{"id":27288,"date":"2019-06-18T05:07:00","date_gmt":"2019-06-18T05:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/18\/nellarte-di-wiligelmo-la-sintesi-delluomo-cristiano\/"},"modified":"2019-06-18T05:07:00","modified_gmt":"2019-06-18T05:07:00","slug":"nellarte-di-wiligelmo-la-sintesi-delluomo-cristiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/18\/nellarte-di-wiligelmo-la-sintesi-delluomo-cristiano\/","title":{"rendered":"Nell&#8217;arte di Wiligelmo la sintesi dell&#8217;uomo cristiano"},"content":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 l&#8217;uomo, per il cristianesimo? Una domanda secca, facile, nel senso che \u00e8 chiara ed esplicita; una di quelle domande cos\u00ec dirette e cos\u00ec &quot;ingenue&quot; che la cultura moderna, inviluppata e irretita nei suoi sofismi e nelle sue fumisterie, non osa pi\u00f9 neanche immaginare che si possano fare. E la risposta \u00e8 altrettanto semplice, chiara e diretta: <em>l&#8217;uomo \u00e8 la creatura di Dio<\/em>. \u00c8 la Sua creatura prediletta, quella fatta a Sua immagine; quella per la quale ha spinto il Suo Amore fino al punto di volersi fare creatura umana Egli stesso, di nascere da un ventre di donna, di vivere la vita degli uomini e di morire e risorgere per loro.<\/p>\n<p>Per chiarire meglio questo concetto, possiamo seguire varie strade. Possiamo leggere le opere dei teologi, o quelle dei mistici, o dei poeti; oppure concentrare l&#8217;attenzione sull&#8217;epoca in cui la religione cristiana era l&#8217;essenza stessa della civilt\u00e0 europea, cio\u00e8 il Medioevo. In questo caso, una via privilegiata \u00e8 quella dello studio delle opere d&#8217;arte che raffigurano l&#8217;uomo: dal modo in cui pittori, scultori, mosaicisti, miniaturisti, eccetera, rappresentano gli uomini, si pu\u00f2 dedurre quel che gli artisti pensavano della condizione umana, del senso della vita terrena, e naturalmente del rapporto esistente fra l&#8217;uomo e Dio. Bisogna fermarsi alle soglie dell&#8217;Umanesimo, perch\u00e9 gi\u00e0 a partire dal XIV secolo l&#8217;autentica concezione cristiana comincia a cedere il passo alla concezione moderna, e l&#8217;antropologia cristiana viene sostituita dall&#8217;antropologia umanistica. Inoltre appare evidente che vi \u00e8 una differenza fra l&#8217;arte dell&#8217;Alto e quella del Basso Medioevo; anzi, a voler essere precisi, bisogna distinguere almeno tre fasi: quella dell&#8217;arte paleocristiana, fra il I e il IV secolo; dell&#8217;Alto Medioevo, dal IV al X o all&#8217;XI; infine del Basso Medioevo, fino a tutto il XIII. Ora, esaminando con attenzione le raffigurazioni dell&#8217;uomo nel corso di questi secoli, non tanto nelle pale d&#8217;altare, destinate a glorificare Ges\u00f9 Cristo, la Vergine Maria, gli Angeli e i Santi, quanto nelle sculture delle cattedrali romaniche e gotiche, vere e proprie Bibbie dei poveri, cio\u00e8 destinate a dei fedeli in gran parte analfabeti, il modo in cui sono raffigurati Adamo ed Eva, Caino e Abele, Abramo e Isacco, Giuseppe e Mos\u00e8, Lot e gli abitanti di Sodoma, oppure i Profeti dell&#8217;Antico Testamento, ma soprattutto l&#8217;umile gente del popolo, come i pastori adoranti presso la culla di Ges\u00f9 Bambino, si pu\u00f2 ricavare un quadro abbastanza chiaro di quali fossero le idee dominati sulla realt\u00e0 umana in una societ\u00e0 profondamente permeata dalla visione cristiana della vita. La tipologia iconografica oscilla fra un&#8217;immagine dell&#8217;uomo che riflette un profondo pessimismo antropologico, quella del peccatore e del penitente, e una parzialmente pi\u00f9 ottimistica, quella del cercatore di Dio, il <em>viator<\/em>. L&#8217;intera vita umana, pertanto, appare sospesa fra questi due poli: il pellegrinaggio e la penitenza. Il pellegrino \u00e8 colui che vive nel mondo, ma non \u00e8 del mondo, sa di essere solamente di passaggio e sa cosa cercare, Dio, e cosa evitare, la schiavit\u00f9 verso i beni terreni. Il penitente \u00e8 colui