{"id":27173,"date":"2018-04-16T04:45:00","date_gmt":"2018-04-16T04:45:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/04\/16\/modernita-bisogno-di-sicurezza-e-gusto-del-rischio\/"},"modified":"2018-04-16T04:45:00","modified_gmt":"2018-04-16T04:45:00","slug":"modernita-bisogno-di-sicurezza-e-gusto-del-rischio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/04\/16\/modernita-bisogno-di-sicurezza-e-gusto-del-rischio\/","title":{"rendered":"Modernit\u00e0: bisogno di sicurezza e gusto del rischio"},"content":{"rendered":"<p>I bisogni sono anche, per ci\u00f2 stesso, dei diritti? Prendiamo il caso della sicurezza: \u00e8 nell&#8217;istinto degli esser umani il bisogno di sentirsi al scuro. Ci\u00f2 promuove automaticamente quel bisogno al rango di un diritto? Il diritto \u00e8 un bisogno che \u00e8 stato riconosciuto come legittimo dalla societ\u00e0 e, di conseguenza, garantito, nel senso che la societ\u00e0 si impegna a farlo rispettare e adotta le misure e le strategie che a ci\u00f2 sono necessarie. Esiste, pertanto, un ragionevole diritto alla sicurezza? Per rispondere a questa domanda, riteniamo che sia indispensabile operare un distinzione preliminare fra veri bisogni e bisogni artificiali. I veri bisogni sono quelli dei quali l&#8217;essere umano non pu\u00f2 fare a meno, ai quali non potrebbe rinunziare senza pregiudicare se stesso e la propria sopravvivenza. Ora, nessuno pu\u00f2 essere costretto a pregiudicare la propria sopravvivenza; se ci\u00f2, in casi particolarissimi, pu\u00f2 venirgli richiesto, si configura comunque non come un obbligo ma come una richiesta e, quindi, come una libera scelta. Nessuno chiese ai cartaginesi di sacrificarsi fino all&#8217;ultimo uomo, al termine della terza guerra punica, n\u00e9 ai berlinesi di farsi uccidere tutti, allorch\u00e9 i sovietici irruppero nella capitale tedesca: vi sono momenti e situazioni nei quali il cittadino sente spontaneamente di dover sacrificare tutto, anche la vita, per un bene collettivo di ordine superiore, che coincide con un imperativo morale pi\u00f9 che con una pretesa, pi\u00f9 o meno forzata ed arbitraria, delle pubbliche autorit\u00e0. D&#8217;altra parte, una delle caratteristiche essenziali della modernit\u00e0 &#8211; forse addirittura la sua\u00a0caratteristica essenziale &#8211; \u00e8 proprio la mescolanza e la confusione deliberata che si opera fra i veri bisogni e quelli artificiali, creati dal sistema pubblicitario e mediatico per alimentare la legge incessante dell&#8217;offerta e del consumo: mescolanza talmente sistematica e talmente inestricabile che l&#8217;uomo stesso, il soggetto dei propri bisogni, stenta alquanto a riconoscere quelli veri da quelli non veri. Il meccanismo consumista \u00e8 fatto e studiato in maniera tale che un numero crescente di persone si auto-convince di non poter fare a meno della soddisfazione di una serie di bisogni che, in realt\u00e0, non sono tali, bens\u00ec capricci passeggeri e perfettamente futili. Al tempo stesso, l&#8217;ignoranza di se stessi \u00e8 talmente profonda, che non pochi finiscono per non saper pi\u00f9 &quot;leggere&quot; e riconoscere i bisogni veri che il loro essere reclama, sicch\u00e9 li trascurano o perfino li ignorano: con lo stupefacente risultato che si vedono persone le quali, prive del necessario, inseguono il superfluo, e, mentre si negano l&#8217;essenziale, pretendono di concedersi molte cose superflue. Potremmo anzi dire che questo strano spettacolo fa parte del paesaggio umano abituale della nostra societ\u00e0: ed \u00e8 strano solo se guardato con gli occhi del paradigma precedente, quello pre-moderno, fondato sulla sobriet\u00e0 e, quindi, sulla soddisfazione dei bisogni veri, e di quelli soltanto; mentre nel paradigma attuale, fondato sullo spreco, la cosa appare come assolutamente naturale. La lingua moderna ha perfino creato una parola truffa che svolge la funzione di occultare la natura futile e inautentica dei bisogni artificiali: tale parola \u00e8 <em>esigenza<\/em>. Quando qualcuno incomincia a parlare delle proprie\u00a0<em>esigenze<\/em>, si