del &#8216;male&#8217; corrisponde, metafisicamente, a ci\u00f2 che il Gu\u00e9non ha chiamato <em>contro-iniziazione<\/em>. Sul piano pi\u00f9 basso, si tratta delle influenze che gi\u00e0 chiamammo &#8216;infere&#8217;, influenze che, per via della loro stessa natura, agiscono distruttivamente su tutto ci\u00f2 che \u00e8 forma e personalit\u00e0. Ma, pi\u00f9 in alto, si tratta di forze intelligenti, lo scopo delle quali \u00e8 il deviare, pervertire o invertire ogni tendenza dell&#8217;uomo a riconnettersi col vero soprannaturale. \u00c8, questo, un ordine che si pu\u00f2 chiamare &#8216;diabolico&#8217; e, nel caso limite, <em>satanico.<\/em> N\u00e9 esso va concepito astrattamente, bens\u00ec in relazione ad esseri reali, talvolta anche a determinati centri e ad un specie di fronte occulto. Anche questo \u00e8 un piano non semplicemente umano, e appunto in funzione di esso si definisce, in determinati casi, il concetto di &#8216;asceti del male&#8217;.&quot; (op. cit., 1971, p. 170).<\/p>\n<p>Abbiamo detto che la filosofia sviluppista, divinizzando la tecnologia, relega l&#8217;essere umano al ruolo di macchina accessoria del sistema, rendendolo irrimediabilmente obsoleto rispetto alla sua stessa scienza. Ora dobbiamo aggiungere che essa, in quanto economicizza tutti i fenomeni umani, in una spirale cieca di consumo e produzione, produzione e consumo, si regge sulla continua, nevrotica invenzione di bisogni artificiali che ci rendono sempre pi\u00f9 schiavi del futile e del superfluo, danneggiano la salute, l&#8217;ambiente e i rapporti sociali, e in definitiva risultano utili solo al mercato e non al cittadino-suddito-consumatore. Gi\u00e0 Pier Paolo Pasolini, inascoltato profeta degli anni del preteso &quot;miracolo economico&quot;, denunciava, nei suoi <em>Scritti corsari<\/em>, quello che lui chiamava giustamente &quot;sviluppo senza progresso&quot;. Ora anche i pi\u00f9 miopi possono rendersi conto, se lo vogliono, che non questo o quel modello di sviluppo, ma proprio la filosofia dello <em>sviluppo<\/em> \u00e8 in s\u00e9 stessa contraddittoria e insostenibile. Come si pu\u00f2 pensare, in un pianeta dalle risorse limitate, a uno sviluppo indefinito? A un aumento illimitato della produzione, dei consumi, del benessere materiale, del dominio sulla natura? Per non parlare del tremendo impoverimento spirituale cui ci stiamo avviando, e che un profeta ancora pi\u00f9 in anticipo sui tempi, Oscar Wilde (di nuovo un poeta!, ma diceva Tiziano Terzani che solo i poeti potranno, forse, salvare il mondo) cos\u00ec denunciava, alla fine del XIX secolo: &quot;Conosciamo il prezzo di tutto, ma il valore di niente.&quot;<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 lecito domandarsi da dove abbia avuto origine il perverso meccanismo della sovraproduzione, sempre pi\u00f9 costretta a creare nuovi bisogni immaginari e a spacciarli per necessari. Alain Caill\u00e9, ad esempio (nel suo libro <em>Critica della ragione utilitaria<\/em>) sostiene che, secondo la visione utilitaristica oggi dominante, la storia umana sarebbe stata caratterizzata, <em>ab origine<\/em>, dalla scarsit\u00e0 materiale, il che avrebbe obbligato le comunit\u00e0 umane a un defatigante <em>tour de force<\/em> con relativo accompagnamento di inasprimento dei ritmi di lavoro, predominio della logica dell&#8217;interesse, affermazione degli impulsi pi\u00f9 egoistici e conflittualit\u00e0 permanente. Da