{"id":27200,"date":"2007-12-13T12:29:00","date_gmt":"2007-12-13T12:29:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/13\/michel-de-montaigne-e-il-cannibale-felice\/"},"modified":"2007-12-13T12:29:00","modified_gmt":"2007-12-13T12:29:00","slug":"michel-de-montaigne-e-il-cannibale-felice","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/13\/michel-de-montaigne-e-il-cannibale-felice\/","title":{"rendered":"Michel de Montaigne e il cannibale felice"},"content":{"rendered":"<p>Vi \u00e8 un famoso passo, negli <em>Essais<\/em> di Michel de Montaigne (1533-1592), nel quale il saggio umanista affronta la questione della diversit\u00e0 antropologica e culturale, sull&#8217;onda delle scoperte di Colombo e delle imprese dei <em>conquistadores<\/em>. Mettendo a confronto la societ\u00e0 europea e quelle tribali delle due Americhe, Montaigne sembra risolvere il paragone a favore delle seconde, creando l&#8217;antecedente del mito del &quot;buon selvaggio&quot;, che tanta presa far\u00e0, due secoli dopo, all&#8217;epoca di Rousseau.<\/p>\n<p>Nel secolo XVI, tuttavia, la voce di Montaigne costituisce un&#8217;eccezione e rimane a lungo sostanzialmente isolata; bisogna, d&#8217;altra parte, tener conto del contesto nel quale egli scrive e medita, ossia le guerre di religione che stanno sconvolgendo sanguinosamente l&#8217;Europa e, in modo particolare, la Francia, che \u00e8 lacerata dalle lotte fra cattolici e ugonotti. Egli mette a confronto l&#8217;intolleranza, il fanatismo, l&#8217;efferatezza degli &#8216;uomini civili&#8217; con la semplicit\u00e0 di costumi degli indigeni americani, cos\u00ec vicini &#8211; a suo dire &#8211; all&#8217;ideale umano vagheggiato da Platone e da altri filosofi antichi. Sopra il suo giudizio, pertanto, influisce tutto il disgusto che gli provocano episodi come quello della notte di San Bartolomeo e anche i racconti delle imprese crudeli dei <em>conquistadores<\/em> spagnoli, al cui confronto l&#8217;elemento di violenza che, pure, \u00e8 presente nelle societ\u00e0 tribali &#8211; n\u00e9 egli se lo nasconde &#8211; semplicemente impallidisce.<\/p>\n<p>Certo, si pu\u00f2 fare della facile ironia sull&#8217;ingenua idealizzazione dello stato di natura e si pu\u00f2 perfino, come ha fatto il venezuelano Carlos Rangel nel suo saggio, ormai ben conosciuto, <em>Dal buon selvaggio al buon rivoluzionario<\/em> (pubblicato in Francia nel 1976), vedere nell&#8217;esaltazione dei &quot;primitivi&quot; un pericoloso antecedente dei guerriglieri trotzkisti o maoisti che hanno scatenato violente insurrezioni in America Latina, negli ultimi decenni del Novecento, contro i sistemi politici basati sulla liberal-democrazia.<\/p>\n<p>Tuttavia, a prescindere dal fatto che non si dovrebbe dare troppo per scontato che la democrazia liberale sia il migliore dei sistemi politici e, comunque, l&#8217;unico degno di &quot;concludere&quot; la vicenda politica dell&#8217;umanit\u00e0 (tesi estrema cara a Francis Fukuyama), la linea che congiunge il mito del buon selvaggio con il mito della &quot;rivoluzione permanente&quot; \u00e8 forse un po&#8217; troppo ardita e quasi del tutto ipotetica, mentre \u00e8 certo che le culture native d&#8217;America, pur con tutti i loro aspetti di ferocia (il piacere di torturare i prigionieri, tipico ad esempio degli Irochesi) e perfino di scarso rispetto per l&#8217;ecologia (oggi \u00e8 dimostrato che l&#8217;inaridimento del sud-ovest degli Stati Uniti fu causato da un uso sbagliato della terra da parte del popolo dei <em>pueblos<\/em>) non possono in alcun modo essere giudicate <em>inferiori<\/em> a quella occidentale, sotto il profilo spirituale. Merito di Montaigne \u00e8 stato quello di cogliere gli elementi positivi in esse presenti, dovuti alla condizione di vicinanza alla natura; ma, soprattutto, di aver ricordato ai suoi orgogliosi contemporanei che il punto di vista del pi\u00f9 forte, e dunque del vincitore, non pu\u00f2 valere come garanzia di obiettivit\u00e0 in sede di valutazione storica e antropologica.