{"id":27159,"date":"2008-12-06T05:09:00","date_gmt":"2008-12-06T05:09:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/12\/06\/il-decollo-delleconomia-friulana-un-compromesso-riuscito-fra-tradizione-e-modernizzazione\/"},"modified":"2008-12-06T05:09:00","modified_gmt":"2008-12-06T05:09:00","slug":"il-decollo-delleconomia-friulana-un-compromesso-riuscito-fra-tradizione-e-modernizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/12\/06\/il-decollo-delleconomia-friulana-un-compromesso-riuscito-fra-tradizione-e-modernizzazione\/","title":{"rendered":"Il decollo dell&#8217;economia friulana: un compromesso riuscito fra tradizione e modernizzazione?"},"content":{"rendered":"<p>Per certi aspetti, e relativamente alla situazione generale dell&#8217;Italia e di molte altre parti d&#8217;Europa e del mondo, lo sviluppo economico del Friuli dopo la seconda guerra mondiale \u00e8 stato eccezionalmente fortunato, perch\u00e9 sembra essere riuscito a coniugare, in misura apprezzabile, i fattori della modernizzazione con quelli della tradizione.<\/p>\n<p>Insomma, uno sviluppo a misura d&#8217;uomo, che non ha prodotto gli scempi edilizi e, pi\u00f9 ancora, le devastazioni sociali e culturali che ha prodotto, invece, in altre zone meno fortunate, anche del Nord Italia. Uno sviluppo che \u00e8 stato tutto opera dei Friulani stessi &#8211; questo piccolo popolo fiero ed energico, ma anche sobrio e riservato -, i quali hanno saputo realizzare un modello di sviluppo industriale decentrato, basato sulla valorizzazione delle tradizionali attivit\u00e0 artigianali, l\u00e0 dove esse si trovavano, ossia su una rete diffusa nel territorio e non attorno a pochi, grandi poli industriali (con l&#8217;eccezione di Pordenone da un lato, di Monfalcone dall&#8217;altro). E, quel che pi\u00f9 conta, uno sviluppo che \u00e8 stato realizzato mediante un ricambio della classe imprenditoriale locale, che ha sostituito la vecchia classe borghese per mezzo del lavoro, dell&#8217;intelligenza e dell&#8217;inventiva di una nuova classe di piccoli e medi imprenditori di estrazione popolare.<\/p>\n<p>I finanziamenti pubblici hanno certamente contribuito a tutto questo, ma non sono stati il fattore determinante. Il fattore determinante, probabilmente, \u00e8 stata la disponibilit\u00e0, da parte di quasi tutte le famiglie contadine, a sobbarcarsi il pane amaro dell&#8217;emigrazione fino ai primi anni Sessanta, per alleggerire la pressione demografica sulle magre risorse locali e per contribuire, con le rimesse dall&#8217;estero di valuta pregiata, alla conservazione della casa e del podere e, in un secondo tempo, all&#8217;avvio di una modesta, ma abile e coscienziosa attivit\u00e0 imprenditoriale.<\/p>\n<p>Chi non ha visto com&#8217;era il Friuli sino agli anni Cinquanta, non pu\u00f2 misurare l&#8217;enorme balzo in avanti compiuto dalla sua economia, in gran parte con le sue forze, che nemmeno il durissimo colpo del terremoto del 1976 \u00e8 riuscito a incrinare.<\/p>\n<p>Fino agli anni Cinquanta, il Friuli era una delle regioni pi\u00f9 povere d&#8217;Italia: in base alle statistiche, il reddito pro capite era nettamente al di sotto della media nazionale. Fin dal 1870 era stato una terra di emigrazione; e nel 1945, dopo le distruzioni della guerra, l&#8217;emigrazione riprese su vasta scala, anche verso i Paesi pi\u00f9 lontani come il Canada, l&#8217;Argentina e l&#8217;Australia.<\/p>\n<p>Solo poco alla volta, con il delinearsi della Comunit\u00e0 Europea del ferro e dell&#8217;acciaio, l&#8217;emigrazione friulana cominci\u00f2 a dirigersi prevalentemente verso i Paesi europei; e solo verso la fine degli anni Sessanta essa cess\u00f2 quasi completamente, mentre gran parte dell&#8217;ultima generazione di emigranti faceva ritorno a casa.<\/p>\n<p>Il \u00abmal dal mad\u00f2n\u00bb, il \u00abmale del mattone\u00bb, \u00e8 sempre stata una delle caratteristiche dell&#8217;emigrante friulano: appena messo da parte un certo capitale, tornare a casa e tirare su una nuova casa, pulita e dignitosa, o ristrutturare adeguatamente la casa dei genitori o dei nonni: ma comunque, tornare, perch\u00e9 la propria terra e la propria famiglia sono al centro del mondo affettivo e culturale del Friulano, di qualunque et\u00e0 e di qualunque estrazione sociale.<\/p>\n<p>Alla met\u00e0 degli ani Settanta, dunque &#8211; e a dispetto del terremoto &#8211; il Friuli era gi\u00e0 arrivata nel gruppo delle regioni italiane a pi\u00f9 alto reddito, e da allora vi \u00e8 sempre rimasto. Tutto questo, dicevamo, i Friulani lo hanno realizzato in gran parte da soli (\u00abdi bessoi\u00bb, come dicono loro) e possono andarne giustamente fieri. Tanto pi\u00f9 che sono riusciti a non deturpare il paesaggio pi\u00f9 dello stretto necessario, a non imbruttire la periferia di Udine o di Gorizia con i soliti, orrendi palazzoni di cemento, a non sfigurare il volto dei paesi con troppe villette a schiera o centri commerciali, n\u00e9 quello delle campagne, con un eccesso di superstrade, svincoli automobilistici, cavalcavia e rotatorie d&#8217;ogni tipo e dimensione, pur sviluppando un ottimo sistema di comunicazioni (con l&#8217;eccezione dell&#8217;asse Udine-Treviso, che \u00e8 ancora la vecchia, inadeguata Pontebbana).<\/p>\n<p>Qui non \u00e8 accaduto quello che si \u00e8 visto, ad esempio, nell&#8217;<em>hinterland<\/em> milanese, come gi\u00e0 all&#8217;inizio degli anni Sessanta cantava Celentano ne \u00abIl ragazzo della Via Gluck\u00bb: il cemento non ha cancellato la campagna, quasi da un giorno all&#8217;altro, per effetto di una industrializzazione selvaggia e indiscriminata.<\/p>\n<p>Qualche anno fa, mi \u00e8 capitato di passare, tornando da Aquileia, vicino a un minuscolo borgo in cui avevo passato un periodo felice dell&#8217;infanzia: Ronchiettis, frazione di Santa Maria La Longa, immerso nel verde dei vigneti e dei campi di granturco della bassa Pianura Friulana.<\/p>\n<p>Santa Maria La Longa, probabilmente, \u00e8 un nome che dice qualcosa a chi ha letto le poesie di Ungaretti, della raccolta \u00abL&#8217;allegria\u00bb, perch\u00e9 l\u00ec il poeta le scrisse e le dat\u00f2 da quel paesotto; ad esempio, \u00abSolitudine\u00bb e la famosissima \u00abMattinata\u00bb (con quei due versi sublimi: \u00abM&#8217;illumino \/ d&#8217;immenso\u00bb, entrambe del 26 gennaio 1917.<\/p>\n<p>Ma Ronchiettis, chi mai la conosce, fuori del Friuli? Un villaggio simile al Rio Bo di Palazzeschi: quattro case, una minuscola chiesa, una piazzetta su cui si affaccia l&#8217;unico esercizio pubblico: una vecchia osteria. Quando la conobbi, non l&#8217;avranno abitato pi\u00f9 di un centinaio di persone, a farla grande: e solo perch\u00e9, mezzo secolo fa, le famiglie contadine erano ancora assai numerose e piene di bambini e ragazzetti.<\/p>\n<p>Il pane lo portava un garzone, al mattino, facendo il giro delle case, mentre il latte delle stalle faceva il percorso inverso, fino alla latteria comunale, situata nel capoluogo; il pesce, al venerd\u00ec, lo portava una venditrice ambulante: e, per tutto il resto, gambe in spalla (o bicicletta), bisognava andare a Santa Maria, anche per gli acquisti pi\u00f9 minuti.