{"id":27273,"date":"2018-10-15T07:28:00","date_gmt":"2018-10-15T07:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/10\/15\/natura-e-grazia-il-giusto-rapporto-reciproco\/"},"modified":"2018-10-15T07:28:00","modified_gmt":"2018-10-15T07:28:00","slug":"natura-e-grazia-il-giusto-rapporto-reciproco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/10\/15\/natura-e-grazia-il-giusto-rapporto-reciproco\/","title":{"rendered":"Natura e grazia: il giusto rapporto reciproco"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo, in quanto uomo, \u00e8 figlio della natura, ma \u00e8 anche figlio della grazia. Se fosse soltanto un prodotto della natura, la sua condizione non sarebbe sostanzialmente diversa da quella di tutte le altre specie viventi. La si potrebbe accostare a quella degli animali pi\u00f9 evoluti, dei mammiferi marini, per esempio, come i delfini o le balene: l&#8217;unica differenza sarebbe un cervello pi\u00f9 sviluppato, capace di operazioni astratte: prodotto, a sua volta, dalle condizioni ambientali pi\u00f9 varie e quindi pi\u00f9 stimolanti rispetto all&#8217;ambiente acquatico, relativamente uniforme. Tutti, per\u00f2, se non sono oscurati dai pregiudizi, possono vedere che esiste una differenza sostanziale fra l&#8217;uomo e l&#8217;animale pi\u00f9 evoluto: non \u00e8 solo questione d&#8217;intelligenza astratta; \u00e8 anche questione di libert\u00e0 degli atti morali. Non risulta che gli animali siano capaci di fare il male, per la semplice ragione che non risulta siamo capaci di fare il bene: se lo fanno, lo fanno all&#8217;interno del loro istinto e non con un atto di libera volizione; e cio\u00e8 perch\u00e9 non possiedono alcuna nozione astratta, quindi neppure la nozione del bene e del male. Nei secoli passati si processava e s&#8217;impiccava un maiale che, grufolando per l&#8217;aia, aveva trovato un bambino nella culla e lo aveva divorato: ma tale &quot;giustizia&quot; aveva lo scopo di imporre alla natura, dall&#8217;esterno e quindi artificialmente, un ordine che essa, di per s\u00e9, non possiede, perch\u00e9 l&#8217;ordine della natura esiste, ma riguarda le specie e non gli individui, i milioni di anni e non i minuti: in altre parole, \u00e8 impossibile giudicarlo con gli abituali criteri umani. L&#8217;atto del maiale che divora il bambino non \u00e8 intrinsecamente disordinato, ma ordinato, perch\u00e9 l&#8217;animale cerca il cibo di cui ha bisogno; il disordine deriva dal fatto che la madre aveva lasciato incustodito il suo bambino in un luogo dove era esposto a dei pericoli. La disgrazia \u00e8 stata il risultato di un disordine sia intellettuale (errore di valutazione del pericolo) che morale (insufficiente protezione di un bambino indifeso); l&#8217;animale non c&#8217;entra nulla. Al contrario, vi \u00e8 una responsabilit\u00e0 umana: \u00e8 l&#8217;uomo che non ha agito in maniera ordinata, facendo buon uso della sua intelligenza e della sua sensibilit\u00e0. Se, viceversa, l&#8217;uomo fosse soltanto un prodotto della grazia, sarebbe simile a un angelo, con la sola differenza di possedere, per accidente, un corpo terreno. Ma tutti possono vedere e constatare facilmente che l&#8217;uomo non \u00e8 un angelo: anche se esistono degli uomini molto buoni, l&#8217;uomo, in quanto tale, non \u00e8 buono, ma un essere sospeso sull&#8217;abisso, fra il male e il bene, ed \u00e8 capace di orientarsi sia verso l&#8217;uno che l&#8217;altro, appunto perch\u00e9 \u00e8 libero. Libert\u00e0 significa rischio: la libert\u00e0 \u00e8 un dono, ma un dono che richiede molta maturit\u00e0 da parte di colui che ne dispone. In breve, si tratta di arrivare a comprendere che la vera libert\u00e0 non \u00e8 la facolt\u00e0 di agire in qualsiasi maniera, secondo il proprio arbitrio, bens\u00ec di uniformare i propri pensieri, le proprie parole e le proprie azioni a ci\u00f2 che \u00e8 bene in se stesso, e rifiutare ci\u00f2 che \u00e8 male. Un delfino, per quanto &quot;intelligente&quot; (o un cane, o un cavallo), non lo pu\u00f2 fare: questo, almeno, \u00e8 quello che si desume dalle osservazioni scientifiche, fatta la tara a ci\u00f2 che il delfino apprende dall&#8217;uomo e che l&#8217;uomo gli trasmette, anche in maniera involontaria e indiretta, quando si relaziona con lui.