ci\u00f2, una linea di tendenza destinata a sfociare inevitabilmente, nelle societ\u00e0 moderne, in una economia di mercato in cui la sfera economica diviene sempre pi\u00f9 autonoma rispetto a quella sociale e culturale e sempre pi\u00f9 slegata dalle condizioni materiali, ma non dai meccanismi psicologici, che l&#8217;hanno originata (e viene in mente, a questo proposito, il &quot;mito della roba&quot; che induce il verghiano Mazzar\u00f2 a vivere per accumulare beni, senza peraltro concedersi mai il piacere di goderne).<\/p>\n<p>Ebbene Caill\u00e9 contesta una tale spiegazione e, rifacendosi agli studi dell&#8217;antropologo M. Sahlins (<em>Economia dell&#8217;et\u00e0 della pietra,<\/em> Milano, 1980) egli afferma che la vera &quot;societ\u00e0 dell&#8217;abbondanza&quot; non \u00e8 quella moderna, caratterizzata da una rincorsa affannosa del principio di massimo piacere, ma lo \u00e8 stata quella cui meno si penserebbe di primo acchito: la societ\u00e0 paleolitica. Infattii, come osserva in proposito Mario Cenedese, nelle societ\u00e0 ad economia di caccia e raccolta, che non conoscono l&#8217;agricoltura oppure che la conoscono ma la rifiutano (in base a una scelta ben precisa: richiederebbe un super-lavoro non necessario e tale da sconvolgere gli equilibri interni) il tempo di lavoro medio si aggira sempre intorno alle quattro ore giornaliere, calcolo del resto malagevole per la difficoilt\u00e0 di separare nettamente il tempo di lavoro dal tempo libero. &quot;Infatti &#8211; scrive Cenedese (su <em>Frontiere<\/em>, nr. 1, 1995), negli ambienti tribali la maggior parte della giornata viene impiegata per dormire, giocare, chiacchierare o, a seconda dei periodi, per la celebrazione dei riti. Rispetto ai nostri standard, alla nostra capacit\u00e0 di usufruire di beni e servizi, il livello di vita pu\u00f2 sembrare incomparabilmente basso.&quot; E allora?<\/p>\n<p>Lasciamo la parola direttamente a Caill\u00e9: &quot;Tuttavia, \u00e8 lecito parlare di abbondanza perch\u00e9 questa non ha alcun rapporto semplice con la quantit\u00e0 dei beni posseduti e consumati. Essa \u00e8 il risultato di un rapporto con ci\u00f2 che si considera ed \u00e8 istituito come bisogno. Del fatto che queste societ\u00e0 sappiano limitare i loro bisogni, la prova migliore \u00e8 che esse non si preoccupano affatto di accumulare o di accrescere la loro produzione. Se per caso diventano pi\u00f9 produttive, esse non aumentano la produzione ma il tempo dedicato agli ozi. Alcune di esse rifiutano poi di lanciarsi nell&#8217;avventura dell&#8217;agricoltura, spiegando che ci\u00f2 richiede troppo lavoro (A. Caill\u00e9, <em>Critica della ragione utilitaria,<\/em> Torino, 1991, p. 64).<\/p>\n<p>Di conseguenza, osserva Cenedese, sembrano avvalorate le tesi dell&#8217;economista Karl Polanyi, &quot;secondo cui la scarsit\u00e0, lontana distanze stellari dall&#8217;essere secondo natura, \u00e8 per converso istituita dall&#8217;economia di mercato come suo elemento costitutivo centrale, assieme all&#8217;incentivo rappresentato dal profitto.