{"id":27137,"date":"2015-07-29T12:45:00","date_gmt":"2015-07-29T12:45:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/la-missione-delluomo-e-accogliere-lamore-di-dio\/"},"modified":"2015-07-29T12:45:00","modified_gmt":"2015-07-29T12:45:00","slug":"la-missione-delluomo-e-accogliere-lamore-di-dio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/la-missione-delluomo-e-accogliere-lamore-di-dio\/","title":{"rendered":"La missione dell&#8217;uomo \u00e8 accogliere l&#8217;amore di Dio"},"content":{"rendered":"<p>Qual \u00e8 la missione dell&#8217;uomo? E qual \u00e8 la missione dell&#8217;uomo nell&#8217;ordine sociale? E qual \u00e8, infine, la specifica missione del dotto, posto che ve ne sia una? Ci sembrano domande fondamentali, non solo per chi ama la ricerca filosofica, ma per qualsiasi essere umano, al fine di dare il giusto orientamento alla propria vita.<\/p>\n<p>Prendendo lo spunto dalle lezioni domenicali che Johan Gottlieb Fichte tenne, dopo l&#8217;ufficio divino, agli studenti dell&#8217;Universit\u00e0 di Jena, nell&#8217;estate del 1794 (mentre a Parigi le teste fioccavano come la grandine sotto la lama della ghigliottina, compresa quella di Robespierre), su questi temi, e servendoci, oltre che del testo del filosofo tedesco, della esposizione e del commento svolto su di esso dal bravo Battista Mondin, nella sua ingiustamente dimenticata, o sottovalutata, \u00abIntroduzione alla filosofia\u00bb (Milano, Editrice Massimo, 1974, pp. 302-319), proveremo a risollevare tali interrogativi e a fornire delle risposte.<\/p>\n<p>Ci scusiamo in anticipo con tutti quei filosofi analitici, con tutti quei logici &#8212; di Oxford e di ogni altro luogo dell&#8217;Orbe terracqueo -, con tutti quegli psicanalisti, con tutti quegli specialisti di ogni singola branca del sapere moderno (perch\u00e9 il vero sapere, s&#8217;intende, non pu\u00f2 essere che quello moderno, essendo ormai assodato che tutto quanto il pensiero umano ha prodotto prima dell&#8217;avvento della modernit\u00e0 non \u00e8 stato che uno sconnesso, puerile balbettio, oltretutto negativamente influenzato da assurde ubbie metafisiche, teologiche, religiose) se il nostro discorso, che si articoler\u00e0 nello spazio tre o quattro distinti interventi, avr\u00e0 un carattere deplorevolmente inadeguato sotto il punto di vista scientifico, vale a dire deplorevolmente inadeguato &quot;tout-court&quot;, visto e considerato che solo il sapere scientifico, anzi, solo il sapere scientifico &quot;moderno&quot;, galileiano e post-galileiano (cio\u00e8 razionalista, empirista, pragmatista, materialista, e via a seguire con tutti gli altri possibili &quot;-ismi&quot;) \u00e8 degno di essere considerato come uno strumento adeguato di conoscenza, o, per meglio dire, esso \u00e8 il solo ed unico adeguato strumento di conoscenza, di sapienza e di saggezza.<\/p>\n<p>Ma tant&#8217;\u00e8: siamo, e lo confessiamo volentieri, poco inclini a siffatta adorazione della modernit\u00e0 e poco arrendevoli alle sue pretese, nonch\u00e9 alle sue magnifiche sorti e progressive; ci accontentiamo, consapevoli della nostra pochezza e insufficienza, di cercare la verit\u00e0 con retta intenzione, lucido raziocinio ed animo aperto, sensibile, accogliente verso qualunque fattore del reale ci lasci sperare di carpire, o anche solo d&#8217;intuire o intravedere, qualche brandello di luce, nelle tenebre fitte della nostra &#8211; e sottolineiamo &quot;nostra&quot; &#8212; ignoranza; ignoranza che non tocca minimamente, come \u00e8 chiaro ed evidente, il secolo meraviglioso nel quale abbiamo l&#8217;incomparabile ed immeritata fortuna di essere nati.