{"id":26949,"date":"2009-07-03T03:28:00","date_gmt":"2009-07-03T03:28:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/07\/03\/un-film-al-giorno-il-maestro-e-margherita-di-aleksandar-petrovic-1972\/"},"modified":"2009-07-03T03:28:00","modified_gmt":"2009-07-03T03:28:00","slug":"un-film-al-giorno-il-maestro-e-margherita-di-aleksandar-petrovic-1972","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/07\/03\/un-film-al-giorno-il-maestro-e-margherita-di-aleksandar-petrovic-1972\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abIl Maestro e Margherita\u00bb di Aleksandar Petrovic (1972)"},"content":{"rendered":"<p>Dopo \u00abGabriela\u00bb di Bruno Barreto, proseguiamo la rassegna delle co-produzioni italo-straniere con il film di Aleksandar Petrovic \u00abIl Maestro e Margherita\u00bb, realizzato con capitali italiani e jugoslavi nel 1972, e tratto dall&#8217;omonimo romanzo di Michail Bulgakov.<\/p>\n<p>Non \u00e8 stata certo un&#8217;impresa da poco, quella in cui si \u00e8 impegnato volonterosamente il regista jugoslavo: tradurre sul grande schermo le vicende, complicate e sottilmente allegoriche, del capolavoro dello scrittore russo, \u00e8 una impresa tale da \u00abfar tremar le vene e i polsi\u00bb a chiunque; ancora pi\u00f9 insidiosa e difficile, se possibile, che trasporre in linguaggio cinematografico l&#8217;\u00abOdissea\u00bb o il \u00abDon Chisciotte. Crediamo che solo la \u00abDivina Commedia\u00bb, fatte le debite proporzioni, presenterebbe difficolt\u00e0 maggiori.<\/p>\n<p>La critica \u00e8 stata, nel complesso, assai poco generosa con questo regista che, se non \u00e8 riuscito a rendere interamente la particolare atmosfera, visionaria ed ironica, e la ricchezza di significati del romanzo (e chi lo avrebbe potuto?), \u00e8 nondimeno riuscito a coglierne alcuni aspetti essenziali e a renderli in maniera chiara ed efficace, sia pure al prezzo di semplificare alquanto le complesse problematiche del testo originale.<\/p>\n<p>Per il Morandini, il film \u00e8 \u00abillustrativo e riduttivo (in tutti i sensi del termine), inerte e deprimente\u00bb, e quasi tutti i critici si sono allineati su questo giudizio.<\/p>\n<p>Ma la valutazione pi\u00f9 dura, quasi spietata, \u00e8 stata quella di Tullio Kezich, che pure &#8211; solitamente &#8211; appare incline a vedere pi\u00f9 i lati positivi che quelli negativi di un&#8217;opera cinematografica e che, comunque, si sforza di essere sereno e obiettivo (da T. Kezich, \u00abIl Millefilm. Dieci anni al cinema, 1967-1977\u00bb, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1983, vol. 2, pp. 368-69):<\/p>\n<p>\u00abAltro che mostra di Venezia, premio Cidalc e discussioni ad alto livello: questo film, che fa polpette di un capolavoro della moderna letteratura sovietica, merita soltanto di venir segnato sul libro nero. Da un po&#8217; di tempo certi cineasti jugoslavi giocano a combinare i &quot;pacchetti&quot; in stile hollywoodiano, mettendoci un po&#8217; di tutto, dagli attori stranieri al colore locale, in una chiave di anticomunismo spicciolo rassicurante per i distributori d&#8217;oltreoceano. Qui per\u00f2 Aleksandar Petrovic ha sbagliato i suoi calcoli: intorno al romanzo di Michail Bulgakov, scritto fra il &#8217;30 e il &#8217;40 ma pubblicato solo nel &#8217;66, \u00e8 sorto rapidamente una specie di culto che non permette sacrilegi. Come ha ben scritto Lucio Lombardo Radice in &quot;Gli accusati&quot; (De Donato editore), l&#8217;apparizione del diavolo nella Mosca di quarant&#8217;anni fa rappresenta &quot;l&#8217;immaginazione al potere&quot;: la fantasia dello scrittore si manifesta in un&#8217;audace struttura parodistica, ricca di notazioni sulfuree e di impennate surrealiste, e rispecchia una realt\u00e0 storica ben viva e dolorosa. Tradurre in immagini &quot;Il Maestro e Margherita&quot; significava ripercorrere l&#8217;itinerario artistico e umano di uno dei maggiori scrittori contemporanei; ma nel film jugoslavo la scottante problematica del film \u00e8 ridotta a un aneddoto pettegolo. Lo sventurato Petrovic si comporta come se il libro gli si fosse sfasciato tra le mani e lui ne avesse raccolto le pagine a caso. Il risultato \u00e8 tanto deprimente che l&#8217;hanno contestato tutti, da Tognazzi alla Farmer e allo sceneggiatore originario Ugo Pirro. In una rissa a pi\u00f9 voci, che sarebbe piaciuta a Bulgakov, il regista si \u00e8 difeso male.