&quot;<\/p>\n<p>Ora, la globalizzazione non \u00e8 altro che l&#8217;esportazione forzata di questo modello economico-sociale basato sulla nevrosi dell&#8217;indigenza e, quindi, dell&#8217;accumulo illimitato di beni. Osserva Cenedese che nell&#8217;impostazione della dialettica Nord-Sud i termini di &quot;sviluppo&quot; e di &quot;ritardo&quot; hanno una data ben precisa: il 20 gennaio 1949. In quel giorno, il presidente statunitense Harry S. Truman tenne un celebre discorso al Congresso di Washington, in cui definiva gran parte del Pianeta &quot;area sottosviluppata&quot; e sosteneva che, per colmare tale ritardo, occorreva puntare sullo sviluppo, &quot;cio\u00e8 un processo attraverso il quale, seguendo l&#8217;esperienza dell&#8217;occidente e imitandone i percorsi, un paese povero, quindi arretrato, poteva diventare ricco, cio\u00e8 sviluppato, mediante la crescita economica e la modernizzazione socio-culturale. In breve, il messaggio era: Fate come noi.&quot; Ma l&#8217;esportazione del modello sviluppista ai paesi del Sud del Mondo doveva portare necessariamente con s\u00e9 la distruzione non solo delle economie tribali tradizionali, ma anche delle culture spirituali che ne costituivano l&#8217;elemento coesivo fondamentale.<\/p>\n<p>Scrive Caill\u00e9 (op. cit., pp. 75-77): &quot;Ci\u00f2 che la conquista coloniale distrugge non \u00e8 l&#8217;economia. Ci\u00f2 che essa distrugge sono i meccanismi sottili di produzione e riproduzione delle societ\u00e0 tradizionali e i simbolismi attraverso i quali i loro membri davano un senso all&#8217;esistenza. Dopo l&#8217;annientamento dei loro punti di riferimento immaginari tradizionali, la sola via di uscita simbolica che resta loro aperta \u00e8 quella dell&#8217;imitazione dei vincitori. Ma la soluzione mimetica crea altrettanti o anche pi\u00f9 problemi di quanti non ne risolva. Pi\u00f9 il desiderio porta all&#8217;imitazione dei dominatori e pi\u00f9 vacilla ci\u00f2 che contribuiva a nutrire il sentimento di una identit\u00e0 propria e permetteva di resistere. Il mercato, allorch\u00e8 si estende pi\u00f9 rapidamente della capacit\u00e0 del tessuto sociale di cicatrizzare le ferite che esso gli infligge, genera catastrofi.&quot;<\/p>\n<p>Continua Cenedese, riprendendo osservazioni dell&#8217;ecologista Wolgang Sachs: &quot;Per non parlare dei cosidedetti &#8216;trapianti tecnologici&#8217;, fondati sull&#8217;idea singolare che il sottosviluppo sia primariamente un problema &#8216;tecnico&#8217;: l&#8217;abbandono delle tecniche tradizionali a profitto di tecniche occidentali moderne approda sovente a un fallimento. (&#8230;) Le tecniche tradizionali scompaiono, ma le nuove restano marginali. Esse non sono n\u00e9 ricreate, n\u00e9 gestite localmente, generano delle pratiche di produzione e di consumo estranee all&#8217;universo antico, determinano una disoccupazione supplementare. Tuttavia, la loro inadeguatezza alla situazione locale sar\u00e0 trattata come un nuovo problema tecnico suscettibile di ricevere una nuova soluzione tecnica. A pieno titolo si pu\u00f2 perci\u00f2 considerare il massiccio ingresso del Terzo Mondo nell&#8217;universo tecnico occidentale come una forma di suicidio culturale. Per giunta, il divario tecnologico che oggi pi\u00f9 che mai separa i paesi sviluppati da tutti gli altri \u00e8 destinato ineluttabilmente ad aumentare.&quot;<\/p>\n<p>Ecco, dunque, che l&#8217;idea sviluppista, enunciata formalmente nel discorso di Truman del 1949, ci si rivela oggi per quel che realmente era: una ideologia in cattiva fede, un mito artificialmente fabbricato per dare una giustificazione morale e materiale al crescente saccheggio planetario da parte dell&#8217;Impero, non senza un paternalistico aupicio di riduzione della forbice tra Nord e Sud, a patto di mettersi ciecamente nelle mani dei chirurghi del libero mercato; &quot;Che imparino da noi!