pu\u00f2 esser certi che vuole auto-convincersi che i suoi capricci sono delle cose molto serie, dei bisogni perfettamente autentici e, quindi, perfettamente legittimi, che nessuno ha il diritto di contrastare o limitare, perch\u00e9 ne andrebbe &#8211; niente di meno &#8211; della sua realizzazione come persona. E chi potr\u00e0 essere mai cos\u00ec crudele, cos\u00ec ottuso, cos\u00ec reazionario, da voler deliberatamente ostacolare la realizzazione del signor X o della signorina Y? Non sia mai. Anche se ci sarebbe un bel discorso da fare proprio sul concetto del &quot;realizzarsi&quot;, che \u00e8 divenuto sorgente, anch&#8217;esso, di molte e volute ambiguit\u00e0 (quante cose sembrano chiare ed evidenti, nella cultura moderna, che invece, guardate da vicino, non sono n\u00e9 chiare, n\u00e9 evidenti!); ma la cosa ci porterebbe troppo lontano, per cui lo faremo, semmai, un&#8217;altra volta.<\/p>\n<p>Ora possiamo domandarci se il bisogno di sicurezza sia un bisogno vero e, perci\u00f2, se si configuri, in linea di massima, come un diritto sociale. Diciamo<em>\u00a0in linea di massima<\/em>, perch\u00e9 dal riconoscimento di un autentico bisogno non scaturisce necessariamente un diritto sociale. Per esempio, se in una famiglia molto povera ci sono, poniamo, dieci bocche da sfamare, ma sul tavolo c&#8217;\u00e8 pane solamente per tre o quattro, il bisogno di nutrirsi, che \u00e8 un bisogno vero, perch\u00e9 assolutamente primario, deve arrendersi davanti a un triste dato di fatto: non c&#8217;\u00e8 pane a sufficienza per tutti; e, siccome coi fatti non si deve mai litigare, ecco che il diritto al pane scivola &#8211; purtroppo, in quel caso &#8211; nel limbo dei meri desideri. Non \u00e8 superfluo ricordare questo fatto, e cio\u00e8 che a ciascun bisogno non sempre corrisponde, di necessit\u00e0, il corrispondente diritto, perch\u00e9 una delle ragioni dello stato di perenne sofferenza e frustrazione in cui versa la societ\u00e0 moderna, e anche la psicologia dell&#8217;uomo moderno, \u00e8 l&#8217;aspettativa irrealistica, e la relativa pretesa, di veder prontamente non solo riconosciuto, ma anche soddisfatto ogni singolo bisogno; mentre la realt\u00e0 ci insegna che la possibilit\u00e0 di soddisfare i bisogni, anche i pi\u00f9 legittimi, non scaturisce dal nulla, non \u00e8 una conseguenza meccanica e necessaria di una legge o di una volont\u00e0 espressa dal corpo sociale, ed \u00e8 sempre limitata, parziale, imperfetta, anche se l&#8217;ambito delle sue possibilit\u00e0 dipende da svariati fattori di ordine pratico e organizzativo, oltre che morale e culturale, ed \u00e8 quindi suscettibile di ampliarsi o restringersi, a seconda delle circostanze storiche.\u00a0<\/p>\n<p>Dunque, ci vogliamo chiedere se il bisogno di sicurezza sia un bisogno vero e quindi se si possa configurare anche come un diritto. Considerandolo attentamente, finiremo, crediamo, per cogliere la sua natura ambigua e difficilmente afferrabile. Da un lato, stentiamo a riconoscerlo come un bisogno essenziale, nel senso in cui lo sono la soddisfazione della fame, della sete o della stanchezza, perch\u00e9 l&#8217;uomo non potrebbe vivere a lungo senza bere, senza nutrirsi e senza riposare per ritemprare le forze, e tuttavia osserviamo che molti uomini, se costretti, riescono a sopravvivere anche nel caso di una pressoch\u00e9 totale mancanza di sicurezza. I sopravvissuti di un naufragio, su di un&#8217;isola deserta e selvaggia; gli abitanti di una citt\u00e0 assediata e continuamente bombardata, i quali, quando escono dai rifugi antiaerei, non sanno neppure se ritroveranno le loro case, le loro strade, i loro quartieri; le persone che hanno improvvisamente perso il lavoro, o che sono state inaspettatamente lasciate dal marito o dalla moglie, o quelle che vengono colpite da una grave e fulminea malattia: tutti costoro si trovano gettati in situazioni di precariet\u00e0, angoscia, insicurezza, in seguito al venir meno delle normali coordinate della loro vita precedente. In pratica, l&#8217;essere umano si sente sicuro, relativamente e ragionevolmente