<\/p>\n<p>Un mondo a parte. La sera del sabato, in osteria, gli uomini bevevano il \u00abtajut\u00bb (taglietto, equivalente all&#8217;\u00abombra\u00bb dei Trevigiani) guardando un po&#8217; di televisione all&#8217;osteria, dove c&#8217;era l&#8217;unico apparecchio televisivo &#8211; allora con il solo primo canale &#8211; e l&#8217;unico telefono; i bambini, se tutto andava bene, potevano acquistare un po&#8217; di mandorlato, che faceva bella mostra di s\u00e9, nelle bocce di vetro sul bancone.<\/p>\n<p>Poi, la domenica mattina, tutti vestiti a festa, in chiesa per la messa (col prete, che, ovviamente, veniva dal capoluogo): perch\u00e9 il contadino friulano non scherza di certo in quanto a bestemmie durante tutta la settimana, ma il giorno del Signore non si perderebbe la messa per niente al mondo. Come diceva il buon padre Turoldo, per lui anche la bestemmia, probabilmente, \u00e8 un modo di parlare con Dio, magari un po&#8217; sopra le righe; tuttavia esprime pur sempre una forma di religiosit\u00e0, quantunque degradata dall&#8217;ignoranza e dalla miseria. Ma chiss\u00e0, forse il buon Dio non guarda poi tanto a queste cose, ma ad altre, pi\u00f9 rivelatrici della vita morale.<\/p>\n<p>C&#8217;era, s\u00ec &#8211; qua e l\u00e0 &#8211; qualche avvisaglia della verghiana \u00abfiumana del progresso\u00bb che ormai stava per battere alle porte. Quella benedetta autostrada, per esempio, che doveva passare proprio in mezzo ai campi del nonno, e con la sua grigia striscia di serpe e con le barriere ai due lati tagliava quella magnifica distesa verde, dove lo sguardo, prima, correva ininterrotto sino all&#8217;estremo orizzonte. Ma insomma, il rimborso per l&#8217;esproprio c&#8217;era stato, bene o male; e poi, come si poteva pensare a fermare quei segni di modernit\u00e0?<\/p>\n<p>Bene, tutto questo accadeva quasi cinquant&#8217;anni fa. Ma adesso, mi chiedevo passando non lontano con la macchina, chiss\u00e0 come sar\u00e0 cambiata la mia cara Ronchiettis?<\/p>\n<p>Detto fatto, presi la deviazione sulla sinistra e mi trovai, quasi di colpo, indietro di cinquant&#8217;anni. Tutto era come allora: identico. N\u00e9 una casa in pi\u00f9, n\u00e9 una in meno. La casa del nonno, la piazza, l&#8217;osteria: tutto come allora. I cortili, il filare di noccoli lungo la strada, il parco dietro la chiesetta: ogni cosa era rimasta come allora.<\/p>\n<p>Entrai nell&#8217;osteria: a parte l&#8217;arredamento, anch&#8217;essa sembrava essere rimasta uguale. In generale, l&#8217;unica cosa che si notava era che gli edifici erano stati ristrutturati, ridipinti; e i giardini, forse, un po&#8217; abbelliti: ma dettagli, in fondo.<\/p>\n<p>E tuttavia, non vi erano segni di una societ\u00e0 logora, stanca, ripiegata: si vedeva, si sentiva, si capiva che ogni cosa era rimasta uguale non per l&#8217;abbandono, la trascuratezza e la sciatteria degli abitanti, ma, al contrario, per il loro grande amore per la tradizione, per la propria terra, per le proprie radici. Si intuiva che molti avevano fatto i soldi, abbastanza per andarsene in citt\u00e0, se lo avessero voluto, o in qualunque altro luogo: ma no, avevano preferito rimanere (o ritornare), per amore di quel fazzoletto di terra.<\/p>\n<p>Probabilmente, molti lavoravano nelle fabbriche, nei negozi o nei servizi di qualche centro vicino. Forse qualche ragazzo frequentava l&#8217;universit\u00e0; ma non doveva pi\u00f9 andare, come una volta, fino a Padova o a Bologna, perch\u00e9 adesso c&#8217;era l&#8217;universit\u00e0 anche a Udine; e, cos\u00ec, non era pi\u00f9 necessario stare lontano da casa. Anzi, si poteva studiare e dare una mano nei lavori di casa e di quel po&#8217; di terra, contemporaneamente. Oppure andare in fabbrica e zappare un po&#8217; nell&#8217;orto, o potare il vigneto, nei fine settimana.<\/p>\n<p>Un popolo che ama davvero la sua terra fa cos\u00ec, se appena gli \u00e8 possibile. Altrimenti, se non vede l&#8217;ora di andarsene e di non tornare pi\u00f9, vuol dire che non l&#8217;ama, o che \u00e8 rimasto troppo amaramente deluso.<\/p>\n<p>Ora, vorrei sapere in quante altre parti d&#8217;Italia si pu\u00f2 verificare un caso simile: di tornare sui luoghi della propria infanzia, a distanza di decenni (e quali decenni: quelli del <em>boom<\/em> economico!), e ritrovarli pressoch\u00e9 intatti; e, al tempo stesso, vedere le case ben curate, le strade pulite, i campi coltivati con amore. Insomma, vedere che tutto \u00e8 rimasto uguale non per la miseria e la mancanza d&#8217;iniziativa; ma, al contrario, per una scelta consapevole da parte di chi ha spezzato definitivamente i duri lacci della povert\u00e0.<\/p>\n<p>Ebbene, non si tratta affatto di un caso, di una felice coincidenza. Un po&#8217; tutto il Friuli ha subito questo tipo di trasformazione; e, salvo eccezioni, \u00e8 riuscito &#8211; almeno sino a quindicina d&#8217;anni fa &#8211; a difendere la propria anima. A mettere d&#8217;accordo le ragioni della modernizzazione e quelle della tradizione, che qui \u00e8 rispettata e sentita ancora come qualcosa di vitale. Insomma, a sposare il diavolo con l&#8217;acqua santa.<\/p>\n<p>Un&#8217;isola felice, dunque?<\/p>\n<p>Verrebbe quasi da pensarlo. Tuttavia, pur con tutto l&#8217;affetto che la propria terra natale sempre merita, questo quadretto \u00e8 stato un po&#8217; troppo decantato &#8211; come anche, con poche varianti, quello del vicino Veneto, insieme al quale, e al Trentino-Alto Adige, avrebbe realizzato il cosiddetto \u00abmiracolo del Nord-est\u00bb.<\/p>\n<p>I Friulani devono guardarsi dall&#8217;antico vizio dell&#8217;orgoglio e della mania dell&#8217;autosufficienza: se \u00e8 vero che hanno saputo valorizzare al massimo le proprie risorse, sia naturali che umane, \u00e8 anche vero che non hanno fatto proprio tutto \u00abdi bessoi\u00bb.<\/p>\n<p>I finanziamenti statali e regionali, dopo l&#8217;istituzione della regione a statuto speciale, hanno dato una spinta importante al decollo dell&#8217;economia. E la solidariet\u00e0 nazionale \u00e8 stata visibile e commovente, all&#8217;epoca del terremoto del 1976: sia quella istituzionale, sia quella della societ\u00e0 civile, con migliaia di giovani volontari che vennero da ogni parte d&#8217;Italia per aiutare a smuovere le macerie, a dare una mano nel momento pi\u00f9 duro, fra il sisma del giugno e quello del settembre&#8230;<\/p>\n<p>No, non hanno fatto tutto da soli, i Friulani.<\/p>\n<p>\u00c8 vero, piuttosto, che hanno saputo fare buon uso degli aiuti statali, cosa che non \u00e8 accaduta in altre regioni colpite da analoghe catastrofi. In Friuli, a pochi anni di distanza, le ferite del sisma erano gi\u00e0 quasi cicatrizzate: le fabbriche ricostruite, le case, tirate su di nuovo dov&#8217;erano prima, ma con solidi criteri antisismici. E, poco a poco, anche le opere d&#8217;arte, le chiese, i palazzi storici, sono stati ricostruiti pure quelli: sempre in maniera molto rispettosa della loro struttura originaria.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 avvenuto perch\u00e9 la classe dirigente friulana, bisogna dargliene atto, non ha fatto quello che hanno fatto le classi dirigenti siciliana o napoletana, dopo i terremoti del Belice e dell&#8217;Irpinia: ha usato, cio\u00e8, onestamente del denaro pubblico. Forse neanche uno spicciolo si \u00e8 perso per strada: una cosa che dovrebbe essere normale, specialmente in simili circostanze, ma che in altre parti d&#8217;Italia, evidentemente, non lo \u00e8. \u00c8 normale in Svizzera, in Austria, in Germania. E i Friulani, storicamente e culturalmente, sono molto pi\u00f9 vicini agli <em>standard<\/em> della vecchia Mitteleuropa, che non a quelli dell&#8217;area mediterranea. Ci\u00f2 sia detto senza la bench\u00e9 minima punta di razzismo: \u00e8 un fatto, attestato dalla storia; e non si litiga con i fatti.