<\/p>\n<p>Ogni volta che l&#8217;uomo si dimentica di essere una creatura che nasce dalla sintesi di natura e grazia, va fuori strada e fa del male a se stesso e agli altri. Ogni volta che la natura dell&#8217;uomo vuole avere il sopravvento e pretende di essere lei sola a dirigere i suoi atti e la sua vita &#8212; e l&#8217;intelligenza \u00e8 frutto della natura, tanto quanto gli istinti &#8212; l&#8217;uomo va incontro a dei dolorosi fallimenti, ad amarissime disillusioni, senza, peraltro, dar prova di avere imparato qualcosa. Non vi \u00e8 nulla di pi\u00f9 triste, anzi, dello spettacolo della natura umana che, delusa di s\u00e9, disgustata, amareggiata, si ripiega su se stessa e rinuncia a determinare attivamente il proprio destino, perch\u00e9 tanto &quot;ogni sforzo, ogni fatica sono vani&quot;. Cos\u00ec gli uomini passano da un eccesso all&#8217;altro: prima, si lasciano accecare dalle potenzialit\u00e0 insite nella natura; poi, si lasciano andare a uno scoraggiamento irragionevole e, in gran parte, ingiustificato. Il fatto che la ragione, ad esempio, non sia, di per s\u00e9, sufficiente a trarre gli uomini sul solido terreno della verit\u00e0 e, quindi, delle certezze, non implica che la ragione non valga nulla e che sia cosa da buttar via; significa solo che essa deve essere accompagnata, assistita e integrata da un qualcosa &#8212; la fede, frutto della grazia &#8211; che supplisca alle sue intrinseche debolezze. E il fatto che taluni istinti tendano a sviare gli uomini verso atti non belli, che li inducano a compiere scelte degradanti, le quali li abbrutiscono fino a renderli spregevoli perfino a se stessi, non dimostra che l&#8217;istinto, in s\u00e9 e per s\u00e9, sia una cosa totalmente negativa; al contrario, \u00e8 evidente che vi sono istinti, come quello di conservazione, o quello della riproduzione, che sono preziosi, perch\u00e9 proteggono e propagano la vita, anche superando la resistenza di ragionamenti troppo sofisticati e di timori e preoccupazioni non sempre ragionevoli. \u00c8 certo, d&#8217;altra parte, che gli uomini non devono abbandonarsi interamente ai loro istinti, perch\u00e9, se lo facessero, abdicherebbero alla loro stessa umanit\u00e0: umano \u00e8 disciplinare gli istinti, non lasciarsi trasportare ciecamente da essi. Gli istinti sono completamente amorali: e infatti il bambino piccolo, che vive di istinti, non fa alcuna distinzione fra azioni buone o cattive; o meglio: sono buone, per lui, tutte le azioni che gli portano un vantaggio o gli riescono gradite, cattive quelle di segno contrario.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un passo della <em>Divina Commedia<\/em> (in <em>Purg.<\/em>, XXII, 131 sgg.) ove Dante simboleggia in maniera chiarissima questo concetto: che la natura, senza la grazia, non pu\u00f2 nulla, non \u00e8 nulla, e non sar\u00e0 mai nulla. Durante l&#8217;ascesa al monte del Purgatorio, Dante e Virgilio si imbattono in un grande albero dalla caratteristica straordinaria: si accresce verso l&#8217;alto e protende addirittura le sue radici verso il cielo. Il significato \u00e8 evidente: la natura si alimenta dalla grazia, e non viceversa; perci\u00f2, tutto ci\u00f2 che vive, tutti gli esseri creati, devono cercare le loro &quot;radici&quot; nella grazia e non nella terra, perch\u00e9 \u00e8 solo dal cielo che essi ricevono l&#8217;aiuto soprannaturale per trasformare la loro debolezza in forza, la il male in bene, il peccato in redenzione. La ragione, in particolare, deve esercitare una costante sorveglianza su se stessa, affinch\u00e9 non esca dai binari e non diventi strumento di perdizione: <em>perch\u00e9 non corra che virt\u00f9 nol guidi<\/em> (\u00e8 sempre Dante: <em>Inf<\/em>., XXVI, 22): perch\u00e9 la ragione illuminata dalla grazia \u00e8 strumento di pienezza, di verit\u00e0 e