<\/p>\n<p>Partiamo dunque, dalle riflessioni svolte da Fichte in \u00abEinige Vorlesungen \u00fcber die Bestimmung des Gelehrten\u00bb (pubblicata inizialmente anonima), opera che segna il suo passaggio dal criticismo kantiano all&#8217;idealismo vero e proprio, per poi sviluppare il nostro punto di vista. Per il pensatore tedesco (i riferimenti testuali sono presi da Mondin, op. cit.), nell&#8217;uomo si distinguono un Io puro, che ne \u00e8 il principio spirituale, sovra individuale e assoluto, e un io empirico, che \u00e8 il &quot;qualche cosa&quot; in cui l&#8217;Io puro, concretamente, si manifesta e che, a sua volta, non pu\u00f2 esistere senza essere determinato dal non-io (ed ecco delinearsi la famosa triade dialettica, che verr\u00e0 ripresa poi anche da Hegel, per\u00f2 sostanzialmente modificata: essere, non essere, divenire).<\/p>\n<p>\u00abDicendo [&#8230;] che si vuol considerare l&#8217;uomo in se stesso e isolato, non si vuol intendere di considerarlo&#8230; semplicemente come Io puro, senza rapporto alcuno con nessuna cosa che sia estranea a questo suo Io puro. S&#8217;intender\u00e0 soltanto pensarlo fuori di ogni rapporto con esseri ragionevoli simili a lui (Fichte, pag. 79). [&#8230;]<\/p>\n<p>L&#8217;uomo deve essere ci\u00f2 che \u00e8 soltanto per questa ragione, che egli \u00e8. In altri termini, tutto ci\u00f2 che egli \u00e8, deve essere riferito al suo Io puro, al suo semplice essere come Io, o Iit\u00e0. Tutto ci\u00f2 che egli \u00e8, deve esserlo esclusivamente per questo, che egli \u00e8 un Io, e ci\u00f2 che egli non pu\u00f2 essere per questa sola ragione, egli non deve assolutamente essere (pp. 81-82). [&#8230;]<\/p>\n<p>[Dunque] agisci in modo che tu possa pensare la massima della tua volont\u00e0 come legge eterna per te (pag. 83). [&#8230;]<\/p>\n<p>[E la cultura] \u00e8 l&#8217;ultimo e pi\u00f9 alto mezzo per il fine ultimo dell&#8217;uomo, ossia, la sua perfetta coerenza con se medesimo (pag. 86). [&#8230;]<\/p>\n<p>[Il fine ultimo dell&#8217;uomo \u00e8 la perfezione, ossia] la perfetta coerenza dell&#8217;uomo con se stesso, e, appunto perch\u00e9 egli possa raggiungere questa coerenza, anche la perfetta coerenza di tutte le cose esterne a lui (con la sua volont\u00e0) (pag. 86). [&#8230;]<\/p>\n<p>[La felicit\u00e0 \u00e8 il fine ultimo, considerato come accordo fra le cose esterne e la nostra volont\u00e0, per cui la missione dell&#8217;uomo consiste nell&#8217;avvicinarsi all&#8217;infinito, perfezionandosi all&#8217;infinito.] Egli [ossia l&#8217;uomo] esiste per divenire egli stesso sempre moralmente migliore, e per rendere tutto ci\u00f2 che trova intorno a s\u00e9 migliore sensibilmente e anche&#8230; moralmente; e in questo modo fare se stesso sempre pi\u00f9 felice. Questa \u00e8 la missione dell&#8217;uomo in quanto lo si consideri isolato, e cio\u00e8 senza nessuna relazione con nessun essere ragionevole simile a lui (pag. 88).\u00bb<\/p>\n<p>A noi sembra che vi sia, nell&#8217;impostazione di Fichte, una doppia forzatura della questione: la prima, perch\u00e9 \u00e8 semplicemente impossibile considerare l&#8217;uomo in stesso, e sia pure in via del tutto teorica, come isolato dagli altri esseri umani (e, aggiungeremmo noi, da tutti gli altri esseri non umani, e da tutte le altre cose); la seconda, perch\u00e9 a noi sembra un errore sdoppiare l&#8217;essere umano in un Io puro e in un io empirico, riproducendo il dualismo platinico fra l&#8217;Idea e la cosa concreta, oppure, nel peggiore dei casi, facendo del puro nominalismo.