<\/p>\n<p>Pertanto \u00e8 insensato porre la questione della <em>superiorit\u00e0<\/em> di una cultura sulle altre, perch\u00e9 qualsiasi giudizio nasce necessariamente dall&#8217;interno dell&#8217;orizzonte linguistico, culturale e spirituale che quel giudizio esprime. E questa, probabilmente, \u00e8 la pi\u00f9 importante acquisizione del pensiero antropologico di Montaigne, tale da costituire un perenne motivo di gloria per il filosofo francese, e suscettibile di gettare le basi per una critica definitiva del concetto di <em>barbaro<\/em> come contrapposto a <em>civile<\/em>: nessuno, infatti, giudica se stesso barbaro, per quanto possano essere vistosi gli aspetti negativi della propria societ\u00e0.<\/p>\n<p>Riportiamo dai <em>Saggi<\/em> i passi del libro I, 31 e del libro III, 6 (edizione a cura di F. Garavini, Adelphi, 1982, pp. 272-74, 277-85, 1209-13).<\/p>\n<p><em>&quot;Ora mi sembra che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio<\/em>, <em>a quanto mi hanno riferito, se non che ognuno chiama barbaro quello che non \u00e8 nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verit\u00e0 e la ragione che l&#8217;esempio e l&#8217;idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi \u00e8 sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l&#8217;uso perfetto en compiuto di ogni cosa. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da s\u00e9 nel suo naturale sviluppo laddove, in verit\u00e0, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall&#8217;ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e pi\u00f9 utili e naturali virt\u00f9 e propriet\u00e0, che noi invece abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto. E nondimeno il sapore medesimo e la delicatezza di diversi frutti di quelle regioni, che non sono stati coltivati, sembrano eccellenti al nostro gusto, in confronto ai nostri. Non c&#8217;\u00e8 ragione che l&#8217;arte guadagni il punto d&#8217;onore sulla nostra grande e potente madre natura. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quei popoli dunque mi sembrano barbari in quanto sono stato n scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicit\u00e0 originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre; ma cn tale purezza, che talvolta mi dispiace che non se ne sia avuta nozione prima, quando c&#8217;erano uomini che avrebbero potuto giudicarne meglio di noi. Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza; perch\u00e9 mi sembra che quello che noi vediamo in quei popoli per esperienza oltrepassi non solo tutte le descrizioni con cui la poesia ha abbellito l&#8217;et\u00e0 dell&#8217;oro, e tutte le sue immagini ate a raffigurare una felice condizione umana, ma anche la concezione e il desiderio medesimo ella filosofia. Essi non poterono immaginare una ingenuit\u00e0 tanto pura e semplice quale noi vediamo, per esperienza; n\u00e9 poterono credere che la nostra societ\u00e0 potesse mantenersi con cos\u00ec pochi artifici e legami umani. \u00c8 un popolo, direi a Platone, nel quale non esiste alcuna sorta di traffici; nessuna conoscenza elle lettere; nessuna scienza dei numeri; nessun nome di magistrato, n\u00e9 di gerarchia politica; nessuna usanza di servit\u00f9, di ricchezza o di povert\u00e0; nessun contratto; nessuna successone nessuna spartizione; nessuna occupazione se non dilettevole; nessun rispetto della parentela oltre a quello ordinario; nessun vestito; nessuna agricoltura; nessun metallo; nessun uso di vino o di grano. Le parole stesse che significano menzogna, tradimento, dissimulazione, avarizia, invidia, diffamazione, perdono, non si sono mai udite. Quanto lontana da questa perfezione egli troverebbe la repubblica che ha immaginato:<\/em> viri a diis recentes <em>[uomini appena usciti dalle mani degli dei]. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per molto tempo trattano bene i loro prigionieri, e con tutte le comodit\u00e0 che possono immaginare, poi quello che ne \u00e8 il capo riunisce in una grande assemblea i suoi conoscenti; attacca una corda a un braccio del prigioniero e lo tiene per un capo di essa, lontano di qualche passo per paura di esserne colpito, e d\u00e0 da tenere alla stessa maniera l&#8217;altro braccio al suo pi\u00f9 caro amico; e tutti e due, alla presenza di tutta l&#8217;assemblea, l&#8217;ammazzano a colpi di spada. Fatto ci\u00f2, l&#8217;arrostiscono e lo mangiano tutti insieme, e ne mandano dei pezzi ai loro amici assenti. Non lo fanno, come si pu\u00f2 pensare, per nutrirsene, come facevano anticamente gli Sciti, ma per esprimere una suprema vendetta. E che sia cos\u00ec lo prova il fatto che avendo visto i Portoghesi, i quali si erano uniti ai loro nemici, adottare contro loro medesimi, quando li prendevano, un altro genere di morte, cio\u00e9 di seppellirli fino alla cintura e tirare contro il resto del corpo gran colpi di frecce, e poi impiccarli, pensarono che quei popoli di quest&#8217;altro mondo, che avevano diffuso la conoscenza di molti vizi fra i loro vicini, e che erano ben pi\u00f9 grandi maestri di loro in ogni sorta di malizie, non usavano questa specie di vendetta senza ragione, e che doveva essere ben pi\u00f9 dura della loro, e cominciarono ad abbandonare il loro uso antico per seguire questo. Non mi rammarico che noi rileviamo il barbarico orrore che c&#8217;\u00e8 in tale modo di fare, ma piuttosto del fatto che, pur giudicando le loro colpe, siamo tanto ciechi riguardo alle nostre. Penso che ci sia pi\u00f9 barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto, nel lacerare con supplizi e martiri un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere e dilaniare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma visto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini, e, quel che \u00e8 peggio, sotto il pretesto della piet\u00e0 religiosa, che nell&#8217;arrostirlo e mangiarlo dopo che \u00e8 morto. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tre di loro, non sapendo quanto coster\u00e0 un giorno alla loro tranquillit\u00e0 e alla loro felicit\u00e0 la conoscenza della corruzione del nostro mondo, e che da questo commercio nascer\u00e0 la loro rovina, che del resto suppongo sia gi\u00e0 a uno stadio avanzato, assai da compatire per essersi lasciati ingannare dal desiderio della novit\u00e0 e aver abbandonata la dolcezza del loro cielo per venire a vedere il nostro, furono a Rouen, al tempo in cui c&#8217;era il defunto re Carlo IX. Il re parl\u00f2 loro a lungo; fu loro mostrato il nostro modo di vivere, la nostra magnificenza, l&#8217;aspetto d&#8217;una bella citt\u00e0. Dopo di che qualcuno chiese il loro parere, e volle sapere che cosa avessero trovato di pi\u00f9 ammirevole; essi risposero tre cose, di cui non ricordo pi\u00f9 la terza, e me ne rammarico; ne ricordo per\u00f2 ancora due. Dissero che prima di tutto trovavano molto strano che tanti grandi uomini, con la barba, forti e armati, che stavano intorno al re (\u00e8 probabile che parlassero degli Svizzeri della sua guardia),si assoggettassero a obbedire a un fanciullo, e che invece non si scegliessero piuttosto qualcuno di loro per comandare; in secondo luogo (essi hanno una maniera di parlare secondo la quale chiamano gli uomini la met\u00e0 degli altri) che si erano accorti che c&#8217;erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro met\u00e0 stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povert\u00e0; e trovavano strano che quelle met\u00e0 bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Parlai assai a lungo con uno di loro; ma avevo un interprete che mi seguiva tanto male e che si trovava cos\u00ec ostacolato dalla sua ignoranza a capire le mie idee, che non potei trarne alcun piacere. Quando gli domandai che vantaggio traesse dalla superiorit\u00e0 di cui godeva fra i suoi (perch\u00e9 era un capo, e i nostri marinai lo chiamavano re) egli mi disse che era di marciare per primo in guerra; da quanti uomini era seguito, e mi mostr\u00f2 un tratto di terreno, per significare che erano tanti quanti potevano stare in quello spazio, e potevano essere quattro o cinquemila uomini; se, fuori della guerra, tutta la sua autorit\u00e0 era finita, ed egli mi rispose che gli rimaneva questa, che quando visitava i villaggi che dipendevano da lui, gli si preparavano sentieri attraverso i cespugli dei boschi, per i quali potesse passare comodamente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tutto ci\u00f2 non va poi tanto male; purtroppo, non portano calzoni!