quindi anche di salvezza; ma la ragione libera e spregiudicata, nel senso illuminista della parola, si trasforma nel mezzo pi\u00f9 sicuro di autodistruzione dell&#8217;uomo. Ricordiamo le parole di San Paolo nella <em>Epistola ai Romani<\/em>, vero e proprio trattato di teologia morale (1, 20-23): <em>Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili [di Dio] possono essere contemplate con l&#8217;intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinit\u00e0;\u00a0essi sono dunque inescusabili, perch\u00e9, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria n\u00e9 gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si \u00e8 ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti\u00a0e hanno cambiato la gloria dell&#8217;incorruttibile Dio con l&#8217;immagine e la figura dell&#8217;uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili<\/em> Ma torniamo all&#8217;albero di Dante; ecco cosa scrivono Mario Zoli e Gilda Sbrilli a questo proposito (in: <em>La Divina Commedia, antologia di canti<\/em>, Firenze, Bulgarini, 1997, p. 511):<\/p>\n<p><em>Nella cornice dei golosi c&#8217;\u00e8 un albero straordinario. Ecco come Dante lo descrive nel canto precedente: un alber che trovammo in mezza strada, \/ con pomi a odorar soavi e buoni;\u00a0\/ e come abete in alto si digrada \/ di ramo in ramo, cos\u00ec quello in giuso, \/ cred&#8217;io, perch\u00e9 persona s\u00f9 non vada.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Sapremo poi che nella stessa cornice c&#8217;\u00e8 almeno un altro albero dello stesso genere, se non pi\u00f9 d&#8217;uno,. La sua funzione \u00e8 quella di dare alle anime, insieme, tormento e ammaestramento:. I pomi profumati attirano i penitenti, che per\u00f2 non li toccano; la loro fame si fa, cos\u00ec, pi\u00f9 aspra; vorrebbero dissetarsi bevendo l&#8217;acqua freschissima che irrora le fronde degli alberi, per placare l&#8217;ardente sete che li tortura, ma non possono farlo e ci\u00f2 accresce la loro pena. \u00c8 evidente il tema del contrappasso. Ma quest&#8217;albero ha qualcosa di speciale: le sue radici stanno in alto. Come mai? Qual \u00e8 il significato di questa posizione capovolta?<\/em><\/p>\n<p><em>Come in alcune tradizioni orientali, l&#8217;albero \u00e8 capovolto a significare che la sua vita (radici) \u00e8 alimentata dal cielo e non dalla terra. Infatti Forese dir\u00e0 a Dante che dall&#8217;alto &quot;cade vert\u00f9 ne l&#8217;acqua e ne la pianta&quot; (v. 62). \u00c8 interessante richiamare la grande fortuna che ha avuto il simbolo dell&#8217;albero, dall&#8217;antichit\u00e0 pi\u00f9 remota ad oggi, quanto nella letteratura quanto nell&#8217;iconografia. Nella sua figura si videro molti significati misteriosi: la pienezza della vita umana che, alimentata e sostenuta dalla terra (le radici), si realizza con la volont\u00e0 e la forza (il tronco), si innalza verso il cielo, abbondante di frutti (i rami, le foglie, i fiori); l&#8217;altare naturale che, collegando terra e cielo \u00e8 luogo di culto, sacrificio e preghiera; la perpetua rigenerazione che consente alla vita di trionfare sulla morte; la verticalit\u00e0 che richiama la positura dell&#8217;uomo e si associa a quella della colonna, e quindi della casa e del tempio; la sua estensione anche in direzione orizzontale, che allude all&#8217;abbondanza e alla fecondit\u00e0 dell&#8217;agire umano; la figura unitaria che sigilla l&#8217;armonia delle virt\u00f9 dei moti e delle funzioni delle singole parti garantendone la distinzione e , insieme, l&#8217;unit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>Qualsiasi filosofia che proclami l&#8217;autosufficienza dell&#8217;uomo di fronte al reale, e qualsiasi teologia che dichiari la sua autonomia rispetto alla Verit\u00e0 e al Bene, vanno nella direzione di negare la necessit\u00e0 e l&#8217;efficacia della grazia e di rinserrare l&#8217;uomo nella sola sfera del visibile e del finito, ossia nel solo ambito della natura. Una concezione naturalistica dell&#8217;uomo \u00e8 una concezione antimetafisica, quindi