{"id":27131,"date":"2016-12-04T06:16:00","date_gmt":"2016-12-04T06:16:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/12\/04\/nobil-natura-e-quella-che-confessa-il-mal-che-ci-fu-dato-in-sorte-e-il-basso-stato-e-frale\/"},"modified":"2016-12-04T06:16:00","modified_gmt":"2016-12-04T06:16:00","slug":"nobil-natura-e-quella-che-confessa-il-mal-che-ci-fu-dato-in-sorte-e-il-basso-stato-e-frale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/12\/04\/nobil-natura-e-quella-che-confessa-il-mal-che-ci-fu-dato-in-sorte-e-il-basso-stato-e-frale\/","title":{"rendered":"\u00abNobil natura \u00e8 quella che confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>Dice Leopardi, ne <em>La ginestra, o il fiore del deserto<\/em> (vv. 111-117): <em>Nobil natura \u00e8 quella \/ che a sollevar s&#8217;ardisce \/ gli occhi mortali incontra \/ al comun fato, e che con franca lingua, \/ nulla al ver detraendo, \/ confessa il mal che ci fu dato in sorte, \/ e il basso stato e frale.<\/em><\/p>\n<p>Ma come! Aveva ragione Leopardi, dunque, e la speranza cristiana sarebbe vana? Niente affatto; Leopardi aveva torto e la speranza cristiana \u00e8 solidamente fondata. Nondimeno, una parte del discorso di Leopardi pu\u00f2 essere condiviso da un cristiano: quello in cui egli denuncia la bassezza e la fragilit\u00e0 della condizione umana, e, nello stesso tempo, si fa giustamente beffe degli ottimisti di professione, dei presuntuosi, i quali vorrebbero innalzare la condizione umana fin sopra le stelle, quasi fosse invidiabile e meravigliosa in senso assoluto. La prospettiva di Leopardi, come quella di Schopenhauer, \u00e8 puramente materialista, e ci\u00f2 impedisce all&#8217;uno e all&#8217;altro, che pure hanno compreso, in contrasto con la filosofia dominante al loro tempo, tutta la vacuit\u00e0 e l&#8217;inconsistenza di voler fare della condizione umana quanto di pi\u00f9 meraviglioso si possa immaginare, di vedere tutto il quadro di essa e di trovare le risposte alle domande che, giustamente, si facevano. Perch\u00e9 l&#8217;uomo, pur aspirando alla felicit\u00e0, \u00e8 infelice? E perch\u00e9, pur aspirando alla perfezione, \u00e8 quanto mai imperfetto? E perch\u00e9, come si domandava san Paolo, egli non riesce a fare il bene che vorrebbe, ma si trova a compiere il male che non vorrebbe? Leopardi, peraltro, interamente immerso in un orizzonte materialista, anzi, sensista, e genio poetico ma non filosofico, resta completamente impigliato nelle aporie dell&#8217;illuminismo settecentesco, che gi\u00e0 erano apparse evidenti agli stessi i<em>d\u00e9ologues<\/em>, cio\u00e8 agl&#8217;illuministi autocritici della seconda o terza generazione ad esempio, confondendo il concetto di piacere con quello di felicit\u00e0, e dando per scontato che siano, press&#8217;a poco, sinonimi, non essendosi mai reso conto della grande differenza e del salto logico che implica il passaggio dal primo al secondo; mentre Schopenhauer, almeno, vede i limiti della concezione illuminista e tenta, a suo modo, di superarla. La povert\u00e0, o per meglio dire, l&#8217;aridit\u00e0 della filosofia di Leopardi e di Schopenahuer, emerge nella seconda parte del loro discorso: laddove il primo non sa far meglio che prendersela con la Natura matrigna, che prima mette al mondo i suoi figli con una gran sete di piacere\/felicit\u00e0, poi li abbandona al loro destino; e il secondo non va oltre l&#8217;invito alla soppressione della volont\u00e0 di vivere, che, se non porta al suicidio in senso fisico, ci va, per\u00f2, assai vicino in senso spirituale, dato che le sue raffinate elucubrazioni sull&#8217;arte, la compassione e l&#8217;ascesi, altro non sono che delle tecniche di eutanasia della volont\u00e0 di vivere. Entrambi restano prigionieri del loro pessimismo, senza essersi dati la pena di verificare in maniera rigorosa se esso sia pienamente giustificato, sul piano razionale non meno che su quello esistenziale.