{"id":27202,"date":"2018-07-16T06:02:00","date_gmt":"2018-07-16T06:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/16\/montale-cosa-aveva-capito-di-italo-svevo\/"},"modified":"2018-07-16T06:02:00","modified_gmt":"2018-07-16T06:02:00","slug":"montale-cosa-aveva-capito-di-italo-svevo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/16\/montale-cosa-aveva-capito-di-italo-svevo\/","title":{"rendered":"Montale cosa aveva capito di Italo Svevo?"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo visto, parlando di Eugenio Montale ed Ezra Pound, che una maniera per capire meglio una persona \u00e8 ascoltare le sue opinioni su un&#8217;altra persona, perch\u00e9 il giudizio che noi diamo su uomini e cose inevitabilmente si rovescia in un giudizio che noi diamo su noi stressi, offrendo agli altri la possibilit\u00e0 di penetrare meglio nel nostro mondo interiore, nei nostri valori, nel nostro modo di ragionare e nella nostra sensibilit\u00e0. Ci\u00f2 vale non solo allorch\u00e9 si tratta di giudizi di segno fortemente negativo, come nel caso suddetto, ma anche nel caso opposto, cio\u00e8 quando sono giudizi nettamente elogiativi. Tale \u00e8 il caso di Montale e Italo Svevo: il poeta di Ossi di seppia, infatti, fu uno dei primi, e, inizialmente, uno dei pochi, che recens\u00ec favorevolmente <em>La coscienza di Zeno,<\/em> la quale, come \u00e8 noto, ebbe subito maggiore successo all&#8217;estero, specie in Francia, grazie anche alle segnalazioni di James Joyce, che interess\u00f2 i critici Val\u00e9ry Larbaud e Benjamin Cr\u00e9mieux. In Italia essa pass\u00f2 dapprima quasi inosservata, come i due precedenti romanzi <em>Una vita<\/em> e <em>Senilit\u00e0<\/em>; Montale, insieme a Giuseppe Prezzolini, fu uno dei pochi che l&#8217;accolse con favore. Possiamo anzi dire che la recensione favorevole di Montale ebbe un ruolo decisivo, anche se in anticipo rispetto alle altre, nell&#8217;aprire la strada all&#8217;accoglienza del terzo romanzo di Svevo, e di conseguenza dell&#8217;opera complessiva dello scrittore triestino, da parte della cultura letteraria italiana. Se Italo Svevo, oggi, \u00e8 quasi universalmente riconosciuto come un maestro del XX secolo, il merito, o la responsabilit\u00e0, \u00e8 principalmente di Montale: succede infatti che un poeta famoso si imponga anche come critico, bench\u00e9, a rigore, un poeta possa anche rivelarsi poco attendibile o poco felice come critico (cos\u00ec come pu\u00f2 verificarsi il caso opposto, che un uomo di lettere sia migliore come critico che come poeta o come scrittore). Ma Italo Svevo \u00e8 effettivamente un maestro? Questa \u00e8 una prima domanda, politicamente scorretta, che ci permettiamo di porre. E si capisce che essa vale, in una certa misura, anche per molti degli scrittori europei che vengono associati, almeno idealmente, alla sua opera, cominciando da Joyce e arrivando fino a Pirandello, Proust e Woolf. Una seconda domanda, non meno politicamente scorretta, \u00e8 se Montale sia a sua volta un maestro. Dipende, qualcuno potrebbe obiettare, da cosa s&#8217;intende per maestro. In tal caso, ci affrettiamo a togliere di mezzo possibili equivoci e diamo la seguente definizione: un maestro, nel campo della letteratura, \u00e8 un autore, scrittore o poeta, che s&#8217;impone sia per la qualit\u00e0 intrinseca della sua opera, sia per l&#8217;autorevolezza dei suoi giudizi e, quindi, per il ruolo che egli svolge nell&#8217;insieme della cultura del suo tempo.<\/p>\n<p>Come si sar\u00e0 intuito, le nostre opinioni sulla grandezza sia di Svevo che di Montale, sono piuttosto eterodosse; cos\u00ec come lo sono sulla cultura italiana dal dopoguerra a oggi (perch\u00e9 la gloria di entrambi, in Italia, ma specialmente quella di Svevo, si stabilisce definitivamente dopo il 1945 e quindi ha a che fare, anche se gi\u00e0 solo accennare a tale circostanza \u00e8 eretico, non solo con la bont\u00e0 intrinseca della loro opera, ma anche col mutato clima politico, che ha portato con s\u00e9 un mutamento complessivo del clima culturale). Quel che vogliamo dire \u00e8 che se <em>Ossi di seppia<\/em> e <em>Le occasioni<\/em>, da un lato, come i tre romanzi di Svevo, dall&#8217;altro, assursero