irreligiosa e intrinsecamente anticristiana. O si \u00e8 naturalisti o si \u00e8 cristiani, ma non si pu\u00f2 essere entrambe le cose. I neoteologi che negano i miracoli, che escludono la gratuit\u00e0 e la soprannaturalit\u00e0 della grazia, attaccano frontalmente le radici stesse della fede. Il dio di cui parlano \u00e8 un falso dio, un dio tutto umano, privo delle qualifiche del vero Dio: l&#8217;assolutezza, l&#8217;eternit\u00e0, la perfezione. Come serpenti travestiti da guide spirituali, costoro vanno seminando errori pestilenziali e inoculano il veleno dell&#8217;incredulit\u00e0 e del materialismo. Come se non bastasse, rifiutano l&#8217;idea che la sofferenza sia una preziosa occasione per avvicinarsi a Dio, respingono indignati l&#8217;idea che la propria sofferenza possa essere una offerta d&#8217;amore a Dio: vorrebbero <em>umanizzare<\/em> e <em>medicalizzare<\/em> la malattia, cio\u00e8 ricondurla entro i limiti strettamente naturalistici. Ma in tal modo, nulla pu\u00f2 trascendere la malattia, e la sofferenza resta padrona di dire l&#8217;ultima parola. In altri termini, costoro rifiutano la Croce: ebbene, sarebbe pi\u00f9 giusto dire che rifiutano il Vangelo, perch\u00e9 il Vangelo senza la Croce \u00e8 un&#8217;impostura, cos\u00ec come Ges\u00f9 \u00e8 un&#8217;impostura, se non \u00e8 anche il Cristo, il Figlio di Dio. E non siamo noi a dirlo, lo dice san Paolo (<em>1 Cor<\/em>. 15, 16-19): <em>Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo \u00e8 risorto;\u00a0ma se Cristo non \u00e8 risorto, \u00e8 vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.\u00a0E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.\u00a0Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere pi\u00f9 di tutti gli uomini.<\/em> Ma ecco cosa dice l&#8217;eresiarca e falso prete Enzo Bianchi, in data 09\/05\/\/2015, a proposito della sofferenza (dal sito <a href=\"../../../../../www.moansterodibose.it/default.htm\">www.moansterodibose.it<\/a>):<\/p>\n<p><em>La malattia, la sofferenza non serve per la nostra redenzione. Anzi, possiamo dire che il dolore non ha senso e sovente abbruttisce, chiude il malato in se stesso, lo rende egoista, a volte lo trasforma fino a renderlo irriconoscibile. Del resto, voi avete l&#8217;esperienza quotidiana di come il dolore possa disumanizzare. Il cristianesimo chiede una sola cosa a chi \u00e8 nella malattia: che, attraversando la malattia, continui ad amare gli altri e ad accettare di essere amato, perch\u00e9 neppure questo \u00e8 facile. La sofferenza non \u00e8 gradita a Dio, altrimenti egli sarebbe sadico, e purtroppo di immagini perverse ne ha ricevute molte, attraverso le proiezioni dei cristiani e della chiesa su di lui! Il malato ha addirittura il diritto di rivoltarsi, di gridare l&#8217;assurdo della morte che gli viene incontro, della depressione che non finisce mai o del cancro che lo consuma giorno dopo giorno. Non si dimentichi che Ges\u00f9 non \u00e8 morto nell&#8217;atarassia, come Socrate, ma gridando: &quot;Dio mio, Dio mio, perch\u00e9 mi hai abbandonato?&quot; (Mc 15,33; Mt 27,46; Sal 22,2).<\/em><\/p>\n<p>Dove costui ha anche l&#8217;ardire di stravolgere il senso delle ultime parole di Ges\u00f9 Cristo sulla croce, facendone un grido di angoscia e disperazione, mentre sono, come tutti sanno, una citazione dai <em>Salm<\/em>i, 22, 1: <em>Dio mio, Dio mio, perch\u00e9 mi hai abbandonato? Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito!<\/em> Ges\u00f9, fino all&#8217;ultimo, cita le Scritture per attestare di essere il Messia. Ma che hanno capito i neoteologi, i neopreti e i finti preti della neochiesa? Un giorno ci verranno a dire che Ges\u00f9 non voleva morire, che detestava la Croce e che se avesse potuto sarebbe scappato a gambe levate. Che Dio abbia piet\u00e0 di loro e anche di noi ai quali tocca di sentirli.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo, in quanto uomo, \u00e8 figlio della natura, ma \u00e8 anche figlio della grazia. 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