&quot;<\/em><\/p>\n<p>La critica che si potrebbe muovere a Montaigne non \u00e8 tanto quella di avere eccessivamente idealizzato la categoria del barbarico, precedendo di un secolo Vico e di due secoli Rousseau, quanto di non aver operato alcuna distinzione all&#8217;interno dei popoli amerindi: come se dall&#8217;Alaska alla Terra del Fuoco non vi fosse alcuna differenza di cultura; n\u00e9 vi fosse fra un suddito, poniamo, dell&#8217;Impero incaico e un <em>indio bravo<\/em> della foresta amazzonica.<\/p>\n<p>Specialmente dopo gli studi di Ruth Benedict, noi siamo invece soliti fare una fondamentale distinzione fra almeno tre diversi modelli di cultura &quot;primitiva&quot;, che si possono esemplificare rispettivamente con il modello tribale degli Zu\u00f1i, dei Kwakiutl e dei Dobu. Gli Zu\u00f1i, pastori del del Nuovo Messico, discendenti del popolo dei <em>pueblos<\/em>, sono apollinei, moderati e cerimoniosi: lasciano la massima libert\u00e0 ai loro bambini e li crescono con estrema dolcezza. I Kwakiutl, pescatori della costa nord-occidentale del Pacifico (Columbia Britannica), sono letteralmente folli di ambizione e di mania di grandezza; la loro esistenza si svolge all&#8217;insegna di una continua inquietudine, di una frenesia senza pace. Infine i Dobu dell&#8217;arcipelago d&#8217;Entrecasteaux, a sud-est della Nuova Guinea (Melanesia), pescatori e coltivatori alle prese con una natura particolarmente ingrata, sono tetri, vendicativi e schizofrenici; si direbbe facciano di tutto per rendere la loro vita ancora pi\u00f9 misera di quanto gi\u00e0 non sia. Si pu\u00f2 dire che i Dobu, almeno prima dell&#8217;arrivo della civilt\u00e0 occidentale, vivessero nel continuo terrore di essere derubati o uccisi, in una eterna guerra di tutti contro tutti, che avrebbe dato al filosofo Hobbes la conferma della sua teoria secondo la quale ciascun uomo \u00e8 un lupo per il suo simile: <em>homo homini lupus.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, occorre prendere atto che le societ\u00e0 tribali non sono affatto una unit\u00e0 indifferenziata e che presentano (e soprattutto presentavano) fra loro differenze assai pi\u00f9 grandi di quelle che si possono (e si potevano) riscontrare all&#8217;interno del continente europeo.<\/p>\n<p>Tra i pensatori moderni, quello che ha avuto il coraggio di guardare pi\u00f9 da vicino il cannibale che si annida al fondo dell&#8217;uomo civilizzato \u00e8 stato, a nostro avviso, E. M. Cioran. Nel suo libro migliore, <em>Storia e utopia<\/em> (<em>Histoire et utopie<\/em>, Parigi, 1960; traduzione italiana di M. A. Rigoni, Adelphi, 1982, pp. 75-77), egli parla della &quot;odissea del rancore&quot; con accenti nietzschiani, evidenziando come la civilt\u00e0 e la religione abbiano solo spinto nel sottosuolo la violenza connaturata all&#8217;essere umano, ma pronta ad esplodere alla prima occasione.<\/p>\n<p>Non condividiamo n\u00e9 le premesse nichiliste della filosofia di Cioran, n\u00e9 la sua interpretazione puramente negativa della sublimazione dell&#8217;aggressivit\u00e0; tuttavia \u00e8 certo che egli ha saputo svolgere la sua tesi con grande vigore e con acutezza non comune, sorretto da una maestria letteraria che ne fa uno scrittore di prim&#8217;ordine.<\/p>\n<p><em>&quot;Impieghiamo gran parte delle nostre veglie nel fare a pezzi coll&#8217;immaginazione i nostri nemici, nello strappare loro gli occhi e le viscere, nello spremere e svuotare le loro vene, nel pestare e stritolare ogni loro organo, pur lasciando loro, per piet\u00e0, il godimento del proprio scheletro. Fatta questa concessione, ci plachiamo e, spossati, scivoliamo nel sonno: riposo ben meritato dopo tanto accanimento e tanta pignoleria. D&#8217;altra parte, dobbiamo recuperare le forze per poter la notte seguente ricominciare l&#8217;operazione, riprendere un lavoro che scoraggerebbe un Ercole macellaio. Decisamente, avere nemici non \u00e8 una sinecura.