{"id":27253,"date":"2010-08-24T09:17:00","date_gmt":"2010-08-24T09:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2010\/08\/24\/musulin-e-forgach-le-due-eminenze-grigie-che-precipitarono-la-guerra-del-1914\/"},"modified":"2010-08-24T09:17:00","modified_gmt":"2010-08-24T09:17:00","slug":"musulin-e-forgach-le-due-eminenze-grigie-che-precipitarono-la-guerra-del-1914","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2010\/08\/24\/musulin-e-forgach-le-due-eminenze-grigie-che-precipitarono-la-guerra-del-1914\/","title":{"rendered":"Musulin e Forgach, le due \u00abeminenze grigie\u00bb che precipitarono la guerra del 1914"},"content":{"rendered":"<p>La storiografia di matrice idealista, in tutte le sue varianti dall&#8217;hegelismo, al crocianesimo, allo stesso marxismo, ci ha abituati, e male abituati, a vedere nella storia (ci stava sfuggendo dalla penna l&#8217;espressione \u00abnei processi della storia\u00bb, come se fosse assiomatico che la storia sia un processo o un insieme di processi, quindi una vicenda organica ed evolutiva) lo svolgimento di una marcia inarrestabile dell&#8217;Idea e una incarnazione dello Spirito Assoluto, volta a volta nella fattispecie dello Stato, del Progresso, del Comunismo.<\/p>\n<p>Di conseguenza siamo ormai assuefatti a dare per scontato che gli eventi della storia, e specialmente i grandi eventi, non possano essere frutto del caso, o essere largamente influenzati da circostanze casuali; perch\u00e9 anche il caso, in effetti, non sarebbe che una delle strategie adottate da una razionalit\u00e0 occulta per portare a compimento i suoi piani (\u00abl&#8217;astuzia della ragione\u00bb, diceva Hegel, con l&#8217;aria compiaciuta di uno che ritiene di saperne pi\u00f9 di Dio stesso).<\/p>\n<p>La prima guerra mondiale, per esempio, non poteva non scoppiare e non poteva non portare alla luce le contraddizioni di quella che Lenin chiamava la fase suprema del capitalismo, ossia l&#8217;imperialismo: come se l&#8217;imperialismo non fosse una veste che chiunque pu\u00f2 indossare, anche uno Stato marxista-leninista, come ben si \u00e8 visto nel corso del XX secolo!<\/p>\n<p>Invece, pi\u00f9 si studia con imparzialit\u00e0 e con mente sgombra da preconcetti la crisi politica e diplomatica del luglio 1914, pi\u00f9 se ne ritrae la forte convinzione, che diviene quasi una sensazione fisica, che una quantit\u00e0 di circostanze estemporanee abbiano dato la spinta definitiva in direzione della guerra ad una situazione che era ancora aperta, apertissima a sviluppi diversi; e che a ci\u00f2 abbiano contribuito da un lato la pochezza, l&#8217;imprevidenza, la superficialit\u00e0 e l&#8217;avventurismo di non pi\u00f9 di una dozzina di statisti e ambasciatori, dall&#8217;altro, le manovre occulte di gruppi di potere segreti (primi fra tutti, la Massoneria e il Sionismo), ben decisi a perseguire i loro scopi particolari, a costo di mettere l&#8217;Europa e il mondo a ferro e fuoco.<\/p>\n<p>Per ora, ci limiteremo a una breve riflessione sul primo aspetto e, pi\u00f9 in particolare, sul ruolo decisivo giocato da due oscure figure di funzionari di second&#8217;ordine del ministero degli Esteri austro-ungarico: Alexander Musulin e Janos Forgach; a riprova del fatto che non sempre, come diceva Disraeli, i veri protagonisti della storia sono gli uomini di potere che agiscono sotto i riflettori della stampa e dell&#8217;opinione pubblica, ma &#8211; al contrario &#8211; sono delle figure che stanno nell&#8217;ombra e che muovono i &quot;potenti&quot; come burattini, sfruttandone debolezze e insufficienze; delle autentiche &quot;eminenze grigie&quot; che il grosso pubblico, forse, non arriver\u00e0 a conoscere neppure dopo decenni e secoli che gli eventi storici si sono verificati.