{"id":27009,"date":"2008-09-27T08:18:00","date_gmt":"2008-09-27T08:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/27\/un-film-al-giorno-maria-zef-di-vittorio-cottafavi-1981\/"},"modified":"2008-09-27T08:18:00","modified_gmt":"2008-09-27T08:18:00","slug":"un-film-al-giorno-maria-zef-di-vittorio-cottafavi-1981","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/27\/un-film-al-giorno-maria-zef-di-vittorio-cottafavi-1981\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abMaria Zef\u00bb di Vittorio Cottafavi (1981)"},"content":{"rendered":"<p>Tratto dal toccante romanzo di Paola Drigo, <em>Maria Zef<\/em> di Vittorio Cottafavi \u00e8 un film molto bello, che andrebbe visto per capire a fondo certi aspetti dell&#8217;anima carnica e friulana, cos\u00ec come <em>I Malavoglia<\/em> di Verga ci introducono nel cuore dell&#8217;anima siciliana, o come <em>L&#8217;albero degli zoccoli<\/em> ci trasmette la fragranza del vecchio mondo contadino lombardo.<\/p>\n<p>E ci\u00f2 a dispetto del fatto che Carnici e Friulani, sia davanti al romanzi di Paola Drigo (vincitrice del Premio Viareggio nel 1937), sia di fronte al film di Cottafavi del 1981 (che aveva avuto un precedente con la pellicola del 1953 di Luigi De Marchi <em>Condannata senza colpa<\/em>), abbiano reagito, in un primo tempo, in maniera decisamente negativa, come se avessero visto la loro terra ridotta allo stereotipo dell&#8217;alcolismo e dell&#8217;incesto.<\/p>\n<p>Strano destino, per un film che Cottafavi &#8211; con intelligenze e coraggiosa intuizione &#8211; volle parlato interamente in friulano, con i sottotitoli in italiano; ma, in fondo, lo stesso destino che era gi\u00e0 toccato a un altro bellissimo film dedicato alla terra friulana, alla sua aspra solitudine e alla sua pudica malinconia: <em>Gli ultimi<\/em> di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo, del quale ci siamo gi\u00e0 altra volta occupati.<\/p>\n<p>Decantata, con il tempo, la prima, istintiva reazione difensiva, alla fine anche i Friulani si sono accorti che n\u00e9 il romanzo, n\u00e9 il film sono diretti <em>contro<\/em> la loro civilt\u00e0; ma che, anzi, costituiscono una preziosa chiave di lettura per comprendere un certo aspetto di essa, peraltro legato a particolari circostanze storiche e geografiche.<\/p>\n<p>Il mondo della Carnia, alla fine dell&#8217;Ottocento e ancora ai primi del Novecento, era un mondo indubbiamente arcaico e affascinante, ma anche attraversato da terribili tensioni sociali &#8211; ancorch\u00e9 poco evidenti, perch\u00e9 mai gridate e sbandierate &#8211; legate alla sua condizione di area depressa. Un mondo aspro e isolato che, se la penna di Giosu\u00e9 Carducci poteva rappresentare con gli stilemi classicheggianti della fiaba didascalica (ne <em>Il Comune ristico<\/em>), era, in effetti, talmente povero ed emarginato, da divenire terreno di studio psichiatrico per medici e scienziati di robusta fede positivista, come avvenne nel caso delle cosiddette indemoniate di Verzegnis (cfr. F. Lamendola, <em>Le indemoniate di Verzegnis del 1878-79: un caso che sfida la \u00abscienza psichiatrica\u00bb<\/em>, consultabile sul sito di Arianna Editrice). Un mondo cos\u00ec povero e dimenticato, da offrire, alla popolazione, che non era in grado di sostentare, la sola alternativa dell&#8217;emigrazione, mentre interi paesi delle valli pi\u00f9 isolate venivano abbandonati e diventavano dei villaggi fantasma (cfr. F. Lamendola, <em>Una pagina al giorno: Cos\u00ec muore un paese, di Alcide Paolini<\/em>, sempre sul sito di Arianna).<\/p>\n<p>Ma quello di Paola Drigo \u00e8 un gran bel libro, e quello di Cottafavi un gran bel film (prodotto da Rai Tre e mandato in onda in due puntate); l&#8217;uno e l&#8217;altro avrebbero meritato un successo ben maggiore di quello che hanno avuto, per ragioni contingenti: il primo perch\u00e9 \u00abstroncato\u00bb dallo scoppio della seconda guerra mondiale; il secondo, perch\u00e9 annegato nel gran mare consumistico della produzione cinematografica pi\u00f9 banalmente volgare.