&quot;, ripeteva Reagan negli anni &#8217;80, e ripete Bush junior negli anni 2.000: ammirevoli esempi di stolidit\u00e0 e d&#8217;inossidabile arroganza culturale.<\/p>\n<p>&quot;Non \u00e8 pi\u00f9 possibile negarlo &#8211; scrive Sachs -: l&#8217;idea di tutti i Paesi del mondo in marcia su una strada comune non era che una chimera del dopoguerra. In realt\u00e0 il mondo \u00e8 diviso nella super-economia di una classe superiore e nell&#8217;economia povera di una classe inferiore di Paesi. Non \u00e8 pi\u00f9 possibile dire che tutti si muovono in uno spazio interdipendente: al contrario, la super-economia internazionale e l&#8217;economia povera del Sud del Mondo sono separate da un vero e proprio muro.[ E non \u00e8 solo una metafora, ci permettiamo di aggiungere. Si pensi al muro che le autorit\u00e0 statunitensi stanno costruendo attraverso il deserto, da San Diego in California al Golfo del Messico, per tenere a bada i poveri dell&#8217;America Latina che cercano di entrare illegalmente negli U.S.A., e che il presidente Bush, nel maggio 2006, ha annunciato di voler far presidiare da reparti consistenti della Guardia Nazionale]. \u00c8 passato tanto tempo da quando il Nord poteva essere considerato la locomotiva per la crescita del Sud. Un tempo ancora pi\u00f9 lungo sembra trascorso da quando il Nord dipendeva da materie prime, da prodotti agricoli e da forza lavoro a basso costo, tutte cose che l&#8217;economia altamente tecnologizzata \u00e8 in grado di sostituire con sempre maggiore facilit\u00e0. Il Nord non ha pi\u00f9 bisogno del Sud: prospera sull&#8217;esclusione del resto del mondo. Il mondo non si spacca pi\u00f9 tra capitalismo e comunismo, ma tra economie lente e veloci (Wolfgang Sachs, <em>Economia dello sviluppo<\/em>, Forl\u00ec, 1992, pp. 56-57).<\/p>\n<p>Esiste ancora, almeno a livello teorico, una via d&#8217;uscita da questo apparente vicolo cieco? Cenedese ricorda che alcuni economisti &quot;eretici&quot; dell&#8217;ultima generazione, tra i quali Edward Goldsmith, cercano di familiarizzarci con l&#8217;idea (a prima vista alquanto insolita)che dovremmo incominciare a muoverci verso una societ\u00e0 economicamente stabile o in stato stazionario, cio\u00e8 verso un&#8217;economia a crescita zero, &quot;societ\u00e0 in cui l&#8217;investimento di capitale uguaglia il deprezzamento e le nascite uguagliano le morti.&quot;<\/p>\n<p>Torando agli effetti culturali e spirituali della globalizzazione, \u00e8 facile notare come essa produca, attraverso i meccanismi descritti, una progressiva &quot;despiritualizzazione&quot; dell&#8217;essere umano, abbassandolo al livello di un corpo fisico da sfruttare selvaggiamente non solo sui luoghi e nei tempi di lavoro (tanto pi\u00f9 invasivi quanto pi\u00f9 &quot;virtuali&quot;), ma anche nel tempo libero, nello sport, nelle pratiche volte alla ricerca di un benessere fisico illusorio, perch\u00e9 decontestualizzato. \u00c8 possibile, infatti, perseguire la ricerca della salute <em>individuale<\/em> all&#8217;interno di una natura ammalata, di un ambiente degradato? O non \u00e8 forse vero che la salute fisica (e anche quella psichica: rara \u00e8 la malattia mentale nelle culture autoctone, come ci dice l&#8217;etnopsichiatria; e rari sono i tumori e le malattie cardio-circolatorie) \u00e8 in larga misura un fenomeno <em>sociale<\/em>?