<\/p>\n<p>Certo, ci\u00f2 pu\u00f2 suonare irritante ad orecchi particolarmente sensibili al richiamo dell&#8217;ideologia. Siccome la classe dirigente friulana \u00e8 stata, per cinquant&#8217;anni, principalmente democristiana (pur con caratteristiche e peculiarit\u00e0 locali non trascurabili); e siccome, se ci\u00f2 non bastasse, il clero ha sempre avuto in Friuli una forte presa nell&#8217;ambito sociale e culturale, piacerebbe poter dire &#8211; se si ha una formazione ideologica di sinistra &#8211; tutto il male possibile dell&#8217;una e dell&#8217;altro.<\/p>\n<p>Invece non \u00e8 possibile e, se si \u00e8 onesti intellettualmente, bisogna riconoscere che questi democristiani e questi preti hanno governato il Friuli in modo impeccabile, che piacciano o che non piacciano le loro idee politiche e religiose; o, quanto meno, che non hanno ostacolato troppo le energie migliori del popolo che hanno avuto in sorte di amministrare.<\/p>\n<p>Certo, alcune cose si potevano fare meglio: l&#8217;universit\u00e0 di Udine, per esempio, bisognava proprio aspettare cos\u00ec tanto per vederla realizzata?<\/p>\n<p>Per\u00f2, quando si d\u00e0 un giudizio storico, non bisogna mai fare i confronti con quello che si sarebbe potuto fare, se prima non li si \u00e8 fatti con ci\u00f2 che hanno realizzato, in condizioni equivalenti, altri gruppi dirigenti. E allora, vedendo il duplice scempio &#8211; sociale e ambientale &#8211; che hanno fatto le classi dirigenti (o meglio, dominanti) di altre parte d&#8217;Italia, e non solo del Mezzogiorno, bisogna avere l&#8217;onest\u00e0 di ammettere che quella friulana non \u00e8 stata indegna della fiducia che i concittadini le hanno accordato per un cos\u00ec lungo arco di tempo.<\/p>\n<p>Tutto bene, allora?<\/p>\n<p>Non proprio. Stavamo dicendo che, a decantare gli aspetti postivi del modello di sviluppo industriale friulano, si rischia di cadere nell&#8217;agiografia o, peggio, nella cartolina; si rischia di perdere di vista i problemi, le contraddizioni, nonch\u00e9 le nubi scure che avanzano dal futuro, e che non sono se non l&#8217;esito naturale di quanto \u00e8 stato fatto negli ultimi decenni.<\/p>\n<p>E i Friulani hanno bisogno di sentirsi dire anche alcune rudi verit\u00e0, altrimenti si lasciano ubriacare dai (meritati) complimenti, e smarriscono il senso della misura.<\/p>\n<p>Succede cos\u00ec, di solito, alle persone timide, oneste e laboriose: che, se si montano un po&#8217; la testa (o se gliela montano le eccessive lodi altrui), passano il segno e trasformano in difetti le proprie qualit\u00e0. La laboriosit\u00e0 diviene ossessione produttiva; l&#8217;onest\u00e0, una medaglia da appendere al petto, magari campando di rendita; perfino la timidezza, in una maniera che sgomenta, diviene il suo opposto, una aggressivit\u00e0 sfrenata e petulante.<\/p>\n<p>Dunque, \u00e8 meglio che a riportarli con i piedi per terra sia qualcuno che vuol loro bene, piuttosto che qualcuno che vuol loro male o che li considera indifferenti: perch\u00e9 la critica che nasce dall&#8217;amore \u00e8 sempre costruttiva, anche se pu\u00f2 talvolta apparire pungente<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Tuttavia, prima di passare alla fase della critica, ci piace riportare un passo significativo di uno studio di Carlo Tullio Altan sulla trasformazione subita dall&#8217;economia friulana fra il 1945 e l&#8217;inizio degli anni Ottanta (qui si ferma la sua indagine; ma, negli ultimi venti o trent&#8217;anni, ne sono successe di cose, e non tutte buone e belle).<\/p>\n<p>Carlo Tullio Altan \u00e8 uno studioso di antropologia culturale, nato a San Vito al Tagliamento nel 1916 e scomparso abbastanza recentemente, nel 2005. Dopo essersi occupato di storia delle religioni e di etnologia comparata, sotto l&#8217;influsso di Benedetto Croce, si \u00e8 sempre pi\u00f9 orientato verso l&#8217;antropologia culturale, terminando la sua brillante carriera accademica come professore emerito presso l&#8217;Universit\u00e0 di Trieste.<\/p>\n<p>Il quadro che egli delinea delle trasformazioni non solo economiche, ma anche sociali e culturali, verificatesi in Friuli dopo la fine della seconda guerra mondiale, pur essendo sostanzialmente esatto e scrupolosamente documentato con cifre e percentuali statistiche, ha il limite &#8211; secondo noi &#8211; di presentare, appunto, un quadretto un po&#8217; troppo agiografico, un po&#8217; troppo compiaciuto della societ\u00e0 friulana, pur essendo ben comprensibile l&#8217;orgoglio di chi, trovandosi a condividere l&#8217;arretratezza di una delle regioni italiane pi\u00f9 povere nel 1945, ha poi visto la propria gente rimboccarsi le maniche e realizzare un progresso veramente notevole, con intelligenza e tanta buona volont\u00e0; grazie anche (come abbiamo accennato) a una altissima mobilit\u00e0 sociale.<\/p>\n<p>In Friuli, la figura del bravo artigiano che subentra al padrone dell&#8217;azienda, la rinnova, la amplia e la fa prosperare, creando nuovi posti di lavoro e nuovo benessere, \u00e8 stata tutt&#8217;altro che rara a partire dagli anni Cinquanta; anzi, vorremmo dire che \u00e8 stata caratteristica. E probabilmente lo \u00e8 ancora. E questo ex dipendente, divenuto imprenditore per ragioni unicamente di merito, in genere ha saputo preservare i valori tradizionali della propria societ\u00e0: quello della famiglia in primo luogo, ma anche quello dell&#8217;ambiente; e ci\u00f2 spiega il fatto che questa nuova classe dirigente non ha devastato, in maniera puramente parassitaria e coloniale, l&#8217;esistente, ma ha saputo coniugare l&#8217;esistente con le esigenze pi\u00f9 valide della modernizzazione (e non con tutte indiscriminatamente; almeno sino a qualche anno fa).<\/p>\n<p>Scrive Carlo Tullio Altan nel suo pregevole volume \u00abUdine in Friuli\u00bb (Udine, Casamassima Editore, 1982, pp. 273-78):<\/p>\n<p>\u00abLe condizioni economiche del Friuli alla fine della guerra [ossia la seconda guerra mondiale] apparvero in tutta la loro precariet\u00e0. Ai mali tradizionali si erano aggiunti quelli provocati dagli eventi bellici. 44 comuni erano stati colpiti duramente dai bombardamenti alleati o della devastazione delle rappresaglie naziste; 2.474 case erano state distrutte, assieme a 2.163 stalle, con un totale di 23.000 persone che avevano perduto del tutto o in parte i loro beni. A questi danni materiali si aggiungevano quelli umani, costituiti dalla deportazione di 50.000 persone e dai 26.000 caduti in guerra. L&#8217;inflazione aveva fatto salire i prezzi assai pi\u00f9 degli stipendi e dei salari, e la macchina produttiva inceppata aveva privato del lavoro 50.000 persone. Nella sola citt\u00e0 di Udine si contavano nel 1947, 5.000 disoccupati su 74.000 abitanti.