{"id":27135,"date":"2015-07-29T12:44:00","date_gmt":"2015-07-29T12:44:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/la-missione-del-dotto-e-quella-di-farsi-sacerdote-della-verita\/"},"modified":"2015-07-29T12:44:00","modified_gmt":"2015-07-29T12:44:00","slug":"la-missione-del-dotto-e-quella-di-farsi-sacerdote-della-verita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/la-missione-del-dotto-e-quella-di-farsi-sacerdote-della-verita\/","title":{"rendered":"La missione del dotto \u00e8 quella di farsi sacerdote della Verit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Nella terza delle sue lezioni su \u00abLa missione del dotto\u00bb, Fichte, che si avvicina al tema centrale solo con molta cautela e ferrea metodicit\u00e0, tratta della distinzione tra i diversi stati sociali e si domanda se il singolo uomo debba scegliere uno stato al quale appartenere, per il bene proprio e per quello della societ\u00e0 medesima; e risponde affermativamente (come per i precedenti articoli, facciamo riferimento al testo di Fichte attraverso la mediazione di Battista Mondin, \u00abIntroduzione alla filosofia\u00bb, Milano, Editrice Massimo, 1974, pp.310 sgg.):<\/p>\n<p>\u00abCos\u00ec, per opera della ragione e della libert\u00e0 viene corretto l&#8217;errore che la natura ha commesso (pag. 129). [&#8230;] La ragione si trova impegnata in una lotta senza tregua con la natura; n\u00e9 questa guerra potr\u00e0 mai aver termine, se pure non dovremo diventare iddii. Tuttavia potr\u00e0 e dovr\u00e0 diventare sempre pi\u00f9 debole l&#8217;influsso della natura e sempre pi\u00f9 forte invece quello della ragione (pp. 131). [Lottando contro la natura, gli uomini rafforzano la reciproca solidariet\u00e0 e formano, assieme, come un nuovo corpo.] [&#8230;]<\/p>\n<p>[La legge fondamentale prescrive all&#8217;uomo:] Educa tutte le tue attitudini completamente e uniformemente per quanto ti \u00e8 possibile. Essa non arriva a determinare se io debba esercitare queste mie attitudini immediatamente sulla natura o solo attraverso la mediazione degli altri uomini: la scelta perci\u00f2 si trova, a questo riguardo, interamente lasciata alla mia prudenza (pp. 134-135). [&#8230;] La legge non vieta di scegliere uno stato; neanche per\u00f2 comanda&#8230; Mi trovo sul terreno del libero arbitrio: mi \u00e8 semplicemente lecito di scegliere uno stato (pag. 135). [Si tratta per\u00f2 di una scelta consigliabile, perch\u00e9 solo cos\u00ec il singolo uomo riuscir\u00e0 a restituire alla societ\u00e0 quanto da essa ha ricevuto; nessuno ha il diritto di lavorare solo per la propria soddisfazione.] Questo non \u00e8 lecito. Egli deva almeno sforzarsi di pagare alla societ\u00e0 il suo debito; deve occupare il proprio posto; deve fare almeno ogni tentativo per elevare in qualche modo il grado di perfezione ella specie che tanto ha lavorato per lui (pag. 136). [&#8230;]<\/p>\n<p>La scelta di uno stato \u00e8 una scelta per mezzo della libert\u00e0; perci\u00f2 nessuno deve essere costretto ad abbracciare uno stato, come nessuno da uno stato deve essere escluso. \u00c8 per\u00f2 una scelta consigliabile perch\u00e9 la particolare abilit\u00e0 che uno ha \u00e8 in un certo senso un prodotto, un legittimo possesso della societ\u00e0, e ognuno ha il dovere di restituire alla societ\u00e0 quello che ha essa ha ricevuto secondo le proprie possibilit\u00e0 [&#8230;]<\/p>\n<p>[Contribuire al progresso sociale presenta due vantaggi: essere utili agli altri e a se stessi:] il felice progresso di un membro \u00e8 infatti non meno felice progresso degli altri (pag. 140); [inoltre ogni uomo \u00e8] un anello necessario alla catena, la quale dalla generazione del primo uomo, avanza verso la piena consapevolezza della sua propria esistenza nell&#8217;eternit\u00e0 (pag. 140).