che sa di essere manchevole innanzi a Dio, sa d&#8217;aver bisogno della sua misericordia, perch\u00e9 da solo non meriterebbe la salvezza; \u00e8 simile al figlio prodigo, che confessa di aver peccato contro il Cielo e di non esser pi\u00f9 degno di venir chiamato figlio dal Padre celeste; oppure a quel centurione romano che disse a Ges\u00f9: <em>Non son degno che tu entri nella mia casa, ma d\u00ec soltanto una parola, e il mio servo sar\u00e0 salvato<\/em>. Non c&#8217;\u00e8 una differenza sostanziale fra le due immagini dell&#8217;uomo, tanto meno una contrapposizione: l&#8217;uomo cristiano \u00e8 sia <em>viator<\/em>, pellegrino, sia <em>paen\u00eftens<\/em>, colui che si pente del male fatto; in pratica, il cristiano sa di partecipare alla natura del primo e anche del secondo. Per\u00f2, \u00e8 chiaro che porre l&#8217;accento sull&#8217;uno o sull&#8217;altro non \u00e8 la stesa cosa, ma riflette un&#8217;evoluzione culturale: mano a mano che ci si avvicina alla fine del Medioevo, cio\u00e8 della civilt\u00e0 cristiana, il pellegrino prende il posto del penitente. Da ultimo, dopo il XIV secolo, anche il pellegrino comincia a trovarsi a suo agio nella dimensione terrena, si scorda la natura del suo viaggio e rimpiange che non possa durare illimitatamente. La realt\u00e0 ineluttabile della vecchiaia e della morte gli sembra un&#8217;ingiustizia: ha perso la nostalgia della Patria celeste.<\/p>\n<p>Ha scritto uno dei maggiori medievisti contemporanei, Jacques Le Goff (Tolone, 1924-Parigi, 2014) nel saggio <em>L&#8217;uomo medievale<\/em>, contenuto nella omonima raccolta di saggi di diversi autori, da lui curati (Bari, Laterza &amp; Figli, 1987, pp. 4-5):<\/p>\n<p><em>Cos&#8217;\u00e8 dunque l&#8217;uomo per l&#8217;antropologia cristiana medievale? La creatura di Dio. La natura, la stria, il destino dell&#8217;uomo si conoscono in primo luogo nel libro della Genesi, all&#8217;inizio del vecchio testamento. Il sesto giorno della creazione Dio ha fatto l&#8217;uomo e gli ha esplicitamente conferito il dominio sulla natura: flora e fauna che gli avrebbero fornito il nutrimento. L&#8217;uomo medievale ha dunque vocazione ad essere signore di una natura dissacrata, della terra e degli animali. Ma Adamo, istigato da Eva, a sua volta corrotta dal serpente, cio\u00e8 dal male, ha commesso il peccato. Due esseri ormai abitano in lui, quello che \u00e8 stato fatto &quot;a immagine e somiglianza&quot; di Dio e quello che, avendo commesso io peccato originale, \u00e8 stato cacciato dal paradiso terrestre e condannato alla sofferenza &#8212; che si concreta nel lavoro manuale per l&#8217;uomo e nei dolori del parto per la donna -; alla vergogna, simboleggiata dal tab\u00f9 della nudit\u00e0 degli organi sessuali, alla morte.<\/em><\/p>\n<p><em>A seconda delle epoche, la Cristianit\u00e0 medievale insister\u00e0 piuttosto sull&#8217;immagine positiva dell&#8217;uomo, essere divino, creato da Dio a sua somiglianza, e associato alla sua creazione poich\u00e9 Adamo ha dato il loro nome a tutti gli animali, chiamato a ritrovare il paradiso che ha perduto con la propria colpa, o piuttosto sulla sua immagine negativa, quella del peccatore, sempre pronto a soccombere alla tentazione, a rinnegare Dio e dunque a perdere il paradiso per sempre, a cadere nella morte eterna.<\/em><\/p>\n<p><em>Questa visione pessimistica dell&#8217;uomo, debole, vizioso, umiliato davanti a Dio, \u00e8 presente per tutta la durata del Medioevo, ma \u00e8 pi\u00f9 accentuata durante l&#8217;Alto Medioevo dal IV al X secolo &#8212; e ancora nei secoli XI e XII &#8212; mentre l&#8217;immagine ottimistica dell&#8217;uomo, riflesso dell&#8217;immagine divina capace di continuare sulla terra la creazione e di salvarsi, tende a prende il sopravvento a partire dai secoli XII e XIII.