<\/p>\n<p>Il fallimento delle lotte contadine del 1947-49 fu seguito dal riacutizzarsi del fenomeno tradizionale dell&#8217;emigrazione. Secondo i dati del censimento del 1951 la popolazione della provincia di Udine ammontava a 795.569 abitanti e i dati risultati all&#8217;Ente Friuli nel Mondo, segnalerebbero in quello stesso periodo la presenza all&#8217;estero di mezzo milione di persone emigrate dal 1871 in poi, senza ritorno. In una prima fase del processo migratorio di questo secondo dopoguerra si produsse un modesto flusso di emigranti diretto in Argentina, Venezuela, Brasile e in Canada, e in proporzioni minori negli Stati Uniti e in Uruguay, e poi in crescente misura in Australia. Ma ben presto l&#8217;inizio del decollo economico dell&#8217;Europa attrasse gli emigranti friulani verso i paesi europei e verso le regioni italiane del triangolo industriale. A questo punto il fenomeno migratorio diventa una chiave di lettura di quei pi\u00f9 complessi processi di ristrutturazione e di sviluppo del sistema produttivo, che vennero mutando radicalmente la fisionomia della Patria [espressione che, in Friuli, indica non l&#8217;Italia, ma il Friuli stesso] nel corso dei trent&#8217;anni che seguirono.<\/p>\n<p>Alcune recenti indagini su questo problema hanno recato un contributo importante per chiarire i meccanismi del processo di trasformazione della societ\u00e0 friulana in quel periodo. Questo processo pu\u00f2 essere distinto in tre fasi. La prima prende le mosse dalla conclusione della guerra, nel 1945, e termina nel 1957, ed \u00e8 una fase nella quale si pongono le premesse di quello che accadr\u00e0 in seguito, la seconda, dal 1958 al 1968, segna l&#8217;inizio di uno sviluppo originale dell&#8217;economia della Patria, e la terza, dal 1969 ad oggi (1982), rappresenta la fase del consolidamento del nuovo equilibrio raggiunto dalla societ\u00e0 friulana.<\/p>\n<p>La prima fase fu caratterizzata, dal 1951 in poi, da un intenso flusso di emigranti, soprattutto dalle zone del Friuli centrale, assai pi\u00f9 che dai territori isontini e giuliani; un&#8217;emigrazione che all&#8217;inizio venne determinata dalle condizioni di miseria della popolazione rurale,; un&#8217;emigrazione coatta e senza chiare prospettive di ritorno, ma che, gradatamente, venne mutando natura, per assumere quella di un&#8217;emigrazione temporanea, dopo un pi\u00f9 o meno lungo periodo di residenza all&#8217;estero. In quello stesso tempo venne progettato per il Friuli un processo di rilancio dell&#8217;economia locale secondo il modello dello sviluppo industriale urbano, accentrato attorno a poli cittadini, fondato sulle medie e grandi imprese, quale era gi\u00e0 stato realizzato nell&#8217;et\u00e0 precedente nei territori giuliani e isontini, con Monfalcone e Trieste al centro. Questo modello, salvo nel pordenonese, ebbe scarso successo un Friuli, dove si mantennero attive invece diverse piccole imprese locali, di tipo artigiano, che permettevano una duplice attivit\u00e0 lavorativa, quella dell&#8217;officina associandosi ad una modesta attivit\u00e0 agricola. Si trattava di una micro-imprenditoria con scarso investimento di capitali, che manteneva in essere le condizioni generali dell&#8217;economia rurale. Il resto della popolazione poteva sopravvivere, in gran parte, grazie all&#8217;integrazione del modesto reddito agricolo con le rimesse di una o di pi\u00f9 persone emigrate, mantenendo le famiglie la propriet\u00e0 della casa, della stalla e di un piccolo fondo di terreno. Si conservava cos\u00ec anche il tipo di famiglia estesa tradizionale, con parte dei componenti che vivevano sulla propriet\u00e0, e parte erano emigrati in cerca di un lavoro. Il reddito esterno realizzati con l&#8217;emigrazione veniva investito in gran parte nella ristrutturazione della casa e, se possibile, nell&#8217;acquisto di un fondo agricolo, i prezzi dei terreni mantenendosi in questo periodo ancora ad un livello accessibile. L&#8217;emigrazione serv\u00ec inoltre ad accogliere l&#8217;eccesso di manodopera agricola, in un momento nel quale ancora non si era fatto sentire quel processo di sviluppo che avrebbe caratterizzato le fasi seguenti, e l&#8217;industria edilizia locale, incentivata in una certa misura dai capitali degli emigranti, pot\u00e9 assorbire una parte delle forze di lavoro eccedenti le esigenze dell&#8217;agricoltura.<\/p>\n<p>La seconda fase, che va dal 1958 al 1969, vide iniziarsi il processo di sviluppo industriale friulano vero e proprio. Questo si scosta decisamente dal modello industriale urbano accentrato, e si dispiega partendo in larga misura dalle zone rurali, attraverso l&#8217;accrescimento delle dimensioni aziendali delle imprese artigianali esistenti, le quali mantengono la loro collocazione decentrata sul territorio, avviandosi verso le dimensioni della media impresa, che tende a sua volta a diventare il tipo predominante a scapito di quelle minime artigianali e di quelle grandi. Questo sviluppo accrebbe la domanda di lavoro sul mercato, che si avvi\u00f2 alla situazione di equilibrio. L&#8217;imprenditoria di origine locale, molto spesso nata dall&#8217;antico humus artigianale, prevalse nettamente in Friuli su quella di provenienza esterna, che aveva caratterizzato l&#8217;industrializzazione di tipo urbano accentrato delle zone giuliane. L&#8217;occupazione agricola calava di pari passo col crescere di quella industriale, alimentando ancora un flusso, tuttavia decrescente, di emigrazione, cui faceva riscontro un crescente ritmo di rientri, mentre cess\u00f2 del tutto in questo periodo quella definitiva. Di fronte a questo processo di sviluppo, si notava a questo punto un momento di stasi e di crisi nel modello industriale urbano delle zone isontine e giuliane. Il tessuto demografico delle zone friulane di esodo si mantenne intatto, attraverso la permanenza del nucleo familiare sul territorio e lo spopolamento venne vitato, nel mentre si rinnovava il patrimonio edilizio del Friuli. Si salvava con questo anche la tradizione culturale contadina friulana, nei suoi valori essenziali, assieme ai tradizionali modi di vita.<\/p>\n<p>La terza fase, che si apr\u00ec nel 1969, vide consolidarsi il processo gi\u00e0 delineatosi nella seconda, e le tragiche vicende del terremoto del 1976 non ne alterarono l&#8217;andamento, il quale venne in una certa misura incrementato dalle esigenze della ricostruzione. Le industrie mantennero e svilupparono la loro struttura decentrata, interessando le maggiori un gran numero di piccole e piccolissime, cui vennero affidate parti delle lavorazioni, e si produssero aree di specializzazione produttiva che sfruttavano un patrimonio di esperienze locali tradizionali nel campo della lavorazione del legno, del cuoio e della piccola metallurgia. L&#8217;equilibrio fra domanda e offerta di lavoro fu pienamente raggiunto, e si produsse un flusso massiccio di rientri dall&#8217;emigrazione, che si mantenne solo nella forma attuale di un&#8217;emigrazione di tecnici altamente remunerarti. Il capitale esterno, che si era allontanato nella prima fase dello sviluppo industriale urbano accentrato che non aveva avuto successo, rientr\u00f2 sul mercato locale, ma scelse anch&#8217;esso la forma di investimento decentrato in unit\u00e0 di produzione collocate sul territorio, seguendo la topografia degli insediamenti rurali tradizionali, che mantennero la loro integrit\u00e0, attraverso una forte intensificazione del lavoro agricolo e industriale combinati fra loro. Il livello di qualificazione professionale della manodopera sub\u00ec un netto incremento, mentre si allargava il settore del terziario, tipico delle economie ad alto livello di sviluppo. La fascia a pi\u00f9 intenso tasso di industrializzazione fu quella del medio Friuli, dove pi\u00f9 intenso era stato il flusso migratorio, fin dal XIX secolo, e nella quale sono presenti con maggiore frequenza di altrove le capacit\u00e0 imprenditoriali.