{"id":27092,"date":"2007-06-16T06:17:00","date_gmt":"2007-06-16T06:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/16\/conoscere-e-ricordare-struttura-e-temi-del-menone-platonico\/"},"modified":"2007-06-16T06:17:00","modified_gmt":"2007-06-16T06:17:00","slug":"conoscere-e-ricordare-struttura-e-temi-del-menone-platonico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/16\/conoscere-e-ricordare-struttura-e-temi-del-menone-platonico\/","title":{"rendered":"Conoscere \u00e8 ricordare. Struttura e temi del \u00abMenone\u00bb platonico"},"content":{"rendered":"<p><em>N. B. Per il testo abbiamo utilizzato quello curato da S. Russo, Messina-Fiirenze, Casa Editrice G. D&#8217;Anna, 1967.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abMENONE\u00bb: PRIMA PARTE.<\/em><\/p>\n<p>Il <em>Menone<\/em> \u00e8 uno dei dialoghi platonici che iniziano nel modo pi\u00f9 diretto, quasi brusco; il lettore viene gettato <em>in medias res<\/em>, senza alcun preambolo; in realt\u00e0, Platone presuppone gi\u00e0 noti altri dialoghi e in particolare il <em>Protagora<\/em>, neil quale si era occupato appunto di tale problema.<\/p>\n<p>Menone, personaggio storico di cui Senofonte &#8211; che lo conobbe all&#8217;epoca della spedizione dei Diecimila in Persia &#8211; dice tutto il male possibile, d\u00e0 avvio al dialogo (cap. I) chiedendo a Socrate se la virt\u00f9 sia insegnabile e, quindi, trasmissibile.<\/p>\n<p><em>&quot;Puoi dirmi, o Socrate, se la virt\u00f9 si possa acquisire mediante insegnamento oppure con l&#8217;esercizio, oppure con l&#8217;insegnamento, oppure se nessuna delle due cose valga a tal fine e la virt\u00f9 invece provenga agli uomini da natura o in qualche altra maniera?<\/em><\/p>\n<p>Socrate osserva (cap. II) che non \u00e8 possibile rispondere a un tale quesito, se prima non si d\u00e0 una definizione di cosa sia la virt\u00f9: se si ignora una cosa, non si possono neanche fare ipotesi sulla sua trasmissibilit\u00e0. Quindi invita il suo interlocutore a dire cosa sia la virt\u00f9, magari rifacendosi all&#8217;insegnamento di Gorgia, il famoso sofista da quegli chiamato in causa. Menone afferma allora (cap. III) che la virt\u00f9 dell&#8217;uomo consiste nel governare la cosa pubblica, beneficando gli amici e danneggiando i nemici; quella della donna, nel buon governo della casa; ed altre virt\u00f9 corrispondono ai giovani e agli anziani, ai liberi e agli schiavi.<\/p>\n<p>Socrate, con la sua abituale ironia, si dice fortunato di aver trovato pi\u00f9 cose di quante ne cercasse: cio\u00e8 molti tipi di virt\u00f9, quand&#8217;egli andava in cerca di una definizione universale di virt\u00f9, ossia del suo concetto. Gli \u00e8 quindi facile (cap. IV) far ammettere a Menone che, cos\u00ec come vi \u00e8 una cosa che si chiama &quot;salute&quot;, o un&#8217;altra che si chiama &quot;forza&quot;, per cui vi \u00e8 un&#8217;unica maniera &#8211; al di l\u00e0 delle differenze individuali &#8211; di essere sani o forti, cos\u00ec v&#8217;\u00e8 un&#8217;unica maniera di essere virtuosi, perch\u00e9 la virt\u00f9 \u00e8 identica in tutti coloro che la possiedono.<\/p>\n<p>Menone, a questo punto (cap. V), d\u00e0 una seconda risposta circa la virt\u00f9: dice che essa \u00e8 la capacit\u00e0 di comandare gli uomini. Ma subito Socrate, facendogli l&#8217;esempio &#8211; per assurdo &#8211; dello schiavo che comanda al padrone, lo induce a perfezionare la definizione aggiungendo: &quot;l&#8217;arte di comandare con giustizia&quot;. Menone cade in pieno nel trabocchetto e d\u00e0 una terza definizione della virt\u00f9: afferma che essa \u00e8 la giustizia.<\/p>\n<p>Socrate gli fa osservare che esistono altre forme di virt\u00f9 (il coraggio, l&#8217;autocontrollo, la sapienza, ecc.) e che quindi le virt\u00f9 sono una cosa, <em>la<\/em> virt\u00f9, intesa come concetto, un&#8217;altra; e che chiedersi cosa sia la virt\u00f9 significa interrogarsi su quale sia la virt\u00f9 presente in tutte le sue varie manifestazioni. Menone non comprende o non vuol comprendere (cap. VI) e ribatte di non saper riconoscere quell&#8217;unica virt\u00f9 di cui parla il filosofo. Allora questi gli fa l&#8217;esempio della figura e gli mostra che, cos\u00ec come la rotondit\u00e0 \u00e8 <em>una<\/em> figura ma non <em>la<\/em> figura (poich\u00e9 esistono gli oggetti rotondi, ma non tutti gli oggetti sono rotondi), allo stesso modo deve esservi un concetto di figura, che colga quell&#8217;aspetto universale presente in ciascun singolo oggetto sensibile. Gli chiede pertanto, riportando il discorso all&#8217;assunto iniziale, di dare una definizione di virt\u00f9 (cap. VII). Menone, per\u00f2, dice che risponder\u00e0 se prima Socrate vorr\u00e0 dare lui una definizione di &quot;figura&quot;; forse egli vuol prendere tempo, forse vuol tentare di impadronirsi della &#8216;tecnica&#8217; dell&#8217;interlocutore per poi dare una miglior definizione di virt\u00f9.<\/p>\n<p>Socrate, mostrandosi paziente, lo accontenta e dice: <em>&quot;\u00e8 figura la cosa che sola, tra quelle che esistono, accompagna sempre il colore&quot;.