<\/p>\n<p>Il conte Janos (Johann) von Forgach, nato nel 1870 e morto nel 1935, fu ambasciatore austriaco a Rio de Janeiro dal 1905 al 1907 e poi a Belgrado, dal 1907 al 1909; in questo secondo incarico si trov\u00f2 a svolgere un ruolo importante nella crisi del 1908, allorch\u00e9 l&#8217;Austria-Ungheria, con mossa unilaterale, si annett\u00e9 l&#8217;ex provincia ottomana della Bosnia-Erzegovina (gi\u00e0 militarmente occupata dal 1878), rischiando di provocare una conflagrazione europea, che fu evitata solo perch\u00e9 la Russia, uscita da poco dalla sconfitta con il Giappone e dalla rivoluzione del 1905, non os\u00f2 reagire alla mossa dell&#8217;Austria, sostenuta dalla Germania.<\/p>\n<p>Nel 1909, tuttavia, sembr\u00f2 che la brillante carriera di Forgach fosse terminata, perch\u00e9 il conte risult\u00f2 coinvolto in un clamoroso caso giudiziario a sfondo diplomatico (fuga di notizie all&#8217;estero e alto tradimento), il cosiddetto processo Friedjung di Agram (Zagabria) e al termine di esso, pur evitando la condanna, venne spedito a Dresda in una sorta di esilio professionale, che dur\u00f2 dal 1911 al 1913.<\/p>\n<p>Ma il destino fu straordinariamente benevolo con Forgach (forse un po&#8217; meno con la sua patria e con l&#8217;Europa), perch\u00e9 nel 1912 divenne ministro degli Esteri austro-ungarico il conte Berchtold, suo estimatore ed amico d&#8217;infanzia, che lo volle a capo della Seconda Sezione del Ballhausplatz, in pratica la Sezione Politica del ministero. In tale veste egli esercit\u00f2 un ascendente molto forte sul suo diretto superiore, uomo ambizioso e al tempo stesso indeciso, di cui divenne l&#8217;inseparabile confidente e consigliere in tutte le questioni di maggiore importanza.<\/p>\n<p>Insieme al conte Hoyos, capo di Gabinetto di Berchtold, ed allo stesso Musulin, fu uno dei cosiddetti &quot;giovani ribelli&quot;, ossia un gruppo di giovani diplomatici della Duplice monarchia che auspicavano una linea di azione pi\u00f9 aggressiva in politica estera, ai quali faceva sponda, dalla parte dell&#8217;esercito, l&#8217;altrettanto aggressivo capo di Stato Maggiore, generale Conrad von H\u00f6tzendorf. Essi erano convinti che l&#8217;unica maniera per allontanare la minaccia del nazionalismo serbo e, pi\u00f9 in generale, di una possibile disintegrazione dell&#8217;Impero, fosse quella di prevenire le mosse dei nemici esterni ed interni, sferrando una guerra preventiva contro la Serbia e mettendo quest&#8217;ultima in condizione di non costituire pi\u00f9 una minaccia.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 1913, dopo la seconda guerra balcanica, il gruppo dei &quot;giovani ribelli&quot; aveva caldeggiato un attacco fulmineo contro la Serbia, pericolosamente rafforzata, a loro avviso, dalla vittoria sulla Bulgaria; progetto che era stato lasciato cadere solo perch\u00e9 a Vienna non si era certi del sostegno tedesco, n\u00e9 della remissivit\u00e0 del governo di Pietroburgo. Ma durante la crisi del luglio 1914 Forgach svolse un ruolo importantissimo, e forse decisivo, nell&#8217;istigare Berchtold alla guerra e nel far redigere l&#8217;ultimatum austriaco alla Serbia in termini cos\u00ec arroganti, che nessuna nazione al mondo avrebbe potuto accettarlo integralmente, senza abdicare alla propria sovranit\u00e0.<\/p>\n<p>I calcoli di Forgach e di Musulin si rivelarono del tutto erronei: invece di una rapida azione di forza o, al massimo, di una guerra circoscritta nei Balcani, l&#8217;Austria and\u00f2 incontro a capofitto ad una guerra mondiale che, dopo pi\u00f9 di quattro anni di sofferenze inaudite e di devastazioni rovinose, ne segn\u00f2 la totale scomparsa dalla carta geografica.