{"id":27115,"date":"2015-07-28T09:37:00","date_gmt":"2015-07-28T09:37:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/il-bisogno-di-sicurezza-per-michelstaedter-e-la-catena-che-tiene-luomo-schiavo-della-paura\/"},"modified":"2015-07-28T09:37:00","modified_gmt":"2015-07-28T09:37:00","slug":"il-bisogno-di-sicurezza-per-michelstaedter-e-la-catena-che-tiene-luomo-schiavo-della-paura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/il-bisogno-di-sicurezza-per-michelstaedter-e-la-catena-che-tiene-luomo-schiavo-della-paura\/","title":{"rendered":"Il bisogno di sicurezza, per Michelstaedter, \u00e8 la catena che tiene l\u2019uomo schiavo della paura"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo, per vivere, ha bisogno di sicurezza; ha bisogno di sentirsi al sicuro, tanto sul piano economico e materiale, quanto su quello morale e spirituale. Nulla egli teme quanto l&#8217;insicurezza, il destino incerto; nulla lo spaventa quanto la prospettiva di vedere inappagato quel bisogno di sentirsi protetto, di sentirsi difeso contro le incertezze della vita. Di ci\u00f2 era fermamente convinto Carlo Michelstaedter: ed \u00e8 partendo da tale convinzione che egli ha sviluppato il suo discorso sulla necessit\u00e0 di conquistare la vera libert\u00e0, che, per lui, paradossalmente, finisce per coincidere con la decisione della morte volontaria.<\/p>\n<p>Il pensiero di questo giovanissimo scrittore e filosofo goriziano \u00e8 terribile nella sua coerenza distruttiva e mostra fino a che punto di assurdit\u00e0 possa giungere la logica, quando l&#8217;uomo si crede una scheggia indipendente del cosmo e dimentica la sua connessione originaria con l&#8217;Assoluto. Sarebbe sbagliato e pericoloso, peraltro, fare del suicidio di Michelstaedter soltanto la necessaria e assurda conclusione d&#8217;un percorso speculativo &quot;controcorrente&quot;; perch\u00e9 in quel gesto c&#8217;\u00e8 anche, senza ombra di dubbio, il peso di un clima familiare gravemente depressivo: suicida era stato il fratello maggiore, suicida la donna da lui amata; e la pistola con cui si uccise era stata il tragico &quot;testimone&quot; lasciatogli da un amico in partenza, un mezzo per emanciparsi da un vicolo cieco in cui s&#8217;era cacciato, rovesciando sulla madre la ferita immedicabile del senso di colpa, dato che il giovane si spar\u00f2 dopo un litigio con lei. Da tempo Michelstaedter mangiava poco e niente, dormiva per terra, insomma sembrava volersi congedare dalla vita: ormai soltanto una sorella e un cugino potevano ancora parlare con lui.<\/p>\n<p>Non vogliamo nemmeno, per\u00f2, ridurre il suo gesto al livello d&#8217;un caso puramente biografico, venato di tinte patologiche: perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 una estrema coerenza, in esso, rispetto alle conclusioni cui egli era pervenuto nel suo personale cammino di ricerca filosofica. Il suicidio come legittima risposta al male di vivere: come negare che gi\u00e0 Foscolo e Leopardi, per fare due nomi celebri, avevano &quot;giocato&quot; imprudentemente con questa idea, pur arrestandosi davanti alle estreme conseguenze: Foscolo, facendo morire il suo Ortis e consumando, cos\u00ec, un suicidio &quot;per procura&quot;; Leopardi, nel \u00abDialogo di Plotino e di Porfirio\u00bb, mettendo avanti l&#8217;argomento, assai poco convincente, che non si devono aggravare le sofferenze altrui con la propria morte. E come negare che il clima complessivo della &quot;belle \u00e9poque&quot; era tutto pervaso da un segreto desiderio di autodistruzione e di morte, come sarebbe apparso evidente nell&#8217;estate del 1914, con le folle di giovani inneggianti alla guerra nelle strade e nelle piazze delle maggiori capitali europee (scene che non si sarebbero viste affatto nel 1939, nemmeno nella Germania hitleriana)?