<\/em> Menone, con tono sprezzante, sfida Socrate a far comprendere una tale definizione a chi dicesse di non sapere cosa sia il colore: il giovanotto ha atteso Socrate al varco per cercare di farlo inciampare. Quest&#8217;ultimo, con modi di finta modestia, (cap. VIII) d\u00e0 allora una seconda definizione di figura, questa volta di ordine geometrico, dicendo che essa \u00e8 il termine del solido (ci\u00f2 in cui il solido finisce). Per\u00f2 Menone non demorde. Vuole sfruttare quello che crede essere un temporaneo vantaggio, e sfida Socrate a definire cosa sia il colore (cap. IX): cosa non molto corretta, visto che appunto l&#8217;obiezione precedente sul concetto di colore aveva indotto Socrate a dare una diversa definizione di figura. Socrate la volge un po&#8217; in scherzo, dicendo che ai belli \u00e8 necessario cedere anche quando si comportano da insolenti, come ora sta facendo Menone: e cos\u00ec, lusingandolo nella sua vanit\u00e0 di bel giovane, finge di stare al suo gioco, ma si fa intanto promettere che poi risponder\u00e0 a sua volta circa la definizione di virt\u00f9: che era il punto dal quale tutta la discussione era partita, e dal quale Menone aveva cercato di allontanarla. Cos\u00ec, citando anche un verso di Pindaro, ecco Socrate dire cosa sia il colore: <em>&quot;l&#8217;effluvio delle figure commisurato alla vista ed atto ad essere appreso per via dei sensi&quot;<\/em>; definizione che riscuote l&#8217;ammirata approvazione dell&#8217;interlocutore. Anche in ci\u00f2 Menone si mostra pensatore superficiale e amante del bel parlare pi\u00f9 che del vigoroso ragionare, oltre che ingenuo: lui, che non ha apprezzato la stringata ma efficacissima definizione socratica del concetto di figura, ora si compiace di una definizione di ci\u00f2 che \u00e8 il colore volutamente ampollosa ed enfatica, non cogliendo affatto la sottile ironia del suo interlocutore.<\/p>\n<p>Ora \u00e8 venuto il turno di Menone di tornare a definire il concetto di virt\u00f9 (cap. X). Ed ecco la sua nuova definizione (la quarta): <em>&quot;godere delle cose belle e avere la possibilit\u00e0 di farle; desiderare le cose belle ed essere capace di procacciarsele&quot;.<\/em> Socrate, fulmineo, gli piomba sopra come il nibbio sul passero, introducendo uno dei suoi temi etici favoriti: l&#8217;universalit\u00e0 della spinta al bene e l&#8217;inconsapevolezza di chi opera il male. Gli chiede, infatti, se chi desidera le cose belle desideri anche, al tempo stesso, le cose buone. Menone risponde affermativamente, e Socrate gli chiede ancora se, per lui, vi siano coloro che preferiscono il male al bene, o se non aspirino tutti al bene; ma la risposta \u00e8 negativa. Socrate prosegue chiedendogli se il male possa giovare a colui che lo consegue, oppure se esso sia sempre e comunque nocivo; Menone risponde che alcuni lo ritengono giovevole, altri nocivo. Socrate gli chiede allora se coloro i quali pensano che il male giovi, sappiano che esso \u00e8 male (e dunque nocivo); Menone rispone negativamente, e Socrate ha buon gioco nel mostrargli che ci\u00f2 conferma la tesi secondo cui coloro che procacciano il male, agiscono in base all&#8217;ignoranza: anch&#8217;essi, in realt\u00e0, cercano il bene (ottimismo antropologico); ma poich\u00e9 non sanno riconoscerlo, appetiscono il male credendolo giovevole. Il male porta sventura e infelicit\u00e0: nessuno, che sia sano di mente, pu\u00f2 desiderarlo sapendolo tale. Menone deve convenirne: <em>&quot;Pare che tu dica il vero, o Socrate, nessuno vuole il male&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Ora (cap. IX), poich\u00e9 Menone aveva ammesso che le cose belle sono anche buone, Socrate lo induce a riformulare il concetto di virt\u00f9 nei seguenti termini: <em>&quot;la virt\u00f9 consiste nella facolt\u00e0 di procacciarsi il bene&quot;<\/em>(quinta definizione). Socrate chiede quindi al suo interlocutore qualche esempio di beni desiderabili: e Menone, da buon allievo dei sofisti, pone al primo posto la capacit\u00e0 di procurarsi oro, argento e cariche nello Stato. Ma subito Socrate lo obbliga a correggersi: se \u00e8 virt\u00f9 la capacit\u00e0 di procacciarsi tutti quei beni onestamente, mentre \u00e8 malvagit\u00e0 il farlo con l&#8217;ingiustizia, allora \u00e8 virt\u00f9 solo il fatto di procurarseli secondo giustizia; e anche il sapervi rinunciare, se essi provengono da azioni ingiuste.<\/p>\n<p>Ora (cap. XII) Socrate passa decisamente all&#8217;attacco. Se si era in precedenza convenuto che il concetto di virt\u00f9 non \u00e8 affatto l&#8217;enumerazione di singole cose virtuose, ma ci\u00f2 che esse hanno di comune, come mai adesso Menone \u00e8 ricaduto in un tal genere di definizione? <em>&quot;Ecco. Ti prego di definire la virt\u00f9 nel suo tutto, ma tu ti tieni ben lungi dal farlo, asserisci invece che virt\u00f9 \u00e8 ogni azione se essa viene compiuta con una parte di virt\u00f9, come se tu avessi dato la definizione di virt\u00f9 e di conseguenza come se io fossi gi\u00e0 in grado di riconoscerla, anche se suddivisa da te in parti.&quot;<\/em> Menone, mostrandosi un interlocutore presuntuoso ma non disonesto intellettualmente (come invece lo era stato, ad esempio, il personaggio di Polo nel <em>Gorgia,<\/em> estrema personificazione dell&#8217;arroganza dei sofisti), ne conviene; ed \u00e8 gi\u00e0 qualcosa.<\/p>\n<p>Menone, per\u00f2, va ancora oltre (cap. XIII): in un celebre passo in cui paragona il metodo socratico alla scossa provocata della torpedine, rivela con notevole franchezza e non senza una certa dose di coraggio il suo stato d&#8217;animo turbato e confuso dai ragionamenti del filosofo. Vale la pena di riportarlo per esteso, anche per la sua sottigliezza psicologica e per la somma maestria letteraria, in cui Platone &#8211; qui come altrove &#8211; mostra di eccellere, non meno che nel ragionamento strettamente filosofico.<\/p>\n<p><em>&quot;O Socrate, anche prima d&#8217;incontrarti di te sapevo che non fai altro che dubitare e porre gli altri nella identica condizione di dubbio; e adesso mi pare che tu m&#8217;abbia stregato, ammaliato, addirittura incantato<\/em> [si noti la precisione e l&#8217;efficacia del climax]<em>,<\/em> <em>al punto che mi sento pervaso totalmente dal dubbio.