<\/p>\n<p>Inoltre, essa appattisce le differenze individuali e, come aveva intuito Kierkegaard nella sua solitaria battaglia contro la dittatura della stampa e i meccanismi anonimi della societ\u00e0 moderna, tende a sopprimere la categoria della <em>unicit\u00e0 e irripetibilit\u00e0<\/em> del singolo essere umano (e ora, con la clonazione, non solo in senso figurato, ma anche in senso tragicamente letterale). Viene in mente l&#8217;opera teatrale di Eg\u00e9ne Ionesco <em>Il Rinoceronte<\/em>, che descrive una societ\u00e0 in cui gli umani, l&#8217;uno dopo l&#8217;altro, si trasformano appunto in rinoceronti, sotto lo sguardo inorridito del protagonista, dove la cosa pi\u00f9 raccapricciante non \u00e8 poi la metamorfosi in s\u00e9 stessa, ma il grottesco, narcisistico compiacimento che provoca in quanti ne sono protagonisti. Pi\u00f9 si guardano allo specchio, pi\u00f9 ammirano il grande corno che emerge dalla loro fronte, pi\u00f9 <em>si piacciono e si compiacciono<\/em>: questa \u00e8 la cosa terribile; pi\u00f9 ancora della perdita dell&#8217;identit\u00e0, la soddisfazione provata nel vederla soppressa (ma gi\u00e0 Erich Fromm aveva parlato di <em>Fuga dalla libert\u00e0<\/em>; ed Etienne de la Bo\u00ebthie, molto tempo prima, di <em>Servit\u00f9 volontaria<\/em>.<\/p>\n<p>Un discorso sulla scomparsa progressiva della unicit\u00e0 caratterizzante il singolo individuo, a questo punto, non pu\u00f2 prescindere dalle recenti, acute riflessioni di Umberto Galimberti, che prendono le mosse da un celebre aforisma di Nietzsche: &quot;L&#8217;uomo \u00e8 un animale non ancora stabilizzato&quot; (in <em>Umano, troppo umano<\/em>). Galimberti (che ha svolto tali riflessioni anche dalle pagine del quotidiano <em>Repubblica<\/em>) parte dalla constatazione che l&#8217;essere umano \u00e8 fondamentalmente privo di &quot;istinti&quot;, se per istinto si intende (come per gli animali) un codice di risposte <em>rigide<\/em> alle situazioni ambientali; tanto che lo stesso Freud si decise ben presto ad abbandonare il termine &quot;Istinkt&quot; per sostituirlo col pi\u00f9 blando &quot;Trieb&quot;, ossia &quot;pulsione&quot;. Ci\u00f2 fa s\u00ec che la sua vita, non governata da un codice biologico, sia notevolmente instabile; l&#8217;instabilit\u00e0, per\u00f2, \u00e8 percepita come una condizione inquietante, perch\u00e9 ne risultano dei comportamenti imprevedibili. Appunto per stabilizzare il linguaggio ed il pensiero, egli ha elaborato la logica (togliendo alla parola quell&#8217;ambivalenza, tipica del discorso poetico e religioso); per stabilizzare i comportamenti, ha elaborato una morale (sia essa trascendente o immanente). Ora siamo giunti alla fase della stabilizzazione economica, per mezzo della ragione strumentale la cui applicazione \u00e8 la tecnica.<\/p>\n<p>La ragione strumentale, anzi, \u00e8 divenuta l&#8217;unica forma di pensiero ammessa nell&#8217;era della tecnica, perch\u00e9 \u00e8 rivolta ad ottimizzare il rapporto tra mezzi e fini e quindi, attraverso la tecnica, ad ottenere dall&#8217;essere umano la massima produttivit\u00e0. Per raggiungere quest&#8217;ultimo obiettivo, si devono necessariamente eliminare gli &quot;inconvenienti umani&quot;, quali stanchezza, depressione, amore, che distraggono l&#8217;essere umano dalla sua funzione di produttore e lo differenziano dall&#8217;alto livello di efficienza della macchina. La conclusione di Galimberti, quindi, \u00e8 un grido di allarme: stiamo attenti a non voler stabilizzare oltre un certo limite l&#8217;essere umano: solo accettando un certo grado di instabilit\u00e0 egli pu\u00f2 far emergere la sua personalit\u00e0 individuale, altrimenti costretta a scomparire nel generale livellamento efficientistico-produttivo.