{"id":27369,"date":"2018-09-01T12:15:00","date_gmt":"2018-09-01T12:15:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/09\/01\/non-lasciamoci-rubare-la-speranza\/"},"modified":"2018-09-01T12:15:00","modified_gmt":"2018-09-01T12:15:00","slug":"non-lasciamoci-rubare-la-speranza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/09\/01\/non-lasciamoci-rubare-la-speranza\/","title":{"rendered":"Non lasciamoci rubare la speranza"},"content":{"rendered":"<p>La finanza internazionale ci sta rubando i risparmi, i salari, la vita. I politici venduti ai suoi interessi ci stanno rubando la nostra identit\u00e0, la nostra civilt\u00e0, la nostra sopravvivenza come nazioni e come popoli. Una scuola e una universit\u00e0 asservite al politicamente corretto ci stanno rubando la cultura e l&#8217;intelligenza, il senso storico e il senso estetico. Una contro-chiesa eretica e apostatica ci sta rubando la fede, la dottrina, il Vangelo. Ma il furto pi\u00f9 grande di tutti, il tradimento pi\u00f9 spregevole, la profanazione pi\u00f9 immonda, sono quelli che si stanno compiendo ai danni della nostra speranza. Ci stanno rubando la speranza, ai giovani e ai meno giovani, a quelli che hanno un lavoro e a quelli che non ce l&#8217;hanno, a quanti hanno famiglia e a quanti, per una ragione o per l&#8217;altra, vivono soli: sia la speranza umana, che \u00e8 patrimonio comune e necessit\u00e0 imprescindibile di qualsiasi essere umano, sia la Speranza cristiana, virt\u00f9 teologale che discende da Dio e che non \u00e8 in potere degli uomini dare o togliere ad alcuno, ma \u00e8 in potere degli uomini, e sia pure di uomini diabolici, interamente votati al male, offuscare e nascondere, affinch\u00e9 i fedeli finiscano per non vederla e non riconoscerla pi\u00f9. Il furto della speranza, nella sua duplice accezione, laica e religiosa, \u00e8 la cosa pi\u00f9 grave fra tutte quelle che abbiamo sopra elencato: infatti, come sa anche la saggezza popolare, a tutto c&#8217;\u00e8 rimedio, tranne che alla disperazione. Se un uomo perde la speranza, perde anche la voglia di vivere e diventa un soggetto passivo, o meglio, cessa di essere un soggetto per diventare un oggetto, alla merc\u00e9 di chiunque voglia farsi suo padrone e signore: sia in senso finanziario ed economico, sia in senso politico e giuridico, sia in senso intellettuale e culturale, sia in senso spirituale, morale e religioso. Diventa un relitto, un rudere, uno <em>zombie<\/em> che si trascina penosamente, arrancando sulle strade polverose della vita, in attesa del colpo pietoso che lo liberi dalla sua sofferenza e dalla sua infelicit\u00e0, come un cavallo sfiancato o come un asinello arrivato agli estremi, che non anelano ad altro se non a una rapida fine.<\/p>\n<p>Non stiamo parlando in senso figurato, non stiamo facendo ricorso a immagini pittoresche per amor di retorica: conosciamo un bel po&#8217; di persone che vivono, ormai, prigioniere di un tale stato d&#8217;animo, cio\u00e8 prigioniere della disperazione. E siccome la speranza non si perde per strada come si perde un fazzoletto, perch\u00e9 essa fa parte naturalmente del corredo esistenziale di ogni essere umano, come ne fanno parte l&#8217;intelligenza, la memoria e la volont\u00e0, e se va perduta c&#8217;\u00e8 sempre una causa ben precisa, un trauma gravissimo, una esperienza lacerante, cos\u00ec, davanti al moltiplicarsi di questo spettacolo, al proliferare di tali situazioni, non possiamo fare a meno di giungere alla conclusione che non si tratta pi\u00f9 di situazioni e dinamiche private e particolari, ma di un fenomeno collettivo imponente, tragicamente grandioso, che ha a che fare con tutto l&#8217;andamento del sistema della societ\u00e0 moderna, delle idee moderne e degli stili di vita moderni. \u00c8 chiaro che ci troviamo di fronte a un fenomeno di ordine generale: come del resto aveva visto il grande Kierkegaard, la disperazione \u00e8 la malattia mortale; ed \u00e8 la malattia specifica della modernit\u00e0. La modernit\u00e0 \u00e8 una civilt\u00e0 della