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il programma delle nostre notti sarebbe meno pesante se, di giorno, ci fosse concesso di dare libero corso alle nostre cattive inclinazioni. Per raggiungere non tanto la felicit\u00e0 quanto l&#8217;equilibrio, dovremmo liquidare una buona parte dei nostri simili, praticare quotidianamente il massacro, sull&#8217;esempio dei nostri fortunatissimi e lontanissimi avi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non tanto fortunati, si obietter\u00e0, dato che la scarsa densit\u00e0 demografica all&#8217;epoca delle caverne non offriva loro molte possibilit\u00e0 di scannarsi a vicenda continuamente. E sia! Ma essi avevano delle compensazioni, erano favoriti dalla sorte pi\u00f9 di noi: andando a caccia a qualsiasi ora del giorno, avventandosi contro le belve, abbattevano pur sempre dei congeneri. Avvezzi al sangue, potevano appagare senza difficolt\u00e0 la loro frenesia: non avevano bisogno di dissimulare e di differire i loro progetti assassini, al contrario di noialtri, condannati a sorvegliare e a frenare la nostra ferocia, a lasciarla soffrire e gemere in noi, costretti come siamo a temporeggiare, a ritardare le nostre vendette o a rinunciarvi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non vendicarsi significa incatenarsi all&#8217;idea del perdono, immergervisi ,affondarvi, significa rendersi impuri con l&#8217;odio che si soffoca in s\u00e9. Il nemico risparmiato ci ossessiona e ci turba, particolarmente quando abbiamo<\/em> deciso <em>di non esecrarlo pi\u00f9. Perci\u00f2 gli perdoniamo veramente soltanto se abbiamo contributo o assistito alla sua caduta, se egli ci offre lo spettacolo di una fine ignominiosa o, riconciliazione suprema, se contempliamo il suo cadavere. Felicit\u00e0 rara, per la verit\u00e0; meglio non contarci. Perch\u00e9 il nemico non \u00e8 mai a terra; sempre in piedi e trionfante, la sua prima qualit\u00e0 \u00e8 di ergersi davanti a noi e di opporre ai nostri timidi sogghigni il suo sarcasmo raggiante.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Niente rende pi\u00f9 infelici che il dovere di resistere alla propria essenza primitiva, al richiamo delle proprie origini. Ne derivano quei tormenti dell&#8217;uomo civile ridotto al sorriso, aggiogato alla cortesia e alla duplicit\u00e0, incapace d&#8217;annientare l&#8217;avversario se non col discorso votato alla calunni ae come disperato di dover uccidere senza agire, con la sola virt\u00f9 della parola, questo pugnale invisibile. Le vie della crudelt\u00e0 sono varie. Sostituendosi alla giungla, la conversazione permette alla nostra bestialit\u00e0 di consumarsi senza danno immediato per i nostri simili. Se, per il capriccio di qualche potenza malefica, perdessimo l&#8217;uso della parola, nessuno si sentirebbe pi\u00f9 al sicuro. Il bisogno di uccidere, iscritto del nostro sangue, siamo riusciti a trasferirlo nei nostri pensieri: soltanto questa acrobazia spiega la possibilit\u00e0, e la permanenza, della societ\u00e0. Si dovr\u00e0 concludere che riusciamo a vincere la nostra corruzione nativa, il nostro talento omicida? Significherebbe ingannarsi sulle capacit\u00e0 del verbo e esagerarne i sortilegi. La crudelt\u00e0 ereditaria, di cui disponiamo, non si lascia domare cos\u00ec facilmente; finch\u00e9 non ci si abbandona a essa completamente e non la si esaurisce, finch\u00e9 la si conserva nell&#8217;intimit\u00e0 pi\u00f9 segreta di s\u00e9, non si giunger\u00e0 a emanciparsene realmente. Il vero assassino medita il suo delitto, lo prepara, lo compie e, compiendolo, si libera per un certo tempo dei suoi impulsi; in compenso ,chi non uccide perch\u00e9 non pu\u00f2 uccidere, pur avendone la voglia, l&#8217;assassino non realizzato, velleitario ed elegiaco della strage, commette coll&#8217;immaginazione un numero infinito di crimini e langue e soffre molto pi\u00f9 dell&#8217;altro, perch\u00e9 si porta dietro il rimpianto di tutti gli atti abominevoli che non ha saputo perpetrare. Allo stesso modo, chi non osa vendicarsi si avvelena la vita, maledice i propri scrupoli e quell&#8217;atto contro natura che \u00e8 il perdono.