<\/p>\n<p>Abbiamo detto, pi\u00f9 sopra, che una componente psicologica fondamentale della logica di mercato, esasperata dalle dinamiche della globalizzazione, \u00e8 l&#8217;ansia di accumulare beni e, pi\u00f9 in generale, di <em>possedere<\/em>, tanto che le stesse attivit\u00e0 spirituali sono definite da un linguaggio di tipo economico-militare (<em>&quot;le conquiste del pensiero&quot;<\/em>, per fare solo un esempio). Questo spirito di attaccamento spasmodico agli enti ridotti al rango di <em>cose<\/em>, questa avidit\u00e0 di possesso senza freno n\u00e9 misura \u00e8 esemplificata dal rapporto fra essere umano e natura, fra essere umano e opere d&#8217;arte. L&#8217;alpinismo, pratica tipicamente moderna, nasce dalla volont\u00e0 di <em>conquistare<\/em> le montagne per piantarvi una bandierina sulla cima, simbolo di quella prometeica scalata al cielo il cui scopo \u00e8 la desacralizzazione dei luoghi sacri per eccellenza (le montagne, come dimore degli d\u00e8i o come divinit\u00e0 esse stesse, specie nelle culture orientali) e, specularmente, nella autodivinizzazione dell&#8217;uomo. Si tratta della versione moderna della Torrre di Babele, quale volont\u00e0 di potenza proiettata verticalmente verso un cielo ormai vuoto di Dio; che sia proprio un caso che l&#8217;annunciatore della &quot;morte di Dio&quot; abbia concepito l&#8217;idea dell&#8217; <em>eterno ritorno<\/em> presso un lago di montagna, il lago di Silvaplana, circondato dalle vette imponenti delle Alpi dell&#8217;Engadina?<\/p>\n<p>Per millenni, l&#8217;essere umano ha percepito le montagne come il segno visibile del limite posto alla sua condizione mortale, un segno da non oltrepassare e a cui avvicnarsi con estrema umilt\u00e0 e reverenza; come un regno che non gli apparteneva; di pi\u00f9: come uno dei canali privilegiati di comunicazione fra la dimensione trascendente la dimensione umana. Su un&#8217;alta montagna trov\u00f2 la salvezza l&#8217;arca del padre No\u00e8, dopo il diluvio; su una montagna Mos\u00e9 vide Dio faccia a faccia; su una montagna avvennero le tentazioni, la trasfigurazione e, infine, l&#8217;ascensione di Ges\u00f9 Cristo. L&#8217;Olimpo, il Sinai, il Fuijama, il Chomolungma (vero nome dell&#8217;Everest) sono tutte montagne sacre, venerate e circondate da un&#8217;aura di mistero. Ma per l&#8217;uomo nell&#8217;era della tecnica, la montagna non \u00e8 che una risorsa da sfruttare o un simbolo da sottomettere; magari &#8211; psicanalisti, sbizzarritevi &#8211; un simbolo fallico, un grande <em>lingam<\/em> su cui proiettare idealmente la sua forza virile (magari con qualche imbarazzante sottinteso inconsciamente omosessuale, se \u00e8 invece vero che <em>penetrare in una foresta vergine<\/em> come gli esploratori ottocenteschi, o <em>penetrare in un&#8217;umida caverna<\/em> come facevano e fanno gli speleologi, esprimerebbe una pulsione di natura eterosessuale).