crisi perpetua, o, se si preferisce, \u00e8 una anti-civilt\u00e0: la sola che sia nata sulla base di una negazione e non di un&#8217;affermazione, la negazione della tradizione cristiana e, pi\u00f9 in generale, la negazione della natura spirituale dell&#8217;uomo. Di conseguenza, <em>tutti<\/em> gli uomini moderni sono malati, malati di disperazione. Questa \u00e8 una cultura che non genera salute, bens\u00ec malattia; che non mette al mondo individui capaci di speranza, ma individui angosciati, oppure abulici e rassegnati, i quali hanno smesso di sperare, quindi hanno perso la voglia di vivere. Il crollo demografico della vecchia Europa ne \u00e8 la chiara dimostrazione: non si ama pi\u00f9 la vita, non si crede pi\u00f9 nel futuro. Quante volte abbiamo sentito dire, anche da persone ancora relativamente giovani: <em>Mettere al mondo dei figli? Mai! Non mi assumer\u00f2 mai la responsabilit\u00e0 di gettare nella fossa dei leoni delle creature innocenti; il mondo in cui dovrebbero vivere \u00e8 troppo incerto, troppo difficile e brutto<\/em>. Ecco: questa \u00e8 la pi\u00f9 spietata auto-accusa che una civilt\u00e0 possa rivolgere a se stessa.<\/p>\n<p>Storicamente, le epoche di angoscia e disperazione sono quelle della decadenza. Tale, per esempio, \u00e8 stata la civilt\u00e0 greco-romana negli ultimi secoli della sua lunga parabola, come ha visto uno storico del cristianesimo del valore di Eric R. Dodds; ed \u00e8 stata un&#8217;epoca di angoscia, perch\u00e9 \u00e8 stata un&#8217;epoca di vuoto spirituale, una terra di nessuno fra il paganesimo morente e il cristianesimo nascente. Se ne ricava che un&#8217;epoca di vuoto spirituale \u00e8 anche un&#8217;epoca di angoscia e disperazione. Tuttavia, se si analizza la parabola storica della modernit\u00e0, si resta colpiti dal fatto che essa nasce gi\u00e0 vecchia: vale a dire gi\u00e0 minata da un senso di angoscia e disperazione. Tali sono i tratti salienti del XVII secolo, quando essa nasce; e nei secoli successivi non fanno che crescere a dismisura. Il secolo XX si direbbe il secolo dell&#8217;inferno, nel quale si scatenano le forze delle tenebre: e non parliamo solo delle due guerre mondiali, dei genocidi e della bomba atomica, parliamo anche dell&#8217;immagine dell&#8217;uomo e della vita che emerge dalle correnti letterarie, filosofiche e scientifiche prevalenti. Ci\u00f2 non pu\u00f2 essere un caso. Ne consegue che la civilt\u00e0 moderna, unica fra tutte quelle che conosciamo, \u00e8 nata e si \u00e8 affermata portando in se stessa i germi della malattia mortale: \u00e8 stata, al di l\u00e0 delle ingannevoli apparenze, una civilt\u00e0 decadente fin dalle origini. E solo una anticivilt\u00e0 presenta una simile caratteristica, un simile difetto di fabbrica; tutte le vere civilt\u00e0 nascono pi\u00f9 o meno sane, per poi ammalarsi lungo la strada.<\/p>\n<p>Non vogliamo, tuttavia, impelagarci in un ragionamento astratto, storico o filosofico che sia. Vogliamo limitarci ai fatti, ai fatti osservabili, ai nudi fatti della nostra esperienza <em>concreta<\/em>. Crediamo di non essere i soli ad aver fatto questa osservazione: che l&#8217;angoscia e la disperazione dilagano. Magari dilagano silenziosamente, senza gesti clamorosi (per quanto, e non di rado, vi siano pure quelli): per\u00f2 avanzano sempre di pi\u00f9. Il male di vivere \u00e8 diventato un sistema normale di vita; la depressione, l&#8217;abuso di farmaci e di alcool, il suicidio, sono &quot;soluzioni&quot; e &quot;risposte&quot; sempre pi\u00f9 frequenti, quasi abituali. Alzi la mano chi non ha avuto almeno un amico che si \u00e8 tolto la vita, o ha tentato di farlo, magari un padre di famiglia; o chi non ha conosciuto da vicino la depressione, magari nella persona di un congiunto; o chi non conosce diverse persone, nella cerchia delle sue frequentazioni abituali, che non hanno, o hanno avuto, seri problemi con l&#8217;alcool o con le droghe, o loro direttamente, oppure i loro figli, o gli amici dei loro figli. Tutto questo disagio esistenziale