definitivamente al rango di classici, e i loro autori al ruolo di &quot;maestri&quot;, dopo il 1945, e non prima, ci\u00f2, forse, non dipende solo da una temporanea cecit\u00e0 e sordit\u00e0 della critica italiana d&#8217;anteguerra, ma proprio dal mutamento, per non dire dal rovesciamento, del clima culturale che ebbe luogo in Italia dopo la Seconda guerra mondiale (con il suo corollario della guerra civile), come contraccolpo di un radicale mutamento di segno politico. In altre parole: negli anni fino alla Seconda guerra mondiale la cultura italiana, che oggi tutti i libri di testo &quot;canonici&quot; e tutti gli storici della letteratura politicamente corretti accusano di essere stata provinciale, neghittosa e xenofoba, cercava, in effetti, di fronteggiare la marea incipiente della americanizzazione e, pi\u00f9 in generale, della modernizzazione, sostenuta anche, questo \u00e8 vero, dal regime politico allora al potere, valorizzando il pi\u00f9 possibile la tradizione italiana e le opere aderenti ad essa, e ponendo un qualche freno al dilagare delle opere di Hemingway, Steinbeck, Dos Passos, ma anche Joyce, Kafka, Thomas Mann, nelle quali sentiva dei valori estranei a s\u00e9, e un compiacimento nella crisi spirituale novecentesca alla quale, invece, essa voleva reagire, appunto attingendo al patrimonio morale specificamente italiano. Cos\u00ec, e solo cos\u00ec, si spiega il fatto che, prima del 1945, il panorama letterario nazionale fosse occupato da Oriani, Papini, Bacchelli, Soffici, Moretti, Calzini, Bargellini, Lisi, Maccari, Bontempelli, Landolfi, Deledda, Tozzi, Palazzeschi: i quali non saranno stati dei grandi &#8212; tranne Oriani e Papini, e forse Bacchelli &#8212; ma, pur nella notevole variet\u00e0 che li differenziava, erano accomunati da un forte richiamo alla tradizione italiana; mentre dopo il 1945 questi nomi cominciano a impallidire, quasi a evaporare, e la scena viene rapidamente occupata da quanti, prima, erano passati quasi inosservati, ma avevano ora il vantaggio di trovarsi, ideologicamente, dalla parte &quot;giusta&quot;: di essere stati antifascisti e di essere, ora, o di sinistra o filo-americani e quindi fautori, al di l\u00e0 della contrapposizione comunismo\/anticomunismo, della modernit\u00e0 e di quella che ancora non si chiamava globalizzazione ma di fatto lo era, o ne era la premessa e la fase iniziale. Ed ecco che Quasimodo surclassa, nella celebrit\u00e0, Ungaretti, forse solo perch\u00e9 il primo \u00e8 antifascista, mentre il secondo era stato fascista (e non ha avuto neanche la decenza di chiedere scusa). Ed ecco il rapido, irresistibile trionfo di Pavese, di Moravia, di Vittorini, di Calvino, poi di Pasolini, Sanguineti, Balestrini; ecco la rapida occupazione dei giornali da parte di firme, come quella di Montale divenute autorevoli e infallibili non solo per via dei meriti strettamente poetici, ma anche per quelli ideologici, in quanto aver firmato il manifesto di Croce del 1925 era pur sempre una medaglia da appuntarsi al petto, mentre aver fatto quel che Pound aveva fatto, parlare a Radio Roma in piena guerra, auspicando la vittoria dell&#8217;Asse, quello era veramente imperdonabile. E poco importa se agli &quot;antifascisti&quot; Croce e Montale non era mai stato torto un capello, n\u00e9 mai avevano rischiati nulla sotto il fascismo, mentre l&#8217;antifascista Pound venne chiuso in gabbia come una bestia feroce e spedito per dodici anni in manicomio criminale, mentre ad altri and\u00f2 anche peggio di lui (il filosofo Gentile, ad esempio, era stato assassinato dai gloriosi partigiani comunisti, vecchio e disarmato, e innocente di qualsiasi delitto). L&#8217;assunzione delle poesie di Montale e dei romanzi di Svevo nell&#8217;Olimpo della cultura letteraria italiana si colloca in questo clima e ha a che fare con questo rovesciamento di paradigma. Quanti vantavano benemerenze antifasciste divennero automaticamente critici letterari e cominciarono a sparare giudizi su tutto e su tutti (anche al di fuori dell&#8217;ambito propriamente letterario), sicch\u00e9 non solo furono i protagonisti della cultura ufficiale, ma divennero anche i giudici e i guardiani di cosa \u00e8 cultura, e di cosa non lo \u00e8. Sicch\u00e9 promossero la glorificazione dei loro amici e dei loro affini, ad esempio Montale nei confronti dell&#8217;opera di Svevo (il quale com&#8217;\u00e8 noto era morto improvvisamente fin dal 1928, per i postumi d&#8217;un incidente automobilistico) e condannarono alla <em>damnatio memoriae<\/em> quanti si erano compromessi col caduto regime. Un trattamento per cos\u00ec dire intermedio fu riservato a quanti non erano stati fascisti (parentesi: prima del 1943 erano stati <em>tutti<\/em> fascisti; fu dopo il 25 luglio che gran parte degli intellettuali fece il salto della quaglia, come Malaparte, per citarne solo uno), ma nemmeno avevano brillato per il loro antifascismo, oppure si erano distinti per una rifiuto della seduzione socialista e comunista e avevano tenuto fermo sulle loro posizioni autenticamente cattoliche, o liberali, o, magari libertarie (come nel caso di Cassola, stroncato dalla critica che conta, ma ripescato a furor di popolo dai lettori, che amavano i suoi libri).<\/p>\n<p>Ed ecco quel che Mintale diceva e ascriveva dell&#8217;opera di Svevo (in: <em>Letteratura e critica<\/em>, a cura di G. Barberi Squariotti e A. Jacomuzzi, Firenze, G. D&#8217;Anna Editrice, 1968, pp. 328-330):<\/p>\n<p>&quot;Una vita&quot;, storia dell&#8217;inurbamento di un giovane e romantico provinciale, del suo smarrirsi in un complicato groviglio economico-erotico-psicologico, e del suo finale suicidio, offre, per quanto imperfetta, una tal folla di persone vive che il lettore \u00e8 condotto a pensare a Balzac, e ai suoi procedimenti. In &quot;Senilit\u00e0&quot; il quadro pi\u00f9 ristretto, che riconduce in un certo modo il pensiero al &quot;recipe&quot; della &quot;tranche de vie&quot;, d\u00e0 modo a Svevo di toccare i suoi risultati maggiori e la sua pi\u00f9 sicura originalit\u00e0. Grande sapienza e insieme semplicit\u00e0 di costruzione, unita ad una implacabile scienza del cuore umano, fanno di &quot;Senilit\u00e0&quot; un romanzo quasi perfetto. Il terzo libro di Svevo si fa attendere ora venticinque anni. &quot;La coscienza di Zeno&quot; \u00e8 del 1923. (&#8230;) Ci troviamo di fronte ad una complessit\u00e0, alla quale, peraltro, non si pu\u00f2 far carico, a differenza di quanto accadeva nel primo romanzo: &quot;Una vita&quot;, di eccessi illustrativi o dispersioni aneddotiche. Il difetto della &quot;Coscienza di Zeno&quot; \u00e8 d&#8217;altro ordine, e viene da questo: che l&#8217;autore, attento a registrare le minime vibrazioni del proprio interno sismografo, si rifiuta ad ogni scelta; di qui la difficolt\u00e0 del libro, la sua autentica e non tutta giustificata gravezza. Qui tutto quanto possa ricordare gli &quot;agr\u00e9ments&quot; del libro d&#8217;arte \u00e8 nettamente bandito; l&#8217;attenzione deve portarsi nel piano nascosto, le voci non rendono eco che in un livello invisibile, ricco di frane e di caverne oscure: le voci salgono qui &quot;dal sottosuolo&quot;, n\u00e9 questa regione oscura \u00e8 data, almeno visibilmente, come zona di tragedia: qui non sono leoni, o non sono, almeno, leoni compiaciuti di s\u00e9 e troppo riconoscibili. Diremo anche parafrasando la celebre frase di Tolstoi che &quot;Svevo non vuole affatto farci paura&quot;. Il pianto e il riso stanno in questa plaga con eguali ragioni; e Zeno e Guido, il personaggio del libro pi\u00f9 importante dopo il protagonista, non si scordano mai di essere, come la vita, supremamente tragici e comici ad un tempo; ed il suicidio di Guido, suicidio reale ma involontario, tentato per amore del &quot;gesto&quot;, e riuscito invece oltre le previsioni, si colora anch&#8217;esso, infine, di un amaro e madornale ridicolo. Segna talora quest&#8217;audacia, che fa talora rimpiangere la limpidezza genuina dei primi volumi, un tributo all&#8217;ultima moda del&#8217;alta letteratura internazionale? Non lo diremmo: lo sviluppo di Svevo ci appare, anzi, ben suo. Ma \u00e8 affatto naturale che ognuno risenta del proprio tempo; e se la corrente dei narratori, e n genere degli artisti moderni, che si richiama a uno sorta nuovo e tende ad una sorta di realismo integrale, \u00e8 giunta per l&#8217;influsso di svariate cause &#8211; il meccanismo moderno [?], il fallimento della filosofia intellettualistica, Bergson , Freud, ed altre molte &#8212; ad affini forme, dirozzate, ricche di sottintesi e crudelmente ambigue, si pu\u00f2 allora comprendere che lo Svevo, che di tale tendenza \u00e8 il nostro rappresentante forse unico, almeno tra i narratori, sia giunto per proprio conto a non dissimili risultati. &quot;La coscienza di Zeno&quot; \u00e8 l&#8217;apporto della nostra letteratura a quel gruppo di libri ostentatamente internazionali che cantano l&#8217;ateismo sorridente e disperato del novissimo Ulisse: l&#8217;uomo europeo.