\u00bb<\/p>\n<p>La concezione dell&#8217;eternit\u00e0 di Fichte \u00e8 la seguente: poich\u00e9 ogni uomo non appartiene solo a se stesso, ma all&#8217;umanit\u00e0, e poich\u00e9 il compito che ciascun uomo si assume, ossia il perfezionamento proprio e altrui, non pu\u00f2 essere completato, come \u00e8 evidente, nell&#8217;arco di una vita umana, esso verr\u00e0 ripreso e continuato da altri uomini, da altre generazioni, mai per\u00f2 portato definitivamente a termine: e dunque il cerchio non verr\u00e0 mai chiuso. Questa, per lui, \u00e8 l&#8217;eternit\u00e0: fare parte di un circolo che procede senza sosta, ma che non si chiude mai. Non \u00e8, evidentemente, una immortalit\u00e0 personale, nel senso della tradizione cristiana; ricorda semmai la concezione di Foscolo (che scrive il suo \u00abOrtis\u00bb pochi anni dopo, avendolo concepito nel 1796: ma questa, probabilmente, \u00e8 solo una coincidenza).<\/p>\n<p>Inutile dire che l&#8217;idea di un progresso infinito \u00e8 di matrice illuminista, cos\u00ec come illuminista, e precisamente kantiana, \u00e8 l&#8217;idea di dovere che ispira tutta la riflessione di Fichte, quel suo continuo &quot;dover essere&quot;, che egli non si prende neanche la briga di spiegare, dato che si limita a porlo come una esigenza fondamentale, di per s\u00e9 evidente; al contrario, la concezione di un continuo tendere dell&#8217;uomo alla perfezione, all&#8217;assoluto, alla verit\u00e0, senza per\u00f2 mai raggiungerli, e dunque sforzandosi eternamente verso una meta che trascende le possibilit\u00e0 dell&#8217;individuo, \u00e8 tipicamente romantica: qualche cosa che sta a mezza strada fra il titanismo prometeico (e che forse potrebbe avere influenzato il superuomo nietzschiano, cos\u00ec come &#8211; ma \u00e8 soltanto una vaga ipotesi, sulla quale non insistiamo &#8211; il concetto dell&#8217;eterno ritorno dell&#8217;uguale) e l&#8217;inevitabile frustrazione e il cupo scoraggiamento di vedere la meta sempre un passo innanzi a s\u00e9, elusiva, inafferrabile: da ci\u00f2 una tendenza al vittimismo che, appunto, trova espressione in personaggi come Jacopo Ortis di Foscolo o come il giovane Werther di Goethe.<\/p>\n<p>In Fichte, personalit\u00e0 energica e quasi aggressiva, estremamente sicura di s\u00e9, non vi \u00e8 alcuna traccia di vittimismo; qui, oper\u00f2, non stiamo parlando di atteggiamenti psicologici, bens\u00ec di assunti speculativi: e porre all&#8217;uomo una missione impossibile, vale a dire quella di raggiungere l&#8217;infinito nel finito, significa, logicamente e inevitabilmente, porlo in una situazione insostenibile: non solo di angoscia, ma (come vorrebbe Kierkegaard) di autentica disperazione, ossia di &quot;malattia mortale&quot;. Perch\u00e9 di disperazione si muore: se non fisicamente, spiritualmente (e quanti scrittori e personaggi letterari del tardo Ottocento e del Novecento sono in questa condizione: da Mattia Pascal a Emilio Brentani; da Carlo Emilio Gadda a Cesare Pavese); per non parlare di quei filosofi contemporanei, come Heidegger, i quali, dell&#8217;uomo, non hanno saputo dire molto di pi\u00f9 se non che egli \u00e8 un essere-per-la morte. Di pi\u00f9: significa fare