richiede una spiegazione globale, come globale \u00e8 il problema. Statisticamente, \u00e8 sempre esistita e sempre esister\u00e0 una percentuale di persone le quali, per svariate ragioni, non riescono ad adattarsi ai ritmi della vita, non riescono a integrarsi, non riescono a vivere serenamente, ma soffrono e si tormentano, e, non di rado, si comportano in modo autodistruttivo. Ora, per\u00f2, non si tratta pi\u00f9 di sporadici casi individuali, ma di una sindrome vera e propria: la sindrome del male di vivere; ed \u00e8 una sindrome esclusivamente moderna. Dietro la vetrina scintillante del progresso, della fiducia nella scienza e nella tecnica, del consumismo, dell&#8217;edonismo, c&#8217;\u00e8 una disperazione crescente, che non risparmia pi\u00f9 nessuno, il ricco come il povero, il giovane come il vecchio, il lavoratore come il pensionato. Specialmente le persone pi\u00f9 sensibili, e specialmente le persone di una certa et\u00e0, che sono in grado di fare confronti con la situazione di trenta, quaranta, cinquanta anni fa, non riescono a darsi pace e scivolano verso la sfiducia, lo smarrimento, la depressione; stanno perdendo la speranza e non vedono alcun segnale confortante all&#8217;orizzonte, nemmeno per le future generazioni. Una persona anziana, che non sia del tutto egoista, potrebbe trovare conforto all&#8217;idea che i suoi figli e i suoi nipoti riusciranno a trovare il loro posto nel mondo, riusciranno a vivere una vita degna, se non felice; ma se anche questa aspettativa scompare, se anche per i giovani di domani le prospettive appaiono tetre, sconfortanti, chi non \u00e8 pi\u00f9 giovane sprofonda in un pessimismo senza rimedio. Si domanda a che scopo abbia creato una famiglia, abbia messo qualcosa da parte da lasciare ai figli e ai nipoti; si domanda che senso abbia avuto piantare degli alberi che non faranno ombra ai suoi discendenti, ma, probabilmente, a degli stranieri, provenienti da terre lontane, da civilt\u00e0 e culture che niente hanno a che fare con la nostra, da tradizioni e valori lontanissimi, e perfino opposti a quelli che hanno dato un senso di continuit\u00e0 a loro e a quanti sono vissuti prima di loro. E tutto ci\u00f2 ha il sapore di un&#8217;atroce beffa. Nessuno vive e lavora per degli estranei; \u00e8 logico e naturale vivere e lavorare per lasciare qualcosa ai propri discendenti, affinch\u00e9 portino avanti l&#8217;universo spirituale e materiale al quale si appartiene.<\/p>\n<p>Diventa perci\u00f2 necessario reagire allo scoraggiamento e non lasciarsi rubare la speranza, perch\u00e9 senza di essa non si pu\u00f2 vivere. Ma dove trovare gli elementi sui quali far leva per tornare a guardare al presente, e soprattutto al futuro, con un minimo di fiducia? Umanamente, infatti, tali elementi non ci sono: non se vogliamo dirci la verit\u00e0, n\u00e9 se vogliamo restare su un terreno realistico e razionale. La fede, per i credenti, dovrebbe essere l&#8217;elemento che consente quel salto di qualit\u00e0, quello stacco dalle miserie presenti, che restituisce un orizzonte di speranza; anzi, di Speranza con la maiuscola, di Speranza come virt\u00f9 teologale. Ma quelli che non hanno la fede? E quelli che l&#8217;avevamo, ma l&#8217;hanno persa, o la stanno perdendo? E quelli che la stanno perdendo proprio a causa della contro-chiesa, dei suoi pessimi esempi, della sua sistematica distruzione del codice dottrinale e morale sul quale hanno fondato la loro esistenza le generazioni che ci hanno preceduto? Ebbene, a questo punto occorre distinguere fra la speranza come mera disposizione psicologica e la speranza come elemento costitutivo della natura umana. Il primo \u00e8 un fattore psicologico individuale e perci\u00f2 variabile; ci sono persone naturalmente speranzose e ce ne sono altre naturalmente pessimiste. La speranza, per gli uni e gli altri, \u00e8 una disposizione individuale, una attitudine della propria persona nel rapporto con la realt\u00e0 esterna. Questo \u00e8 un dato fisiologico immodificabile; come ci sono i biondi e i