<\/p>\n<p>A meno di giocare con le parole, nessuno \u00e8 in grado di affermare che l&#8217;Io puro sia l&#8217;uomo in quanto tale, l&#8217;uomo senza specificazioni e determinazioni, mentre l&#8217;io empirico sarebbe l&#8217;uomo particolare, in quanto si manifesta sotto forma di &quot;qualche cosa&quot; (marito, padre, lavoratore, giovane, vecchio, buono, cattivo e via dicendo). Si pu\u00f2 fare, invece, un&#8217;altra cosa: si pu\u00f2 pensare che l&#8217;io empirico, vale a dire l&#8217;uomo concreto, storicamente determinato, altro non \u00e8 che un riflesso o una emanazione o una creazione dell&#8217;Io puro, intendendo, per\u00f2, con quest&#8217;ultimo termine, l&#8217;Essere con la &quot;e&quot; maiuscola, ci\u00f2 che esiste assolutamente e conferisce l&#8217;esistenza agli enti, conservando, per\u00f2, esso solo l&#8217;essenza dell&#8217;essere. Oppure si pu\u00f2 prendere la via opposta, e negare che vi sia un io empirico, bastando a spiegare gli stati dell&#8217;essere le singole sensazioni, i singoli pensieri, i singoli atti ed eventi della coscienza: ma ponendo in dubbio, oppure decisamente negando, che tale coscienza sia &quot;una&quot;, e che corrisponda ad un &quot;io&quot; determinato e sempre uguale. Quello che non si pu\u00f2 fare, \u00e8 lasciare indeterminata la questione dell&#8217;autentico rapporto fra l&#8217;Essere e gli esseri, fra l&#8217;Io e i singoli io; quello che non si pu\u00f2 fare, ma gli idealisti lo fanno, \u00e8 giocare sull&#8217;equivoco e alludere al fatto che l&#8217;Io puro sia, contemporaneamente, l&#8217;Assoluto e la radice dell&#8217;io empirico.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che l&#8217;Io puro di Fichte deriva dall&#8217;Io penso di Kant; ma Kant supponeva ancora che vi fosse, al di l\u00e0 del reale conoscibile dal soggetto, ossia il fenomeno, anche una realt\u00e0 in se stessa, che rimane tuttavia inconoscibile (il Noumeno); mentre Fichte sopprime questa cosa in s\u00e9, o meglio, risolve tutto il reale nell&#8217;Io puro, senza residui. Cos\u00ec, appunto, dal criticismo si passa all&#8217;idealismo: vale a dire ad una concezione del reale, secondo la quale nulla esiste, nulla si d\u00e0 al di fuori del pensiero, che, non potendo essere anteriormente ai singoli io empirici, evidentemente deve essere pensiero di se stesso, Pensiero assoluto; ma un Pensiero che si pone, e, ponendosi, si pensa, dunque anche agisce; e, agendo, agisce assolutamente, pertanto non si d\u00e0 alcuna azione o alcuna realt\u00e0 fuori di esso. In definitiva, non esiste un mondo esterno: l&#8217;Io \u00e8 tutto, soggetto e oggetto, pensiero e azione, dentro e fuori: come si vede, si tratta di un sistema nettamente solipsistico, nel quale non \u00e8 ammissibile alcuna realt\u00e0 che non sia l&#8217;Io. E questa \u00e8, secondo noi &#8212; sia detto fra parentesi &#8212; l&#8217;inizio della pazzia del pensiero moderno: l&#8217;aver supposto un pensiero anteriore all&#8217;essere, nel quale l&#8217;essere si risolve: come se potesse darsi un pensiero che non sia pensiero di qualcosa o di qualcuno e come se il pensiero, che d\u00e0 sempre e solo pensiero, perch\u00e9 \u00e8 pensiero di un essere, potesse dare qualcosa d&#8217;altro da s\u00e9, cio\u00e8 potesse dare l&#8217;essere.