<\/em> <em>Se lo scherzo non \u00e8 inopportuno, tu mi sembri in tutto simile, tanto nell&#8217;aspetto quanto nel resto, alla piatta torpedine marina. Questa infatti produce tosto un torpore in chi le si accosta e la tocca; e mi pare che tu abbia suscitato in me la stessa sensazione di torpore. In realt\u00e0 mi sento infatti l&#8217;animo e la bocca intorpidita e non riesco pi\u00f9 a risponderti. Eppure moltissime volte, innanzi a migliaia di ascoltatori, ho tenuto tanti discorsi sulla virt\u00f9 e con felicissimo esito, come io stesso notavo; adesso invece non so neppure dire che cosa essa sia. E credo apprezzabile la tua decisione di non recarti mai altrove; infatti, se tu straniero in un&#8217;altra citt\u00e0 facessi cose simili, tosto saresti espulso come stregone.&quot;<\/em> Una velata allusione, quest&#8217;ultima, al clima di insofferenza che stava maturando nei confronti del grande concittadino fra alcuni circoli democratici tradizionalisti, insofferenza che sarebbe alla fine divenuta aperto ripudio e condanna a morte da parte dell&#8217;assemblea ateniese?<\/p>\n<p>In ogni caso, Socrate accetta la breve pausa scherzosa e la volge a proprio vantaggio, punzecchiando di nuovo Menone nella sua vanit\u00e0 e nel suo narcisismo: se egli voleva indurlo a fare la stessa cosa con lui, paragonandolo a chiss\u00e0 cosa a motivo della sua bellezza fisica, ha commesso un errore. Socrate non lo paragoner\u00e0 a nulla; e, quanto al paragone della torpedine, egli (e qui torna subito serio) vuol precisarne il senso. La torpedine stordisce le sue vittime, restando per\u00f2 lucida; mentre lui, Socrate, \u00e8 altrettanto stordito e confuso dei suoi interlocutori. Non pretende affatto di saperne pi\u00f9 di loro: gli basta aver suscitato qualche interrogativo salutare in coloro che, a torto, si ritenevano gi\u00e0 depositari della verit\u00e0 e della sapienza.<\/p>\n<p><em>&quot;Quanto a me, poi &#8211;<\/em> dice &#8211; <em>rassomiglio alla torpedine se essa rende torpidi gli altri ed \u00e8 anche lei tale; in caso contrario, non le assomiglio. Infatti non suscito il dubbio negli altri, senza che io stesso dubiti; anzi, dubitando proprio io stesso pi\u00f9 degli altri, li pongo nella mia stessa condizione. E adesso, io non so cosa sia la virt\u00f9, tu forse lo sapevi prima di imbatterti in me e ora per\u00f2 assomigli a chi non ne sa nulla. Tuttavia voglio esaminare ed indagare assieme a te cosa sia mai la virt\u00f9.&quot;<\/em> E qui emerge tutta la grandezza di Socrate, e tutta l&#8217;abissale differenza, non tanto di metodo, quanto di fini, tra lui e i sofisti (strano che Aristofane, ne <em>Le Nuvole,<\/em> faccia una simile confusione!). Per lui la verit\u00e0 non \u00e8 <em>relativa<\/em>, ma richiede &#8211; da parte di coloro che la ricercano sinceramente &#8211; un azzeramento preliminare del proprio falso sapere. Socrate, per\u00f2, da buon maestro, non lascia i suoi interlocutori in una condizioni sgradevole di dubbio e di confusione fine a s\u00e9 stessi; ma con loro vuole prefiggersi un cammino di ricerca, facendosi carico del loro disagio e anzi rassicurandoli che \u00e8 il suo stesso disagio: quello derivante dal sentirsi piccoli davanti alla grandezza del compito prefissato, <em>la ricerca della verit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abMENONE\u00bb: SECONDA PARTE.<\/em><\/p>\n<p>Menone, comunque (cap. XIV), pone a Socrate l&#8217;ovvia domanda di come egli pensi di definire la virt\u00f9, dato che ammette di essere del tutto ignorate in proposito; e di come potrebbe riconoscerla, quand&#8217;anche se la trovasse davanti, dal momento che non sa affatto cosa essa sia. Interrogativo pi\u00f9 che legittimo, nel quale non cogliamo tanto l&#8217;ironia di chi vuole rifarsi dello smacco subito, quanto la giusta preoccupazione di chi dubita di poter mai arrivare alla definizione del concetto, dopo che tutte le precedenti definizioni sono risultate inadeguate. Per Platone, \u00e8 questo il momento di introdurre l&#8217;argomento caratteristico di questo dialogo (anche se non quello essenziale), per il quale esso \u00e8 universalmente noto anche fra i non specialisti: il tema della conoscenza come ricordo. E infatti, con questo capitolo si entra in un clima spirituale diverso: dal piano intellettuale si passa a quello spirituale; si apre la parte centrale del <em>Menone<\/em> che, rispetto alla prima parte, che possiamo considerare prevalentemente dialettica e negativa, spalanca nuovi orizzonti, di una vastit\u00e0 da togliere il respiro.<\/p>\n<p>Socrate \u00e8 perfettamente consapevole di questo salto di qualit\u00e0, verso il quale egli stesso ha sapientemente indirizzato l&#8217;interlocutore: e il richiamo alla sacralit\u00e0 degli dei sottolinea la nuova atmosfera che \u00e8 scesa sui dialoganti.<\/p>\n<p>Al pessimismo gnoseologico di Menone, Socrate oppone un atteggiamento di fiducia nelle possibilit\u00e0 umane di avvicinarsi alla verit\u00e0, fondandola per\u00f2 &#8211; ecco il salto qualitativo &#8211; non sull&#8217;orgoglio della ragione umana, ma sull&#8217;aiuto divino. Egli dice infatti di avere appreso da uomini e donne ispirati (ancora la misteriosa Diotima, la donna di Mantinea citata nel <em>Simposio<\/em>?), sacerdoti che avevano dedicato la loro vita al servizio della divinit\u00e0, una cosa importantissima: <em>&quot;che l&#8217;anima dell&#8217;uomo \u00e8 immortale, ed ora finisce, cio\u00e8, come si suol dire, muore, ora torna a vivere, ma giammai si dissolve; e perci\u00f2, dunque, \u00e8 d&#8217;uopo trascorrere la vita quanto pi\u00f9 santamente \u00e8 possibile.