{"id":27285,"date":"2018-12-28T09:05:00","date_gmt":"2018-12-28T09:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/12\/28\/nei-dipinti-di-francesco-guardi-e-il-nostro-ritratto\/"},"modified":"2018-12-28T09:05:00","modified_gmt":"2018-12-28T09:05:00","slug":"nei-dipinti-di-francesco-guardi-e-il-nostro-ritratto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/12\/28\/nei-dipinti-di-francesco-guardi-e-il-nostro-ritratto\/","title":{"rendered":"Nei dipinti di Francesco Guardi \u00e8 il nostro ritratto"},"content":{"rendered":"<p>Chi siamo noi? Che cosa siamo diventati, che cosa ci definisce, in quanto cittadini europei, in quanto cristiani, o almeno eredi della civilt\u00e0 cristiana? Pu\u00f2 essere che non ci capiti mai di farci questa domanda; pu\u00f2 essere che viviamo alla giornata, senza troppe complicazioni, come quella di sapere chi siamo e perch\u00e9 esistiamo, impegnati come siano a farci domande assai pi\u00f9 concrete ed essenziali, come quale nuovo cellulare scegliere al centro commerciale o quale tipo di schedina acquistare per tentar la fortuna. Guardarsi allo specchio \u00e8 faticoso; scoprire se il naso ci pende un poco a destra oppure a sinistra, sono problemi troppo complessi e probabilmente irrisolvibili, che lasciamo a Vitangelo Moscarda e a tutti i pirandelliani come lui. A noi, basta gi\u00e0 la pena di sapere se siamo iuventini o milanisti, europeisti o sovranisti, accoglienti o xenofobi: per le questioni pi\u00f9 sottili e cavillose, c&#8217;\u00e8 sempre tempo per riflettere, possibilmente domani; anzi, meglio ancora se dopodomani.<\/p>\n<p>Ebbene, c&#8217;\u00e8 un artista italiano, un pittore del XVIII secolo, che riassume meravigliosamente, nella sua opera, il senso della nostra civilt\u00e0 e della sua decadenza, del suo esaurimento, della sua consunzione: il veneziano Francesco Guardi [1712-1793], figlio del pittore Domenico Guardi, nonch\u00e9 fratello minore di Gian Antonio e fratello maggiore di Nicol\u00f2, anch&#8217;essi pittori (mentre la sorella Maria Cecilia aveva spostato il grande Giambattista Tiepolo). Francesco Guardi \u00e8 stato talvolta associato agli impressionisti, perch\u00e9 la sua pennellata si frange e si risolve in una sorta di smaterializzazione fatta di pura luce, anche se in realt\u00e0 non \u00e8 un impressionista <em>ante litteram<\/em>, perch\u00e9 la sua non \u00e8 una ricerca &quot;tecnica&quot; degli effetti luministici, non ha nulla di scientifico e oggettivo, ma \u00e8 un&#8217;interpretazione soggettiva, emozionale, semmai romantica, o pre-romantica, del dato esteriore, che diventa poco pi\u00f9 di un pretesto per evocare paesaggi irreali, evanescenti e quasi onirici, e atmosfere sospese fra la realt\u00e0 e l&#8217;immaginazione. Lo si \u00e8 accostato anche al genovese Alessandro Magnasco (1667-1749), che appartiene, peraltro, alla generazione precedente, e che non ha legami diretti con l&#8217;ambiente veneziano; e certo \u00e8 significativo che due pittori delle due pi\u00f9 antiche compagni statali italiane, le repubbliche marinare dell&#8217;Adriatico e del Tirreno, siamo anche gli acuti interpreti di una crisi irreversibile della societ\u00e0 italiana e, per alcuni aspetti, europea; tuttavia la pennellata del Magnasco \u00e8 pi\u00f9 drammatica, pi\u00f9 nervosa e beffarda, soprattutto pi\u00f9 tagliente, quasi crudele, mentre quella del Guardi, il quale ha pur sempre studiato e imitato, in giovent\u00f9, il Canaletto, non perde mai una certa compostezza formale, e conserva, anche nello sciogliersi della forma e nel dissolversi degli elementi oggettivi, una malinconica pacatezza, una sobriet\u00e0 che la trattiene dal discendere la china del compiacimento vittimistico.