dell&#8217;uomo uno straniero a se stesso e alla propria vita, senza radici, senza patria, senza veri affetti, scagliandolo in un deserto popolato d&#8217;incubi e di spettri: da \u00abLo straniero\u00bb di Camus, ad Athos Magnani del film di Bertolucci \u00abStrategia del ragno\u00bb (tratto dal racconto di Borges \u00abTema del traditore e dell&#8217;eroe\u00bb, il quale, alla fine, si rende conto dell&#8217;impossibilit\u00e0 di andarsene, di fuggire da una realt\u00e0 insopportabile: l&#8217;erba cresce sui binari della stazione ferroviaria, segno che da chiss\u00e0 quanto tempo nessun treno \u00e8 mai pi\u00f9 partito, n\u00e9 passato da quel triste e ambiguo paese.<\/p>\n<p>Ma adesso veniamo, finalmente, al tema centrale delle conferenze di Fichte: \u00abLa missione del dotto\u00bb, che egli affronta solo nella quarta lezione (mentre la quinta e ultima sar\u00e0 da lui dedicata alla critica delle tesi di Rousseau circa l&#8217;influenza delle arti e delle scienze sulla felicit\u00e0 dell&#8217;uomo). In essa, il filosofo tedesco sostiene che il dotto deve essere, o cercare di essere, il migliore degli uomini, colui che \u00e8 d&#8217;esempio alla sua intera societ\u00e0; e che deve fare della sua vita una specifica missione al servizio degli uomini: egli cio\u00e8 deve indossare i panni, n\u00e9 pi\u00f9, n\u00e9 meno, del sacerdote della verit\u00e0, dato che egli solo riesce a vederla, o a vederne una porzione maggiore dei suoi simili. Concezione nella quale, di nuovo, entra sia la componente illuminista fondata sulla religione del progresso (di cui, infatti, il dotto si fa personalmente interprete e missionario), sia quella romantica &#8212; e, se si vuole, decadentista &#8212; secondo la quale l&#8217;uomo &quot;superiore&quot; \u00e8 colui che riesce a gettare uno sguardo oltre la comune vista degli uomini, in virt\u00f9 della sua speciale missione e della sua particolare capacit\u00e0 di vedere &quot;oltre&quot;, facendosi, cos\u00ec, sacerdote dell&#8217;invisibile; un sacerdote di cui l&#8217;umanit\u00e0 ha estremamente bisogno, anche se, a dire il vero &#8212; e sempre pi\u00f9 nel corso del XIX secolo, per non parlare del XX &#8212; si direbbe proprio che non lo sappia.<\/p>\n<p>Il ragionamento di Fichte \u00e8 il seguente: non lo stato sociale, ma la missione di ciascun uomo \u00e8 quello che importa, vale a dire che ciascuno compia il proprio dovere (e siamo sempre nella scia del \u00abtu devi\u00bb kantiano, dell&#8217;imperativo categorico del filosofo di K\u00f6nigsberg; ora, anche la societ\u00e0 che voglia divenire perfetta, necessita che qualcuno si dedichi alla missione di conoscere perfettamente quali siano i reali bisogni dell&#8217;uomo e della societ\u00e0, e quali i mezzi idonei per soddisfarli: tale \u00e8 la definizione che egli d\u00e0 del dotto, e di una simile figura fa il cardine della societ\u00e0 intera. La societ\u00e0, infatti, non pu\u00f2 degnamente organizzarsi, senza sapere ci\u00f2 di cui ha realmente bisogno.