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E prosegue (cap. XV), introducendo senz&#8217;altro la famosa teoria della reminiscenza:<\/p>\n<p><em>&quot;Poich\u00e9 dunque l&#8217;anima \u00e8 immortale e spesso rinasce, nulla v&#8217;\u00e8 che essa non abbia appreso, in quanto ha contemplato tutte le cose del mondo terreno e dell&#8217;Ade; onde non pu\u00f2 stupire il fatto che essa, riguardo alla virt\u00f9 e alle altre cose, sia capace di ricordare ci\u00f2 che prima sapeva. Infatti poich\u00e9 la natura delle cose tutte \u00e8 medesima e l&#8217;anima, d&#8217;altra parte, ha imparato gi\u00e0 tutto, nulla impedisce che l&#8217;uomo ricordando una sola cosa (il che chiamiamo imparare), trovi da s\u00e9 tutte le altre, qualora sia d&#8217;acuto ingegno e sappia perseverare nella ricerca; il ricercare, infatti, e l&#8217;imparare sono in sostanza la reminiscenza o anamnesi. Non bisogna dunque attenersi a quel principio eristico, che ci renderebbe inattivi; non per nulla esso \u00e8 invitante per i pigri; il mio ragionamento invece, rende attivi e inclini alla indagine; e confidando nella veridicit\u00e0 di esso, io voglio assieme a te cercare cosa sia la virt\u00f9.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E cos\u00ec, questa \u00e8 la via maestra per sfuggire alla pigrizia intellettuale e al fatalismo che possono sorgere dalla verificata difficolt\u00e0 di stabilire l&#8217;essenza concettuale delle cose: fondarsi non sul dato empirico o sul ragionamento astratto, ma sul ricordo di Verit\u00e0 trascendenti, che la nostra anima ha avuto la possibilit\u00e0 di contemplare quand&#8217;essa era libera dai condizionamenti e dalle limitazioni e imperfezioni propri della vita mortale. La conoscenza della verit\u00e0 non pu\u00f2 essere fondata, quindi, sulla presunzione di un sapere puramente umano, ma sulla trascendenza &#8211; in un linguaggio filosofico pi\u00f9 moderno, sull&#8217;Essere da cui derivano sia gli essenti, sia la loro facolt\u00e0 di intuire le qualit\u00e0 generali (essenza) che li accomunano, laddove l&#8217;esistenza li differenzia e li diversifica.<\/p>\n<p>Ora, prima di entrare nel cuore del dialogo (il celebre episodio dello schiavetto ignorante che riesce a risolvere un difficile problema di geometria), Platone si concede .- e ci dona &#8211; una piccola perla di autoironia nella breve e maliziosissima schermaglia che vede Socrate e Menone affilare ancora una volta, ma si direbbe per gioco, le loro armi dialettiche. Menone, infatti, chiede a Socrate di convincerlo della verit\u00e0 della sua affermazione che imparare \u00e8 ricordare; e Socrate gli ribatte:<\/p>\n<p><em>&quot;Lo dicevo dianzi che tu, o Menone, sei un furbacchione; ed ora mi chiedi se sono capace di insegnarti ci\u00f2; lo chiedi proprio a me che sostengo che non esiste insegnamento, ma reminiscenza, affinch\u00e9 tosto possa essere colto in aperta contraddizione con me stesso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Piccate e divertite sono le proteste d&#8217;innocenza di Menone, non \u00e8 possibile dire fino a che punto sincere (ma almeno ne hanno tutta l&#8217;apparenza) e fin dove non rivelano che Socrate, nonostante tutto, ha colpito ancora una volta nel segno, leggendo a chiare note la sottile strategia antagonista dell&#8217;altro. Fatto sta che Menone, l&#8217;irriverente, il sofista e &#8211; probabilmente &#8211; l&#8217;irreligioso Menone, si mette a imprecare scherzosamente e a chiamare a testimone il re di tutti gli dei della sua assoluta buona fede.<\/p>\n<p><em>&quot;Ma no, per Giove, o Socrate; non mirava a questo fine la mia domanda; ho usato tale termine solo per abitudine; ma se puoi, dimostraci che \u00e8 vero quanto dici&quot;.<\/em><\/p>\n<p>A questo punto Socrate fa chiamare uno degli schiavi, un giovanetto, e lo interroga intorno a delle figure geometriche, ben sapendo che egli non ha mai studiato la matematica. Dapprima gi mostra un quadrato (cap. XVI), e, facendolo osservare bene la figura con le sue diagonali, e inducendolo a riflettere e correggendolo giusto il minimo necessario, lo porta a individuare un importante principio di carattere generale (cap. XVII). Raddoppiando il lato di un quadrato, non si ottiene una figura doppia del quadrato stesso, bens\u00ec quadrupla (\u00e8 probabile che Socrate disegni le figure sulla sabbia o sulla ghiaia, o anche su una tavoletta di cera: quel che \u00e8 certo \u00e8 che non discute in astratto, ma mostra al ragazzo le figure geometriche). Poi gli mostra un quadrato di quattro piedi di lato, diviso in quattro parti uguali in modo da formare quattro quadrati di due piedi di lato; e gli domanda di trovare la misura del lato di quel quadrato che abbia una superficie doppia di uno dei quadrati minori (che \u00e8 di quattro piedi quadrati), e che sia quindi la met\u00e0 di quella del quadrato maggiore (che \u00e8 di sedici piedi quadrati). Lo schiavetto, intuitivamente, afferma che tale misura deve essere tre: poich\u00e9 tre \u00e8 il numero intermedio fra due (lato del quadrato minore) e quattro (lato del quadrato maggiore). Socrate per\u00f2 gli fa osservare che un quadrato con il lato di tre piedi ha una superficie di nove piedi quadrati (3&#215;3=9), mentre \u00e8 ovvio che la superficie del quadrato desiderato deve essere di otto piedi, essendo il doppio del quadrato minore (2&#215;2=4). A questo punto lo schiavetto confessa di non saper cosa pensare.<\/p>\n<p>Socrate ne approfitta (cap. XVIII) per ritornare, con Menone, al paragone della torpedine: lo schiavo <em>credeva<\/em> di sapere quale sia il lato di un quadrato di otto piedi, poi si \u00e8 accorto di non saperlo e ora dubita di tutto; ma la scoperta del dubbio, cio\u00e8, in definitiva, della propria ignoranza, lo ha messo in una condizione assai pi\u00f9 favorevole della precedente, perch\u00e9 ora egli \u00e8 consapevole di non sapere e, quindi, pu\u00f2 ritentare la conquista della verit\u00e0 partendo da una base pi\u00f9 adeguata. Menone ne conviene. Allora Socrate torna a rivolgersi al giovane schiavo, impegnandosi per\u00f2 a non <em>insegnargli<\/em> la soluzione del problema, bens\u00ec a fargli solamente delle domande che lo guidino alla verit\u00e0, cio\u00e8 a <em>ricordare<\/em> la verit\u00e0 ch&#8217;egli gi\u00e0 sapeva (come tutte le altre, e non solo della geometria, ovviamente), ma che aveva dimenticata.