<\/p>\n<p>Eppure, secondo il Morandini,<\/p>\n<p><em>Cottafavi ha messo la storia di Mariute e Rosute in immagini chiare e distinte di classica trasparenza sotto il segno di una profonda e controllata compassione.<\/em><\/p>\n<p>Mentre, per il Mereghetti,<\/p>\n<p><em>Ambientato agli inizi del secolo, [il film \u00e8] un ritratto aspro e sofferto di una povera famiglia carnica devastata dalle piaghe della miseria e dell&#8217;incesto, che Cottafavi &#8211; al suo ultimo film &#8211; racconta giocando sul contrasto tra la sensualit\u00e0 del paesaggio (ripreso nelle varie stagioni dell&#8217;anno) e la rassegnata sopportazione di chi sa di non poter cambiare vita (\u00abse il Signore \u00e8 venuto al mondo\u00bb, dice Barbe la notte di Natale, \u00abio non me ne sono accorto\u00bb).<\/em><\/p>\n<p>La trama della vicenda \u00e8 presto detta.<\/p>\n<p>Dopo la morte della madre, la quindicennne Mariute (Marietta) e la piccola Rosute (Rosetta) vengono dapprima ospitate in un convento di suore, poi accolte nella baita dello zio, Barbe Zef, il quale, mentre la sorellina \u00e8 ricoverata in ospedale, abusa di Mariute.<\/p>\n<p>Per l&#8217;uomo, dedito anche al vizio del bere, specialmente nelle lunghe sere d&#8217;inverno, quando la baita \u00e8 quasi isolata dal resto del mondo, si tratta di un fatto che fa parte delle cose che accadono e che non si devono drammatizzare, perch\u00e9 &#8211; in qualche maniera &#8211; sfuggono al controllo degli uomini e dipendono dal destino (una sorta di \u00abnaturalizzazione dei fenomeni sociali\u00bb, cos\u00ec come \u00e8 presente nel Verismo di Giovanni Verga).<\/p>\n<p>La tragedia aleggia lungamente su quella povera umanit\u00e0 avvilita e offesa, immersa in una miseria che non \u00e8 solo materiale, ma anche morale; interrotta, qua e l\u00e0, da alcuni momenti di effimera dolcezza, quasi di idillio, che sottolineano il cupo torreggiare del dramma imminente.<\/p>\n<p>Tra questi momenti di pausa, vale la pena di sottolineare il breve idillio fra Mariute e il giovane Pieri, che, per un attimo, sembra schiudere una prospettiva di felicit\u00e0, o, almeno, di un&#8217;esistenza serena per la ragazza carnica; e la presenza affettuosa degli animali, a cominciare dal cane Pet\u00f2ti, che \u00e8 stato paragonato ad uno spirito benigno sempre presente.<\/p>\n<p>Mariute, per\u00f2 &#8211; che, a partire da quella notte fatale, deve subire regolarmente la violenza sessuale dello zio, sforzandosi almeno di preservare l&#8217;innocenza della sorellina, ritornata alla baita &#8211; finisce per scoprire che le stesse violenze, prima di lei, le aveva gi\u00e0 subite sua madre, e che esse erano all&#8217;origine della sua morte; e, a quel punto, sente crescere in s\u00e9 un sordo desiderio di ribellione, che esploder\u00e0 ella capisce quando lo zio, ben presto, metter\u00e0 gli occhi anche su Rosute. Afferrata una scure, uccider\u00e0 Ballora arbe Zef per difendere la sorellina e, forse, anche per vendicare lo spirito di sua mamma, andando incontro all&#8217;inevitabile castigo della legge.<\/p>\n<p>Eppure, la nota dominante della vicenda, sia nel romanzo che nel film di Cottafavi, non \u00e8 data dall&#8217;odio o dal rancore di Mariute, ma da un intenso, struggente sentimento di piet\u00e0 per questi \u00abvinti\u00bb, e anche di piet\u00e0 di essi stessi per la propria sorte, che pure accettano con sconsolata rassegnazione. La giovane Mariute, in particolare, pur cos\u00ec maltrattata dalla vita, non odia nessuno nel vero senso del termine, neppure lo zio che la violenta sistematicamente, perch\u00e9 comprende che anch&#8217;egli, in fondo, non \u00e8 che un povero disgraziato, uno straccio d&#8217;uomo travolto dalla solitudine, dall&#8217;ignoranza e dal vizio del bere. E, quasi certamente, non arriverebbe mai a compiere il gesto estremo contro di lui, se non si trovasse, alla fine, a dover fare i conti con una prospettiva intollerabile: quella di vedere la sorellina degradata allo stesso modo in cui lo \u00e8 stata lei stessa e, prima di lei, la loro madre.