{"id":27424,"date":"2019-02-26T05:03:00","date_gmt":"2019-02-26T05:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/26\/nostra-sorella-angoscia\/"},"modified":"2019-02-26T05:03:00","modified_gmt":"2019-02-26T05:03:00","slug":"nostra-sorella-angoscia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/26\/nostra-sorella-angoscia\/","title":{"rendered":"Nostra sorella angoscia"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;angoscia \u00e8 la nostra compagna inseparabile; ne faremmo volentieri a meno, ma essa ci segue come un&#8217;ombra, ostinata, inesorabile. Ma poi, \u00e8 proprio vero che ne faremmo volentieri a meno? Non \u00e8 forse vero che, in qualche strano modo, al fondo della nostra anima, noi la desideriamo, o quanto meno la evochiamo, sentendo che essa gioca un ruolo insostituibile nella nostra vita? Che cosa saremmo noi, che faremmo, come daremmo una direzione a noi stessi, se non fossimo pungolati, tormentati, tribolati dall&#8217;angoscia? Ma che cos&#8217;\u00e8 poi, l&#8217;angoscia? Siamo sicuri di saperlo, di saperlo <em>veramente<\/em>? Non accade che noi ci accorgiamo di lei e ci occupiamo di lei per esclusione, cio\u00e8 quando essa allenta la sua stretta di ferro e talvolta pare quasi essere svanita, ed \u00e8 allora, sentendo le membra intorpidite che si rinfrancano, assaporando lo strano silenzio che restituisce la sua vera sonorit\u00e0 alla nostra esistenza, che ci rendiamo conto di quanto fosse presente, sino ad averci fatto l&#8217;abitudine, non per\u00f2 al punto da abituarci completamente a lei, tanto \u00e8 vero che una sua interruzione ci colpisce come un fulmine a ciel sereno?<\/p>../../../../n_3Cp>Dunque, partiamo dalla domanda fondamentale: cos&#8217;\u00e8? \u00c8 un malessere interiore che si diffonde nella nostra coscienza come un sottile veleno, come una nebbia al termine di una giornata di sole, che stende il suo lugubre mantello su di noi, sprofondandoci in un&#8217;atmosfera cupa, tetra, disperata. Ma da dove viene? Viene dal senso di una profonda, irriducibile disarmonia che lacera e divide il nostro essere, e che c&#8217;impedisce di godere sino in fondo della nostra vita, perfino nei momenti pi\u00f9 belli: simile a un debito ereditato dai nostri genitori, ma non sappiamo perch\u00e9, contratto a nostra insaputa, e che ora qualcuno si presenta a riscuotere. Ma in che cosa consiste questo debito? Esso consiste nella consapevolezza dell&#8217;enorme divario che constatiamo fra il nostro essere cos\u00ec com&#8217;\u00e8 e il nostro essere come dovrebbe essere, come <em>sentiamo<\/em> che dovrebbe essere e che potrebbe essere, se qualche ostacolo non bene identificato non s&#8217;interponesse fra noi e la pienezza di vita cui aspiriamo profondamente. Ma come possiamo avere consapevolezza di questo divario? Perch\u00e9 mai non siamo soddisfatti dell&#8217;equilibrio che, bene o male, si \u00e8 stabilito nella nostra vita, ma anche tutto intorno a noi, fra ci\u00f2 che \u00e8 e ci\u00f2 che potrebbe o dovrebbe essere? Semplice: perch\u00e9 vediamo deluse e frustrate ogni giorno, da noi stessi o dalla realt\u00e0 a noi esterna, le nostre migliori inclinazioni, i nostri pi\u00f9 generosi orientamenti. Ogni giorno andiamo a sbattere contro un limite, contro un ostacolo il quale, ne abbiamo una vaga eppur certa consapevolezza, non dovrebbe esistere, non dovrebbe essere l\u00ec, e tuttavia c&#8217;\u00e8, e vanifica le aspettative pi\u00f9 pure che albergano in noi: e non solamente per noi stessi, ma per ogni cosa esistente. Quando vediamo qualcuno che ha duramente lavorato per qualcosa, non riuscire a raccogliere praticamente nulla; quando vediamo qualcuno che ha ben meritato, ricevere come tutta ricompensa invidie, gelosie e calunnie; quando vediamo un nobile sentimento gettato al vento, regalato a qualcuno che non lo meritava, che non lo sa apprezzare, che sembra non vederlo neppure: ogni volta che assistiamo a simili scene e a simili situazioni &#8212; e ci\u00f2 accade continuamente, se solo vi prestiamo attenzione &#8211; sentiamo che la nostra coscienza riceve una ferita e che qualcosa, nel nostro essere, si ribella, o vorrebbe ribellarsi, e vorrebbe gridare: <em>No, cos\u00ec no! Non \u00e8 giusto!