<\/p>\n<p>Quali meriti riconosce dunque Montale a Svevo, nell&#8217;atto di rendergli omaggio e volerci persuadere che d&#8217;un grande scrittore si tratta? Ci si perdoni il paradosso, ma Montale, che vorrebbe magnificare le virt\u00f9 letterarie di Svevo, ci offre o una singolare incomprensione della sua opera, o una indicazione di segno contrario a quella che vorrebbe darci: come altro interpretare la sua affermazione che <em>il difetto della &quot;Coscienza di Zeno&quot; viene da questo: che l&#8217;autore, attento a registrare le minime vibrazioni del proprio interno sismografo, si rifiuta ad ogni scelta<\/em>; e che da ci\u00f2 deriva <em>la difficolt\u00e0 del libro, la sua autentica e non tutta giustificata gravezza<\/em>? Possibile che Montale, nella&#8217;atto di recensire <em>La coscienza di Zeno<\/em>, non abbia compreso, lui soltanto, che il rifiuto di scegliere, da parte del protagonista, non \u00e8 un &quot;difetto&quot;, ma la ragion d&#8217;essere del romanzo, perch\u00e9 vuol rappresentare una condizione psicologica ed esistenziale di radicale &quot;inettitudine&quot;, e perci\u00f2 di non scelta, di fronte alla vita, nelle cose grandi e piccole; e non si sia accorto che tacciare il romanzo di pesantezza non sempre giustificata equivale a stroncarlo inesorabilmente, perch\u00e9 tale <em>gravezza<\/em> \u00e8, per Svevo, la cifra stessa dell&#8217;esistenza? Sarebbe difficile immaginare un volonteroso estimatore di un autore o di un&#8217;opera che sappia essere, al tempo stesso, altrettanto maldestro e controproducente. Svevo \u00e8 cos\u00ec, oppure non sarebbe se stesso; e chiedere a Zeno una maggior capacit\u00e0 di decisione, o al romanzo una minore &quot;gravezza&quot;, equivale, puramente e semplicemente, a chiedere un altro Svevo, un altro romanzo, un qualcosa di totalmente diverso da ci\u00f2 che realmente c&#8217;\u00e8. Pertanto alla domanda: <em>cosa ha capito Montale, di Svevo?<\/em>, la risposta non pu\u00f2 essere che: <em>nulla, assolutamente nulla<\/em>. E ci\u00f2 per la ragione gi\u00e0 evidenziata nel precedente articolo: che Montale non sa uscire da se stesso, e quindi giudica difetto ci\u00f2 che non si accorda col suo sentire, pregio quel che vi si conforma. Pessimo critico e inguaribile egotista. Il fatto, poi, che egli lodi l&#8217;opera di Svevo, dipende semplicemente dal fatto che fra i due, a differenza di quel che accade con Pound, esiste una consonanza di fondo: entrambi giudicano la vita una cosa estremamente sgradevole, beffarda e irritante. Sono anche d&#8217;accordo che non c&#8217;\u00e8 niente da dire di essa, e quindi che parlarne \u00e8 inutile. Eppure parlano, parlano, e si sostengono come operai della stessa impresa. \u00c8 curioso, vero?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo visto, parlando di Eugenio Montale ed Ezra Pound, che una maniera per capire meglio una persona \u00e8 ascoltare le sue opinioni su un&#8217;altra persona, perch\u00e9<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[132,146,179],"class_list":["post-27202","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-eugenio-montale","tag-franz-kafka","tag-james-joyce"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27202","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27202"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27202\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27202"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27202"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27202"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}