<\/p>\n<p>\u00abDotto si chiama colui che all&#8217;acquisto di tali conoscenze (filosofica, filosofico-storica e storica) dedica la sua vita (pag. 155). Cos\u00ec ci si rivela finalmente la vera missione dello stato dei dotti:; tale missione consiste nella suprema vigilanza sopra il progresso reale della stirpe umana in genere e nell&#8217;attivit\u00e0 continuamente diretta a promuovere questo progresso (pag. 155) [specie il progresso delle scienze, perch\u00e9] dal progresso delle scienze dipende in modo immediato il progresso del genere umano. Chi ferma quello, ferma questo (pag. 156). [Dunque, il dotto dovr\u00e0] sforzarsi per portare a un grado pi\u00f9 elevato le scienze, e in particolare quel ramo della scienza che egli ha prescelto [&#8230;]. [Inoltre,] dovr\u00e0 sviluppare in se stesso quanto pi\u00f9 gli \u00e8 possibile le disposizioni socievoli, la capacit\u00e0 di ricevere e quella di comunicare (pag. 160), [perch\u00e9 il dotto] esiste in virt\u00f9 della societ\u00e0 e per il vantaggio della societ\u00e0 (ib.). [Il dotto] deve portare gli uomini alla consapevolezza dei loro bisogni, alla conoscenza dei mezzi atti a soddisfarli (pag. 161) [&#8230;]<\/p>\n<p>Il dotto non deve soltanto istruire gli uomini sopra i loro bisogni e sopra i mezzi necessari per soddisfarli in generale. Deve anche guidarli, in particolare, in un determinato tempo e in un determinato luogo, a prendere coscienza dei bisogni che si presentano in quelle particolari circostanze e a scoprire quei mezzi particolari che servono per raggiungere i fini in certo modo imposti dalla situazione presente (pag. 163)&#8230; [Il dotto, poi, deve dare il buon esempio, perch\u00e9] deve essere l&#8217;uomo moralmente migliore della sua et\u00e0( pag. 167). [&#8230;]<\/p>\n<p>Questo \u00e8 l&#8217;ufficio a cui sono chiamato, a rendere testimonianza della verit\u00e0. Nulla importano&#8230; la mia vita e la mia sorte, ma l&#8217;ufficio che io compio ha una importanza infinita. Io sono un Sacerdote della verit\u00e0. Appartengo alla sua milizia.; ad essa ho prestato giuramento di fare, di osare, di soffrire tutto fedelmente per lei (pag. 168).\u00bb<\/p>\n<p>E cos\u00ec, alla fine, scopriamo che il dotto, modestamente, \u00e8 lui, proprio lui: Johann Gottlieb Fichte, l&#8217;oratore che sta tenendo, all&#8217;Universit\u00e0 di Jena, nell&#8217;estate del 1794, questo ciclo di lezioni, la domenica, dopo la messa. Anch&#8217;egli, come il pastore luterano, \u00e8 un sacerdote; anzi, \u00e8 un sacerdote pi\u00f9 alto: quello non serve che il Dio rivelato, mentre lui, Fichte, serve la Verit\u00e0 stessa, la Verit\u00e0 filosofica, che, per gli idealisti, comprende, e soprattutto supera, la verit\u00e0 religiosa (riservata, quest&#8217;ultima, a coloro che dotti non sono, e devono accontentarsi di una verit\u00e0 di grado inferiore). In compenso, Fichte, nel suo delirio di onnipotenza, \u00e8 perfettamente sincero: quando afferma che la sua vita e la sua sorte non contano, perch\u00e9 egli si \u00e8 totalmente votato alla propria missione, bisogna prenderlo sul serio: dopo aver incitato i Tedeschi a combattere contro Napoleone (non solo in nome della libert\u00e0 conculcata, ma proprio di una supposta superiorit\u00e0 culturale della Germania), spinger\u00e0 la moglie a prestare la sua opera di infermiera negli ospedali militari, dove ella avrebbe contratto il colera, contagiando il marito &#8211; divenuto ormai rettore dell&#8217;Universit\u00e0 di Berlino, nonostante le accanite polemiche sul suo ateismo &#8211; e portandolo a morte, nel 1814.