<\/em> Proviamo un moto d&#8217;indignazione, di sdegno. E qualcosa di simile proviamo quando una gelata improvvisa uccide i fiori che stavano iniziando a sbocciare, o quando un falco rapace piomba sui piccoli indifesi di un nido, o quando una malattia improvvisa, o un incidente, si portano via una persona buona, che aveva una moglie e dei figli ancora piccoli, o che stava per coronare con il matrimonio un lungo e gioioso fidanzamento, e ci\u00f2 mentre persone profondamente cattive e nocive alla societ\u00e0, godono di ottima salute, di prosperi affari e di eccellente reputazione, cos\u00ec da ricevere onori e riconoscimenti, ma solo perch\u00e9 sono abili a nascondere i loro vizi ed estremamente spregiudicate nel creare una propria immagine fasulla, fondata sulla menzogna e sulla testimonianza interessata di altre persone spregevoli e servili.<\/p>\n<p>Tutto questo e mille altre cose, grandi e piccole, dello stesso tenore, generano in noi, anche quando non vi pensiamo, ma come una specie di rumore di fondo, un amaro, invincibile sentimento di angoscia, che ci avviluppa nella sua rete opaca e velenosa. Tuttavia non si tratta di una percezione, e meno ancora di una riflessione, sul disordine esistente nel mondo, specie sotto forma di disordine morale; semmai, di una certa quale intuizione che, in questo disordine, noi c&#8217;entriamo per qualcosa; non &quot;noi&quot; in senso astratto, non &quot;noi&quot; nel senso dell&#8217;umanit\u00e0, ma proprio noi individualmente presi, ciascuno di noi, per la sua pare. Ecco: non sapremmo dire come, eppure proviamo vergogna e rimorso per il fatto che a questo disordine noi non ci sentiamo estranei; siamo, anzi, decisamente coinvolti: diamo ad esso un contributo non indifferente, e la somma dei nostri comportamenti disordinati genera l&#8217;enorme massa di disordine che affligge l&#8217;universo intero. N\u00e9 si tratta solo di comportamenti, ossia di azioni e stili di vita, ma di qualcosa di ancor pi\u00f9 profondo: si tratta di una compartecipazione del nostro essere alla disarmonia esistente nel mondo. In altre parole, noi abbiamo il sentimento fondamentale che qualcosa, in noi, \u00e8 orientato verso il disordine, anche se potrebbe dirigersi verso l&#8217;ordine; e ci\u00f2 pur sapendo, o sentendo, che il disordine \u00e8 male, ingiustizia e infelicit\u00e0, mentre l&#8217;ordine \u00e8 bene, giustizia e felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma un&#8217;altra domanda urge, imperiosa: l&#8217;angoscia \u00e8 un elemento strutturale della nostra natura, fa parte del&#8217;uomo, \u00e8 tutt&#8217;uno con la sua condizione ontologica; oppure \u00e8 un frutto della modernit\u00e0? Infatti dagli autori antichi, cos\u00ec come da quelli medievali, non emerge la figura dell&#8217;uomo angosciato; o meglio, l&#8217;uomo \u00e8 angosciato quando si \u00e8 posto, da se stesso, al di fuori delle leggi umane e divine: allora, e solo allora, vediamo l&#8217;uomo o la donna attanagliati dal sentimento dell&#8217;angoscia. Oreste \u00e8 angosciato per una ragione circoscritta e specifica: aver ucciso la madre Clitemnestra, e sia pure per vendicare l&#8217;assassinio del padre, Agamennone: la sua angoscia \u00e8 soprattutto sentimento della colpa commessa, e, insieme ad essa, la coscienza di aver fatto qualcosa che <em>doveva<\/em> fare, un imperativo al quale non poteva sottrarsi. Dal cozzo fra questi due doveri, la vendetta del padre e il rispetto della madre, nasce l&#8217;angoscia: non \u00e8 un sentimento universale, ma una condizione legata a quel certo individuo, in quella tale, ed eccezionale, situazione. Ma Penelope, che attende invano il marito da tanti anni e che, pressata da importuni pretendenti al matrimonio, \u00e8 lacerata fra l&#8217;amore e la fedelt\u00e0 verso Ulisse, e il timore di non potersi opporre indefinitamente a quei pretendenti sgradevoli e arroganti: il suo conflitto non genera angoscia, ma preoccupazione, tristezza, sofferenza. L&#8217;angoscia