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9, allora, sosteniamo che la prima parte del loro ragionamento \u00e8, per un cristiano, sostanzialmente condivisibile? Perch\u00e9 entrambi hanno la piena consapevolezza del fatto che la condizione umana \u00e8 quella che \u00e8: fragile, precaria, mortale; esposta a tutte le delusioni, a tutte le sofferenze, le sconfitte; e, quel che \u00e8 peggio, che pur desiderando l&#8217;armonia, l&#8217;equilibrio, la pace con se stessi, gli uomini paiono afferrati da un demone maligno che, fin da bambini, li spinge a dire <em>no<\/em> a ci\u00f2 che \u00e8 bene, a lasciar emergere il loro lato oscuro, egoista, prevaricatore, e una quantit\u00e0 d&#8217;impulsi primordiali che non si accordano n\u00e9 con la morale, n\u00e9 con la evidente necessit\u00e0 di stabilire delle relazioni minime di convivenza con gli altri &#8212; e anche con se stessi. Solo che, per il cristiano, l&#8217;inclinazione dell&#8217;uomo al male &#8211; non diciamo la sua malvagit\u00e0 innata, perch\u00e9 questa sarebbe gi\u00e0 una forzatura, e la lasciamo a Lutero; ma l&#8217;inclinazione al male, certamente s\u00ec &#8212; non \u00e8 un dato originario; non fa parte dello statuto ontologico della persona umana. Per il cristiano, questa era, originariamente, buona: il Creatore l&#8217;aveva dotata di ogni perfezione, per quanto compatibile con la sua condizione di creatura. Poi si \u00e8 verificato un qualcosa, un evento, una rottura disastrosa di quella perfezione: evento che i cristiani identificano con il Peccato originale, radice di tutti i mali dell&#8217;umanit\u00e0. Come conseguenza di esso, che fu, in buona sostanza, un atto d&#8217;invidia, di superbia e di ribellione al Creatore, la natura umana \u00e8 miserevolmente decaduta, si \u00e8 abbassata, \u00e8 sprofondata nella palude della concupiscenza, della superbia e dell&#8217;avidit\u00e0, e vi sguazza compiaciuta.<\/p>\n<p>Ma, a parte la Scrittura e la sacra Tradizione, in base a quali elementi <em>oggettivi<\/em> la concezione cristiana si basa sul <em>dato<\/em> della caduta? \u00c8 molto semplice: in base al fatto che una specie di ricordo, di nostalgia del paradiso perduto, o, se si preferisce, una vaga, ma indubitabile aspirazione al bene, al vero, al giusto, al bello, permane nell&#8217;anima umana, anche in quella dell&#8217;uomo pi\u00f9 depravato e lontano da Dio. L&#8217;indizio principale risiede nella coscienza morale: l&#8217;uomo la possiede, innegabilmente, perch\u00e9 essa gli rimorde quando compie il male, anche se lo compie lo stesso; anche mentre si abbandona ai peggiori eccessi, ai pi\u00f9 spaventevoli delitti, egli sente che sta trasgredendo alla legge morale: e chi l&#8217;ha impressa nel suo cuore, se tutto quel che siamo, che sentiamo e che pensiamo, derivano dalla sfera sensoriale o, al massimo, dall&#8217;educazione ricevuta nei primi anni? Evidentemente, la legge morale \u00e8 inscritta nella nostra coscienza. E che altro \u00e8 la nostra coscienza, cio\u00e8 la nostra capacit\u00e0 di riconoscere e distinguere il bene dal male, se non il marchio originario che \u00e8 stato impresso nella nostra anima, quando essa fu creata? Ora, se questa legge \u00e8 dentro di noi, significa che \u00e8 esistito un tempo in cui noi la vedevamo realizzata: non si prova lo stimolo della sete, se non si \u00e8 fatta l&#8217;esperienza del bere; e non si prova quello del magiare, se non si \u00e8 fatta l&#8217;esperienza del magiare, o quello del sonno, se non si \u00e8 sperimentato che sia il dormire. Bere, mangiare, dormire, sono bisogni primari: non sono capricci, non sono fronzoli: se l&#8217;uomo non potesse soddisfarli, morirebbe in brevissimo tempo. Dunque, se si ha la nozione di un qualcosa che \u00e8 perfetto, pacifico, ordinato e armonioso; se se ne rimpiange la mancanza; se si prova il rimorso di essersi allontanati di molto da tali m\u00e8te, ci\u00f2 sta a indicare che la natura umana, di quelle cose, ha fatto l&#8217;esperienza, perch\u00e9 appartenevano al suo statuto originario. Adamo ed Eva, infatti (o chi per essi; con buona pace dell&#8217;evoluzionismo, del fantasioso <em>brodo primordiale<\/em> e dei nostri improbabili antenati scimmieschi e irragionevoli) erano perfetti, sia moralmente che fisicamente: non avrebbero potuto desiderare una condizione migliore di quella che