<\/p>\n<p>Mariute sa di non avere alternative, anche perch\u00e9, a causa di una malattia, sta per lasciare la baita, e sa che la sorellina rimarr\u00e0 sola con lo zio. Lo zio? Ma \u00e8 proprio suo zio, o non piuttosto suo padre? Un pensiero che le d\u00e0 le vertigini assale Mariute, la sconvolge: la somiglianza fisica di Rosute con Barbe Zef; il fatto che ella era nata quando il marito della mamma era lontano. Di colpo, tutto diventa chiaro: Rosute \u00e8 la figlia di Barbe Zef; e, se lui vorr\u00e0 abusarne, incattivito dal vino e dalla solitudine &#8211; come certamente, una volta o l&#8217;altra, avverr\u00e0 nella baita isolata sui monti dalla neve alta -, la violenza sar\u00e0 due volte peggiore: sar\u00e0 un incesto del padre con la figlia.<\/p>\n<p>No, a questo pensiero tutto l&#8217;essere di Mariute si ribella, fremendo; ed ella trova il coraggio disperato di por fine, con la violenza, a quella catena di continue violenze.<\/p>\n<p>Riportiamo la scena finale del romanzo di Paola Drigo <em>Maria Zef<\/em> (Garzanti Editore, Milano, 1982, pp. 189-193):<\/p>\n<p><em>Dopo avergli apprestato la cena, ella pass\u00f2 nella stanza da letto e cominci\u00f2 a tirar fuori la sua roba.<\/em><\/p>\n<p><em>Il suo corredo non consisteva che in un altro casacchino e in un&#8217;altra gonna del tutto simili a quelli che aveva indosso, e appena appena un po&#8217; meno logori. In pi\u00f9 possedeva il vestitino da lutto che le signore dell&#8217;ospizio le avevano regalato prima della partenza.<\/em><\/p>\n<p><em>Per scendere a Belluno avrebbe potuto mettere quello; ma quale biancheria avrebbe portato, se non aveva che due camicie tutte toppe e rammendi, che facevan vergogna?<\/em><\/p>\n<p><em>Sulla roba di sua madre non c&#8217;era da contare: di buono non c&#8217;era che lo scialle: il rimanente era costituito da cenci ancora pi\u00f9 lisi dei suoi.<\/em><\/p>\n<p><em>Aperse nondimeno il cassone, ed uno per uno prese in mano, guard\u00f2 e spieg\u00f2 anche quei poveri panni. Avevano la rigidezza, il colore e l&#8217;odore che hanno i vestiti dei morti; ed ella li prendeva, li osservava lungamente, li posava, li riprendeva di nuovo&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>In realt\u00e0 non si rendeva conto ella stessa dei suoi movimenti, non pensava affatto a quello che faceva; da qualche ora era completamente fuori di s\u00e9. Sapeva soltanto che se all&#8217;improvviso le avessero annunciato che sua sorella era morta, avrebbe provato minore angoscia. Tutto il suo essere urlava, spasimava: \u00abRos\u00f9te no! Ros\u00f9te no!\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Ad un tratto, in un angolo del cassone le sue mani urtarono nella bottiglia di grappa che il giorno stesso del loro ritorno alla baita dopo la sosta all&#8217;ospizio aveva scoperto nel pagliericcio del letto e, avvolta in un cencio, aveva nascosto in mezzo alle sue robe. La prese e la guard\u00f2: era quasi a met\u00e0 piena ancora di grappa.<\/em><\/p>\n<p><em>Pochi mesi dal giorno in cui aveva trovato e nascosto quella bottiglia!&#8230;Pochi mesi, ed un tempo e uno spazio infiniti&#8230;Bench\u00e9 allora avesse perduto da cos\u00ec poco sua madre, quanto, quanto, allora, era meno infelice di oggi! Poteva ancora sperare, credere, avere fiducia&#8230; Allora non era malata; allora aveva Ros\u00f9te!