<\/p>\n<p>Scrive, dunque, Carlo Michelstaedter in \u00abLa persuasione e la rettorica\u00bb (da: \u00abLa sicurezza\u00bb, cit. in A. Asor Rosa, ed A. Abruzzese, \u00abCultura e societ\u00e0 del Novecento\u00bb, Firenze, La Nuova Italia, 1981, pp. 308-10):<\/p>\n<p>\u00abQuesta sicurezza delle cose necessarie sta nella forza sufficiente per assicurarsi nel futuro l&#8217;affermazione delle proprie determinazioni di fronte a tutte le altre determinazioni (forze) estranee e nemiche: per vincere la materia (il tempo e la variet\u00e0 delle cose [spazio]) colla propria forma.<\/p>\n<p>In questa materia sono compresi anche i miei simili &#8212; che si distinguono dal resti della materia in ci\u00f2 che si determinano nello stesso modo come io mi determino, che per continuare cio\u00e8 impongono al resto della materia la stessa forma che io le impongo.<\/p>\n<p>Cos\u00ec la sicurezza (la &quot;cosa&quot;, come dicono i giuristi) significa:<\/p>\n<p>1) violenza sulla natura: lavoro;<\/p>\n<p>2) violenza verso l&#8217;uomo: propriet\u00e0.<\/p>\n<p>1) Io ho lavorato il campo, ho approfittato a mio vantaggio del sole, della pioggia, dell&#8217;aria, della terra; ho ucciso gli animali nocivi, ho addomesticato quelli che mi potevano servire. Ho colto il frutto della terra violentando la pianta; ho costrutto un tetto a difesa delle intemperie e della fiere, vincendo lo spazio e l&#8217;inerzia e la durezza del sasso; mi sono fatto le vesti, le armi, gli utensili; ho cacciato nel bosco la selvaggina, ho tagliato la legna per cucinarla sul mio focolare e mangiar questa e il frutto del campo a mia maggior gloria.<\/p>\n<p>Finch\u00e9 ci siano l&#8217;aria, la terra, il sole e l&#8217;acqua, e sulla terra campi e boschi, ed in questi vegetazione e animali, la potenzialit\u00e0 del lavoro in me e i cumuli di lavoro passato (le cose elaborate) in mio possesso mi sono sufficiente sicurezza pel mio futuro. Ma ecco ora il maggior pericolo di fronte al quale io non ho alcuna previsione, ecco una potenzialit\u00e0 di lavoro identica alla mia che vuol determinarsi nello stesso punto dello spazio e del tempo, e toglie a me tutto il futuro: ecco l&#8217;uomo, il mio simile.<\/p>\n<p>2) Sul campo, ancora fumante si rinnova la lotta. &#8212; I due uomini si contendono la sicurezza di poter violentar la natura e di usar dei cumuli di lavoro passato: in breve i due simili non sono pi\u00f9 simili, ma l&#8217;uno ha il diritto del lavoro (o propriet\u00e0 immobile) e il diritto sui cumuli di lavoro (o propriet\u00e0 mobile), ha affermati di fronte all&#8217;altro la propria individualit\u00e0; l&#8217;altro ha il futuro troncato, \u00e8 alla merc\u00e9 del vincitore in ci\u00f2 che egli vuol vivere ancora e non pu\u00f2 giovarsi della propria potenza di lavoro. L&#8217;altro allora gli d\u00e0 il mezzo di vivere purch\u00e9 egli lavori per lui. Cos\u00ec l&#8217;uomo ha subordinato il suo simile alla propria sicurezza: ha esteso la sua violenza anche sul suo simile, perch\u00e9 questi cooperi a fornirgli quanto gli giova. E questo, lo schiavo, \u00e8 materia dio fronte al padrone, egli \u00e8 una &quot;cosa&quot;.<\/p>\n<p>Ma egli \u00e8 &quot;cosa&quot; in altro modo da come sia &quot;cosa&quot; un albero che il padrone sradica per usar tutto il legno; egli \u00e8 &quot;cosa&quot; come l&#8217;albero che il padrone innesta e pota per ricavarne le fritta, e come quello ch&#8217;egli priva periodicamente dei rami per aver legna da ardere. Lo schiavo serve al padrone vivo anche perch\u00e9 muoia per lui &#8212; ma non morto.