\u00bb<\/p>\n<p>Una critica non solo ingenerosa, ma anche &#8211; quel che pi\u00f9 conta, a nostro avviso &#8211; viziata da un chiarissimo preconcetto ideologico. Il film di Petrovic non \u00e8 affatto all&#8217;insegna di un anticomunismo spicciolo: la lingua batte dove il dente duole; e, del resto, sono finiti i tempi dei \u00absacrilegi\u00bb, quando qualcuno &#8211; Boris Pasternak, ad esempio, col \u00abDottor \u017divago\u00bb &#8211; osava trascurare i canoni del realismo socialista.<\/p>\n<p>Quella di \u00absegnare sul libro nero\u00bb, poi, \u00e8 un&#8217;immagine peggio che infelice: \u00e8 la prova che lo spirito gretto e intollerante dei censori staliniani, contro cui si scagliava l&#8217;eroe tragico del romanzo di Bulgakov (e Bulgakov medesimo) non \u00e8 affatto morto; e &#8211; quando si parla di libert\u00e0 d&#8217;espressione &#8211; \u00e8 pi\u00f9 facile parlare bene che razzolare in modo coerente alle parole. La citazione di Lucio Lombardo Radice e della sua interpretazione della figura del Diavolo conferma questa impressione: perch\u00e9, parafrasando Baudelaire, il Diavolo non \u00e8 mai tanto contento come quando gli uomini si affannano a negare la sua esistenza.<\/p>\n<p>Il livore di Kezich &#8211; ch\u00e9, ci duole dirlo, di livore si tratta &#8211; trova forse la sua chiave interpretativa in quella espressione scivolatagli dalla penna, laddove definisce il romanzo di Bulgakov \u00abun capolavoro della moderna letteratura sovietica\u00bb, espressione che avrebbe fatto inorridire il grande scrittore russo: \u00abrusso\u00bb, non \u00absovietico\u00bb. E meno male che si tratterebbe della \u00abmoderna\u00bb letteratura sovietica. Perch\u00e9, ce n&#8217;\u00e8 stata anche una \u00abantica?\u00bb<\/p>\n<p>Certo, \u00e8 un vantaggio poter giudicare le cose nella prospettiva del terzo millennio, dopo che la caduta del muro di Berlino e la fine dell&#8217;Unione Sovietica hanno fatto passare la sbornia a tanti, troppi intellettuali nostrani, infatuati dalla ideologia marxista fino al punto di non rendersi conto che vi arruolavano ingenuamente proprio quei capolavori che ne costituivano la critica pi\u00f9 corrosiva ed efficace, dato che veniva dall&#8217;interno dell&#8217;universo del \u00absocialismo reale\u00bb.<\/p>\n<p>Il fatto, ad esempio, che il romanzo di Bulgakov abbia potuto vedere la luce solo nel 1966, come lo stesso Kezich ricorda, non dice proprio nulla al critico cos\u00ec implacabile? Non sa egli quanto tesi e difficili fossero i rapporti fra Bulgakov e Stalin, e proprio su quel tema della libert\u00e0 dell&#8217;arte che sta al centro del romanzo?<\/p>\n<p>Ma lasciamo questa strada e torniamo al fil; Petrovic non ha voluto confezionare affatto un&#8217;opera di anticomunismo spicciolo, n\u00e9 lo avrebbe potuto, nella Jugoslavia di Tito del 1971-72: questo \u00e8 poco, ma sicuro.<\/p>\n<p>Intanto, cominciamo col dire che Aleksandar Petrovic non \u00e8 il primo venuto, n\u00e9, come lo descrive Kezich, un furbetto che strizza l&#8217;occhio ai cattivi capitalisti occidentali; ma un signor regista, che ha dato prova del suo valore e della sua profonda originalit\u00e0 in opere limpide e acute, come \u00abHo incontrato anche zingari felici\u00bb, del 1967, e \u00abPiove sul mio villaggio\u00bb, del 1969. Si tratta di un cineasta, pertanto, che aveva tutte le carte in regola per cimentarsi col difficile compito di trasporre sul grande schermo il romanzo di Bulgakov.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 ben vero che con \u00abIl Maestro e Margherita\u00bb, servendosi di un cast cosmopolita e usufruendo dei finanziamenti italiani, egli ha inteso rivolgersi anche, e forse soprattutto, ad un pubblico internazionale; questo per\u00f2 non implica &#8211; a meno di ripiombare nella sistematica \u00abcultura del sospetto\u00bb di sciagurata memoria &#8211; una malafede calcolata, quanto semplicemente la legittima aspirazione a farsi notare dalla critica internazionale: quella che conta.