<\/p>\n<p>E tuttavia: contemplare un dipinto di Francesco Guardi, uno qualsiasi, anche un ritratto o un soggetto religioso, ma soprattutto un paesaggio, una veduta, sia essa ispirata alla dimensione quotidiana della sua Venezia, e popolata di figure di nobili o di popolani, gli uni e gli altri come smarriti in un mondo che forse non \u00e8 pi\u00f9 il loro, come disorientati in una realt\u00e0 divenuta misteriosamente enigmatica, sia indugiante su luoghi di pura fantasia, i famosi &quot;capricci&quot; tanto cari ai pittori del Settecento, specie se disseminati di rovine o di architetture incongrue e incomplete, e ombreggiati da boschetti che hanno conservato l&#8217;ambientazione arcadica, ma la rivivono in forme stranite e un po&#8217; inquietanti, sempre dalla pittura di questo sensibilissimo interprete del suo tempo emerge una sensazione di solitudine, di distacco, di sfaldamento, di disgregazione e perfino di suprema alienazione. \u00c8 come se Francesco Guardi <em>sentisse<\/em>, e perci\u00f2 anche vedesse, una progressiva dissoluzione della societ\u00e0 del proprio tempo, l&#8217;evaporazione dei suoi valori, lo smarrimento delle sue certezze, e contemplasse, dietro la maschera di una facciata che si sostiene inalterabile nelle apparenze sempre pi\u00f9 irrigidite, la rovina irreparabile di tutto un mondo e il presentimento di una fine ormai certa e imminente.<\/p>\n<p>Cos\u00ec descrive l&#8217;arte del pittore veneziano il critico d&#8217;arte Pietro Zampetti, gi\u00e0 direttore delle Belle Arti di Venezia, scomparso a Treviso nel 2011, a novantotto anni di et\u00e0, ma nativo di Ancona, nel volume-catalogo della mostra tenuta a Palazzo Grassi dal 5 giugno al 10 ottobre 1965, sotto l&#8217;alto patronato della Presidenza della Repubblica (in: <em>Mostra dei Guardi<\/em>, a cura di P. Zampetti, Venezia, Edizioni Alfieri, 1965, pp. LXIV-LXV):<\/p>\n<p><em>Confesso che non ho mai potuto comprendere il Guardi come svagato e sperduto rappresentante dell&#8217;estremo incantato rococ\u00f2&quot;, lui che pure lavorava per &quot;la pagnotta&quot; quotidiana, come crudelmente &#8212; e forse non senza disprezzo &#8212; affermava l&#8217;Edwards. Nei suoi quadri sacri &#8212; e son pochi, ma significativi &#8212; si vede subito che ben altra sostanza morale li anima rispetto a quelli del fratello [Gian Antonio]. Ci sono in lui interna tensione, espressione drammatica, inquietudine che mancavano all&#8217;altro. Si guardino la Crocifissione, la Deposizione, lo stesso Santo adorante di Trento: tutto vi \u00e8 forza interiore, violenza di sentimenti, impeto e dramma. Si mediti sulla scena del &quot;Miracolo&quot; di Vienna. Quei frati fuori equilibrio, nel momento di cadere nelle acque limacciose, sono un capolavoro di immediatezza espressiva. Si provi un attimo a porli accanto alla Magnanimit\u00e0 di Scipione o le storie dell&#8217;Angelo Raffaele [del fratello maggiore, Gian Antonio]: un abisso! E la pala di Roncegno? Ecco Francesco ancora pieno di forza interiore, assalito da una carica di drammaticit\u00e0 che cerca di esplodere nei movimento scomposti dei due Sant, nelle nuvole tormentate come acque in tempesta, nella violenza stessa del segno. Si \u00e8 fatto il nome del Magnasco. Non c&#8217;\u00e8 dubbio che i due autori, anche se lontani di qualche decennio, hanno grande affinit\u00e0 tra loro. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Anche nelle vedute, nei suoi capricci &#8212; sui quali \u00e8 inutile insistere talmente sono noti &#8212; Guardi non \u00e8 quel pittore &quot;facile&quot; o &quot;piacevole&quot; o &quot;spiritoso&quot; che a taluno potrebbe sembrare. Se noi pensiamo che egli \u00e8 l&#8217;ultimo pittore che lavora a Venezia fin quasi alla caduta della Repubblica, che la citt\u00e0 era in decadenza anche visibile, come testimoniano i viaggiatori ed i cronisti del tempo, allora s&#8217;avverte che egli, pur facendo il quadretto &quot;ricordo&quot; per i &quot;forestieri&quot; di passaggio, non pu\u00f2 nascondere l&#8217;interna sua amarezza.