<\/p>\n<p>In questo quadro di sviluppo industriale la societ\u00e0 rurale mantiene attualmente una posizione subordinata ma essenziale. Le aziende agricole inferiori ai 5 ettari erano ancora nel 1960, 54.700 e cio\u00e8 il 56,2% del totale, e nel 1970 le famiglie rurali rappresentavano il 43,6% del totale delle famiglie friulane, mentre il 74,4 per cento della propriet\u00e0 fondiaria rurale \u00e8 stata, almeno in una sua parte, ereditata dagli attuali titolari. Gli elementi fondamentali della societ\u00e0 tradizionale sono quindi rimasti vivi, integrandosi in modo positivo nell&#8217;equilibrio generale, Solo le proporzioni della presenza delle attivit\u00e0 economiche che vi erano connesse si modificano profondamente. Nel 1951 l&#8217;agricoltura concorreva col 26,1 per cento alla formazione del reddito in Friuli, e le attivit\u00e0 industriali col 33,0 per cento; nel 1976 l&#8217;industria vi concorreva col 45,3 per cento, e le attivit\u00e0 agricole col 7,3 per cento, fornendo cio\u00e8 solo quell&#8217;integrazione al reddito industriale, che permette l&#8217;esistenza di unit\u00e0 familiari viventi sul territorio in modo indipendente, in case e su fondi di loro propriet\u00e0, combinando il lavoro industriale dei membri giovani e prevalentemente di sesso maschile, con quello agricolo delle generazioni pi\u00f9 anziane conviventi, e di una buona parte delle donne giovani. Questa unit\u00e0 familiari produttive di reddito misto tendono a collaborare fra di loro positivamente, creando una rete di interessi comuni e di rapporti preferenziali, su base parentale, nelle operazioni di scambio di lavoro contro servizi, o contro prodotti della terra, senza necessit\u00e0 di una mediazione monetaria. Si scambiano cio\u00e8 ore di lavoro contro foraggio per la stalla o contro l&#8217;uso di macchine agricole, fra famiglie o gruppo di famiglie, in una forma di cooperazione spontanea.<\/p>\n<p>Il prodotto lordo pro capite in Friuli \u00e8 passato cos\u00ec dal 79,0 per cento della media nazionale nel 1951, al 115,5 per cento nel 1981, collocandolo nel gruppo di testa delle regioni a pi\u00f9 alto reddito in Italia. Il sistema produttivo risultante presenta un carattere particolarmente flessibile, e capace di reagire agli sbalzi della congiuntura economica in modo meno drammatico dei sistemi fondati sul modello della grande industria accentrata urbana. Ma ci\u00f2 che \u00e8 forse ancor pi\u00f9 importante sul piano antropologico \u00e8 il fatto che questa trasformazione non ha prodotto guasti nel tessuto sociale, paragonabili a quelli che si sono verificati nei fenomeni di industrializzazione selvaggia delle aree metropolitane, mantenendo in essere una buona misura di vita comunitaria.<\/p>\n<p>Questo nuovo equilibrio ha creato nuove categorie sociali che ne sono state al tempo stesso le artefici e il prodotto. Il nuovo operaio friulano, passato attraverso il filtro dell&#8217;emigrazione, \u00e8 pi\u00f9 vicino, come stile di vita e come mentalit\u00e0, alla figura del borghese rurale, che non a quella dell&#8217;operaio di fabbrica o del contadino. Si \u00e8 formata una vasta categoria di lavoratori con alto grado di specializzazione, anche se le motivazioni che hanno indotto all&#8217;emigrazione e poi al rientro, non sono state tanto quelle dell&#8217;ascesa sociale in termini professionali, quanto quelle della ricerca di maggior sicurezza, nel quadro di una vita tradizionale vissuta come valore positivo. La vecchia e ristretta classe imprenditoriale borghese friulana, che nel chiuso dell&#8217;economia del XIX e della prima met\u00e0 del XX secolo, aveva contribuito ben poco alo sviluppo economico del paese, \u00e8 stata sostituita da una nuova, di origine prevalentemente artigiana e popolare, dotata di notevole spirito di iniziativa, associato ad una grande capacit\u00e0 di lavoro, e con una mentalit\u00e0 vicina a quella dei lavoratori, con i quali i rapporti sono in genere meno conflittuali che altrove.<\/p>\n<p>I fattori di questo originale modello di sviluppo erano in gran parte presenti nella societ\u00e0 friulana anche prima del decollo. \u00c8 la loro combinazione in un certo modo, a costituire la novit\u00e0. In primo luogo il territorio, e il suo antichissimo sistema di insediamenti dispersi, e di piccole unit\u00e0 cittadine, si \u00e8 prestato molto bene quale supporto dell&#8217;attivit\u00e0 industriale decentrata. Fra i due centri maggiori, Udine e Pordenone, e i piccoli insediamenti locali, fino alle case sparse, si \u00e8 formata una rete di centri intermedi, sui 5 o 10.000 abitanti, che danno struttura al nuovo assetto urbanistico, assumendo una loro precisa funzione di centri periferici di servizi e di attivit\u00e0 commerciali. Questo sistema ha fornito al decentramento delle industrie lo spazio adeguato, favorito da una fitta rete stradale, che rende possibili gli spostamenti pendolari e breve raggio dei lavoratori, che sono tipici di questo sistema in Friuli, data la vicinanza fra l&#8217;abitazione e il posto di lavoro. Le capacit\u00e0 artigianali diffuse, che sono testimoniate dalle descrizioni del passato, (&#8230;) erano pure una caratteristica della societ\u00e0 tradizionale, ed hanno fornito il terreno di cultura nel quale si sono formati molti dei nuovi imprenditori. L&#8217;emigrazione \u00e8 stata (&#8230;) una realt\u00e0 tradizionale. Nelle nuove circostanze, si pu\u00f2 dire che sena la sua azione nelle diverse fasi dello sviluppo (sfogo delle forze di lavoro esuberanti, in un primo momento; fonte di accumulazione del risparmio, poi investito in case e terreni, quindi nello sviluppo edilizio successivamente; acquisizione di competenze professionali e di esperienze di vita in ambienti industriali; e finalmente offerta di lavoro qualificata nella fase di espansione finale), questo si sarebbe bloccato in partenza, prima per eccesso e poi per difetto di forza lavoro. La concezione di vita che pone al centro la famiglia, pur dando valore ai rapporti sociali pi\u00f9 vasti, e permettendo una buona misura di cooperazione, nell&#8217;antico spirito della vicinia, \u00e8 servita bene come quadro nel quale integrare la vita delle famiglie nell&#8217;attivit\u00e0 del lavoro industriale decentrato.