<\/p>\n<p>Cos\u00ec la sua schiavit\u00f9 non \u00e8 assoluta ma relativa al suo bisogno di vivere. La mano dello schiavo non \u00e8 condotta con la forza a girar la mola del mulino; ma esso lo fa perch\u00e9 il corpo abbia poi da mangiare, e non sia con la frusta o coi supplizi impedito di farlo temporaneamente o per sempre. A ognuno dei mezzi coercitivi o alla minaccia dei mezzi coercitivi inerisce la vittoriosa violenza padronale, la persuasivit\u00e0 assoluta riguardo alla volont\u00e0 di vivere dello schiavo.<\/p>\n<p>Lo schiavo che non ha pi\u00f9 bisogno del futuro \u00e8 libero, perch\u00e9 non offre pi\u00f9 presa alla persuasione della violenza padronale. Finch\u00e9 l&#8217;acqua ha peso, cio\u00e8 volont\u00e0 d&#8217;andar al centro della terra, pu\u00f2 esser costretta a far andar i mulini e le fabbriche rannicchiate alle sponde: essa deve seguire tutte le vie preparate dall&#8217;uomo e far girare tutte le sue ruote, se pur vuole scendere e non restar sospesa. Ma il giorno che l&#8217;acqua non abbia pi\u00f9 bisogno del &quot;pi\u00f9 basso&quot;, all&#8217;uomo saranno vane le sue chiuse e i suoi canali e le sue ruote: e tutte le fabbriche e tutti i mulini resteranno fermi per sempre.<\/p>\n<p>Il padrone si serve dello schiavo attraverso la di lui forma: attraverso la sua potenza di lavoro. E gli fa sentire che il suo diritto d&#8217;esistere coincide colla somma di doveri verso il padrone, che la sua sicurezza \u00e8 condizionata al suo aderire ininterrotto ai bisogni del padrone.<\/p>\n<p>Cos\u00ec nelle sue catene dure ma sicure lo schiavo s&#8217;acquista col violentamento della natura in pro&#8217; del padrone, la sicurezza fra gli uomini; e con la sua violenza sul suo simile il padrone ricava da lui la sicurezza di fronte alla natura, ch&#8217;egli non lavorando non ha pi\u00f9 in s\u00e9. &#8212; Uniti, sono entrambi sicuri; staccati, muoiono entrambi: ch\u00e9 l&#8217;uno ha il diritto ma non la potenza del lavoro, l&#8217;altro la potenza ma non il diritto.\u00bb<\/p>\n<p>Naturalmente, i soliti critici marxisti si sono gettati sull&#8217;aspetto potenzialmente sinistrorso di questa filosofia: piace loro il fatto che Michelstaedter, dopo aver individuato nel lavoro e nella propriet\u00e0 le origini d&#8217;una duplice violenza, contro la natura e contro l&#8217;uomo, passi a individuare proprio nella tecnica e nello sviluppo i cardini dell&#8217;ideologia dello sfruttamento sistematico. Cos\u00ec, appunto, fa Alberto Asor Rosa, da cui abbiamo scelto di riportare questo passaggio de \u00abLa persuasione e la rettorica\u00bb: incredibile la disinvoltura di codesti storici della letteratura di formazione marxista, instancabilmente impegnati ad arruolare nelle loro file, volenti o nolenti, il maggior numero possibile di scrittori del passato, sulla base di singoli brani o di singoli aspetti, staccati dal tutto, nonch\u00e9 a dispetto del buon senso, dell&#8217;evidenza e, in non pochi casi, della decenza intellettuale.<\/p>\n<p>Molto pi\u00f9 significativo a noi sembra, nel pensiero di Michaelstadter, rispetto alla valenza &quot;socialista&quot; (che, del resto, \u00e8 stata senz&#8217;altro una componente della sua formazione filosofica: si veda anche il caso di Italo Svevo, l&#8217;altro grande intellettuale italiano proveniente dall&#8217;estremo lembo dell&#8217;Impero asburgico), l&#8217;elemento schopenhaueriano. Per il Nostro, la catena che tiene l&#8217;umanit\u00e0 in stato di schiavit\u00f9 \u00e8 originata dal bisogno compulsivo di sicurezza; bisogno di sicurezza che si concretizza, appunto, nel duplice sfruttamento della natura e del lavoro altrui. A Michelstadter, pi\u00f9 che rivoluzioni e palingenesi sociali, interessa la liberazione del singolo individuo, e non sul piano economico-sociale o su