<\/em><\/p>\n<p><em>Persino quando documenta le feste ufficiali della Repubblica, il cui fasto \u00e8 ormai solo esteriore decoro senza sostanza, e vanagloria di personaggi fuori dal tempo, ebbene anche allora, e ben guardare, la sua pittura colpisce nel segno; non esalta, forse non condanna, ma certo annota con malinconica tristezza. Nella &quot;Piazza&quot;, tante volte ripetuta, vanno i gentiluomini tronfi e le dame agghindate, ma s&#8217;agita anche il popolo minuto, ch&#8217;egli osserva con occhio attento indagatore, sollecito d&#8217;una conoscenza umana: e sono, quelle figure, quasi un Goya, quasi un Doumier [evidente refuso per Daumier]. Ma perch\u00e9 far nomi: Francesco \u00e8 soltanto lui. Quando guarda la sua citt\u00e0, o la laguna, che rivela l&#8217;intonaco cadente o la casa diroccata, non \u00e8 pi\u00f9 un &quot;capriccio&quot;, non un abile modo di raccontare, ma un malinconico, talora drammatico insistere sulla visione d&#8217;una decadenza, che l&#8217;artista sente, con struggente e profonda malinconia, nel momento stesso che di quella luce, di quel mondo, di quella atmosfera riesce a dar la suggestione, a far vivere l&#8217;immagine con una verit\u00e0 poetica, nascente dalla contemplazione commossa. \u00c8 questo pre-impressionismo? Non so e non credo che abbia importanza. Certo che nessuno, allora, ha saputo dare sentimento cos\u00ec acuto, cos\u00ec pungente, cos\u00ec nostalgico, alla contemplazione del suo mondo, della sua Citt\u00e0, attentamente veduta, magicamente rievocata<\/em>.<\/p>\n<p>Se vogliamo guardarci allo specchio, se ne abbiamo la curiosit\u00e0 ed il coraggio, allora andiamo a contemplare i quadri di Francesco Guardi: l\u00ec c&#8217;\u00e8 tutto, ci siamo noi, c&#8217;\u00e8 il nostro mondo che se va in pezzi, che si dissolve; e c&#8217;\u00e8 anche la nostra frivolezza, la nostra cecit\u00e0, la nostra assoluta incapacit\u00e0 di comprendere quel che sta accadendo, di rinnovarci, di reagire, di batterci per sopravvivere. Ci sono la nostra stanchezza, la nostra ignavia, la nostra pusillanimit\u00e0; ci sono la nostra amarezza, la nostra delusione, il nostro disincanto; e c&#8217;\u00e8 la mancanza di onest\u00e0 nel confrontarci con le nostre opere, con quel che siamo diventati, con ci\u00f2 che rappresentiamo e con ci\u00f2 che siamo ancora capaci di fare. E su tutto quel velo di tristezza, di malinconia, quella nebbia crepuscolare che si posa su ogni cosa, che rende liscia come l&#8217;olio l&#8217;acqua della laguna, che fa sfumare le prospettive delle piazze e la fuga delle colonne, che sembra gravare sulle spalle degli esseri umani, e ci\u00f2, curiosamente, proprio quando si direbbe che le loro figurette si librino sul terreno senza peso e senza sforzo, facendole apparire inconsistenti pi\u00f9 che deboli, spaesate pi\u00f9 che leggere, insomma dotate di una lievit\u00e0 che non \u00e8 un pregio, ma una sorta di maledizione, come lo \u00e8 la libert\u00e0 degli uomini, a giudizio di Sartre e degli esistenzialisti. Libert\u00e0 per fare cosa, leggerezza per andare dove, se ormai tutto \u00e8 diventato vacuo, fluido, elusivo, quasi beffardamente illusorio? Pur nella loro leggerezza, le figure del Guardi paiono quelle di condannati, o, peggio, delle maschere di teatro, costrette a recitare la loro parte sino all&#8217;ultimo, a ridere e far ridere, anche se ormai non ci credono pi\u00f9, anche se non credono pi\u00f9 a niente.: anche se la citt\u00e0, che \u00e8 il loro palcoscenico, sta lentamente ma inesorabilmente sprofondando nel mare.