<\/p>\n<p>Anche le opere d&#8217;arte, nella situazione attuale, non solo semplicemente una merce come un&#8217;altra (per quanto pi\u00f9 preziosa di altre), ma un simbolo di potere da possedere ad ogni costo: legalmente, se possibile, attraverso le aste; illegalmente, attraverso la florida industria dei furti commissionati dai mercanti d&#8217;arte, se necessario. Quei miliardari newyorkesi che accumulano dipinti originali del Rinascimento nelle loro gallerie private, per godere loro soli, in segreto, della felicit\u00e0 di possedere con lo sguardo delle opere che potrebbero fare la gioia spirituale di un pubblico innumerevole, presente e futuro, sono l&#8217;espressione di quella economicizzazione esasperata della societ\u00e0 attuale, di cui parla anche Umberto Galimberti.<\/p>\n<p>La brama paranoica di possesso e di dominio raggiunge il culmine nei confronti della malattia e della morte. &quot;L&#8217;ultimo nemico a essere distrutto, sar\u00e0 la morte&quot; dice san Paolo nella <em>Prima lettera ai Corinzi,<\/em>15, 26; e questo sembra essere il manifesto programmatico della cultura tecno-scientifica oggi dominante. La morte, per essa, \u00e8 uno scandalo e un affronto; l&#8217;essere umano rifiuta la sua natura mortale e, pur di prolungare di qualche anno la <em>durata<\/em> della sua vita (ma senza preoccuparsi della sua qualit\u00e0) \u00e8 disposto a imprigionare, seviziare e torturare in ogni modo innmerevoli animali usati come cavie (macchine parlanti come voleva Cartesio?). In particolare, l&#8217;abbattimento &#8211; nei Paesi del Nord della Terra, beninteso &#8211; della mortalit\u00e0 infantile, ha prodotto il curioso risultato che le grandi aspettative di durata quantitativa si coniugano con la percezione della morte come di una ladra e un&#8217;assassina (sempre pi\u00f9 spesso i media definiscono assassini gli squali, le tigri, i tifoni, le valanghe, i vulcani, le stesse malattie), un&#8217;intrusa irragionevole che sconvolge i nostri piani cos\u00ec ben programmati.<\/p>\n<p>Osserva giustamente Mirko Grzimek che, fino a qualche anno fa (quando ancora sopravviveva la civilt\u00e0 contadina) la morte di un ventenne, di un trentenne, o la morte di parto di una mamma non facevano scandalo; oggi s\u00ec. Non sembra giusto sottomettersi al destino di morte, anche se naturale. Del resto, se l&#8217;idea di Dio reca implicitamente l&#8217;idea di sopravvivenza dell&#8217;anima, il dio laico chiamato Scienza, in un mondo ridotto a puro meccanismo materiale, non pu\u00f2 non farsi carico di garantire (a gran richiesta di pubblico), presto o tardi, la sopravvivenza fisica del corpo, la sconfitta <em>materiale<\/em> della morte. Risultato che certe pratiche del taoismo magico pensavano di poter raggiungere attraverso una lunga e dura serie di esercizi e di discipline psico-fisiche, culminanti nella costruzione di un nuovo e incorruttibile <em>corpo di giada,<\/em> ma che la tecnoscienza si prefigge di ottenere coi soli mezzi del Logos calcolante, in un supremo orgasmo di autoaffermazione, per poter poi cantare, ebbra di trionfo:<\/p>\n<p><em>La morte \u00e8 distrutta! La vittoria \u00e8 completa!<\/em><\/p>\n<p><em>O morte, dov&#8217;\u00e8 la tua vittoria?<\/em><\/p>\n<p><em>O morte, dov&#8217;\u00e8 il tuo pungiglione?<\/em> (1 Cor., 15, 54-55).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Globalizzazione e tecnologizzazione sono le parole d&#8217;ordine dell&#8217;odierno pensiero unico, basato sull&#8217;assoluta autoreferenzialit\u00e0 del paradigma sviluppista, che punta al maximum e non all&#8217;optimum. 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