<\/p>\n<p>Socrate fa osservare all&#8217;interlocutore dapprima i quattro quadrati minori che compongono il quadrato maggiore, indi le diagonali che tagliano in due, da angolo ad angolo, ciascuno dei quattro quadrati minori. Dall&#8217;unione delle quattro diagonali risulta un nuovo quadrato, che ha evidentemente una superficie doppia di ciascun quadrato minore, e la met\u00e0 di quello maggiore. Esso \u00e8 dunque proprio il quadrato di otto piedi di superficie che i due stavano cercando; e il lato desiderato, \u00e8 costituito dalla diagonale dei quattro quadrati minori. Cos\u00ec, il problema \u00e8 risolto: <em>en passant,<\/em> Socrate ha dimostrato anche, implicitamente, il teorema di Pitagora: infatti il quadrato ottenuto unendo le diagonali dei quadrati minori risulta doppio di ciascun quadrato minore; ma ciascuna di dette diagonali \u00e8 anche l&#8217;ipotenusa dei triangoli rettangoli che risultano dalla divisione in due, mediante le rispettive diagonali, dei quadrati minori; mentre il lato di questi ultimi \u00e8 anche cateto dei medesimi triangoli rettangoli. Cos\u00ec, una doppia dimostrazione geometrica di somma eleganza \u00e8 stata data da uno schiavo che nulla sapeva di geometria: Socrate lo ha guidato, ma non gli ha detto quale fosse la soluzione del problema. Non sappiamo se Platone si ritenesse pienamente soddisfatto di una siffatta &quot;prova&quot; della dottrina relativa alla reminiscenza di un sapere conseguito dall&#8217;anima precedentemente alla nascita, e accumulato di vita in vita, nella successione della metempsicosi. Noi moderni non lo siamo pi\u00f9 di tanto, anche se non possiamo non ammirare la grazia e la naturalezza con le quali il &quot;suo&quot; Socrate ha svolto questa tesi (che certamente non apparteneva n\u00e9 tanto n\u00e9 poco al Socrate <em>storico<\/em>).<\/p>\n<p><em>\u00abMENONE\u00bb: TERZA PARTE.<\/em><\/p>\n<p>Comincia la terza e ultima parte del dialogo (cap. XX). Socrate ottiene da un Menone sin troppo arrendevole il riconoscimento che lo schiavetto ha saputo risolvere il problema non perch\u00e9 guidato un suo <em>insegnamento,<\/em> sia pure non esplicito, ma perch\u00e8 possedeva gi\u00e0 in se stesso le conoscenze opportune; e, dunque, in linea generale, che <em>attingere la scienza in s\u00e9 stessi, \u00e8 reminiscenza.<\/em> Afferma inoltre che tali ricordi, poich\u00e9 non provengono da questa vita, devono venire da altrove. Pi\u00f9 precisamente (cap. XXI), l&#8217;anima possiede la vera conoscenza di ogni cosa <em>da sempre;<\/em> e, dunque, bisogna <em>che l&#8217;anima sia immortale.<\/em> Infine osserva che, se noi sentissimo il <em>dovere<\/em> di ricercare quel che non sappiamo (o, meglio, che sapevamo e che poi abbiamo dimenticato), diverremmo degli uomini migliori, pi\u00f9 capaci e pi\u00f9 solerti. D&#8217;altra parte, non cercheremmo quello che non conoscessimo affatto: se cerchiamo, vuol dire che possediamo qualche sfuocato brandello di verit\u00e0, che \u00e8 appunto ricordo. Menone conviene anche su ci\u00f2.<\/p>\n<p>Ora Socrate propone a Menone di riprendere insieme la ricerca su che cosa sia la virt\u00f9: il punto davanti al quale si erano arenati, allorch\u00e9 Menone aveva obiettato a Socrate che non \u00e8 possibile andare alla ricerca di ci\u00f2 che si ignora del tutto (cfr. l&#8217;inizio cap. XIV) e che, quand&#8217;anche la si trovasse, non si sarebbe in gradi di riconoscerla, \u00e8 stato superato. Infatti adesso che Socrate, attraverso la teoria della reminiscenza, ha mostrato che noi non ignoriamo del tutto la verit\u00e0 delle cose, ma che andiamo alla ricerca di verit\u00e0 che possediamo sia pure confusamente, perch\u00e9 giacciono semidimenticate dentro noi stessi, nella nostra anima, l&#8217;ostacolo \u00e8 rimosso e la ricerca pu\u00f2 riprendere con rinnovato slancio.<\/p>\n<p>Menone, a sua volta, ricorda a Socrate la sua domanda iniziale, che aveva aperto il dialogo: se cio\u00e8 la virt\u00f9 si possa trasmettere mediante l&#8217;insegnamento. Socrate gli ricorda la contraddittoriet\u00e0 di voler indagare di che qualit\u00e0 sia una cosa di cui non si conosca la natura; amabilmente, per\u00f2, dice di sottomettersi alla richiesta dell&#8217;interlocutore, a patto di poter procedere attraverso ipotesi, cos\u00ec come si fa in geometria, quando si vuol cercare la soluzione di un problema mai posto prima.<\/p>\n<p>Socrate, dunque (cap. XXIII), si chiede se la virt\u00f9 sia di natura diversa da quella della scienza. Infatti nulla si pu\u00f2 apprendere che non sia scienza (nel senso di conoscenza della verit\u00e0 certa e non di mere opinioni); e, se la virt\u00f9 \u00e8 scienza, allora certamente la si pu\u00f2 anche insegnare. Poi osserva che la virt\u00f9 \u00e8 un bene e che, se vi fosse qualche bene disgiunto dalla scienza, allora la scienza potrebbe non essere insegnabile; ma se la scienza contiene in s\u00e9 ogni bene, necessariamente dovr\u00e0 contenere anche quel bene che \u00e8 la virt\u00f9. Il ragionamento non fa una piega e Menone vi consente di buon grado. Poi Socrate domanda se la virt\u00f9 ci renda buoni e, se s\u00ec, anche utili (poich\u00e9 la bont\u00e0 \u00e8 inseparabile dall&#8217;utilit\u00e0): Menone acconsente. Socrate gli fa quindi convenire che la virt\u00f9, essendo unita alla bont\u00e0, deve anche recare utilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ora