quello politico, ma sul piano interiore, spirituale. Nietzschiano e anche un po&#8217; dannunziano &#8212; anche se antidannunziano, o meglio critico del D&#8217;Annunzio, a livello intenzionale &#8212; egli \u00e8 un inguaribile individualista, forse l&#8217;ultimo dei romantici; forse, a suo modo, un poeta maledetto, un decadentista armato della propria orgogliosa solitudine e del proprio fiammeggiante nichilismo: quasi un Raskolnikov che ha deciso di rivolgere la propria dottrina superomistica alla sua stessa autodistruzione fisica, per conseguire, con Schopenhauer, la suprema liberazione dalle catene della schiavit\u00f9.<\/p>\n<p>Se, per Schopenhauer, l&#8217;origine del male \u00e8 la volont\u00e0, e precisamente la volont\u00e0 di vivere, per cui lo scopo che l&#8217;uomo deve prefiggersi \u00e8 quello di distruggere in se stesso la volont\u00e0 di vivere, per Michelstaedter l&#8217;origine del male \u00e8 la sicurezza, ossia il bisogno, la smania di sicurezza: sicurezza di che vivere, sicurezza del proprio futuro; e dunque non vi \u00e8 altra via d&#8217;uscita, dall&#8217;inferno di una vita dominata dalla lotta incessante degli egoismi contrapposti, che quella d&#8217;infrangere, alla radice, il bisogno di sicurezza, saltando a pie&#8217; pari nella suprema insicurezza della morte. L&#8217;uomo che non teme di morire, infatti, \u00e8 libero, libero una volta per tutte: non teme pi\u00f9 il futuro, dunque nulla \u00e8 in grado di spaventarlo, di turbarlo, di agitarlo. Ha capito che il &quot;diritto d&#8217;esistere&quot; crea in lui un giro vizioso di timore del futuro e di volont\u00e0 di esorcizzare quel timore, facendone ricadere tutto il peso su altri: sulla natura e sui propri simili. Ma se l&#8217;uomo si libera di quel frutto avvelenato, se rifiuta quell&#8217;inutile e pernicioso &quot;diritto,&quot; per affermare, in un gesto supremo di libert\u00e0, la sua indifferenza verso il futuro e il suo disprezzo per la morte, allora non esisteranno pi\u00f9 ceppi o catene capaci di tenerlo in schiavit\u00f9: egli \u00e8 perfettamente libero, come lo \u00e8 lo schiavo o il gladiatore i quali, secondo la dottrina stoica, rifiutano di prestarsi ulteriormente alle aspettative del padrone e del pubblico, e recidono da se stessi quel nodo che li tiene attaccati, insieme alla loro vita, al potere di ricatto e di dominio del padrone.<\/p>\n<p>Michelstaedter, dunque, individua nella paura della morte la fine del grande ricatto, la ragione per cui la partita della vita si gioca con delle carte truccate, ed il suo esito \u00e8 sempre la sconfitta: gli uomini hanno paura del futuro, hanno paura dell&#8217;insicurezza, hanno paura dell&#8217;ignoto, rappresentato dalla morte: non dalla morte in s\u00e9, ma dal fattore d&#8217;incertezza, d&#8217;imprevedibilit\u00e0, di suprema irrazionalit\u00e0 che essa costituisce. E poich\u00e9 \u00e8 per loro intollerabile convivere con una simile incertezza, preferiscono un male presente e senza posa &#8212; la soggezione volontaria alla propria schiavit\u00f9 &#8212; ad un bene certo, ma circondato d&#8217;incertezza, che il futuro offre loro in qualsiasi momento essi lo vogliano cogliere: la liberazione della morte.