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;interpretazione della condanna la lavoro della Genesi domina l&#8217;antropologia del Medioevo. \u00c8 la lotta tra due concezioni del lavoro\/fatica e dell&#8217;uomo al lavoro. Da un lato si insiste sul carattere di maledizione e di penitenza del lavoro, dall&#8217;altro sulle sue potenzialit\u00e0 come strumento di riscatto e di salvezza. Chiara Frugoni ha ben dimostrato, attraverso l&#8217;analisi delle sculture di Wiligelmo, sulla facciata del Duomo di Modena (verso il 1100) il momento in cui l&#8217;umanismo pessimistico dell&#8217;Alto Medioevo sembra vicino a pendere verso un umanismo ottimistico: si vede prevalere l&#8217;immagine di un Adamo capace di un lavoro creativo su quella di un Adamo schiacciato da un lavoro che \u00e8 castigo e maledizione.<\/em><\/p>\n<p><em>Nell&#8217;Alto Medioevo Giobbe \u00e8 senza dubbio il modello biblico in cui l&#8217;immagine dell&#8217;uomo si \u00e8 meglio incarnata. Il fascino del personaggio del Vecchio Testamento \u00e8 stato tanto pi\u00f9 grande in quanto il commento al &quot;Libro di Giobbe&quot;, i &quot;Moralia in Job&quot; del papa Gregorio Magno (590-604), sono stati uno dei libri pi\u00f9 letti, pi\u00f9 utilizzati, pi\u00f9 valorizzati dai chierici. Giobbe \u00e8 l&#8217;uomo che deve accettare la volont\u00e0 di Dio senza cercarvi altra giustificazione oltre all&#8217;arbitrio divino. Infatti \u00e8 meno peccatore di ogni altro uomo: &quot;era un uomo semplice e retto, timorato di Dio, che rifuggiva dal male&quot; (Giobbe, 1, 1). Schiacciato dalle prove di Dio, a lungo non capisce, constata che &quot;l&#8217;uomo consuma i suoi giorni senza speranza&quot;, che la sua vita \u00e8 solo &quot;vento&quot;. Finalmente rinuncia a qualunque fierezza, a qualunque rivendicazione: pu\u00f2 l&#8217;uomo chiamato da Dio comparire davanti a lui per giustificarsi, pu\u00f2 apparire puro colui che \u00e8 nato da donna? Sotto il suo sguardo mancano di purezza anche la luna e le stelle. Quanto pi\u00f9 non \u00e8 putredine ai suoi occhi l&#8217;uomo e verme il figlio dell&#8217;uomo! (Giobbe, 25, 4-6).<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;iconografia medievale, tanto rivelatrice e formatrice nel campo dell&#8217;immaginario, non conosce, in genere, della storia di Giobbe, che gli episodi della sua umiliazione davanti a Dio, e l&#8217;immagine privilegiata \u00e8 quella di Giobbe roso dalle ulcere sul suo letamaio: la pittura medievale fa di Giobbe quel relitto d&#8217;uomo che \u00e8 un lebbroso.<\/em><\/p>\n<p><em>Al contrario, dalla fine del Duecento in poi, l&#8217;arte ci propone il ritratto dell&#8217;uomo sotto i tratti &quot;realistici&quot; dei potenti della terra: papa, imperatore, re, prelato, gran signore, ricco borghese, sicuri di s\u00e9, fieri di s\u00e9, nella pompa del loro successo, belli, possibilmente e, quando non \u00e8 possibile, personaggi che impongono agli sguardi ammirazione per i loro tratti individuali; dunque anche i pi\u00f9 imponenti quando sono brutti.<\/em><\/p>\n<p><em>In compenso l&#8217;uomo della sofferenza non \u00e8 pi\u00f9 l&#8217;uomo, ma Dio stesso, Ges\u00f9. Il cristianesimo latino ha fatto in epoca carolingia una grande scelta Ha scelto le immagini, rifiutando l&#8217;arte non figurativa degli ebrei e dei musulmani, l&#8217;iconoclastia del cristianesimo greco bizantino. Scelta essenziale che instaura l&#8217;antropomorfismo cristiano medievale<\/em>&#8230;<\/p>\n<p>S\u00ec, tutto vero, almeno nelle linee generali, pur con qualche forzatura: la terra, dopo il Peccato originale, \u00e8 corrotta ma non dissacrata; parlare di un umanismo medievale, e sia pur definendolo pessimistico, \u00e8 una contraddizione in termini, perch\u00e9 la cultura medievale \u00e8 teocentrica, mentre ogni umanismo non pu\u00f2 che essere antropocentrico; il lavoro \u00e8 effettivamente una fatica, e negarlo sarebbe assurdo, ed \u00e8 anche una pena, ma non una maledizione, che \u00e8 un concetto decisamente diverso. Nell&#8217;insieme, comunque, la ricostruzione di Le Goff \u00e8 condivisibile; e anche l&#8217;analisi di Chiara Frugoni sulle figurazioni della facciata del