Socrate passa a esaminare brevemente alcune qualit\u00e0 utili, come la salute, la forza, la bellezza, e osserva che quando di esse si fa un retto uso ci giovano, e quando se ne abusa, ci danneggiano. Sempre con il consenso di Menone, sposta quindi la riflessione sulle azioni dell&#8217;anima come il coraggio, la giustizia, la generosit\u00e0 e simili; e, del pari, osserva che quando tali azioni sono guidate dalla scienza, portano l&#8217;uomo al successo; quando, invece, guidate dalla stoltezza, arrecano danno. Da questo raffronto emerge che la virt\u00f9, essendo una disposizione dell&#8217;anima, per essere utile deve essere scienza: infatti le azioni dell&#8217;anima non sono n\u00e9 buone n\u00e9 cattive, ma lo divengono a seconda che siano guidate dalla scienza oppure no. L&#8217;ovvia conclusione di tutto il ragionamento \u00e8 che la virt\u00f9, essendo utile, non pu\u00f2 essere che una forma di scienza. L&#8217;ipotesi iniziale si \u00e8 dimostrata esatta, mano a mano che si \u00e8 verificata la veracit\u00e0 delle proposizioni secondarie legate all&#8217;assunto fondamentale che la virt\u00f9 sia una scienza. Menone ne convien. Socrate \u00e8 giunto a tale conclusione dopo una catena di ragionamenti rigorosi basati sulla logica oltre che sul senso comune: non ha calato dall&#8217;alto, come fanno i sofisti, una definizione apodittica e pi\u00f9 o meno ampollosa, senza prendersi la briga di dimostrarla.<\/p>\n<p>Adesso Socrate (cap. XXV) va oltre l&#8217;assunto iniziale e, dal ragionare sulla virt\u00f9, passa a ragionare sull&#8217;anima. Ricorda come hanno convenuto che le azioni dell&#8217;anima siano giovevoli o dannose a seconda che esse siano guidate dalla scienza o dalla stoltezza. Ora aggiunge che usare bene delle attitudini dell&#8217;anima \u00e8 proprio di un&#8217;anima sapiente; che tale retto uso \u00e8 frutto della scienza: e che, se la scienza \u00e8 utile, allora la virt\u00f9, essendo utile, \u00e8 anch&#8217;essa scienza. La conclusione di queste ulteriori riflessioni \u00e8 che i buoni non sono tali per natura, ma lo divengono per virt\u00f9 dell&#8217;insegnamento. Si ricordi, infatti, che Socrate aveva stabilito che solo la scienza si pu\u00f2 apprendere: dunque, se la virt\u00f9 e una scienza, essa pu\u00f2 solamente essere insegnata ed appresa, non gi\u00e0 posseduta naturalmente dall&#8217;anima. Questa, per inciso, \u00e8 una tipica manifestazione dell&#8217;intellettualismo etico di Socrate: la virt\u00f9, essendo una scienza, si pu\u00f2 insegnare e trasmettere; e, una volta che sia trasmessa (ma questo non viene detto esplicitamente, in questa sede), non \u00e8 possibile che l&#8217;uomo non voglia praticarla: poich\u00e9 essa coincide col bene, e nessuno persegue volontariamente il proprio male.<\/p>\n<p>Stabilito che la virt\u00f9, essendo scienza, \u00e8 insegnabile , Socrate sembra aver risposto pienamente al quesito iniziale di Menone e il dialogo potrebbe anche concludersi a questo punto. Invece Socrate (cap. XXVI), qui come in tanti altri casi, rimette lui stesso in discussione i risultati pazientemente acquisiti, e introduce il dubbio sulle certezze che lui stesso ha guidato l&#8217;interlocutore a costruire. Le parti sembrano essersi invertite: e intorno a Menone, che si sentiva ormai sul solido terreno delle certezze, ogni cosa torna a vacillare.<\/p>\n<p>Il dubbio che Socrate introduce \u00e8 il seguente: se una cosa qualsiasi, e non solo la virt\u00f9, pu\u00f2 essere oggetto d&#8217;insegnamento, \u00e8 necessario che vi siano sia maestri che discenti; ma se non vi sono n\u00e9 questi n\u00e9 quelli, allora quella tale cosa non \u00e8 insegnabile. Ed ecco l&#8217;affermazione &#8216;scandalosa&#8217; di Socrate, che rimescola tutte le carte e rimette in discussione ogni punto fermo: egli, nella sua vita &#8211; afferma &#8211; non ha mai incontrato alcuno che sapesse insegnare la virt\u00f9. Subito dopo egli chiama in causa un nuovo personaggio, che pare esser appena giunto: Anito, figlio del ricco e colto Antemione, uomo modesto e dabbene; ora Anito, giovane, bene educato e ambizioso, sembra avviato a una promettente carriera politica, poich\u00e9 \u00e8 stato innalzato alle maggiori magistrature. Qui Anito rappresenta l&#8217;esempio ideale dell&#8217;uomo politico. Ed \u00e8 una tragica ironia il fatto che noi, <em>a posteriori,<\/em> sappiamo che sar\u00e0 proprio lui il primo e principale accusatore di Socrate nel processo che condurr\u00e0 alla condanna a morte dell&#8217;illustre filosofo.<\/p>\n<p>Socrate, dunque, si rivolge al nuovo venuto e gli chiede se, per formare un giovane in una data professione o attivit\u00e0, non sia giusto mandarlo a fare pratica da chi ne sia gi\u00e0 esperto, sia esso medico o calzolaio o flautista. Anito ne conviene. Non si mander\u00e0 l&#8217;apprendista a fare pratica da colui che ignori quella data arte. Sarebbe cosa assurda. Dunque (cap. XXVIII), per apprendere la virt\u00f9 con cui bene amministrare la famiglia e la citt\u00e0, bisogna andare a lezione da coloro (e qui l&#8217;ironia di Socrate si fa tangibile) che si dicono esperti di questa scienza: i sofisti. Ma Anito protesta con forza, dicendo che chi si reca a lezione da essi non pu\u00f2 riceverne che danno. Socrate (cap. XXIX), fingendosi meravigliato e scandalizzato, dice che sono incredibili le accuse di Anito, poich\u00e9 un celebre sofista come Protagora ha ricavato, insegnando a pagamento la sua sapienza, pi\u00f9 di quanto abbiano guadagnato sommi artisti come Fidia. Inoltre osserva che, se un ciabattino eseguisse male il suo lavoro, ben presto perderebbe ogni clientela; mentre Protagora \u00e8 morto a settant&#8217;anni di et\u00e0, dopo quaranta di professione, stimato e ammirato a tutti. Possono essere stati cos\u00ec pazzi i sofisti da insegnare solamente cose dannose, mentre gli Ateniesi affidavano loro i propri figli e li pagavano profumatamente, per ottenere soltanto di lasciarli ingannare e fuorviare e per vederli divenire peggiori di quel che erano innanzi?