mori, cos\u00ec ci sono le persone che sperano sempre e altre che disperano di tutto. Un&#8217;altra cosa, ben diversa, \u00e8 la speranza in quanto componente costitutiva dell&#8217;essere umano. Anche le persone pi\u00f9 inclini al pessimismo e allo scoraggiamento non sono del tutto prive di speranza: la speranza \u00e8 necessaria all&#8217;uomo quanto l&#8217;aria da respirare; nessuno pu\u00f2 vivere completamente senza di essa, perch\u00e9, se svanisce del tutto, subentra la decisione del suicidio. Il suicida \u00e8 colui che non vede all&#8217;orizzonte neanche un raggio di speranza e non \u00e8 disposto a sperare assolutamente pi\u00f9 nulla. La disperazione, quindi, il contrario della speranza, \u00e8 la forma estrema del nichilismo: e infatti il nichilismo \u00e8 il tratto distintivo, in fondo il pi\u00f9 coerente, della cultura moderna. Gli scrittori, i poeti, gli artisti, i pensatori moderni, sono quasi tutti nichilisti; o, almeno, lo sono quelli delle correnti maggioritarie. Meglio ancora: lo sono quelli della cultura dominante, selezionata apposta per veicolare il messaggio del nichilismo. Giungiamo cos\u00ec a sospettare le spaventosa verit\u00e0: che una <em>\u00e9lite<\/em> mondiale orchestra la disperazione, la favorisce, la propaga, la ingigantisce, mentre si preoccupa di porre ogni sorta di ostacoli a quanti non sono disposti a farsi dei cantori di disperazione. Fra un Alberto Moravia, che descrive un mondo desolato e desolante, dove tutto \u00e8 brutto, sporco, falso e ipocrita, dove non esistono sentimenti o persone puliti, ma solo meschinit\u00e0, superbia, egoismo e una lussuria patologica, e una scrittrice come Maria Pascucci, che parla del bene, le case editrici, i critici letterari, i professori universitari si schierano massicciamente per il primo. La cultura moderna <em>deve<\/em> essere la cultura della disperazione: qualcuno lo vuole. Chi? Gli stessi che hanno deciso il destino dei popoli attraverso il nodo scorsoio della grande finanza: quella infima minoranza che possiede le banche e controlla le multinazionali. Per costoro, il fatto che gli uomini sprofondino nell&#8217;angoscia e nella disperazione \u00e8 funzionale ai loro interessi: quanto pi\u00f9 gli uomini sono depressi, impotenti e rassegnati, tanto pi\u00f9 sono manipolabili. Ed \u00e8 questo che vogliono: il controllo totale sugli uomini e i popoli, per attuare i loro diabolici progetti di dominio planetario.<\/p>\n<p>Si dir\u00e0 che tutto questo \u00e8 romanzesco, che non \u00e8 credibile. Ciascuno \u00e8 libero di pensare come crede. Noi siamo convinti, perch\u00e9 esistono le prove e dove non ci sono prove, ci sono indizi pi\u00f9 che sufficienti, che une <em>\u00e9lite<\/em> organizzata, padrona della grande finanza e della grande industria, esiste; che questa <em>\u00e9lite<\/em> funziona come una grande famiglia mafiosa, e vuole sottomettere l&#8217;umanit\u00e0 intera; che, per costoro, uomini e popoli non sono altro che animali da lavoro, carne da macello, priva di qualsiasi valore; e che quei signori sono dediti al satanismo, non hanno il minimo principio morale e non si fanno il pi\u00f9 piccolo scrupolo nel fare quel che stanno facendo, una duplice congiura contro il genere umano: sul piano materiale, impoverendolo sempre pi\u00f9 per mezzo della speculazione finanziaria, fino a ridurlo in uno stato di vera schiavit\u00f9; sul piano morale, rubandogli la speranza, in modo da fiaccarne l&#8217;anima e ridurla in condizioni comatose. A questo punto si potrebbe obiettare che abbiamo delineato un quadro talmente nero, da accrescere ancor pi\u00f9 la disperazione. Invece no: perch\u00e9 costoro sono solo uomini, oltretutto accecati dalla loro stessa malvagit\u00e0, e possono essere sconfitti. Ma perch\u00e9 la vittoria della speranza sia certa, \u00e8 necessario indossare l&#8217;armatura della fede&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La finanza internazionale ci sta rubando i risparmi, i salari, la vita. 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