<\/p>\n<p>Accanto a questi elementi della tradizione, recuperati nel nuovo equilibrio, altri nuovi fattori sono entrati nella combinazione. La saturazione nello sviluppo delle grandi concentrazioni industriali nel triangolo del nord-ovest della pianura padana, ha fatto rifluire verso la periferia, e quindi anche in Friuli, nuove iniziative industriali decentrate. L&#8217;allargamento del marcato nazionale e internazionale ha fornito lo sbocco per una accresciuta produzione industriale, che il Friuli non avrebbe potuto assorbire. La distensione internazionale ha favorito la patria, collocata in un punto nevralgico dello scacchiere europeo, nei suoi rapporti con i Paesi dell&#8217;Est. Lo statuto regionale, varato nel 1963, ha dato un notevole contributo sul piano finanziario ai processi di sviluppo, nonostante che il piano elaborato nel 1967 per guidare lo sviluppo friulano redatto secondo il modello urbano industriale accentrato, quando era gi\u00e0 in pieno corso quel diverso processo di sviluppo decentrato che si \u00e8 descritto, abbia servito ben poco. La classe politica cattolica ha avuto una sua precisa funzione in questa circostanza. Gi\u00e0 dalla fine del XIX secolo aveva cominciato a farsi sentire l&#8217;azione dei cattolici friulani nella vita economica delle campagne, con le numerose, per quel tempo, iniziative di tipo mutualistico, cooperativo, e di piccolo credito rurale, mostrando una attenzione particolare per i concreti problemi economici della societ\u00e0 contadina. Questo atteggiamento pragmatico torn\u00f2 a manifestarsi nel secondo dopoguerra come attenzione concreta per i problemi economici e sociali dei piccoli proprietari agricoli e coltivatori diretti, in una prospettiva relativamente poco ideologizzata. Il fatto che questa categoria sociale, attraverso l&#8217;azione combinata dei fattori che si sono detti, si convert\u00ec per una parte nell&#8217;elemento sociale portante, sia sul piano del capitale, che su quello del lavoro, del nuovo sistema industriale decentrato friulano, indusse le forze cattoliche, che l&#8217;avevano messa al centro della loro attenzione politica, a seguirne, entro certi limiti, l&#8217;evoluzione, e, disponendo dell&#8217;assoluta maggioranza nel governo regionale a statuto speciale, a favorirne le sorti con una politica di finanziamento capillare a pioggia, al di fuori degli schemi del piano, la quale, bench\u00e9 fosse apparentemente irrazionale, fin\u00ec per risultare tuttavia funzionale a quel particolare tipo di sviluppo che si era prodotto spontaneamente, sulla base di una miriade di iniziative individuali. Lo statuto regionale risult\u00f2 cos\u00ec di notevole importanza, nel contribuire al conseguimento del nuovo equilibrio economico-sociale.\u00bb<\/p>\n<p>Dicevamo pi\u00f9 sopra che il quadro delineato da Altan \u00e8 assolutamente esatto; ma, al tempo stesso &#8211; e specialmente per un non Friulano &#8211; che esso pu\u00f2 risultare un po&#8217; fuorviante, non per quello che dice, ma per quello che non dice; o, piuttosto, perch\u00e9 un approccio antropologico-culturale pu\u00f2 talvolta lasciare fuori dal quadro elementi sociali ed umani che, pure, sono tutt&#8217;altro che irrilevanti.<\/p>\n<p>In questo senso, quello che ci accingiamo a dire non vuole essere una critica (semmai, una integrazione) al quadro delineato da Altan, che \u00e8 stato uno studioso serio e onesto, ma, semmai, una critica a un approccio esclusivamente esterno, per cos\u00ec dire, ai problemi relativi a un processo di trasformazione economica e, quindi, socioculturale, come quello vissuto dal Friuli fra il 1945 e i primi anni Ottanta.<\/p>\n<p>Partiamo da uno dei primi elementi messi in luce da Altan: l&#8217;emigrazione del secondo dopoguerra. Egli afferma che, nel complesso, essa svolse un ruolo doppiamente benefico, da un lato diminuendo le bocche da sfamare, dall&#8217;altro fornendo le rimesse degli emigrati quali strumenti per la creazione di un piccolo capitale familiare. Fa notare, inoltre, che le maestranze emigrate poterono arricchire la propria competenza professionale e disporre cos\u00ec, al momento del rientro, di un patrimonio di esperienze e di nuove abilit\u00e0, che si sarebbero rivelate utilissime per lo sviluppo della propria regione.<\/p>\n<p>Detta cos\u00ec, sembra quasi che l&#8217;emigrazione sia stata poco meno che una benedizione del Cielo; mentre essa ha avuto dei costi umani e morali pesantissimi. \u00c8 vero che la tradizionale struttura familiare della gente friulana non ne ha risentito, perch\u00e9 nella maggior parte dei casi, le famiglie hanno finito per riunirsi, appunto negli anni dello sviluppo e del benessere; e ci\u00f2 grazie ai forti vincoli spirituali che le hanno sempre tenute unite, anche quando erano materialmente divise e disperse (coi marito o coi figli, per esempio, impegnati nella costruzione di Ushuaia, nella Terra del Fuoco: la citt\u00e0 pi\u00f9 vicina al Polo Sud).<\/p>\n<p>Inoltre, non \u00e8 vero che tutti o quasi tutti sono potuti ritornare, presto o tardi, nei paesi d&#8217;origine. S\u00ec, quasi tutti sono potuti rientrare in Friuli, se lo hanno voluto: ma alcuni paesi delle vallate alpine non si sono pi\u00f9 ripresi dall&#8217;emigrazione massiccia, e sono stati abbandonati per sempre. Tale, in particolare, \u00e8 stato il destino di alcuni paesi delle vallate delle Prealpi Carniche: guarda caso, proprio quelli geograficamente pi\u00f9 vicini a un grande polo industriale, quello di Pordenone: segno che il modello di sviluppo urbano accentrato \u00e8 stato, in buona misura, poco felice (come sottolineato dallo stesso Altan).<\/p>\n<p>Ci sono stati paesi, come Palcoda o san Vincenzo, che sono stati abbandonati per sempre, e ora la vegetazione spontanea li ricopre malinconicamente; e ce ne sono altri, come Redona, che sono abitati solo da pochissimi anziani, e che d&#8217;inverno si svuotano pressoch\u00e9 interamente. Non tutta la montagna friulana ha subito questo destino; ma una parte, s\u00ec.<\/p>\n<p>Passiamo a un alto punto.<\/p>\n<p>Nel saggio di Altan, si afferma che il ritorno degli emigrati, nella fase che va dal 1958 al 1968, consent\u00ec di salvare il tessuto demografico originario e, al tempo stesso, di rinnovare il patrimonio edilizio, incentivando al tempo stesso l&#8217;industria edilizia e creando nuovi posti di lavoro. Si dice anche che la tradizione culturale contadina venne salvata, il che \u00e8, forse, un po&#8217; eccessivo.<\/p>\n<p>La tradizione culturale contadina non si pu\u00f2 salvare in un processo di industrializzazione dell&#8217;agricoltura, anche se tale processo viene gestito in maniera che l&#8217;industria e l&#8217;agricoltura si integrino reciprocamente, non solo a livello di reddito, ma anche di competenze territoriali e di processi di lavorazione.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che lo sviluppo industriale uccide inesorabilmente la tradizione culturale contadina, ovunque e dovunque. Presentare le cose diversamente, significa confezionare una bella leggenda, ma sostanzialmente infondata. Certo vi \u00e8 modo e modo di morire: e la civilt\u00e0 contadina friulana \u00e8 morta, cos\u00ec come tutte le altre civilt\u00e0 contadine d&#8217;Italia e d&#8217;Europa, ma in modo meno straziante e, forse, meno offensivo che in altre regioni.<\/p>\n<p>Morta la civilt\u00e0 contadina &#8211; il che \u00e8 avvenuto entro la prima met\u00e0 degli anni Settanta, al massimo -, \u00e8 difficile parlare di preservazione della tradizione contadina. Che cosa si intende con questa espressione? Pu\u00f2 una tradizione contadina sopravvivere alla civilt\u00e0 che l&#8217;ha originata? \u00c8 un po&#8217; difficile sostenerlo, pur con tutta la buona volont\u00e0 di credere alle favole.<\/p>\n<p>Alcuni Friulani credono ancora alle favole; il che, di per s\u00e9, non \u00e8 necessariamente una brutta cosa; tutt&#8217;altro. Ma ci sono favole e favole. Inoltre, ci sono favole nelle quali si crede in buona fede, e altre in cui si crede con cattiva coscienza o, per meglio dire, alle quali si finge solamente di credere, per coprire interessi meno nobili.