<\/p>\n<p>Ma Anito (cap. XXX) ribatte che non i sofisti, ma i loro clienti si comportano da pazzi, sia i giovani che i loro familiari. Socrate gli domanda (sempre ironicamente) se egli non abbia qualche fatto personale contro i sofisti, ma Anito risponde che non ha mai avuto alcun rapporto con costoro; eppure ben li conosce e, per tale motivo, se ne tiene ben lontano. Socrate allora gli chiede di suggerire presso chi un giovane perbene come Menone possa recarsi per essere istruito nella virt\u00f9, visto che quelli non sono adatti; e lo invita a fare il none di un cittadino qualsiasi in grado di eseguire tale incombenza.<\/p>\n<p>Anito replica (cap. XXXI) che non c&#8217;\u00e8 bisogno di far nomi; basta recarsi da un qualsiasi Ateniese onesto per apprendere cosa sia la virt\u00f9. Socrate &#8211; e qui comincia la parte pi\u00f9 amara del dialogo &#8211; chiede se questi cittadini onesti siano divenuti tali da soli, e siano ora in grado di insegnare ad altri ci\u00f2 che non hanno appreso da alcuno. Anito risponde che, secondo lui, gli uomini virtuosi devono aver appreso da altri uomini onesti, che certo ad Atene non mancarono n\u00e9 mancano tuttora. Socrate conviene con quest&#8217;ultima affermazione, ma non con la precedente.<\/p>\n<p>E prosegue (cap. XXXII): uomini virtuosi certamente vi furono e ve ne sono; ma non vi sono prove che abbiano appreso da altri la loro virt\u00f9. Si prenda ad esempio il caso di Temistocle, uomo illustre e quant&#8217;altri mai virtuoso: riusc\u00ec forse a fare di suo figlio Cleofanto un uomo virtuoso come lui? No di certo; riusc\u00ec a farne un buon cavallerizzo; ma non pot\u00e9 trasmettergli in alcun modo la sua virt\u00f9. Oppure (cap. XXXIII) si prenda il caso di Aristide, altro illustre uomo politico ateniese: anche lui fu indubbiamente un uomo virtuoso; ma, pur occupandosi dell&#8217;educazione di suo figlio Lisimaco, non riusc\u00ec a renderlo simile a s\u00e9, quanto all&#8217;esercizio della virt\u00f9. E la stessa cosa pu\u00f2 dirsi per il grande Pericle, &#8216;mostro sacro&#8217; della democrazia ateniese: i suoi due figli non risultarono simili al padre quando all&#8217;essere virtuosi; <em>idem<\/em> per il competitore di Pericle, Tucidite, e per i suoi figlioli.<\/p>\n<p>Davanti a questa serie di esempi negativi sulla trasmissibilit\u00e0 della virt\u00f9, Anito (cap. XXXIV) ha una reazione alquanto infastidita: nelle sue parole sembra di cogliere una larvata minaccia che suona alquanto sinistra, se si considera che proprio Anito accuser\u00e0 Socrate di corrompere i giovani ateniesi e di non onorare le divinit\u00e0 patrie, mettendo in moto il tragico meccanismo che porter\u00e0 alla sua condanna a bere la cicuta. Egli dice testualmente: <em>&quot;O Socrate, mi pare che tu volentieri dica male degli altri. E perci\u00f2 vorrei consigliarti di stare in guardia, se credi di darmi ascolto; perch\u00e9 forse in ogni altra citt\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 facile fare male anzich\u00e9 bene al prossimo, ma in questa certamente \u00e8 cos\u00ec, e credo che anche tu lo sappia.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Rivolgendosi allora a Menone (cap. XXXV), Socrate si dice sicuro di aver compreso il motivo dello sdegno di Anito: crede che lui abbia inteso denigrare i grandi uomini ateniesi, e di essere egli stesso, Anito, fra i calunniati. Quindi chiede a Menone se non vi siano dei galantuomini anche al giorno d&#8217;oggi; e, avutane risposta affermativa, se costoro si ritengano maestri di virt\u00f9 e in grado di insegnarla. Menone risponde che, sulla possibilit\u00e0 di insegnarla, i pareri sono discordi; Socrate cita allora i sofisti, che promettono di saperlo fare; ma Menone gli ribatte che proprio uno dei pi\u00f9 famosi sofisti, Gorgia di Leontini, deride apertamente una tale pretesa e dice di non essere in grado d&#8217;insegnare null&#8217;altro che l&#8217;arte della retorica, ossia della persuasione (e forse questo \u00e8 il motivo del rispetto che Socrate mostra nei suoi confronti, pur combattendone le idee; rispetto dovuto a un avversario onesto, e che appare evidente nel <em>Gorgia<\/em> platonico). Quanto a s\u00e9, Menone si dichiara incerto (non per nulla il dialogo era partito proprio da tale suo dubbio): talvolta \u00e8 incline a credere che la virt\u00f9 sia insegnabile, altra volta no. Socrate aggiunge che cos\u00ec la pensa anche il poeta Teognide; e cita (cap. XXXVI) alcuni suoi versi che lo dimostrerebbero. Socrate, quindi, conclude &#8211; e ne convince Menone &#8211; che non possono essere maestri di qualcosa coloro i quali si mostrano ora convinti della possibilit\u00e0 d&#8217;insegnarla, ora perplessi e anzi certi del contrario.<\/p>\n<p>Il ragionamento di Socrate si fa sempre pi\u00f9 incalzante (cap. XXXVII). Se n\u00e9 le persone oneste, n\u00e9 i sofisti &#8211; che si dicono maestri di virt\u00f9 &#8211; sono in grado di insegnare tale facolt\u00e0 dell&#8217;anima, vuol dire che nessuno \u00e8 in grado di farlo e, di conseguenza, che nessuno ne \u00e8 allievo. Niente maestri, niente discepoli: Menone deve convenire che la virt\u00f9 non \u00e8 insegnabile. Ma allora, le persone virtuose da dove l&#8217;apprendono? Socrate gli risponde che non soltanto con la scienza gli uomini apprendono a bene operare; l&#8217;altro ne appare stupito.