<\/p>\n<p>Ecco: tale \u00e8 il nostro ritratto; tale \u00e8 lo stato della nostra civilt\u00e0. Siamo gli attori improbabili e straniti di una recita, che inizialmente era una commedia, ma si sta trasformando in un dramma, mentre il terreno ci sta franando sotto i piedi. Recitiamo come se avessimo ancora il futuro davanti a noi, mentre \u00e8 gi\u00e0 dietro le nostre spalle: e non ce ne siamo accorti! Che cosa rappresentiamo? Nulla. Chi siamo? Nulla. Dove stiamo andando? Verso il nulla. Che cosa abbiamo costruito? Nulla. Che cosa lasceremo alle prossime generazioni? Nulla. Questa \u00e8 la realt\u00e0: non facciamoci illusioni. I diritti dell&#8217;uomo e del cittadino? Una gigantesca presa in giro per giustificare la tirannide plutocratica. Le libert\u00e0 civili, le conquiste sociali? Niente affatto: le prime sono solo di segno distruttivo &#8212; aborto, eutanasia, droga &#8212; e le seconde ce le stiamo rimangiando, di fatto se non di nome, l&#8217;una dopo l&#8217;altra, a cominciare dal diritto al lavoro. L&#8217;emancipazione della donna? Ma quale emancipazione; del resto, basta guardarle le donne: sono diventate pi\u00f9 felici oggi di quanto lo fossero le loro madri o le loro nonne? Il diritto allo studio? Certo: il diritto di essere appiattiti, omologati, di sottoporsi al lavaggio del cervello; e, intanto, l&#8217;ignorantizzazione certificata da un diploma. La pace, allora? Ma le guerre, ormai, non si fanno pi\u00f9 coi carri armati, gli aerei e i sommergibili: si fanno con lo <em>spread<\/em>, con i giudizi delle agenzie di <em>rating<\/em>, con le speculazioni di borsa: con quelli si possono mettere in ginocchio i popoli e i governi, si possono sottomettere gli Stati, senza bisogno di sporcarsi le mani, n\u00e9 di fornire aiuti per la ricostruzione. \u00c8 migliorata la salute, si \u00e8 allungata la vita umana? Niente affatto. Non si muore pi\u00f9 di peste o di vaiolo, questo \u00e8 vero, e nemmeno di tubercolosi; per\u00f2 si nuore di tumore, o d&#8217;infarto, o ci si ammala alle vie respiratorie a causa dell&#8217;inquinamento. Tutti mali che un tempo erano rari; e non parliamo delle depressioni, delle nevrosi, dei suicidi; quanto alla durata della vita media, \u00e8 solo diminuita la mortalit\u00e0 infantile. Le persone sane campavano ottanta o novant&#8217;anni, e cos\u00ec anche oggi, ma sempre pi\u00f9 malandate e sempre meno autosufficienti: ospedalizzate, medicalizzate, ricoverate nelle case di riposo, assistite dalle badanti. In compenso ci si distrae con l&#8217;effimero, non si pensa mai alle cose serie, per non intristirsi: si fa finta che la morte non esista, che la vecchiaia e la malattia non verranno mai a bussare alla porta di casa nostra, che andranno sempre da qualcun altro. Arriva la fine e si \u00e8 impreparati: ci si rende conto di non aver vissuto nel modo giusto, di aver sprecato l&#8217;occasione. Oppure si vuol conservare la maschera sino all&#8217;ultimo, ci si vanta del proprio nulla, ci si proclama orgogliosi dei propri vizi, di tutto l&#8217;egoismo che ha impastato la propria esistenza. Mai un pensiero per quelli che verranno dopo, i nostri figli e nipoti, che faticheranno a trovare perfino l&#8217;acqua per dissetarsi. Molti sciagurati vecchi si studiano di bruciare ogni filo d&#8217;erba dietro a s\u00e9, di avvelenare anche l&#8217;ultimo pozzo. Non sopportano l&#8217;idea che la vita continuer\u00e0 senza di loro: se potessero, annienterebbero il mondo intero. Eccoli questi vecchi che odiano il futuro, che non hanno imparato niente dalla vita, nemmeno la compassione, e vogliono lasciare solo fumo e rovine, rendere inabitabile il mondo per quelli che verranno: occorre farne i nomi? Sono in politica, nella finanza, nell&#8217;economia, nella magistratura, nelle professioni, nella cultura, nell&#8217;informazione, perfino nella chiesa cattolica: li conosciamo bene, li vediamo all&#8217;opera ogni giorno. Un&#8217;opera infernale, in verit\u00e0. Sono loro le tragiche, allampanate figure senza materia, senza sostanza, dipinte da Francesco Guardi: manichini pi\u00f9 che uomini, fantasmi pi\u00f9 che esseri viventi. Morti che camminano e tuttavia non sanno di esserlo gi\u00e0 da molto, molto tempo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi siamo noi? Che cosa siamo diventati, che cosa ci definisce, in quanto cittadini europei, in quanto cristiani, o almeno eredi della civilt\u00e0 cristiana? 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