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Anche Montaigne si \u00e8 compiaciuto del fatto che, nel vocabolario dei suoi &quot;selvaggi&quot;, manchi la parola <em>perdono<\/em>, a dire il vero insieme alle parole che significano <em>tradimento, menzogna, dissimulazione<\/em>, ecc. Tuttavia, un abisso separa la concezione di Montaigne da quella di Cioran. La filosofia di Montaigne \u00e8 di matrice stoica e scettica: stoica per quanto riguarda la capacit\u00e0 di sopportazione dei mali e l&#8217;allontanamento dalle passioni; scettica per l&#8217;acuta consapevolezza dei limiti intrinseci a un progetto di verit\u00e0 che vorrebbe essere globale, ma che fatalmente \u00e8 circoscritto a un determinato ambito storico-culturale. Dallo stoicismo deriva la diffidenza verso l&#8217;impegno politico attivo e la ricerca di una <em>turris eburnea<\/em> ove salvare, tra nobili studi e solitarie meditazioni, il proprio <em>particulare<\/em>: in questo senso, Montaigne \u00e8 l&#8217;allievo pi\u00f9 conseguente di Francesco Guicciardini. Dallo scetticismo deriva il relativismo culturale, che si apre a un ideale di comprensione e di tolleranza verso le culture diverse dalla propria, e che rende Montaigne cos\u00ec precocemente disponibile a valutare senza pregiudizi di superiorit\u00e0 i popoli che vivono vicini allo &quot;stato di natura&quot;.<\/p>\n<p>Che poi anche questa, in realt\u00e0, fosse una chimera, ossia un&#8217;astratta idealizzazione tipica, appunto, dell&#8217;uomo civilizzato; che non esistano uomini realmente vicini allo stato di natura, cos\u00ec come non esistono (checch\u00e9 ne dicano i soliti, goffi divulgatori scientifici) uomini viventi &quot;come all&#8217;et\u00e0 della pietra&quot;; che <em>tutte<\/em> le societ\u00e0 umane, per il fatto di essere tali, siano sempre e comunque un fatto di cultura e non di natura, questo \u00e8 sfuggito a Montaigne &#8211; come sarebbe sfuggito, pi\u00f9 tardi, sia a Vico che a Rousseau. L&#8217;uomo &quot;allo stato di natura&quot; pu\u00f2 esistere solo isolato e solo in circostanze assolutamente eccezionali, come il &quot;ragazzo selvaggio dell&#8217;Aveyron&quot; (soggetto, fra l&#8217;altro, di uno splendido film di Truffaut). Ma allora, crediamo, avrebbe potuto interessare assai poco Platone, e non avrebbe incuriosito pi\u00f9 di tanto nemmeno Licurgo.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, per\u00f2, e per ragioni opposte, si \u00e8 sbagliato Cioran: ammesso che l&#8217;uomo civile sia infelice a causa della repressione dei suoi istinti omicidi, \u00e8 assai dubbio che l&#8217;uomo primitivo passasse il tempo ad ammazzare allegramente i suoi simili. Aveva troppe cose pi\u00f9 urgenti cui pensare, per proteggere la propria esistenza; e aveva troppo bisogno della collaborazione reciproca, se voleva sperare di sopravvivere. L&#8217;immagine di un uomo delle caverne dalla clava perennemente arrossata del sangue dei suoi simili \u00e8 una caricatura dal macabro, ma involontario umorismo. \u00c8 molto pi\u00f9 probabile che l&#8217;arte di uccidere in maniera sistematica sia piuttosto un portato della &quot;civilt\u00e0&quot; che della barbarie; e le guerre sistematiche condotte dagli Aztechi contro i popoli vicini, per rifornirsi di cuori da sacrificare a migliaia al dio solare Huitzilopchtli, ne sono un buon esempio, cos\u00ec come lo sono le guerre condotte dai Romani e culminanti nelle orge di sangue dell&#8217;anfiteatro.<\/p>\n<p>E allora?<\/p>\n<p>E allora prendiamo atto che quella del cannibale felice \u00e8 solo una favola; una favola che un saggio umanista francese del tardo Cinquecento raccontava ai suoi compatrioti, per farli un po&#8217; vergognare dei massacri belluini che, in nome della religione, conducevano con instancabile accanimento gli uni contro gli altri.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vi \u00e8 un famoso passo, negli Essais di Michel de Montaigne (1533-1592), nel quale il saggio umanista affronta la questione della diversit\u00e0 antropologica e culturale, sull&#8217;onda<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[265],"class_list":["post-27200","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-virtu"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27200","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27200"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27200\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27200"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27200"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27200"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}