Duomo di Modena, e il riconoscimento che l\u00ec, sotto lo scalpello di mastro Wiligelmo, s&#8217;intravede il passaggio da un visione prevalentemente pessimistica dell&#8217;uomo, visto come peccatore e penitente, e un&#8217;immagine meno pessimistica (forse definirla ottimistica \u00e8 troppo), visto come la creatura fatta a immagine di Dio, e da Dio posta nella signoria del mondo naturale. E tuttavia c&#8217;\u00e8 qualcosa che resta fuori dal quadro; qualcosa che non risiede in una singola proposizione, n\u00e9 in un difetto della documentazione, n\u00e9 in una conclusione avventata dell&#8217;analisi. Si tratta di questo: sia Le Goff, sia la Frugoni sono atei dichiarati; non semplicemente agnostici, ma proprio atei convinti. Ebbene, un ateo militante ha tante probabilit\u00e0 di capire la cultura cristiana medievale, quante ne ha di capire la cultura anglosassone uno che non sappia una parola d&#8217;inglese, o di capire un concerto di Beethoven uno che non conosca nemmeno le sette note. Per capire il Medioevo, per capire Dante, ad esempio, bisogna come minimo avere una apertura verso il mistero e verso la trascendenza; altrimenti \u00e8 impossibile. Non si pu\u00f2 capire il Medioevo se si rifiutano le basi stesse del pensiero e del sentire dell&#8217;uomo medievale. L&#8217;ateismo \u00e8 un fenomeno moderno, frutto del XVII e del XVIII secolo: prima di quella data esistono, s\u00ec, dei pensatori atei, ma nessun popolo riesce a concepire l&#8217;ateismo come una normale interpretazione del reale; al contrario, non vi \u00e8 popolo che non ponga le basi del proprio vivere civile nella fede in Dio. Ma Le Goff, ci vien detto, \u00e8 il maggiore medievista contemporaneo. Sar\u00e0. Noi per\u00f2 ci domandiamo se questo sia il frutto del suo valore intrinseco di studioso, oppure di una selezione ideologica preventiva, voluta dalla cultura dominante. Sta di fatto che tutti, nel grande pubblico, quando sentono un discorso sul Medioevo, pensano a Le Goff, che \u00e8 ateo; solamente pochi pensano a R\u00e9gine Pernoud o a Christie Mohrmann, due medieviste di valore non certo inferiore, oppure a \u00c9tienne Gilson, forse il massimo studioso del pensiero medievale. Di fatto, essi sono meno conosciuti; ma perch\u00e9, se non perch\u00e9 offrono un&#8217;interpretazione dell&#8217;universo medievale pi\u00f9 rispettosa del sentire dell&#8217;uomo medievale, e quindi meno gradita alla cultura contemporaneo, laicista, irreligiosa e anticristiana? \u00c8 come se la cultura moderna volesse che noi, se proprio ci sentiamo attratti o incuriositi dal mondo medievale, ci accostiamo ad esso con le lenti scelte da essa: non si sa mai che, studiando Wiligelmo o Benedetto Antelami, Nicola Pisano o Pietro Cavallini, l&#8217;uomo moderno resti contagiato, in qualche modo, dalla terribile superstizione religiosa. In tal caso, meglio ricorrere alle misure preventive e fornire al pubblico il veleno insieme all&#8217;antidoto. Una cosa deve esser chiara: la civilt\u00e0 medievale \u00e8 la civilt\u00e0 cristiana, e l&#8217;uomo medievale \u00e8 l&#8217;uomo cristiano. Non esiste un cristiano moderno. Il cristiano \u00e8 medievale, nel senso che la civilt\u00e0 del Medioevo ha espresso compiutamente la sua visione del mondo; o, se si preferisce, il cristiano non appartiene a nessun tempo, cos\u00ec come non appartiene al mondo, pur vivendo in esso, ma all&#8217;eterno. Questo \u00e8 il tragico errore dei cattolici progressisti: essersi scordati della doppia natura dell&#8217;uomo, <em>viator<\/em> e <em>paen\u00eftens<\/em>, in nome d&#8217;una cittadinanza terrena che, spacciata per adesione ai problemi sociali e impegno doveroso nei confronti della storia, di fatto subordina la vita cristiana a quella terrena, secondo lo schema della svolta antropologica di Rahner. Ma questo non \u00e8 pi\u00f9 cristianesimo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 l&#8217;uomo, per il cristianesimo? 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