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, pensare l&#8217;uomo isolato dagli altri esseri \u00e8 impossibile: semplicemente, un tale uomo non esiste. Nemmeno Robinson Crusoe \u00e8 del tutto isolato: sulla sua isola &quot;deserta&quot; ci sono, in realt\u00e0, gli alberi, le capre; pi\u00f9 tardi, arriva perfino un altro essere umano; e, se anche lo fosse, con lui resterebbero i ricordi, gli affetti, le esperienze della vita anteriori al naufragio, oltre alla speranza di farvi ritorno. Insomma nemmeno lui \u00e8 concepibile come un essere umano staccato e separato nella propria individualit\u00e0: \u00e8 appunto l&#8217;altro da s\u00e9, il non-io, che lo definisce come uomo singolo: questo lo riconosce lo stesso Fichte. \u00c8 vero che quest&#8217;ultimo parla di &quot;altri esseri ragionevoli&quot;: ma perch\u00e9 fare questa distinzione, perch\u00e9 stabilire questa specificazione? Un animale, una pianta, non saranno ragionevoli, ma ceto sono esseri viventi e senzienti. Evidentemente, Fichte prende per buona la radicale distinzione cartesiana fra &quot;res cogitans&quot; (il pensiero, e dunque gli esseri umani) e la &quot;res extensa&quot; (tutto il resto: e non solo l&#8217;insieme degli altri enti, animali compresi, ma perfino il corpo dell&#8217;uomo, che viene cos\u00ec a trovarsi spaccato e diviso in se stesso, nella propria essenza o statuto ontologico). Certo, da un filosofo idealista del XIX secolo ci si aspetterebbe almeno un passo avanti rispetto al rigido dualismo cartesiano: e Schelling, infatti, quel passo avanti lo far\u00e0; ma non Fichte, e neppure Hegel.<\/p>\n<p>Quanto al fatto che l&#8217;uomo, per tutto quel che deve essere, o diventare, \u00e8 necessario che si riferisca al proprio Io puro, era pi\u00f9 semplice dirlo cos\u00ec: l&#8217;uomo, per realizzarsi come essere morale, deve cercare in se stesso l&#8217;essenziale: e l&#8217;essenziale \u00e8 la propria natura &quot;aperta&quot;, non definita, sospesa fra innumerevoli possibilit\u00e0. Sono appunto queste possibilit\u00e0, che ne fanno una creatura libera: se non vi fossero, sarebbe totalmente determinato e non avrebbe senso chiedergli di essere una cosa oppure un&#8217;altra, n\u00e9 pretendere che divenga qualcosa o che si perfezioni. Ma che cosa deve essere, per l&#8217;appunto, questo essere libero che si chiama uomo? Lasciamo perdere la &quot;iit\u00e0&quot; e ogni altra simile bizzarria linguistica e concettuale: non c&#8217;\u00e8 nessuna &quot;iit\u00e0&quot;, c&#8217;\u00e8 solamente un essere che, per determinarsi, deve capire quale sia il suo fine, a che cosa sia stato chiamato. Ma quest&#8217;ultima espressione, a Fichte, non piacerebbe: esser chiamato vuol dire che qualcuno sta chiamando: per lui, tuttavia, chi chiama e chi \u00e8 chiamato, in ultima analisi, sono la stessa cosa. In fondo, \u00e8 l&#8217;Io puro che chiama se stesso: e chi altri potrebbe chiamare, visto che nulla esiste, o meglio, visto che nulla \u00e8 reale, all&#8217;infuori di lui?<\/p>\n<p>Cos\u00ec, Fichte smarrisce totalmente la nozione dell&#8217;altro; e, cos\u00ec come perde la nozione dell&#8217;altro, evidentemente smarrisce anche quella dell&#8217;Altro, dell&#8217;Altro con la &quot;a&quot; maiuscola. Non c&#8217;\u00e8, non pu\u00f2 esservi un Altro rispetto all&#8217;Io puro, ma solamente il non-io; e, anche questo, solamente nella dimensione dell&#8217;io empirico. Grandezza e miseria del solipsismo: \u00e8 una filosofia di natura tale che parrebbe capace di spiegare tutto, ma in realt\u00e0 non spiega un bel nulla. Se nulla si d\u00e0 veramente oltre all&#8217;Io puro, da dove viene il suo stesso interrogarsi? Dall&#8217;io empirico? E l&#8217;io empirico, da dove lo ricava? N on basta dire che lo ricava dal non-io: bisogna mostrare come ci\u00f2 avvenga. Di fatto, il non-io non \u00e8 un &quot;altro&quot;, ma semplicemente assenza dell&#8217;io, esso \u00e8 ci\u00f2 che non \u00e8 l&#8217;io (empirico): troppo poco per avere la forza d&#8217;interrogare chiunque, su alcunch\u00e9. Le domande nascono da un soggetto rispetto a un oggetto: non nascono dal nulla.