non \u00e8 una sofferenza generica, ma una sofferenza caratterizzata dal <em>taedium vitae<\/em>: colui che ne \u00e8 vittima non scorge pi\u00f9 la bellezza del mondo, tutto \u00e8 divenuto, per lui, molesto e grigio, come un fardello che non riesce pi\u00f9 a sopportare. Ebbene, a noi sembra che l&#8217;angoscia sia un sentimento tipicamente moderno: prodotto, cio\u00e8, dalle particolari condizioni morali e spirituali che caratterizzano la vita moderna. L&#8217;uomo pre-moderno conosce un altro sentimento, che esteriormente le somiglia, sia pure alla lontana: l&#8217;inquietudine Ma l&#8217;inquietudine \u00e8 sostanzialmente diversa dall&#8217;angoscia, perch\u00e9 stimola l&#8217;anima alla ricerca di ci\u00f2 che pu\u00f2 dare sollievo, anche se tale ricerca non appare facile e anche se molti non si rendono neppure conto di questa funzione, essenzialmente positiva, dell&#8217;inquietudine. L&#8217;angoscia, invece, \u00e8 solamente distruttiva: non genera forze positive, n\u00e9 innesca un circuito virtuoso. L&#8217;uomo angosciato \u00e8 prigioniero di se stesso, odia la vita e non sa che fare, che strada prendere, che direzione darle; l&#8217;uomo inquieto \u00e8 tormentato da un pungolo, ma quel pungolo pu\u00f2 divenire la sua salvezza, perch\u00e9 pu\u00f2 spingerlo a portarsi su di un piano assai pi\u00f9 elevato di esistenza. Di fatto, tutti i grandi uomini, gli artisti, i pensatori, gli esploratori, i condottieri, i mistici, e specialmente i santi, sono stati pungolati a sangue dall&#8217;inquietudine, come mirabilmente esprime sant&#8217;Agostino: <em>inquietum est cor nostrum donec requiescat in te, Domine<\/em>: il nostro cuore \u00e8 inquieto finch\u00e9 non trova riposo in te, o Signore. Mentre l&#8217;angoscia non conduce da nessuna parte, tanto meno verso Dio; semmai il contrario, verso il diavolo, perch\u00e9 essa \u00e8 l&#8217;anticamera della disperazione, ed \u00e8 nella disperazione che il diavolo ci attende per farci schiavi Aiace Telamonio, infatti, \u00e8 spinto dalla disperazione a suicidarsi, per aver massacrato un gregge di pecore in stato di follia, credendo di vendicarsi degli Atridi. Ma il suicidio di Giuda \u00e8 frutto d&#8217;un altro tipo di disperazione, quella malefica che scaturisce dall&#8217;angoscia: a schiacciarlo \u00e8 l&#8217;enormit\u00e0 del male compiuto consapevolmente.<\/p>\n<p>Lo stile di vita moderno, fondato sui disvalori della libert\u00e0 assoluta, del progresso illimitato e dei diritti sempre pi\u00f9 ampi da rivendicare, nonch\u00e9 sulla strapotenza della tecno-scienza e sul disprezzo e l&#8217;odio per la tradizione, quindi anche verso la famiglia e particolarmente verso la figura paterna, \u00e8 tale da generare e alimentare continuamente uno stato di angoscia. E l&#8217;angoscia dell&#8217;uomo moderno \u00e8 accresciuta da una serie di comportamenti individuali che i singoli uomini potrebbero risparmiarsi, ma che invece perseguono per il fatto di aver perso il controllo di se stessi e di aver completamente obliato il significato dell&#8217;esistenza e, con ci\u00f2, lo stesso istinto d conservazione. La maggior parte degli uomini moderni diventano, cos\u00ec, i volontari seviziatori di se stessi: si nutrono di cose brutte, materialmente, intellettualmente e spiritualmente, abitano in case brutte, si dedicano a passatempi brutti, leggono brutti libri e guardano brutti film, ammazzano la noia inseguendo cose brutte e persone brutte, nel cui possesso credono di trovare la felicit\u00e0, e non fanno che aggravare il loro stato di angoscia cronica. Sono, alla lettera, degli invasati: ormai li possiedono forze malefiche, alle quali loro stessi hanno aperto, incoscientemente, le porte della loro anima. D&#8217;altra parte, nessuno dei comportamenti sopra descritti \u00e8, di per s\u00e9, fonte di angoscia; essi sono piuttosto gli effetti dell&#8217;angoscia, come se gli uomini, torturati da essa, cercassero di stordirsi e di non pensare al male che li divora interiormente. Si tratta di un conflitto che si svolge, quasi sempre, al disotto del livello della coscienza, per cui la maggior parte delle persone ne ignora le vere cause, o piuttosto preferisce ignorarle, e con ci\u00f2 stesso si priva, con le sue mani, di ogni possibilit\u00e0 di redenzione.