<\/p>\n<p>A quanto pare, Fichte non si rende conto sino in fondo (a meno che se ne renda conto anche troppo&#8230;) delle implicazioni totalitarie, e peggio che totalitarie, della sua concezione del dotto, e di quella che ritiene la sua specifica missione. Innanzitutto, egli definisce il dotto in maniera tale da identificarla con la categoria dei filosofi: e sin qui, niente di particolarmente originale, visto che anche Platone, nella sua \u00abRepubblica\u00bb, aveva fatto lo stesso; e visto che lo stesso Socrate aveva fatto della sua vita un perenne richiamo alla verit\u00e0 nei confronti dei suoi concittadini. Ma Fichte si spinge molto oltre: sostiene che il dotto ha il diritto e il dovere di governare egli stesso la societ\u00e0. Dal momento che egli solo ne conosci i &quot;veri&quot; bisogni, nonch\u00e9 i mezzi per soddisfarli. La sua totale dedizione alla societ\u00e0 non attenua la realt\u00e0 paurosa, demoniaca di questo potere illimitato, che si pone da se stesso al di sopra di tutti e stabilisce da solo cosa sia bene e cosa sia giusto per i suoi simili: sappiamo bene come un dittatore possa arrivare al sacrificio di s\u00e9 per il bene della sua patria, ma non senza averla portata, a suo insindacabile giudizio, oltre l&#8217;orlo della catastrofe. Nessun controllo, dunque, nei confronti di chi guida i destini comuni: il dotto \u00e8 giudice di se stesso, la purezza delle sue intenzioni \u00e8 sufficiente garanzia di moralit\u00e0 e di saggezza. Non occorre che siano gli altri a riconoscergli quel ruolo: del resto, non conoscendo la verit\u00e0, non potrebbero.<\/p>\n<p>Ora, se si allarga l&#8217;orizzonte &#8212; come vuole Fichte &#8212; al mondo intero, e si immagina una repubblica mondiale governata dai dotti, i quali sono gli uomini &quot;moralmente migliori&quot; del proprio tempo, c&#8217;\u00e8 da avere i brividi: s\u00ec, \u00e8 proprio il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale che costoro perseguono; e lo perseguono in perfetta buona coscienza, cosa che li rende ancor pi\u00f9 pericolosi, come lo sono i fanatici di ogni tempo e di ogni idea.<\/p>\n<p>Si noti, del resto, quel passaggio conclusivo alla prima persona: dopo aver parlato, e a lungo, del dotto in terza persona, e spiegato quel che egli deve essere e quel che deve fare, a un certo punto Fichte rivendica, senza arrossire, di essere lui, proprio lui, quel dotto, quel Sacerdote della verit\u00e0, quell&#8217;uomo moralmente eccellente, che svetta al di sopra dei propri simili. Si potrebbe pensare, semplicemente, al delirio di un pazzo, ma si tratta di qualcosa si assai pi\u00f9 sottile e di assai pi\u00f9 pericoloso: si tratta del logico e coerente punto d&#8217;arrivo della filosofia idealista del Nostro, il quale fa derivare l&#8217;essere dal pensiero, e non viceversa. In buona sostanza, Fichte sostiene, imperturbabile, che il mondo \u00e8 la sua creazione, la creazione del suo spirito, ed \u00e8 quindi perfettamente logico che egli solo rivendichi a se stesso il diritto e il dovere di comprenderlo, di spiegarlo, di guidarlo, imponendo l&#8217;obbedienza a tutti gli altri.<\/p>\n<p>Certo, le frasi in cui egli afferma che il dotto nulla vuole per s\u00e9, e tutto vuole offrire alla societ\u00e0, appunto per restituirle ci\u00f2 che ha ricevuto, si sprecano addirittura; cos\u00ec come si sprecano quelle ove sostiene che il dotto \u00e8 colui che deve dare il buon esempio dell&#8217;impegno per il bene comune, che deve porre la sua vita sotto il segno della dedizione agli altri. Ma chi sono, in pratica, codesti altri? Se l&#8217;Io penso \u00e8 il mondo, tutto il mondo, chi sono codesti altri, se non ombre o fantasmi della mia coscienza, nella quale nulla esiste che non sia l&#8217;Io penso, nulla, dunque, al di l\u00e0 e al di fuori della mia coscienza soggettiva, arbitrariamente dilatata sino ad inglobare e a comprendere in se stessa ogni manifestazione del reale?