<\/p>\n<p>Ma ecco che le cose esterne all&#8217;io divengono cos\u00ec importanti, da spingerlo alla ricerca del perfetto accordo con esse; e da tale accordo, scaturisce niente di meno che la sua perfezione. Ma che cosa sono, esattamente, queste cose esterne all&#8217;io? Abbiamo visto che, per Fichte, l&#8217;unica realt\u00e0 vera \u00e8 l&#8217;Io puro: il non-io non \u00e8 qualcosa di reale, \u00e8 il limite dell&#8217;io empirico. Si direbbe che l&#8217;io empirico possa solo essere interrogato dall&#8217;Io puro, non dalle cose, che sono non-io. Ma se l&#8217;Io puro potesse interrogare l&#8217;io empirico, allora esso sarebbe come Dio che interroga le proprie creature: una possibilit\u00e0 che Fichte respinge, perch\u00e9 nella sua concezione non c&#8217;\u00e8 posto per Dio come Persona, ma soltanto per l&#8217;Idea, cio\u00e8, in pratica, per l&#8217;Io puro: pensiero che pensa se stesso, anteriore allo stesso pensato.<\/p>\n<p>Un take Dio ha qualcosa a che fare col Motore Immobile di aristotelica memoria: come lui, non pu\u00f2 far altro che pensare; se poi vogliamo chiamare questo pensare con il nome di Atto puro, facciamolo pure: ma sia chiaro che \u00e8 un &quot;atto&quot; solo in senso figurato. Nella realt\u00e0, l&#8217;atto \u00e8 un movimento, il che fa a pugni con il concetto di Motore Immobile, perch\u00e9 ci\u00f2 che sta eternamente fermo, evidentemente, non produce alcun movimento. E cos\u00ec l&#8217;Io penso di Fichte. Se il pensante e il pensato sono, in definitiva, la medesima cosa, come pu\u00f2 il pensiero di se stesso tradursi in movimento? Perch\u00e9 il movimento consiste nell&#8217;andare verso l&#8217;altro: \u00e8 il procedere di un soggetto verso il proprio oggetto. Se si sopprime la distinzione di soggetto e oggetto, si sopprime anche l&#8217;idea stessa di movimento e il reale si congela in una immobilit\u00e0 totale e immodificabile.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il circolo vizioso dell&#8217;idealismo, la sua aporia senza scampo. Se tutto il reale non \u00e8 altro che idea, di chi \u00e8 tale idea? Da chi \u00e8 pensata? Se non \u00e8 pensata da alcuno, pu\u00f2 essere che sia pensata da se medesima? Secondo gli idealisti, s\u00ec; secondo il buon senso e la logica pi\u00f9 elementare, no. Pare che ci si trovi davanti a una specie di lucida pazzia: lucida, perch\u00e9 gli idealisti sono dei pensatori rigorosi, fin troppo; ma follia, perch\u00e9, tutti presi nelle loro ardue speculazioni, perdono il contatto con la realt\u00e0. Solo nel mondo delle parole si pu\u00f2 discutere seriamente di un pensiero che non solo non deriva dall&#8217;essere, ma che d\u00e0 origine all&#8217;essere: sarebbe come dire un carro che spinge avanti i buoi, o come un mare che esiste grazie alla nave che lo sta solcando.