<\/p>\n<p>Socrate allora (cap. XXXVIII) gli ricorda che, in precedenza, essi avevano convenuto che gli uomini onesti sono anche utili, come colui che, essendo pratico di certi luoghi, faccia da guida ad altri lungo la strada. Ma si pu\u00f2 essere utili come guide anche in un altro modo: e cio\u00e8 ragionando bene sulla strada da seguire, pur non avendo mai visitato di persona i luoghi in questione. Dunque non solo la scienza, intesa come conoscenza diretta del vero, ma anche la retta opinione \u00e8 in grado di guidare adeguatamente gli uomini sulla via della virt\u00f9.<\/p>\n<p>Menone, a questo punto (cap. XXXIX), molto ragionevolmente chiede quale sia dunque la differenza fra scienza ed opinione vera, dato che esse sembrano produrre il medesimo risultato. La distinzione, risponde Socrate (che cita, scherzosamente, le famose &quot;statue di Dedalo&quot;), \u00e8 che la opinione vera \u00e8, purtroppo, sempre pronta a volare via; mentre il sapere fondato sulla scienza \u00e8 stabile. Anche le opinioni vere possono divenire stabili, a patto che siano legate fra loro mediate la reminiscenza, che le rende scienza; indi consolidate a mezzo della fermezza.<\/p>\n<p>Socrate a questo punto (cap. XL) ammette di non parlare per scienza, ma per congettura.; tuttavia fa notare a Menone che l&#8217;opinione vera \u00e8 in grado di guidare le azioni umane non meno di quanto possa fare la scienza. Gli uomini buoni ed utili agli altri, cio\u00e8 i virtuosi, possono quindi divenire tali non solo per mezzo della scienza della virt\u00f9, ma anche della retta opinione intorno ad essa. Ma, poich\u00e9 n\u00e9 l&#8217;una cosa n\u00e9 l&#8217;altra si danno come doni di natura, ne consegue che gli uomini buoni non sono tali per natura. Dunque, la loro virt\u00f9 parrebbe provenire da una forma di insegnamento; e tale insegnamento, era stato definito come scienza. Ma poi si era constatato che non esistono n\u00e9 maestri n\u00e9 discepoli di virt\u00f9, dunque chela virt\u00f9 non \u00e8 insegnabile e non \u00e8 nemmeno una scienza (perch\u00e9, se lo fosse, la si potrebbe anche insegnare). Socrate ricorda anche che si era convenuto di definire la virt\u00f9 come un bene, e che utile e buono \u00e8 ci\u00f2 che guida bene. Ora, se la scienza e la retta opinione guidano bene l&#8217;uomo, egli per mezzo di esse pu\u00f2 far bene ogni cosa: perch\u00e9 le cose casuali non sono opera di una scelta responsabile dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p><em>\u00abMENONE\u00bb: CONCLUSIONE.<\/em><\/p>\n<p>Ora (cap. XLI), se la virt\u00f9 non \u00e8 insegnabile, essa non \u00e8 scienza, e se non \u00e8 scienza, bisogna che la scienza rinunzi a guidare la politica. Ecco perch\u00e9 Temistocle, Pericle e gli altri non riuscirono a trasmettere ad altri la virt\u00f9 che possedevano: perch\u00e9 essa non \u00e8 una scienza, e che essi non erano virtuosi per mezzo di scienza. Dunque, non resta che la retta opinione come guida alla virt\u00f9: e colui che la possiede \u00e8 degno di essere chiamato uomo divino, ed onorato come tale. Divini sono gli uomini che, pur avendone scienza, conseguono e praticano la virt\u00f9 mediante l&#8217;opinione vera; divini sono anche gli indovini, i vati, i poeti e tutti coloro che, pur senza un ragionamento preciso, giungono ad operare grandi cose per mezzo di una divina intuizione (ma Socrate dice &quot;ispirazione&quot;, quasi a sottolineare il carattere religioso di tale conoscenza).<\/p>\n<p>Questa, dunque, \u00e8 la conclusione (cap. XLII) &#8211; e sia pure una conclusione provvisoria e dinamica, mai cristallizzata nelle proprie presuntuose certezze, com&#8217;\u00e8 in tutto il pensiero platonico -, anche se Anito dissente. La virt\u00f9 non \u00e8 n\u00e9 un dono di natura, n\u00e9 una cosa insegnabile, e coloro che la possiedono, hanno ricevuto un autentico dono divino, non per merito della loro intelligenza. Grandissima cosa sarebbe se vi fosse anche un solo uomo capace di insegnarla ai suoi simili; ma tutto lascia credere (anche se Socrate non lo dice esplicitamente) che un tal uomo non sia di questo mondo. Un dono divino, dunque., \u00e8 il possesso della virt\u00f9; con queste parole e con l&#8217;invito a Menone di farne persuaso anche Anito, ospite nella sua casa, e a rasserenarlo, Socrate pone fine al dialogo, allontanandosi per la sua strada.<\/p>\n<p>Si tratta di uno dei dialoghi pi\u00f9 belli e pi\u00f9 importanti di tutto il <em>corpus<\/em> platonico, sia per lo splendore dello stile attico, sia per la chiarezza e l&#8217;eleganza dei ragionamenti; ma soprattutto per quel profondo anelito alla verit\u00e0 che non si appaga mai dei risultati acquisti, specie se puramente intellettuali, ma sempre tende verso nuovi orizzonti, inesausto eppure sempre perfettamente consapevole dei suoi limiti umani: e, quindi, aperto al mistero della trascendenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>N. B. Per il testo abbiamo utilizzato quello curato da S. Russo, Messina-Fiirenze, Casa Editrice G. D&#8217;Anna, 1967. \u00abMENONE\u00bb: PRIMA PARTE. Il Menone \u00e8 uno dei<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30162,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[38],"tags":[221],"class_list":["post-27092","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-gnoseologia","tag-platone"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-gnoseologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27092","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27092"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27092\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30162"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27092"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27092"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27092"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}