<\/p>\n<p>Eppure si vede che Forgach continuava ad avere parecchi &quot;santi&quot; in Paradiso, perch\u00e9 nemmeno il clamoroso fallimento del suo disegno politico fu sufficiente a troncare la sua funesta carriera diplomatica: infatti egli rimase ad occupare il suo posto al Ballhausplatz fino al gennaio del 1917, apparentemente inamovibile (mentre Berchtold, il suo capo, aveva dovuto andarsene fin dal gennaio 1915). Solo con la morte di Francesco Giuseppe e con l&#8217;ascesa al trono del giovane Carlo I d&#8217;Asburgo vi fu, ma ormai troppo tardi, un certo avvicendamento ai vertici politico-miliari dell&#8217;Impero. Forgach fu mandato a Kiev come plenipotenziario austriaco, in seguito al trattato di pace stipulato il 9 febbraio 1918 fra gli Imperi centrali e la Repubblica di Ucraina, la cosiddetta &quot;pace del pane&quot;.<\/p>\n<p>Ma la speranza austriaca di risolvere le proprie difficolt\u00e0 alimentari, divenute sempre pi\u00f9 drammatiche, importando il grano dell&#8217;Ucraina, si rivel\u00f2 ben presto illusoria, a causa del caos politico e militare che travolse la giovane repubblica, presa nel vortice delle lotte fra Bianchi e Rossi, fra nazionalisti e Cosacchi. Alla fine, nel novembre del 1918, Forgach venne richiamato in patria, quando ormai la sconfitta dell&#8217;Austria e della stessa Germania nella prima guerra mondiale era un fatto compiuto; e trascorse a Budapest il resto della sua vita (sua moglie, Gabriella Lovassy von Szak\u00e0l, vivr\u00e0 fino al 1972).<\/p>\n<p>Il barone Alexander Musulin svolse un ruolo altrettanto importante e altrettanto mal conosciuto di quello di Forgach nella crisi di luglio del 1914, anch&#8217;egli nella veste ufficiale di consigliere del ministro degli Esteri; fu lui, anzi, a redigere materialmente l&#8217;ultimatum alla Serbia che innesc\u00f2 la spirale inarrestabile delle dichiarazioni di guerra.<\/p>\n<p>A proposito di quell&#8217;episodio decisivo della sua carriera diplomatica, Musulin \u00e8 stato poi intervistato dal direttore del \u00abCorriere della Sera\u00bb, Luigi Albertini, che ne riferisce nel suo ormai classico studio \u00abLe origini della guerra del 1914\u00bb (il primo volume \u00e8 stato ristampato dalla Libreria Editrice Goriziana nel 2010, seguiranno il secondo e il terzo volume).<\/p>\n<p>Come il suo collega Forgach, cui era intimamente associato, Musulin aveva svolto l&#8217;incarico di ambasciatore a Belgrado e, pertanto, conosceva di persona la capitale &quot;nemica&quot; che intendeva colpire; era stato anche &#8211; prima e dopo l&#8217;incarico a in Serbia &#8211; ambasciatore in Russia, per cui conosceva anche, o avrebbe dovuto conoscere, gli umori della corte zarista riguardo ai problemi balcanici. Eppure queste conoscenze di prima mano non gli furono di alcun aiuto nel giudicare la situazione, visto che o ritenne che il governo di Pietroburgo non si sarebbe mosso in aiuto dei Serbi, oppure che, anche facendolo, l&#8217;Austria, spalleggiata dalla Germania, non avrebbe avuto niente di serio da temere.<\/p>\n<p>In pratica, gli manc\u00f2 completamente la capacit\u00e0 di giudicare il problema serbo nel contesto europeo; non tenne conto, inspiegabilmente, dell&#8217;alleanza militare che legava la Francia alla Russia, n\u00e9 delle probabili mosse dell&#8217;Inghilterra, se la Francia e la Russia fossero state coinvolte in un conflitto contro la Germania. Vide l&#8217;attentato di Sarajevo esclusivamente nell&#8217;ottica dei problemi interni dell&#8217;Austria-Ungheria e della supposta necessit\u00e0 di tagliarli con la spada, impartendo una drastica lezione alla Serbia. Sottovalut\u00f2 l&#8217;avversario, ignor\u00f2 l&#8217;impossibilit\u00e0, per l&#8217;Austria, di far fronte a una guerra generalizzata di lunga durata; non si cur\u00f2 della Romania e consigli\u00f2 Berchtold di tenere volutamente all&#8217;oscuro l&#8217;alleata Italia dei suoi piani aggressivi: insomma, non ne indovin\u00f2 una e punt\u00f2 il destino della sua patria al tavolo di un tragico gioco d&#8217;azzardo.