<\/p>\n<p>Infine, il discorso sulla felicit\u00e0. Per Fichte, la felicit\u00e0 \u00e8 una conseguenza, un premio che viene all&#8217;uomo allorch\u00e9 egli si mostra capace di realizzare un accordo fra le cose fuori di lui, e la sua volont\u00e0. Questo, secondo lui, avviene in quanto egli sia capace di modificare le cose, ossia di ridurle ad unit\u00e0, da molteplici che sono, in modo tale da farle corrispondere alla forma pura del suo io. L&#8217;uomo, dunque, non \u00e8 un contemplatore della realt\u00e0, ma un modificatore: egli deve agire sulle cose, manipolarle, adeguarle a s\u00e9, stenderle sul letto di Procuste della propria misura: tagliando quel che \u00e8 di troppo e allungandole per quel che manca. Eppure, le cose parevano consistere unicamente nel non-io, in quello che l&#8217;io non \u00e8: come sar\u00e0 possibile, allora, agire su di esse? E agire in maniera cos\u00ec forte, cos\u00ec massiccia, cos\u00ec invasiva? Posto che vi riesca, poi, non accadr\u00e0 all&#8217;uomo di veder svanire e dissolversi, tra le sue stesse mani, quel non-io dalla cui presenza ricavava la coscienza di se stesso? E d&#8217;altra parte, se vi riesce, come sar\u00e0 ancora se stesso e non si perder\u00e0 nel nulla, essendo venuto meno il limite alla propria(per dirla con Fichte) &quot;iit\u00e0&quot;?<\/p>\n<p>Per questa via sar\u00e0 ben difficile andar lontano: si spiega tutto a parole, si &quot;supera&quot; tutto a parole (il momento dialettico essendo il superamento di quello precedente), ma non si esce mai, in verit\u00e0, dal circolo vizioso: il pensiero d\u00e0 solo pensiero e non essere. Se il pensiero potesse dare l&#8217;essere, allora sarebbe Pensiero di Qualcuno, e non pensiero di se stesso, che \u00e8 un concetto privo di senso comune. Ma codesto Pensiero di Qualcuno sarebbe, propriamente, Dio: un Dio esterno all&#8217;io empirico e non, semplicemente, l&#8217;atto puro del pensiero di quest&#8217;ultimo. L&#8217;io empirico cesserebbe di essere una specie di Dio che non sa ancora di esserlo, e riconoscerebbe di essere l&#8217;oggetto posto da un Soggetto assoluto, dal quale \u00e8 chiamato.<\/p>\n<p>Ma questa concezione richiede troppa modestia, troppa umilt\u00e0 da parte dell&#8217;uomo, per una filosofia che delira di onnipotenza come quella idealista. In fondo, l&#8217;idealismo \u00e8 l&#8217;estremo, e &#8212; a suo modo &#8212; il pi\u00f9 coerente tentativo dell&#8217;uomo di farsi il Dio di se stesso: degno approdo della cultura moderna, protesa da secoli a svilupparsi in tale direzione. L&#8217;Io puro di Fichte \u00e8 un Dio che diviene, il Dio che sar\u00e0; e noi, in fondo, siamo lui, solo che non lo sappiamo ancora.<\/p>\n<p>Che senso ha, allora, domandarsi quale sia il fine dell&#8217;uomo? Il fine dell&#8217;uomo \u00e8 divenire Dio; e la felicit\u00e0 consiste nel riconoscersi tale.<\/p>\n<p>Oppure no? Oppure il fine dell&#8217;uomo \u00e8 riconoscere Dio (e non, come per Fichte, avvicinarsi all&#8217;assoluto: un ossimoro, una contraddizione in termini), appunto prendendo atto della propria condizione creaturale? Perch\u00e9, se cos\u00ec fosse, il non-io sarebbe la sua benedizione: ci\u00f2 che gli rivela il suo limite netto, preciso, invalicabile di creatura. Un limite che solo il movimento di Dio verso di lui &#8212; movimento gratuito, libero, ineffabile -, che \u00e8 l&#8217;Amore, potrebbe mai colmare. Purch\u00e9 l&#8217;uomo vi acconsenta.<\/p>\n<p>Riuscir\u00e0 a trovare, l&#8217;uomo, abbastanza umilt\u00e0 e sufficiente coraggio, per pronunciare questo &quot;s\u00ec&quot;?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Qual \u00e8 la missione dell&#8217;uomo? E qual \u00e8 la missione dell&#8217;uomo nell&#8217;ordine sociale? 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