sicuro, quando pu\u00f2 fare affidamento su una serie di sicurezze fondamentali: di ritrovare la propria casa quando torna dal lavoro; di ritrovare le persone care; di ritrovare il proprio lavoro, il mattino dopo; di sapere che il mondo, fra qualche ora o fra cinque minuti, sar\u00e0 lo stesso di sempre, lo stesso che egli conosce e al quale si \u00e8 abituato. L&#8217;aria stralunata delle persone che sopravvivono a un violento terremoto, o a un crudele bombardamento aereo; l&#8217;aria stravolta dei sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki si spiega, oltre che con la sofferenza fisica e morale, anche con lo <em>shock<\/em> psicologico di chi ha fatto la brutale scoperta che nulla, nella vita, \u00e8 realmente garantito una volta per tutte: neppure l&#8217;esistenza fisica di una citt\u00e0, o di una montagna, o del corso di un fiume; ma che tutto, da un momento all&#8217;altro, potrebbe essere cancellato, spostato, radicalmente modificato.<\/p>\n<p>Appare perci\u00f2 evidente che noi tutti abbiamo, istintivamente, un profondo bisogno di sicurezza; ma, nello stesso tempo, che potremmo adattarci anche a vivere in assenza delle pi\u00f9 elementari sicurezze, se vi fossimo costretti. Pertanto \u00e8 inevitabile concludere che la sicurezza \u00e8 un desiderio, pi\u00f9 che un bisogno: se si trattasse di un vero bisogno, non potremmo vivere senza poterlo soddisfarle, impazziremmo o moriremmo. Un essere umano non pu\u00f2 vivere senza cibo e senza sonno, ma pu\u00f2 vivere nella pi\u00f9 grande insicurezza: vive male, senza alcun dubbio, ma vive. Ora, sono proprio queste le condizioni nelle quali si trova a dover vivere, sempre pi\u00f9 spesso, l&#8217;uomo moderno: e non per effetto di circostanze particolari ed eccezionali, ma per effetto di circostanze ordinarie e abituali. Potremmo anzi affermare che uno dei caratteri specifici della modernit\u00e0 \u00e8 proprio l&#8217;abituale e sistematica mancanza di sicurezza, dovuta sia alla scomparsa dei vecchi punti di riferimento (e questo \u00e8 tipico di ogni nuovo paradigma rispetto a quello che lo ha preceduto), sia alla sua stessa organizzazione materiale, tecnologica e produttiva. Esplicite o implicite, le regole della societ\u00e0 moderna prevedono che un lavoratore non abbia affatto la sicurezza di conservare il proprio lavoro, ma di poterlo perdere in qualsiasi momento, e non per sua colpa, magari all&#8217;et\u00e0 di quaranta o cinquanta anni; oppure che un pensionato, dopo una vita di lavoro, possa perdere tutti i suoi risparmi, non per una sua particolare imprudenza, ma per una operazione d&#8217;investimento sbagliata da parte della sua banca, alla quale aveva affidato il suo denaro. Questi sono solo due esempi, ma potremmo farne moltissimi altri, a cominciare da quelli afferenti la sfera pi\u00f9 preziosa e immediata della nostra vita: l&#8217;incolumit\u00e0 fisica. Nella societ\u00e0 moderna, il fatto che una comitiva di 200 pensionati, di ritorno da una settimana di vacanze ai Caraibi &#8211; il sogno di tutta la loro vita &#8211; precipiti con l&#8217;aereo e che periscano tutti; il fatto che le persone, quando escono di casa al mattino, non abbiano la certezza di tornare alla sera, perch\u00e9 potrebbero perire di una morte violenta, stritolate sotto le ruote di un autotreno, o dilaniate dalle schegge di un ordigno (si pensi agli attentati di mafia), o uccise da un rapinatore ottenebrato da sostanze stupefacenti, o da un terrorista, o da un pazzo dimesso con troppa leggerezza da una struttura psichiatrica, tutto questo \u00e8 entrato a far parte del nostro normale (si fa per dire) orizzonte psicologico ed esistenziale. A rigore, ogni volta che usciamo di casa e salutiamo nostra madre o nostra moglie, dovremmo pensare che quella, forse, \u00e8 l&#8217;ultima volta che le vediamo, e ci\u00f2 non solo se il nostro Paese si trova coinvolto in una guerra, o se \u00e8 colpito da qualche catastrofe naturale, ma anche in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi, in assenza di segnali d&#8217;allarme di alcun tipo. E che dire di un