<\/p>\n<p>Veramente, gli storici discutono ancora sul peso effettivo dell&#8217;azine di Musulin nella crisi di luglio; alcuni lo vorrebbero nel ruolo di semplice esecutore di direttive superiori, anche se fu chiamato, proprio per le sue doti di scrittore, a redigere personalmente la nota ultimativa per il governo di Belgrado. \u00c8 certo, comunque, che fu chiesto il suo parere sulla risposta che Pasic fece recapitare al Ballhausplatz: parere che dovette essere totalmente negativo, se \u00e8 vero che subito dopo il governo di Vienna dichiar\u00f2 la guerra alla Serbia, Eppure, il mattino del 28 luglio, quando gli giunse comunicazione della risposta serba, lo stesso Guglielmo II, che fino ad allora aveva spinto i governanti austriaci ad agire con piglio deciso, si lasci\u00f2 sfuggire, in una delle sue famose note scritte, che ogni causa di guerra era caduta e che la crisi era superata.<\/p>\n<p>A guerra finita, Musulin scrisse un libro di memorie: \u00abDas Haus am Ballplatz: Erinnerungen eines \u00f6sterreich-ungarischen Diplomaten\u00bb (Munich, 1924). L&#8217;opera contiene alcuni giudizi singolari, come ad esempio il seguente: \u00abGli uomini di governo principali della Monarchia credevano che la solidariet\u00e0 degli interessi conservatori e dinastici europei si sarebbe manifestata verso di essi anche nel 1914; e lo credevano specialmente riguardo alla Russia\u00bb. Una opinione che conferma come egli, che pure aveva soggiornato in Russia come ambasciatore, era cos\u00ec cattivo giudice di quel Paese, da pensare che la solidariet\u00e0 dinastica dei Romanov verso gli Asburgo per l&#8217;attentato di Sarajevo sarebbe prevalsa sulle linea maestra della sua politica estera fino allora dettata dal panslavismo, che vedeva nell&#8217;Austria il principale ostacolo sulla via dell&#8217;espansione verso i Balcani, verso Costantinopoli e verso il Mediterraneo.<\/p>\n<p>Il ruolo, oscuro e tuttavia determinante, svolto da queste due \u00abeminenze grigie\u00bb nel consigliare, e mal consigliare, il ministro degli Esteri Berchtold nei giorni della crisi di luglio, \u00e8 stato sinteticamente ma efficacemente ricordato dall&#8217;ottimo Giuseppe Romolotti nel suo ormai classico \u00ab1914, suicidio d&#8217;Europa\u00bb (Milano, Mursia, 1964, pp. 153-155):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230; oltre alle persone di proscenio e cio\u00e8 ai personaggi di primo piano, noti ed appariscenti, hanno agito, spesso in modo determinante, personaggi pressoch\u00e9 oscuri: funzionari d&#8217;ambasciata, uomini di scarso nome, ma di reale ascendente. Tutto questo \u00e8 risultato vero soprattutto a guerra da gran tempo finita, e molte zone oscure sono stare illuminate in modo a volte sconcertante. Citiamo, alla rinfusa, qualche nome: \u00e8 noto l&#8217;ascendente che ebbe sempre Holstein, &quot;eminenza grigia&quot; della diplomazia tedesca, ancora al tempo di B\u00fclow; ma non \u00e8 altrettanto noto come, in Austria, il conte Berchtold, uomo di grande vanit\u00e0, ma di scarsa personalit\u00e0, si sia giovato e a volte abbia subito la prevalente azione di Forgach e di Musulin. Queste due figure, anche in sede di ricostruzione storica, sono rimaste quasi nell&#8217;ombra, eppure \u00e8 nettamente provato che, ferma restando la responsabilit\u00e0 ufficiale della linea d&#8217;azione adottata da Berchtold, i due funzionari agirono con ambizioso, meschino machiavellismo a mettere a punto il piano che avrebbe dato fuoco alle polveri. Non si sa se li muovesse la convinzione di essere due piccoli Metternich, o se in loro covasse da tanto tempo l&#8217;attesa dell&#8217;ora X, da farli partire subito alla ricerca meticolosa di tutti gli espedienti per &quot;truccare&quot; la grande partita. Sono loro che provvedono a mantenere il pi\u00f9 assoluto segreto (e questo potrebbe essere stato doveroso, in circostanze normali, ma blocc\u00f2 ogni possibilit\u00e0 di via d&#8217;uscita) fra il 30 giugno e il 20 luglio, sul carteggio, i colloqui, le intese e i propositi del mal consigliato Berchtold. Sono loro