possedevano, in quanto creature. Il male \u00e8 che, appunto, di quella condizione non si accontentarono; e che, ispirati e istigati dal Diavolo, ambirono a eguagliare la condizione del loro Creatore, al quale dovevano tale perfezione e felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Dopo la caduta, scomparvero sia i doni <em>soprannaturali<\/em>, sia i doni <em>preternaturali<\/em> di cui Dio aveva adornato le sue creature: rimasero solo le qualit\u00e0 naturali. Per\u00f2, anche cos\u00ec decaduto, l&#8217;uomo conserv\u00f2 sempre un confuso ricordo, o una vaga aspirazione, a ritornare nel pieno possesso della perfezione originaria: ossia lo slancio dell&#8217;anima verso il Bene, il Vero, il Giusto e il Bello. Tale \u00e8 l&#8217;ideale della santit\u00e0; e tale \u00e8 l&#8217;obiettivo della teologia morale cristiana: ripristinare lo stato originario della santit\u00e0. I pi\u00f9 grandi santi vi si sono avvicinati; ma tutti i cristiani dovrebbero porsi una simile meta. Per il cristiano, per il cristiano autentico, s&#8217;intende, e non quello fasullo, la santit\u00e0 non \u00e8 una riserva di caccia destinata a pochi: \u00e8 la via maestra sulla quale dovrebbero incamminarsi tutti. Del resto, il fatto che a molti cristiani l&#8217;ideale della santit\u00e0 appare cos\u00ec difficile, dipende non da altro che dalla debolezza della loro fede. Se avessero fede quanto un granello di senape, potrebbero ambire a qualunque meta: anche alla santit\u00e0. Infatti, non \u00e8 l&#8217;uomo che si santifica da se stesso, con le sue sole forze <em>naturali<\/em>: questo \u00e8 l&#8217;ideale, impossibile e irrealizzabile, del giudaismo, che san Paolo ha dimostrato essere impossibile e irrealizzabile, appunto perch\u00e9 nessun essere umano \u00e8 capace di osservare interamente la Legge, per cui, in base alla Legge, nessuno potr\u00e0 mai salvarsi. No; ci vuol altro; ci vuole l&#8217;aiuto soprannaturale di Dio, la sua grazia, e l&#8217;intervento dello Spirito Santo. Che arriva, arriva senza fallo e senza indugio, ma solo a colui che lo cerca e che lo chiede con semplicit\u00e0, con umilt\u00e0 e mitezza; non arriva a colui che lo chiede con superbia, credendosi migliore degli atri, vantandosi di essere meno peccatori degli altri; o a colui che lo chiede con poca fede. Ges\u00f9 ha detto e ridetto tali cose: inutile insistervi sopra ulteriormente.<\/p>\n<p>E adesso torniamo al concetto iniziale: la fragilit\u00e0 dell&#8217;uomo e la miseria della sua condizione &#8211; quale effetto del Peccato originale &#8212; sia per la sua intima inclinazione al male, sia per le miserie fisiche connesse alla sua natura decaduta dalla grazia: le malattie, la vecchiaia e la morte. Una certa teologia modernista e progressista, pullulata negli ultimi decenni, dopo il Concilio Vaticano II, sembra avere poca simpatia per questo concetto, tanto \u00e8 vero che ne parla pochissimo e vi fa riferimento il minimo indispensabile, e anche di meno ancora. Essa non ama parlare della fragilit\u00e0 e della miseria della condizione umana, perch\u00e9, cos\u00ec facendo, pensa che ne uscirebbe svalutata e disprezzata la vita terrena, che essa ritiene, invece, essere un bene. Ma la sana dottrina cattolica non ha mai negato che la vita terrena sia un bene &#8212; basta leggere il <em>Cantico delle creature<\/em> di san Francesco per convincersene -, bens\u00ec che essa sia un <em>bene assoluto<\/em>, che sia un bene <em>in se stessa<\/em>. No: in se stessa \u00e8 un male, se non altro perch\u00e9, quand&#8217;anche fosse adornata da tutti i pregi del corpo e della mente, e accompagnata da tutte le circostanze esterne pi\u00f9 fortunate che sia dato immaginare, essa \u00e8 pur sempre destinata a concludersi nella miseria e nel pianto: malattia, vecchiaia e morte attendono al varco ogni creatura umana, a meno che la fine non arrivi prima, in maniera pi\u00f9 o meno improvvisa e pi\u00f9 o meno dolorosa. Dunque, la condizione dei viventi non \u00e8 un bene assoluto: nessun vivente gode nel lasciare la sua vita; tanto meno gode nel soffrire o nell&#8217;invecchiare, cio\u00e8 nel perdere i beni della