<\/em><\/p>\n<p><em>Il pensiero della sorella le trafisse nuovamente il cuore come una pugnalata. L&#8217;indomani a quell&#8217;ora la piccola sarebbe stata sola alla baita con Barbe Zef&#8230;Avrebbe molto sofferto e pianto in principio, senza di lei; poi, le settimane, i mesi, sarebbero passati, e si sarebbe abituata&#8230; Finch\u00e9 un giorno sarebbe venuto &#8211; ella ne era certa! &#8211; come era venuto per la m\u00e2ri, come era venuto per lei&#8230; Un giorno&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Ma&#8230; Ros\u00f9te di chi era figlia?&#8230; di chi? Quando era nata, il vero marito della loro madre, Gaspari Zef, non era pi\u00f9 con loro&#8230; ma la donna della Malga Varm\u00f2st aveva parlato soltanto di maternit\u00e0 soffocate, soppresse&#8230; Perch\u00e9 non l&#8217;aveva interrogata? Perch\u00e9 non aveva osato affrontare la verit\u00e0 fino in fondo?&#8230; Ma certo Ros\u00f9te<\/em> gli <em>assomigliava; aveva la<\/em> sua <em>pelle lentigginosa, i<\/em> suoi <em>capelli rossi&#8230; Come mai non l&#8217;aveva notato prima? Come mai non se n&#8217;era accorta? S\u00ec, s\u00ec, Ros\u00f9te era il ritratto parlante di Barbe Zef!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Il dubbio, che non per la prima volta in quei giorni le si affacciava, come un aspide la morse nuovamente e atrocemente&#8230; Se fosse!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Si sent\u00ec allora cos\u00ec profondamente agitata da non reggersi in piedi; e colle mani si compresse il cuore, ch\u00e9 le pareva che i suoi battiti si potessero udire al di l\u00e0 della parete.<\/em><\/p>\n<p><em>Pass\u00f2 cos\u00ec qualche tempo. Frattanto Barbe Zef stava ungendo le scarpe e preparando le racchette per la traversata di domani.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando ella rientr\u00f2 in cucina, era pallidissima ma tranquilla e, tenendo la bottiglia tra le mani, and\u00f2 direttamente a lui e gliela pos\u00f2 davanti.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abChe \u00e8?\u00bb fece egli. \u00abGrappa? Dov&#8217;era? E quando l&#8217;hai trovata?\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abNel pagliericcio del letto, In questo momento\u00bb, ment\u00ec Mariutine.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;uomo, presa la bottiglia, la riconobbe, la stapp\u00f2, l&#8217;annus\u00f2. La tentazione era forte, ma la paura lo rendeva sospettoso.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abE tu, non ne berresti un dito?\u00bb, chiese guardando fissamente Mariutine.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abSe me lo date\u00bb, rispose ella.<\/em><\/p>\n<p><em>Egli le stese la bottiglia perch\u00e9 vi attaccasse la bocca, ma a met\u00e0 strada cambi\u00f2 pensiero.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abPrendi una scodella\u00bb, le disse.<\/em><\/p>\n<p><em>Mariutine obbed\u00ec, ed egli stesso le vers\u00f2 la grappa. Ella bevve la grappa fino all&#8217;ultima goccia, e gli restitu\u00ec la scodella vuota. Completamente rassicurato, egli colla mano la respinse, attacc\u00f2 la bocca alla bottiglia e ne tracann\u00f2 un buon sorso.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abBasta\u00bb, disse, riposandola sulla tavola. \u00abNon si beve, alla vigilia del giorno in cui si deve camminare. E tu, va&#8217; a dormire\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Ella lo lasci\u00f2 solo; accost\u00f2 l&#8217;uscio senza chiuderlo, si tolse le scarpe, e scalza, al buio, addossata alla parete, rimase.<\/em><\/p>\n<p><em>Di tratto in tratto si appressava senza rumore alla fessura dell&#8217;uscio e spiava di l\u00e0. Vedeva con angoscia l&#8217;uomo sempre allo stesso posto, davanti alla bottiglia che a poco a poco, malgrado i proponimenti, andava vuotandosi, ma sempre sveglio, sempre padrone di s\u00e9, sempre con gli occhi aperti. Le ore passavano, l&#8217;alba forse non era lontana, l&#8217;ora di lasciare la baita, l&#8217;ora di partire&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Finalmente egli cominci\u00f2 a parlottare da solo, a borbottare, a raccontarsi delle lunghe storie sconclusionate&#8230; Ella segu\u00ec coll&#8217;orecchio lo spostarsi della panca, i passi incerti, lo scricchiolare del pagliericcio su cui si distendeva. E poco dopo un russare profondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Ad occhi sbarrati, livida, lasci\u00f2 passare ancora del tempo e del tempo. Dalla cucina sempre lo stesso regolare respiro&#8230; ore, minuti, secondi?