che trovano cosa astuta proporre a Berchtold di &quot;informare vagamente l&#8217;Italia nel pomeriggio del 23 luglio, che l&#8217;indomani si sarebbe presentato una nota grave a Belgrado, promettendo di esibirne il testo l&#8217;indomani al nostro Di San Giuliano&quot;. Manovra ed espediente addirittura puerili, se si accoglie la nostra tesi che proprio questo andava cercando la Consulta, e cio\u00e8 di &quot;non essere informata per non essere impegnata&quot;; manovra ancor pi\u00f9 meschina nell&#8217;altra ipotesi, perch\u00e9 se si voleva l&#8217;Italia al proprio fianco, era bene darle in tempo ogni notizia ed ogni elemento perch\u00e9 bvenisse orientata l&#8217;opinione pubblica; manovra, infine, condannabile (e la condanna investe non soltanto le due eminenze grigie della Ballplatz, ma lo stesso Berchtold e gli ambienti di corte) perch\u00e9 allora resta vero che, forse, le altre potenze furono poi coinvolte, chi volentieri e chi malvolentieri, nel conflitto, ma che l&#8217;Austria vi and\u00f2 incontro risolutamente, consapevolmente e con un piano studiato ed eseguito per renderlo inevitabile. \u00c8 strano che questa parte, subdola e pericolosa, anche se soltanto strumentale avuta da Musulin e Forgach nelle settimane di luglio, non abbia trovato adeguata menzione; soltanto l&#8217;Albertini dice esplicitamente che &quot;furono i due funzionari della Ballplatz, Musulin e Forgachh, a sottoporre a Berchtold un telegramma per von Merey (ambasciatore di Vienna a Roma) contenente le istruzioni di cui sopra; vago accenno a Di San Giuliano il 23 pomeriggio della nota che sarebbe stata consegnata il 24 a Belgrado; comunicazione del testo a consegna avvenuta&quot;. Di San Giuliano era a Fiuggi; le poche ore di ritardo derivate da ci\u00f2 fecero il resto, ma la stolta &quot;trappola&quot; inventata da Vienna non serv\u00ec proprio a niente. Si temeva che la Consulta informasse subito Pietroburgo, come afferma Berchtold? Ma Roma sapeva gi\u00e0 tutto tanto bene, che Di San Giuliano aveva gi\u00e0 a lungo conferito con l&#8217;ambasciatore tedesco, Flotow, fin dal 14 luglio. Si voleva evitare che Roma si consigliasse con Bucarest e Costantinopoli? Ma i nostri ambasciatori Garroni e Fasciotti avevano gi\u00e0 informato confidenzialmente la Consulta di quanto si sentiva dire in quelle capitali! Sembra proprio di dover concludere che i due collaboratori di Berchtold avessero pensato il gran colpo a sorpresa e che &#8211; dimenticando la sostanza tragica del rischio enorme &#8211; si compiacessero di apparire all&#8217;indomani del colpo riuscito i sagaci e meticolosi artefici di tutti gli espedienti che, disorientando le varie Cancellerie, avrebbero determinato il successo diplomatico-militare di Vienna.<\/p>\n<p>&quot;Infelix astutia&quot;, \u00e8 il caso di ripetere. Nessuna azione politica, per quanto \u00e8 dato ricordare, fu condotta con tanta presunzione di abilit\u00e0 e con cos\u00ec disastrosi risultati, quanto quella eseguita da Vienna nel luglio del &#8217;14. Non riusc\u00ec ad isolare il conflitto; non si assicur\u00f2 n\u00e9 intervento n\u00e9 benevolenza delle due alleate minori, Italia e Romania; non ottenne, almeno, il successo di prestigio de&#8217;occupazione immediata e limitata di Belgrado; non riusc\u00ec ad evitare la guerra che, in fondo, fu dichiarata proprio da Vienna il 28, quando l&#8217;orizzonte era gi\u00e0 molto oscuro; non procur\u00f2 all&#8217;esercito austriaco un solo successo militare, su nessun fronte di guerra; port\u00f2, infine, alla disgregazione e al crollo dell&#8217;Impero.<\/p>\n<p>Ammettiamo pure che queste ultime, apocalittiche prospettive fossero allora imprevedibili. Ma aver tanto tramato per sorprendere e disorientare gli altri, e restare invece impaniati in una strettoia senza via d&#8217;uscita, suona condanna piena all&#8217;operato dei due collaboratori di Berchtold e, per la verit\u00e0, dello stesso ministro.