<\/p>\n<p>La sceneggiatura, inizialmente affidata a Ugo Pirro, \u00e8 stata poi realizzata dallo stesso regista, con la collaborazione di Roman Wingarten, Barbara Alberti e Amedeo Pagani (nelle cui mani, secondo Paolo Mereghetti, essa ha perso gran parte dell&#8217;atmosfera visionaria e fantastica del romanzo, e tende a ridurlo a un&#8217;allegoria sulla repressione degli artisti dissidenti).<\/p>\n<p>Il cast degli attori ruota intorno ai due protagonisti, Ugo Tognazzi nella parte del Maestro e la bionda americana Mimsy Farmer in quella della dolce Margherita, che svolgono egregiamente il proprio ruolo.<\/p>\n<p>Ma anche l&#8217;interpretazione degli attori secondari \u00e8 di buon livello. Il francese Alain Cuny \u00e8 un efficacissimo professor Woland, ossia il Diavolo in persona, che appare a Mosca nel 1925 e colpisce duramente il filisteismo dei burocrati di partito e del pubblico conformista, svolgendo quasi la parte dell&#8217;angelo vendicatore nei confronti degli avversari dell&#8217;incompreso e perseguitato Maestro. Vi sono poi alcuni attori jugoslavi che svolgono pi\u00f9 che dignitosamente la loro parte: in particolare, Bata Zivoijnovic e Pavle Vuijsic.<\/p>\n<p>Ugo Tognazzi, uno dei migliori attori italiani di tutti i tempi (Cremona, 1922 &#8211; Roma, 1990), ha raggiunto la piena maturit\u00e0 artistica quando impresta la sua fisionomia ormai matura, in questo film di Petrovic, allo scrittore povero e incompreso che si batte inutilmente per vedere rappresentato il proprio dramma teatrale sul processo di Cristo, e incentrato sulla enigmatica figura del procuratore romano Ponzio Pilato.<\/p>\n<p>Il suo senso della misura, la sua pensosit\u00e0 malinconica, i suoi generosi entusiasmi e i suoi cupi abbattimenti, rendono perfettamente l&#8217;altalena di sentimenti, speranze e delusioni che caratterizzano la vicenda del Maestro (cos\u00ec chiamato dalla sua innamorata, che gli cuce con devozione un berretto con una bella &quot;M&quot;).<\/p>\n<p>In questo film, come &#8211; del resto &#8211; in parecchi altri, Tognazzi mostra la sua eccezionale capacit\u00e0 di calarsi in personaggi fra loro diversissimi, in questo caso un artista bruciato da un intenso fuoco interiore e che corre incontro alla rovina, per un senso di radicale fedelt\u00e0 alla propria vocazione di intellettuale.<\/p>\n<p>A cinquant&#8217;anni, l&#8217;attore cremonese non esita a mettersi in gioco sino in fondo, per uscire dai facili clich\u00e9 di alcuni precedenti suoi film e, in particolare, per mostrare la solidit\u00e0 della sua stoffa di attore drammatico: una faccia della sua poliedrica personalit\u00e0 d&#8217;interprete, questa, che troppo pochi registi hanno compreso e saputo sfruttare adeguatamente.<\/p>\n<p>Certo, \u00e8 stato pi\u00f9 facile utilizzarlo nelle vesti ridanciane e un po&#8217; sboccate dell&#8217;uomo di mezza et\u00e0 che vuol fare l&#8217;eterno ragazzo, come in \u00abAmici miei\u00bb o \u00abIl vizietto\u00bb; oppure appioppargli ruoli ancora pi\u00f9 scadenti, come nella farsa assai poco elegante di \u00abCattivi pensieri\u00bb. Ma Tognazzi possedeva una maschera tragica di prim&#8217;ordine; e crediamo che il cinema italiano avrebbe tratto giovamento, se vi fossero stati alcuni registi un po&#8217; pi\u00f9 coraggiosi, capaci di tirargliela fuori, quasi suo malgrado.<\/p>\n<p>Petrovic ci ha provato e, prima ancora, ci ha creduto; e, per quanto lo stesso Tognazzi abbia avuto poi a dolersi del risultato finale della pellicola, non ci sembra che il regista jugoslavo abbia fatto male i suoi calcoli, quando ha deciso di scommettere su questo aspetto della personalit\u00e0 artistica dell&#8217;attore italiano.<\/p>\n<p>La Farmer, attrice versatile dal fascino romantico, \u00e8 brava oltre che bella: il suo sorriso luminoso attraversa tutto il film come una presenza dolcissima, e bene trasmette quell&#8217;idea di ingenua sensualit\u00e0 e di infinita amorevolezza che, nel romanzo di Bulgakov, ne fa quasi un simbolo radioso dell&#8217;eterno femminino, nella sua accezione migliore (cfr. anche il nostro precedente articolo \u00abNella parabola del Maestro e Margherita l&#8217;incontro felice tra il maschile e il femminile\u00bb, sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Dopo aver interpretato il film di Petrovic, ritroveremo la Farmer in film come \u00abCorpo d&#8217;amore\u00bb di Fabio Carpi (1973; accanto all&#8217;attore Lino Capolicchio), \u00abAllonsanfan\u00bb dei fratelli Taviani (1974), \u00abL&#8217;amante tascabile\u00bb di Bernard Queysanne (1977) e \u00abAntonio Gramsci. I giorni del carcere\u00bb di Lino Del Fra; ma, a quell&#8217;epoca, il suo momento d&#8217;oro era gi\u00e0 tramontato.