<\/p>\n<p>Eppure l&#8217;angoscia che ci attanaglia, e che in se stessa \u00e8 una forza puramente negativa, pu\u00f2 diventare una &quot;sorella&quot;, nel senso francescano del termine, se riusciamo a strapparle il pungiglione velenoso della disperazione e a riportarla entro i limiti dell&#8217;inquietudine, forza potenzialmente sana e positiva, che scaturisce dalla nostra condizione creaturale e dal nostro doppio statuto ontologico: immersi con il corpo, gli istinti, le emozioni nel finito, ma proiettati con l&#8217;anima verso l&#8217;infinito e l&#8217;assoluto, cio\u00e8 verso Dio. Questo \u00e8 possibile a due condizioni. La prima, e la pi\u00f9 importante, \u00e8 l&#8217;abbandono a Dio, mediante un atto di fede: credere in ci\u00f2 che non si vede, ma sulla Parola di un Dio che si \u00e8 rivelato, si \u00e8 fatto conoscere perch\u00e9 si \u00e8 fatto carne &#8212; prodigio di un amore infinito -, ci ha mostrato la via da seguire con il suo stesso esempio e la sua stessa vita. Noi, da soli, con le nostre forze, non possiamo vincere l&#8217;angoscia, n\u00e9 trasformarla e sublimarla in inquietudine, cos\u00ec come Dante, da solo, con le sue forze, non pu\u00f2 uscire dalla selva oscura e non pu\u00f2 oltrepassare il minaccioso impedimento rappresentato dalle tre fiere; ma <em>ci\u00f2 che \u00e8 impossibile agli uomini non \u00e8 impossibile a Dio, perch\u00e9 a Dio tutto \u00e8 possibile<\/em>. La seconda condizione riguarda ci\u00f2 che, effettivamente, dipende da noi ed \u00e8 in nostro potere, e si tratta in sostanza di questo: una presa di consapevolezza della reale natura della civilt\u00e0 moderna, nella quale ci troviamo a vivere, ma come in esilio o come in prigione, e una decisa e coerente emancipazione dalle sue cento e cento forme di schiavit\u00f9 volontaria, di rinuncia alla verit\u00e0 e di abdicazione alla nostra vera dignit\u00e0. La nostra dignit\u00e0 non consiste ne rivendicare una serie di diritti escogitati dai <em>philosophes<\/em> e codificati dalle legislazioni moderne, ma nel prenderci cura di noi stessi, coltivando e incoraggiando la nostra parte migliore, quella spirituale, quella desiderosa d&#8217;innalzarsi, e disciplinando e incanalando la parte pi\u00f9 selvaggia e istintiva, che vorrebbe strapparci di mano le redini, per correre dietro a sempre nuove brame, desideri e capricci. Anche una ragione cinica e spregiudicata, che viene usata per realizzare una libert\u00e0 di segno puramente negativo, cio\u00e8 per distruggere senza costruire, \u00e8 frutto della nostra natura inferiore; e anch&#8217;essa deve sottostare al comando della nostra volont\u00e0, anch&#8217;essa deve piegare le ginocchia davanti a quel che noi le ordiniamo di fare. Sia la passionalit\u00e0 disordinata sia l&#8217;arbitrio di una regione sena freni n\u00e9 vincoli morali, rappresentano per noi un gravissimo pericolo e diventano fonte di angoscia, perch\u00e9 c&#8217;impediscono di esercitare la piena signoria sopra noi stessi. E come possiamo anche solo immaginare di veder sorgere un mondo migliore di questo, inseguendo mille ricette politiche, economiche, sociali e culturali, se non siamo capaci di ottenere neppure la disciplina da parte di noi stessi? Incominciamo col disintossicarci dagli stili di vita della modernit\u00e0, partendo dal diabolico consumismo, ed ecco che l&#8217;angoscia verr\u00e0 ricacciata in un angolo, ove non riuscir\u00e0 a spaventarci n\u00e9 a paralizzarci. Perch\u00e9 abbiamo tanta strada da fare sulla via della vera realizzazione di noi stessi, che \u00e8 la via del ritorno a Dio: e <em>perder tempo a chi pi\u00f9 sa, pi\u00f9 spiace<\/em>&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;angoscia \u00e8 la nostra compagna inseparabile; ne faremmo volentieri a meno, ma essa ci segue come un&#8217;ombra, ostinata, inesorabile. 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