<\/p>\n<p>Ci sono persone che hanno chiesto e ottenuto ingenti finanziamenti pubblici per ristrutturare un rustico e che invece, con quei soldi, si sono fatte la villetta in campagna. Sono, magari, le stesse persone che parlano tanto di friulanit\u00e0 e che, in qualche strana circonvoluzione del loro cervello, s&#8217;immaginano anche di essere benemerite della patria del Friuli, perch\u00e9 contribuiscono a tenere viva la tradizione culturale contadina. I furboni non stanno solo a Napoli e a Roma; ci sono anche all&#8217;ombra del \u00abciscjel (castello) di Udin\u00bb.<\/p>\n<p>Parliamoci chiaro. Quando una regione realizza uno sviluppo di tipo industriale, anche l&#8217;agricoltura si industrializza: e la civilt\u00e0 contadina muore, puramente e semplicemente. Cos\u00ec \u00e8 successo in Friuli come nel resto d&#8217;Italia e d&#8217;Europa, fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta; e, alla met\u00e0 di questi ultimi, era ormai bella e defunta. Certo, l&#8217;abbiamo detto, c&#8217;\u00e8 modo e modo di morire. La morte della civilt\u00e0 contadina friulana, a paragone di quella di altre regioni, non \u00e8 stata delle peggiori; al contrario, ha avuto una sua dignit\u00e0. Ne abbiamo dato atto alla classe dirigente friulana, e non pensiamo affatto di rimangiarci quanto gi\u00e0 detto in proposito.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 darsi che qualche bella fontana di paese o di quartiere, rimossa per le esigenze della modernizzazione e, in particolare, della viabilit\u00e0, sia finita nel giardino di qualche assessore o di qualche impresario di pochi scrupoli; sospettiamo, senza averne le prove, che episodi del genere siano accaduti: ma, paragonati alle razzie di altre classi dirigenti in altre parti d&#8217;Italia, queste cose appaiono come semplici ragazzate.<\/p>\n<p>Del resto, non era spostando quelle fontane qualche metro pi\u00f9 in l\u00e0, per permettere alla nuova strada di passare, che si sarebbe salvata la civilt\u00e0 contadina. Quella, non la poteva salvare pi\u00f9 nessuno, nemmeno il Padreterno, una volta imboccata la strada dello sviluppo industriale.<\/p>\n<p>Per\u00f2 &#8211; a proposito di onest\u00e0 intellettuale &#8211; non si pu\u00f2 deprecare la piaga dell&#8217;emigrazione e, poi, piangere sui mali dell&#8217;industrializzazione; n\u00e9, dopo aver ricordato il dramma dello spopolamento della montagna, deprecare che non si sia salvata la civilt\u00e0 contadina, che quei paesi di montagna non era in grado di mantenere.<\/p>\n<p>Quello che non convince \u00e8 la pretesa che, in quegli anni, in Friuli, sia stata salvata anche la tradizione culturale contadina. Come \u00e8 possibile salvare una tradizione culturale contadina, dopo che la civilt\u00e0 da cui si \u00e8 originata, ha cessato di esistere? Non \u00e8 possibile: e bisogna avere la franchezza di ammetterlo. Altrimenti, pare che si voglia far credere &#8211; specialmente ai non Friulani &#8211; che in Friuli sia avvenuto un autentico miracolo: che si sia realizzato un processo rapidissimo di industrializzazione, che ha portato denaro e benessere; salvando, al tempo stesso, la tradizione contadina.<\/p>\n<p>Per carit\u00e0, non \u00e8 cos\u00ec. La tradizione contadina \u00e8 morta insieme alla civilt\u00e0 che l&#8217;ha messa al mondo; e non poteva essere altrimenti. Forse, nessuno ne ha colpa; forse: ma bisogna chiamare le cose con il loro nome e cognome.<\/p>\n<p>Senza contare che quella espressione, \u00absi rinnovava il patrimonio edilizio del Friuli\u00bb, pu\u00f2 essere fuorviante. Essa d\u00e0 l&#8217;idea di una cosa buona e bella; ma, in pratica, signific\u00f2 l&#8217;abbattimento di molti vecchi edifici che si sarebbero potuti salvare, e che erano cari al cuore del popolo. Questo rinnovamento del patrimonio edilizio non \u00e8 stato indolore; anche se &#8211; di nuovo, lo riconosciamo di buon grado &#8211; ha fatto in Friuli meno sconcezze che in tante altre parti d&#8217;Italia.<\/p>\n<p>In Friuli non si sono visti orrori urbanistici e architettonici come, ad esempio, i casermoni di cemento di Mestre Marghera; ma \u00e8 anche vero che, in Friuli, non si \u00e8 realizzato un polo chimico, in quattro e quattr&#8217;otto, a due passi da una grande citt\u00e0 storica. Merito della classe dirigente locale; merito di un po&#8217; di fortuna, e di qualche privilegio dovuto allo statuto speciale: d&#8217;accordo. Ma insomma, se \u00e8 vero che la ricostruzione del patrimonio edilizio poteva produrre cose anche peggiori, \u00e8 altrettanto vero che non \u00e8 andata gi\u00f9 con il guanto di velluto.<\/p>\n<p>Chi ha conosciuto Udine negli anni Cinquanta e chi l&#8217;ha visto solo due decenni dopo, non l&#8217;avrebbe facilmente riconosciuta. La copertura indiscriminata delle rogge era, forse, evitabile: ora \u00e8 possibile farsi un&#8217;idea delle cose belle che sono andate perdute solo inoltrandosi in una traversa di Riva Bartolini, in Via Molin Nascosto; o sbirciando dall&#8217;angolo fra Via Giovanni da Udine e Via Gemona. E anche la soppressione del \u00abtram bianco\u00bb per Tarcento e del \u00abtram verde\u00bb per San Daniele, molto cari alla cittadinanza, non era &#8211; forse &#8211; necessaria.<\/p>\n<p>Passatismo, nostalgie reazionarie, antimodernit\u00e0 ad ogni costo? Pu\u00f2 darsi.<\/p>\n<p>Ma, se si vuole che i luoghi conservino la propria anima, bisogna pensarci su dieci volte, venti volte, prima di decidere l&#8217;abbattimento anche di un solo edificio, il taglio anche di un solo albero. Cos\u00ec si frena il progresso? Forse: ma il progresso non \u00e8 mica una forza del destino: siamo noi che decidiamo dove andare, come andarci, e con quali tempi e ritmi; e salvando che cosa del passato, e rinunciando &#8211; eventualmente &#8211; a che cosa del presente. Non tutto il presente \u00e8 accettabile; e non tutto il futuro immediato \u00e8 degno di essere divinizzato.<\/p>\n<p>S\u00ec, lo ripetiamo: a volte basta il taglio di un albero, per strappare via l&#8217;anima di un luogo.<\/p>\n<p>Udine non \u00e8 pi\u00f9 Udine, da quando \u00e8 stato abbattuto il secolare platano di Via Zanon. Generazioni di udinesi hanno fatto la spesa nelle bancarelle sotto l&#8217;ombra amica dei suoi immensi palchi; e, adesso che il gigante non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9, qualcosa di insostituibile se ne \u00e8 andata via con lui, e non ritorner\u00e0 mai pi\u00f9 in riva alla roggia.<\/p>\n<p>Un&#8217;ultima osservazione vogliamo fare &#8211; ma sarebbero ancora tante, tantissime le cose da dire &#8211; a proposito dell&#8217;operaio friulano che, come stile di vita e come mentalit\u00e0, sarebbe pi\u00f9 vicino alla figura del borghese rurale, che non a quella dell&#8217;operaio di fabbrica o del contadino.<\/p>\n<p>Se ci si riferisce alla figura dell&#8217;ex contadino divenuto operaio, ma che continua a dedicarsi all&#8217;agricoltura come attivit\u00e0 secondaria, con l&#8217;aiuto della famiglia, quale fonte di reddito sussidiaria (una figura tipica degli anni del <em>boom<\/em> anche nel vicino Trevigiano e, in genere, nel Veneto \u00abdi terraferma\u00bb), allora bisogna dire che la rappresentazione anzidetta pecca un tantino di ottimismo, per non dire di leziosit\u00e0.<\/p>\n<p>Il contadino che va a lavorare in fabbrica, ma che continua a mantenere e a lavorare qualche campo di terra e, magari, qualche animale nella stalla, \u00e8 destinato a perdere, s\u00ec, la mentalit\u00e0 e lo stile di vita originario, ma quello che elabora non \u00e8 propriamente dei pi\u00f9 felici: un amalgama disarmonico, in cui non di rado emergono i tratti meno simpatici di entrambe le culture, quella rurale e quella operaia.