bambino che in casa sua, a pochi metri dai suoi genitori, bene al caldo e al riparo da ogni spiffero d&#8217;aria, navigando su internet pu\u00f2 essere ipnotizzato e risucchiato in un gioco elettronico che lo rende dipendente e gli provoca danni psicologici assai gravi, o, peggio ancora, pu\u00f2 trovarsi irretito in un rapporto morboso e, forse, mortale, con qualche spietato pedofilo dalle tendenze sadiche, che si cela dietro il volto fittizio di un &quot;amico&quot; in un social network? Tutta la vita moderna si \u00e8 fatta pericolosa, perch\u00e9\u00a0 il pericolo \u00e8 diventato parte integrante di essa, sia in senso fisico che in senso psicologico e morale. Attenzione: un certo grado di precariet\u00e0 e d&#8217;insicurezza ha sempre connotato l&#8217;esistenza umana, anche nelle societ\u00e0 pi\u00f9 stabili e bene organizzate; ma il tratto distintivo di quella moderna \u00e8 dato dalla precariet\u00e0 eretta a norma ineludibile. Di pi\u00f9: la precariet\u00e0, e quindi la relativa insicurezza, sono diventate un valore; un valore alla rovescia, ma pur sempre un valore. Nietzsche, in un celebre aforisma, esaltava la vita &quot;pericolosa&quot;, cos\u00ec come Marinetti, nel\u00a0<em>Manifesto del Futurism<\/em>o, esaltava il gusto del pericolo: concetti che ritornano continuamente nel cinema, nella letteratura e nei testi delle canzoni dei nostri giorni. L&#8217;uomo moderno da un lato \u00e8 angustiato, nevrotizzato, atterrito dalla mancanza di sicurezza in cui si svolge la sua vita, al punto da non voler pi\u00f9 fare figli per non gettarli in un simile incubo; dall&#8217;altro, forse per reagire, forse per assuefazione, incomincia a provare il gusto dell&#8217;insicurezza, e s&#8217;inventa sempre nuove maniere di mettere a repentaglio la propria vita, ad esempio con gli sport pericolosi. Gettandosi da un aereo a quattromila metri di quota e poi aprendo il paracadute solo all&#8217;ultimo momento, in modo da provare le sensazioni di colui che pare destinato a sfracellarsi, egli, probabilmente, non solo vuole esorcizzare la paura della morte, ma vuole anche sentirsi vivo, riaffermare i diritti della vita in un contesto che la mette continuamente in forse, che la offende, la minaccia, la mortifica. Al livello estremo di questo atteggiamento di protesta contro l&#8217;insicurezza e contro la morte, troviamo lo &quot;sport&quot; della<em>\u00a0roulette<\/em>\u00a0russa, come si vede nel film\u00a0<em>Il cacciatore<\/em>, di Michael Cimino, dove un reduce dal Vietnam gioca la propria vita accettando scommesse sulla probabilit\u00e0 che il prossimo proiettile della sua pistola, inserito a caso nel tamburo, gli trapasser\u00e0 il cervello, oppure no.<\/p>\n<p>Il problema fondamentale dell&#8217;uomo moderno \u00e8 che egli ha scordato chi \u00e8; o forse non lo ha mai saputo. Dante sapeva chi era, ma gi\u00e0 Petrarca non lo sapeva pi\u00f9; con Pirandello, arriviamo alla frammentazione e alla totale dissoluzione dell&#8217;io: ciascuno \u00e8 se se stesso, centomila altri e, alla fine, nessuno. Egli pertanto deve decidere se vuole giocare col rischio o se vuole recuperare il proprio bisogno di sicurezza e trasformarlo, se non in un diritto, il che sarebbe velleitario, in una legittima aspirazione, da perseguire con impegno e coerenza. Per esempio, mettere su una famiglia significa trasmettere ai suoi componenti, e specialmente ai bambini, quel senso di protezione che viene dalla ragionevole sicurezza di non essere piantati in asso. Un genitore non pu\u00f2 promettere a suo figlio: <em>Tu non morirai<\/em>, e neppure: <em>Io non morir\u00f2<\/em>, ma pu\u00f2 promettergli: <em>Fino a quando sar\u00f2 in vita, non ti lascer\u00f2 solo<\/em>. \u00c8 di questa sicurezza che noi tutti abbiamo <em>bisogno<\/em>. E questo, s\u00ec, \u00e8 un bisogno vero&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I bisogni sono anche, per ci\u00f2 stesso, dei diritti? Prendiamo il caso della sicurezza: \u00e8 nell&#8217;istinto degli esser umani il bisogno di sentirsi al scuro. 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