<\/p>\n<p>In pratica, il culmine della sua breve carriera \u00e8 coinciso con le convincenti interpretazioni ne \u00abIl Maestro e Margherita\u00bb ed \u00abAllonsanfan\u00bb; anche se, poi, il pubblico italiano ha potuto apprezzarla ancora in alcuni sceneggiati televisivi, tra i quali \u00abIl treno d&#8217;Istanbul\u00bb (dal romanzo di Graham Greene) e \u00abMartin Eden\u00bb (dal capolavoro di Jack London). Peccato: \u00e8 un&#8217;attrice che avrebbe meritato di pi\u00f9, poich\u00e9 ha mostrato di possedere doti interpretative molto varie, riuscendo bene sia nella commedia, che nel dramma e nel film storico.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, la qualit\u00e0 artistica del film \u00abIl Maestro e Margherita\u00bb deriva in primo luogo dall&#8217;ambientazione veramente magistrale. Quelle vecchie case di legno, le cui prospettive corrono tristemente davanti alla telecamera, come in una dimensione atemporale; quegli interni fatiscenti, dai muri scrostati, dalle scale anguste e male illuminate; quei viali alberati di periferia che, di colpo, sconfinano nella campagna, in una atmosfera perennemente grigia e nebbiosa, sono tutti elementi che, colti da una sapiente fotografia, conferiscono un fascino strano e crepuscolare alla vicenda, trasportandola in un mondo quasi onirico.<\/p>\n<p>La bella colonna sonora, che sottolinea con struggente malinconia i momenti pi\u00f9 toccanti della vana lotta del Maestro contro forze tanto superiori &#8211; quelle del conformismo, della stupidit\u00e0 e della paura, coalizzate contro di lui &#8211; \u00e8 un altro punto forte della pellicola, che le conferisce uno spessore di autentica poesia.<\/p>\n<p>Infine, gli aiutanti di Woland &#8211; in pratica, dei diavoli incarnati &#8211; sono realmente inquietanti; e c&#8217;\u00e8 un momento, quando le luci si spengono sul palcoscenico di un teatro moscovita pi\u00f9 che mai surreale, in cui lo spettatore prova un brivido di autentica paura, davanti alle loro sghignazzate realmente sataniche.<\/p>\n<p>Certo, si poteva fare di pi\u00f9; ma, lo abbiamo detto, l&#8217;impresa era superiore alle forze di un comune mortale. Ci sarebbe voluto un genio: e Aleksandar Petrovic non \u00e8 un genio; \u00e8 \u00absolo\u00bb (e scusate se \u00e8 poco, signori critici paludati) un bravo regista che sa il fatto suo, che possiede idee e coraggio da vendere, e che non teme di esporsi, pagando di persona.<\/p>\n<p>Dei tre filoni principali in cui si articola il complesso romanzo di Bulgakov &#8211; l&#8217;arrivo del Diavolo a Mosca negli anni Venti; il romanzo di Ponzio Pilato; la delicata storia d&#8217;amore fra il Maestro e Margherita -, Petrovic ha cercato di non privilegiarne alcuno a danno degli altri; anche se, alla fine, probabilmente ha calcato la mano sul secondo, facendone occasione di dibattito sullo scottante tema della libert\u00e0 espressiva in un sistema politico totalitario.<\/p>\n<p>Si poteva fare di meglio, ripetiamo; ma, quel che si \u00e8 fatto, non si \u00e8 fatto male.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo \u00abGabriela\u00bb di Bruno Barreto, proseguiamo la rassegna delle co-produzioni italo-straniere con il film di Aleksandar Petrovic \u00abIl Maestro e Margherita\u00bb, realizzato con capitali italiani e<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[92],"class_list":["post-26949","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26949","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26949"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26949\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26949"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26949"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26949"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}