&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Una strana calma era discesa su di lei. Bisognava anzitutto che Pet\u00f2ti non abbaiasse. Ma Pet\u00f2ti per lei non avrebbe abbaiato.<\/em><\/p>\n<p><em>Allora, adagio adagio, evitando perfino di spostare l&#8217;aria intorno a s\u00e9, con movimenti cauti e meditati, pi\u00f9 strisciando che camminando, ella allarg\u00f2 lo spiraglio dell&#8217;uscio e sgusci\u00f2 dentro nella cucina.<\/em><\/p>\n<p><em>Egli aveva spento la lucernetta, ma sul focolare alcuni tizzoni ancor vivi mandavano guizzi di luce.<\/em><\/p>\n<p><em>Nella penombra egli era l\u00e0&#8230; Si distingueva bene il suo corpo sul pagliericcio di foglie secche su cui era disteso&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>La colp\u00ec l&#8217;odore di quel corpo. Non l&#8217;aveva mai prima notato: odore di stracci bagnati, di legno fracido, di tabacco e di lupo.<\/em><\/p>\n<p><em>Egli era l\u00e0&#8230; Inerme, annientato, in potere di lei che lo guardava, che lo spiava&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Come gridavano, quella notte, le civette del Bosco Tagliato!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Una improvvisa piet\u00e0 di s\u00e9, di lui, della vita, del comune destino, la fece vacillare sulle ginocchia, indietreggiare tremando verso l&#8217;uscio da cui era entrata. Piet\u00e0 di quell&#8217;essere che era l\u00e0 per terra, e dalla nascita alla morte era stato anch&#8217;esso un mendico, un misero; nato forse senza perfidia, ma che povert\u00e0, promiscuit\u00e0, solitudine, privazione assoluta di tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 addolcire ed elevare la vita, avevano abbrutito e travolto. Tranne l&#8217;ubbriarcarsi e l&#8217;accoppiarsi con qualche femmina, che altro aveva avuto quel meschino nella sua vita?&#8230; Null&#8217;altro, null&#8217;altro al mondo, che faticare e patire&#8230; Ed ora&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Ma s&#8217;irrigid\u00ec contro la sua debolezza. Ros\u00f9te!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abRos\u00f9te no! Ros\u00f9te no! Ros\u00f9te no!\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>La cucina era cos\u00ec piccola che le bast\u00f2, senza muoversi, tendere il braccio, la mano, per afferrare la scure che era buttata sopra un mucchio di legna nell&#8217;angolo del focolare.<\/em><\/p>\n<p><em>Ella l&#8217;afferr\u00f2 e l&#8217;alz\u00f2 quanto pi\u00f9 alto pot\u00e9.<\/em><\/p>\n<p><em>La lama lampeggi\u00f2 nell&#8217;ombra.<\/em><\/p>\n<p><em>Mir\u00f2 al collo, e vibr\u00f2 il colpo.<\/em><\/p>\n<p><em>Non un grido: solo un fiotto di sangue<\/em><\/p>\n<p>Il film <em>Maria Zef<\/em> \u00e8 stato girato fra Udine, Forni di Sopra e Arta Terme, avvalendosi, per la sceneggiatura, della collaborazione del poeta carnico Siro Angeli, che ha interpretato anche, con sobria intensit\u00e0, la parte di Barbe Zef.<\/p>\n<p>Gli altri interpreti sono Renata Chiappino (nel ruolo della giovane protagonista, Mariute), Anna Bellina (sua sorella Rosute), Neda Meneghesso (la madre); e, inoltre, Maurizio Scarsini, Cesare Bovenzi, Italo Tavoschi, Natalia Chiarandini, Alessandra Nonni.<\/p>\n<p>Paola Bianchetti Drigo \u00e8 nata a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, nel 1876m ed \u00e8 morta a Padova nel 1938.