<\/p>\n<p>In genere, ai valori portanti tradizionali &#8211; famiglia e luogo natio &#8211; si sovrappongono i modelli consumistici importati dall&#8217;ambiente cittadino. E, se \u00e8 vero che l&#8217;ambiente urbano, in Friuli, non ha mai assunto gli aspetti degenerativi propri delle grandi citt\u00e0 industriali, \u00e8 anche vero che la mentalit\u00e0 dell&#8217;ex contadino divenuto operaio tende comunque a sostituire, nella propria gerarchia di valori, il guadagno e la possibilit\u00e0 di esibire il proprio avanzamento sociale a quelli nutriti in precedenza.<\/p>\n<p>Il lavoro, beninteso, resta un grande valore, ma ormai quasi soltanto in senso strumentale: lavorare sempre di pi\u00f9, per poter guadagnare sempre di pi\u00f9. Difficile uscire da un simile giro vizioso.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, l&#8217;analisi di Carlo Tullio Altan si ferma all&#8217;inizio degli anni Ottanta, quando certe debolezze, insite nel modello di sviluppo decentrato (ad esempio, la difficolt\u00e0 di conciliare la competitivit\u00e0 delle imprese con la loro struttura medio-piccola o decisamente piccola) non erano ancora chiaramente emerse.<\/p>\n<p>Del pari, non si erano ancora manifestati fenomeni di portata generale, quali la immigrazione massiccia di lavoratori e di intere famiglie dall&#8217;Europa dell&#8217;est, dall&#8217;Africa, dal Vicino Oriente e da altre zone dell&#8217;Asia e dell&#8217;America Latina, con tutto ci\u00f2 che essa ha comportato sia dal punto di vista economico-sociale, sia da quello culturale. L&#8217;Unione Sovietica non si era ancora dissolta e dall&#8217;Ucraina, dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dalla Polonia, dalla Romania e dai Balcani non si erano ancora messe in movimento centinaia di migliaia, di persone, attratte dalla prospettiva di un lavoro e di una sistemazione, a volte temporanea, pi\u00f9 spesso definitiva, nel Nord-est dell&#8217;Italia, Friuli compreso.<\/p>\n<p>Collegato con la massiccia immigrazione straniera, attirata dalle piccole aziende del Friuli, ma ovviamente dovuta anche a molti altri fattori, si \u00e8 diffusa, dagli anni Ottanta in poi, una crescente insicurezza sociale, dovuta al moltiplicarsi di fenomeni di criminalit\u00e0, sia individuale (si pensi al tristemente noto \u00abUnabomber\u00bb) che organizzata, spesso con caratteristiche di violenza gratuita cui nessuno, in Friuli, era abituato, sfatando il mito di una piccola oasi felice ai margini di un&#8217;Italia imbarbarita e in preda al disordine totale.<\/p>\n<p>N\u00e9 si era ancora manifestato il fenomeno politico della Lega Nord. Il Friuli si baloccava ancora, attraverso il Movimento Friuli, con l&#8217;idea di un ripristino, almeno in senso linguistico e culturale, della \u00abPiciule Patrie\u00bb, della piccola Patria: quella dell&#8217;antico patriarcato di Aquileia, annesso nel 1420 dai Veneziani e rimasto nella memoria di molti Friulani come un ricordo carico di nostalgia. Ma poi \u00e8 arrivato l&#8217;apparentamento con la Liga Veneta (erede dei conquistatori veneziani!) e, in seguito, con la Lega Nord, risultante dalla fusione di Lega Lombarda e Liga Veneta: e non si \u00e8 pensato pi\u00f9 tanto ai bei tempi andati dello stato patriarchino e alla specificit\u00e0 nazionale del popolo friulano, ma agli interessi economici da difendere contro la rapacit\u00e0 di \u00abRoma ladrona\u00bb; sebbene Roma, nel caso del Friuli (come delle altre regioni a statuto speciale) fosse stata, una volta tanto, ben poco ladrona quanto, piuttosto, una vera e propria mucca da mungere.<\/p>\n<p>Infine, la recessione ormai conclamata, che ha colpito l&#8217;economia italiana, non ha certo risparmiato questa ex isola felice che, se mai \u00e8 stata tale, certo lo \u00e8 stata in tempi ormai trascorsi per sempre. E, se la struttura dello sviluppo industriale diffuso sul territorio e basato sulla media e piccola impresa possiede, senza dubbio, un maggior grado di flessibilit\u00e0 davanti alle situazioni di crisi economica, ci\u00f2 non significa certo che una regione come il Friuli possa chiamarsi fuori dai tempi bui che si annunciano, ormai a livello mondiale, specialmente dopo la crisi del sistema bancario internazionale.<\/p>\n<p>\u00abStarin a vi\u00f2di\u00bb: staremo a vedere.<\/p>\n<p>I Friulani non potranno fare \u00abdi bessoi\u00bb, come non lo fecero quando li colp\u00ec il disastroso terremoto del 1976: nel bene e nel male, sono legati all&#8217;Italia e all&#8217;Europa, specialmente a quella centro-orientale (la cosiddetta regione europea dell&#8217;Alpe-Adria).Chi vivr\u00e0, vedr\u00e0.<\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 certa.<\/p>\n<p>Qualunque modello economico basato sull&#8217;idea dello sviluppo illimitato &#8211; basato, cio\u00e8, non sulla produzione di beni e servizi reali, ma di merci o, peggio di titoli e azioni &#8211; deve affrontare, prima o poi, le contraddizioni inestricabili della sua filosofia di fondo: che non si d\u00e0 e non si pu\u00f2 dare alcuno sviluppo illimitato.<\/p>\n<p>Il modello sviluppista dell&#8217;economia friulana, fra il 1950 e il 1980, ha fatto meraviglie ed \u00e8 sembrato realizzare il miracolo di conciliare i vantaggi della modernit\u00e0 con gli aspetti positivi e irrinunciabili della tradizione.<\/p>\n<p>Ma era una pia illusione, e lo si sta vedendo ora.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che nessuno, in Europa &#8211; e nemmeno in Friuli &#8211; ha avuto abbastanza lungimiranza e abbastanza pazienza e coraggio, dopo la seconda guerra mondiale, da impostare le basi di un modello economico non sviluppista, ma basato su un equilibrio effettivo tra la produzione di beni e servizi &#8211; non di merci, che sono un&#8217;altra cosa &#8211; e le esigenze autentiche della popolazione, comprese quelle legate alla qualit\u00e0 della vita, alla tutela dell&#8217;ambiente, alla salvaguardia dei valori spirituali e morali.<\/p>\n<p>I quali non si misurano in termini economici e non si giudicano in sede di antropologia culturale, se non in maniera esteriore e un po&#8217; sdegnosetta; ma contano, eccome se contano, per conferire bellezza alla vita e per infondere speranza nelle giovani generazioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per certi aspetti, e relativamente alla situazione generale dell&#8217;Italia e di molte altre parti d&#8217;Europa e del mondo, lo sviluppo economico del Friuli dopo la seconda<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30149,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[59],"tags":[149,178,245,248],"class_list":["post-27159","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-economia","tag-friuli-venezia-giulia","tag-italia","tag-santi","tag-seconda-guerra-mondiale"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-economia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27159","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27159"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27159\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30149"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27159"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27159"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27159"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}