<\/p>\n<p>Ci vuole un bel coraggio per fare di una simile filosofia una parente, anche lontana, del marxismo, e, in genere, di qualunque ideologia rivoluzionaria: essa ne \u00e8, semmai, la perfetta e totale negazione. Non vi \u00e8 alcun dubbio che Michelstaedter, acuto com&#8217;era, avrebbe riso della fede rivoluzionaria in un mondo migliore, da realizzarsi mediante l&#8217;insurrezione politica e la palingenesi sociale: se l&#8217;uomo non \u00e8 capace di liberarsi dalle proprie catene interiori, originate dalla paura dell&#8217;insicurezza, non sar\u00e0 mai capace di instaurare un siffatto mondo migliore. Migliore, rispetto a che cosa? La paura dell&#8217;insicurezza torner\u00e0 immediatamente a manifestarsi, magari a livello di classe, anzich\u00e9 a livello d&#8217;individuo: e saranno i campi di concentramento, gli stermini di massa, sempre giustificati con il nobile fine superiore della &quot;giustizia&quot;. Ma una giustizia che non tiene conto del bisogno istintivo dell&#8217;uomo di proteggersi dal futuro, assoggettando la natura e i suoi simili, non sar\u00e0 altro che il paravento per nuove forme di assoggettamento, originate dalla medesima radice. Ci vuole tutta la rozzezza, ci vuole tutto il fanatismo dei signori critici marxisti, per non vedere una verit\u00e0 cos\u00ec chiara, cos\u00ec lapalissiana.<\/p>\n<p>A questo punto ci si pu\u00f2 domandare, semmai, per quale ragione un pensatore cos\u00ec acuto come Michelstaedter non abbia visto che le sue conclusioni sono coerenti rispetto alle premesse, ma solo a patto di operare una semplificazione del dato di partenza: vale a dire che l&#8217;uomo, pur dominato dal bisogno compulsivo di sicurezza (che potremmo, cristianamente, assimilare al peccato originale), non abbia minimamente preso in considerazione la possibilit\u00e0 ch&#8217;egli ne esca non con le proprie forze, a ci\u00f2 chiaramente insufficienti, ma con un aiuto spirituale proveniente da fuori di lui e dal di sopra di lui. Come mai, in altri termini, abbia scartato a priori la &quot;soluzione&quot; religiosa del suo terribile dilemma, senza neanche prendersi la briga di esaminarla ed, eventualmente, di confutarla. Egli, a quanto sembra, dava per scontato che Dio \u00e8 morto; ma un filosofo non deve dare per scontato nulla, anche se altri filosofi che vanno per la maggiore, come Nietzsche in quel momento, affermano di aver risolto per sempre quel determinato problema.<\/p>\n<p>\u00c8 qui che si vede la grandezza autentica di un pensatore: egli \u00e8 capace di andarsene dritto per la sua strada, assolutamente incurante di quel che la cultura del suo tempo crede o non crede di avere dimostrato una volta per tutte. Perch\u00e9 la sua strada \u00e8 la strada dell&#8217;eternit\u00e0, non quella del divenire &#8212; o, almeno, egli tenta di mettersi sulla strada di ci\u00f2 che \u00e8 assoluto, eterno, di ci\u00f2 che \u00e8 giusto e vero e buono e bello in se stesso, e non in virt\u00f9 del fatto che questa o quella tendenza storica li giudicano tali. Il vero pensatore non va a rimorchio di nessuno; il dialogo ideale che egli instaura con altri pensatori \u00e8 occasionale, quello invece che instaura con l&#8217;Essere \u00e8 l&#8217;unico realmente necessario, permanente, insostituibile.<\/p>\n<p>Michelstaedter si \u00e8 fidato troppo del giudizio di pensatori che il suo tempo giudicava grandi e non ha avuto il coraggio intellettuale di avanzare da solo. Se lo avesse fatto, probabilmente si sarebbe reso conto che la libert\u00e0 da lui affermata ne \u00abLa persuasione e la rettorica\u00bb &#8211; e poi, a livello personale, attraverso la decisione del suicidio &#8211; non \u00e8 la risposta al dramma della insicurezza, della fragilit\u00e0 e dell&#8217;egoismo dell&#8217;uomo, ma una resa totale, oltre che un paradosso logico. Perch\u00e9 se l&#8217;uomo ha paura di vivere senza la &quot;sicurezza&quot; che lo rende schiavo, non si libera da tale paura suicidandosi, ma affrontandola.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo, per vivere, ha bisogno di sicurezza; ha bisogno di sentirsi al sicuro, tanto sul piano economico e materiale, quanto su quello morale e spirituale. 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