<\/p>\n<p>Formatasi nell&#8217;ambiente culturale del Verismo, era giunta al romanzo proprio con <em>Mria Zef<\/em>, apparso nel 1936; in precedenza aveva pubblicato alcune raccolte di novelle, fra le quali ricordiamo <em>La fortuna<\/em>, del 1913; <em>Codino<\/em>, del 1918; e <em>La signorina Anna<\/em>, del 1932.<\/p>\n<p>Senza dubbio <em>Maria Zef<\/em> \u00e8 la sua prova migliore; il celebre critico letterario Pietro Pancrazi scrisse di quel romanzo che \u00abcertamente non scolorisce di fronte alle cose pi\u00f9 forti della Serao o della Deledda\u00bb.<\/p>\n<p>A torto, come abbiamo accennato all&#8217;inizio, qualcuno ha volto vedervi una denigrazione della societ\u00e0 carnica; piuttosto, la cifra per comprendere questo gioiello nascosto della letteratura tardo-verista italiana \u00e8 un profondo sentimento di piet\u00e0 per \u00abgli ultimi\u00bb di un mondo alpino abbandonato a s\u00e9 stesso; un grido d&#8217;aiuto lanciato all&#8217;intera societ\u00e0 civile.<\/p>\n<p>Vittorio Cottafavi \u00e8 nato a Modena nel 1914 e morto a Roma nel 1998.<\/p>\n<p>Aveva esordito come sceneggiatore, poi diresse una serie di film per il grande schermo, tra i quali <em>Una donna ha ucciso<\/em> (1952), <em>Nel gorgo del peccato<\/em> (1954), <em>Le legioni di Cleopatra<\/em> (1959), <em>Ercole alla conquista di Atlantide<\/em> (1961) e, infine, quello che si proponeva l&#8217;obiettivo pi\u00f9 ambizioso, <em>I cento cavalieri<\/em> (1964): ossia di dare sostanza culturale al genere eroico-avventuroso.<\/p>\n<p>Il clamoroso fallimento di quel tentativo spinse Cottafavi a passare definitivamente alla televisione, per la quale diresse una lunga serie di sceneggiati popolari e, al tempo stesso, eccellentemente curati sotto l&#8217;aspetto tecnico e formale. \u00c8 impossibile ricordarli tutti (sono pi\u00f9 di cinquanta); tra i pi\u00f9 importanti, ricordiamo <em>Sette piccole croci<\/em> (1957), da Simenon; <em>Casa di bambola<\/em>, da Ibsen, e <em>Umiliati e offesi<\/em>, da Dostojevskij (entrambi del 1958); <em>Le notti bianche<\/em>, ancora da Dostojevskij; (1962); <em>Lo zoo di vetro<\/em> (1963), da T. Williams; <em>Vita di Dante<\/em> (1965); <em>I racconti di padre Brown<\/em> (1970), da Chesterton; <em>A come Andromeda<\/em> (1972), da F. Hoyle.<\/p>\n<p><em>Maria Zef<\/em> \u00e8 un piccolo capolavoro sia nella versione letteraria, sia in quella cinematografica. Entrambe meriterebbero di essere conosciute di pi\u00f9 dal pubblico italiano e internazionale, e apprezzate al loro giusto valore.<\/p>\n<p>Che la giusta chiave di lettura del film, oltre che del romanzo, sia il sentimento della compassione, ce lo dice lo stesso regista, Vittorio Cottafavi (cit. In Aldo Grasso, <em>Storia della televisione italiana<\/em>, garzanti Editore, Milano, 1992, p. 391):<\/p>\n<p><em>In<\/em> Maria Zef <em>al di l\u00e0 del giudizio si vuol chiedere la piet\u00e0 che, unica, ci porta alla completa comprensione&#8230; Una ragazza, una bambina, un giovanotto, uno zio, un cane sono sufficienti affinch\u00e9 un brandello della verit\u00e0 del mondo ci proponga l&#8217;interrogativo: al quale forse non sappiamo dare una risposta se non attraverso il sentimento. E la piet\u00e0.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tratto dal toccante romanzo di Paola Drigo, Maria Zef di Vittorio Cottafavi \u00e8 un film molto bello, che andrebbe visto per capire a fondo certi aspetti<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[92],"class_list":["post-27009","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27009","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=27009"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27009\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=27009"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=27009"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=27009"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}