<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il problema di fondo dell&#8217;Idealismo: che, di fatto, nelle sue vertiginose costruzioni speculative viene a mancare il &quot;tu&quot;, il tu concreto, l&#8217;altro. Non c&#8217;\u00e8 posto che per l&#8217;Io. E se ci\u00f2 avviene, non deve fare meraviglia che l&#8217;altro debba essere ridotto alla condizione di creta da modellare, alla quale l&#8217;Io impone la forma che ritiene giusta e necessaria, senza interpellare nessuno, senza ascoltare altri che s\u00e9 medesimo.<\/p>\n<p>Anche questa, del resto, \u00e8 una conseguenza logica e necessaria. Dove \u00e8 andato a finire Dio, nella concezione fichtiana? Dio si \u00e8 ridotto alle proporzioni dell&#8217;ordine morale del mondo: pi\u00f9 che un Dio, una necessit\u00e0 del pensiero. Dio, per l&#8217;idealismo, non \u00e8 Persona, non \u00e8 neppure l&#8217;Essere in senso metafisico, causa prima e motore della realt\u00e0 sensibile: \u00e8 soltanto una astrazione del ragionamento filosofico. Ora, se Dio non \u00e8 pi\u00f9 il Tu, cui l&#8217;io possa e debba far riferimento, per tornare all&#8217;Essere da cui proviene, inevitabile conseguenza \u00e8 che anche il &quot;tu&quot; sensibile, il &quot;tu&quot; degli altri, finisca per essere subordinato e relegato in posizione di sudditanza. \u00c8 uno gnosticismo vero e proprio, quello degli idealisti, nel quale solo il sapiente conosce la verit\u00e0, e a lui solo, pertanto, spetta la responsabilit\u00e0 di guidare gli uomini verso di essa. Perch\u00e9 il sapiente, o meglio il sacerdote, della verit\u00e0, \u00e8 anche una sorta di scienziato (si noti l&#8217;enfasi posta da Fichte sulla funzione delle scienze per il bene comune: non lo sfiora il sospetto che tutto dipende da come la scienza viene concepita, realizzata ed impiegata: per fare il bene o per fare il male): in definitiva, egli \u00e8 il sacerdote di una religione immanente, la religione del Progresso. La scienza, in fondo, per Fichte \u00e8 un&#8217;astrazione: una concezione teorica, alla quale tutto si deve assoggettare.<\/p>\n<p>E abbiamo visto, purtroppo, dove ci portano siffatti sacerdoti delle astrazioni, posto che riescano a conquistare il potere. L&#8217;epistemologo Paul K. Feyranbend, pi\u00f9 recentemente, ci ha messi in guardia contro i rischi di una scienza che si proclama guida necessaria e sufficiente del genere umano: essa \u00e8 una costruzione astratta, un&#8217;idea che vale quanto un&#8217;altra idea e che non pu\u00f2 rivendicare un valore assoluto e indiscutibile. Essa, pertanto, diviene un&#8217;idea totalitaria, che fa paura, e dalla quale ci si deve difendere. Prima che sia troppo tardi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella terza delle sue lezioni su \u00abLa missione del dotto\u00bb, Fichte, che si avvicina al tema centrale solo con molta cautela e ferrea metodicit\u00e0, tratta della<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[181,263],"class_list":["post-27135","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-johann-gottlieb-fichte","tag-verita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27135","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27135"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27135\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27135"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27135"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27135"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}