\u00bb<\/p>\n<p>Se il ruolo decisivo svolto da Musulin e Forgach nella crisi di luglio, all&#8217;ombra del Ballplatz, fosse confermato, ne uscirebbe rafforzata una vecchia tesi della storiografia tradizionale, poi messa in ombra e quasi ridicolizzata da due o tre generazioni di storici ben decisi a sostenere l&#8217;inevitabilit\u00e0 della guerra a causa degli appetiti imperialistici delle grandi potenze e soprattutto della Germania guglielmina (vedi l&#8217;ormai celebre, ma non convincente, \u00abAssalto al potere mondiale\u00bb di Fritz Fischer, classico studio a tesi antitedesco e basato sul senno di poi); e cio\u00e8 che l&#8217;elemento determinante nella scelta fra pace e guerra fu svolto proprio dalla vecchia Austria, tormentata dalla paura della propria debolezza e convinta di poter fare una piccola guerra balcanica per prevenire le spinte centrifughe degli Slavi presenti al suo interno, magari come primo passo verso il progetto di riforma &quot;trialista&quot; perseguito dall&#8217;arciduca ereditario Francesco Ferdinando.<\/p>\n<p>Non solo: sarebbe pure accertato che, nello stesso governo austriaco, contro tutte le sue secolari tradizioni di prudenza e di saggia circospezione, a prevalere in quei giorni febbrili di luglio furono proprio i falchi, ossia quei &quot;giovani ribelli&quot; che, un po&#8217; a somiglianza dei Giovani Turchi, volevano rilanciare una politica di potenza, a costo di sfidare il rischio di una guerra per la quale la Duplice Monarchia non era preparata n\u00e9 materialmente, n\u00e9 spiritualmente.<\/p>\n<p>Ma tant&#8217;\u00e8: la tentazione di prendere la scorciatoia delle armi, quando non si vuole percorrere la strada ben pi\u00f9 lunga e impegnativa delle riforme politiche, \u00e8 sempre in agguato nei momenti di crisi, sia per le potenze giovani, che per quelle ormai in declino, come era il caso dell&#8217;Austria-Ungheria nel 1914. E fu un vero peccato che ad avere l&#8217;ultima parola siano state delle arroganti ed ambiziose nullit\u00e0, come Musulin, Forgach e lo stesso Berchtold: quello stesso Berchtold che nell&#8217;inverno 1919, poco dopo la fine della guerra, fu visto fare la bella vita nei migliori alberghi svizzeri, indulgendo alle sue grandi passioni del buon vino e delle belle donne, apparentemente senza ombra di rammarico per l&#8217;amaro destino della vecchia Austria, che la sua politica avventata aveva contribuito a disintegrare.<\/p>\n<p>Non avrebbe meritato di finire cos\u00ec, uno Stato multietnico che aveva assicurato per secoli, bene o male, la pace e una certa prosperit\u00e0 economica a ben dieci popoli diversi nel cuore della Mitteleuropa, e questo anche nell&#8217;epoca dei nazionalismi esasperati.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, se nei momenti decisivi per la vita di una nazione, ad avere l&#8217;ultima parola sono delle arroganti, ambiziose nullit\u00e0, vuol proprio dire che quell&#8217;ordine sociale \u00e8 giunto al capolinea ed ha esaurito la propria funzione storica&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La storiografia di matrice idealista, in tutte le sue varianti dall&#8217;hegelismo, al crocianesimo, allo stesso marxismo, ci ha abituati, e male abituati, a vedere nella storia<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[227,269],"class_list":["post-27253","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-prima-guerra-mondiale","tag-vladimir-ilyich-lenin"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27253","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27253"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27253\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27253"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27253"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27253"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}