salute, dell&#8217;autonomia, della lucidit\u00e0, della coscienza del proprio vigore. Non parliamo, poi, nel caso della creatura umana, della perdita della speranza, intesa come aspettativa di qualcosa di bello, ancorch\u00e9 indistinto, che accompagna la giovinezza e la maturit\u00e0, e che rende a ciascuno pi\u00f9 sopportabili le miserie presenti, e li consola nel ricordo dei mali passati. <em>Ricordati, uomo, che sei polvere, ed in polvere ritornerai<\/em>, diceva il ministro di Dio nel corso di una cerimonia molto suggestiva e molto significativa, spargendo una manciata di cenere sul capo del penitente. Ma la Chiesa, ripetiamo, ha molto attenuato, negli ultimi tempi, la consapevolezza della fragilit\u00e0 umana, principalmente per influsso della societ\u00e0 secolarizzata, che non si rassegna a quella fragilit\u00e0 e a quella debolezza, e sogna e vaneggia d&#8217;impossibili rivincite contro la natura stessa, magari per mezzo della bioingegneria. E non si \u00e8 resa conto, cos\u00ec facendo, di scivolare nuovamente lungo il piano inclinato della umana superbia e del rifiuto della condizione creaturale: ossia verso le stesse condizioni psicologiche da cui nacque il Peccato originale, per compensare il quale fu necessario il solenne mistero della Incarnazione del Figlio di Dio, della sua Passione, Morte e Resurrezione.<\/p>\n<p>Oggi i teologi, i sacerdoti, i catechisti, generalmente parlando, in omaggio alle recenti tendenze, si guardano bene dall&#8217;insistere troppo su questa miseria, su questa debolezza della condizione umana. Oggi sarebbe quasi inimmaginabile un testo scolastico di religione cattolica come quello, eccellente, di Padre Cristoforo, <em>Fra Cielo e terra<\/em> (Milano, Aristea Editrice, 1957, p. 78), in cui si affermava:<\/p>\n<p><em>BEATI GLI AFFLITTI PERCH\u00c9 SARANNO CONSOLATI<\/em><\/p>\n<p><em>Ges\u00f9 sapeva che il dolore \u00e8 il nostro pane quotidiano; Egli stesso non ebbe neppure un istante della sua vita sena dolore di passione. Non solo ogni grande vittoria, ogni conquista importante, in noi o fuori di noi, costa intensa sofferenza; ma anche le cose pi\u00f9 semplici e ordinarie ci sono causa di lacrime. \u00c8 cos\u00ec la nostra vita. Siamo figli di Adamo, e il dolore \u00e8 il nostro retaggio sino alla fine del mondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Siamo come gente provvisoriamente accampata su una riva inospitale, sbattuta dalle ondate di una alluvione di guai. Protestare, ribellarci \u00e8 inutile. Possiamo, invece, fare del nostro dolore causa, strumento di beatitudine, offrendo a Dio in espiazione per noi e per tutti i nostri fratelli, unendo il nostro soffrire al martirio dell&#8217;Uomo-Dio e a quello dei suoi eletti, innestandoci cos\u00ec nella Comunione dei Santi[&#8230;]. Dio non si lascia vincere in generosit\u00e0 ed effonder\u00e0 su di noi non immaginate consolazioni.<\/em><\/p>\n<p>Parlando sempre meno del valore salvifico e rigenerante della sofferenza, e cessando di parlare del significato della Croce, non solo per Ges\u00f9, ma anche per i cristiani, una certa teologia odierna si lascia sfuggire la cosa essenziale: il fatto che il Regno di Dio comincia qui, ora, nel nostro intimo: ma solo se sappiamo e se vogliamo farci veramente seguaci di Ges\u00f9, compresa la Sua santa Croce&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dice Leopardi, ne La ginestra, o il fiore del deserto (vv. 111-117): Nobil natura \u00e8 quella \/ che a sollevar s&#8217;ardisce \/ gli occhi mortali incontra<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[98,159,195],"class_list":["post-27131","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-arthur-schopenhauer","tag-giacomo-leopardi","tag-martin-lutero"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27131","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27131"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27131\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27131"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27131"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27131"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}