{"id":26944,"date":"2008-01-31T06:54:00","date_gmt":"2008-01-31T06:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/31\/la-dottrina-della-guerra-giusta-e-leredita-di-machiavelli\/"},"modified":"2008-01-31T06:54:00","modified_gmt":"2008-01-31T06:54:00","slug":"la-dottrina-della-guerra-giusta-e-leredita-di-machiavelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/31\/la-dottrina-della-guerra-giusta-e-leredita-di-machiavelli\/","title":{"rendered":"La dottrina della \u00abguerra giusta\u00bb e l&#8217;eredit\u00e0 di Machiavelli"},"content":{"rendered":"<p>Uno degli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki \u00e8 stato quello di introdurre una straordinaria ipocrisia nello sviluppo del concetto della guerra. Dopo il 1945, nessun uomo politico e quasi nessun pensatore politico hanno pi\u00f9 osato magnificare la guerra in quanto tale, ma si sono limitati a presentarla quale strumento di difesa (magari preventiva!) e, dunque, introducendo il nuovo concetto di &quot;guerra giusta&quot;, ovviamente per distinguerlo dalla esecrata &quot;guerra ingiusta&quot;, tipica dei regimi politici brutali e meritevoli di scomparire dalla faccia della Terra. Nei vari Paesi del mondo, a partire da quelli democratici, i vari Ministeri della Guerra sono stati sostituiti da altrettanti &quot;Ministeri della Difesa&quot;, in genere affidati a personalit\u00e0 non militari, in modo da sottolinearne il carattere tecnico e, per cos\u00ec dire, neutro.<\/p>\n<p>L&#8217;ipocrisia si \u00e8 spinta a livelli ineffabili, negli ultimi ani del XX e nei primi del XXI secolo, con l&#8217;introduzione del concetto di &quot;operazioni di pace&quot; quale sinonimo rassicurante e &quot;politicamente corretto&quot; di quello di guerra, in genere tutt&#8217;altro che difensiva e meno ancora &quot;umanitaria&quot;. Cos\u00ec, anche i militari caduti nel corso di tali operazioni &quot;di pace&quot; vengono presentati come eroi e martiri di un ideale pacifico, se non addirittura pacifista; mentre si tace all&#8217;opinione pubblica, interna e internazionale, il fatto che sempre pi\u00f9 in tali presunte operazioni &quot;di pace&quot; vengono arruolati ambigui personaggi denominati <em>contractors<\/em> (ambigui anche dal punto di vista giuridico); in pratica, dei mercenari ingaggiati da agenzie private e specializzati in compiti di <em>intelligence<\/em> (volgarmente detta spionaggio) e, pi\u00f9 spesso, di repressione, detenzione di prigionieri, uso di ogni mezzo (leggi: tortura) per strappar loro notizie utili dal punto di vista militare. Si tratta di miliziani super-pagati e che godono, praticamente, di assoluta carta bianca, non solo nello svolgimento delle loro funzioni militari, ma anche per tutto ci\u00f2 che riguarda eventuali &quot;effetti collaterali&quot;: ossia, per parlarci chiaro, stragi e maltrattamenti di ogni tipo inflitti alla popolazione civile &#8211; sempre, beninteso, per il bene della &quot;causa&quot;, ossia della &quot;pace&quot;.<\/p>\n<p>Ma quali sono oggi, esattamente, le basi ideologiche della dottrina della &quot;guerra giusta&quot;, e dove affondano le loro radici? Strano ma vero, tale dottrina si pu\u00f2 considerare una diretta filiazione della dottrina machiavellica del &quot;fine che giustifica i mezzi&quot;. Infatti, cos\u00ec come il segretario fiorentino sosteneva che la vera piet\u00e0 non \u00e8 quella del chirurgo che esita ad amputare l&#8217;arto del paziente in pericolo di vita, ma quella di chi, come Cesare Borgia, restitu\u00ec alla Romagna &quot;pace e sicurezza&quot;, e sia pure con metodi brutalmente radicali, allo stesso modo i moderni sostenitori della &quot;guerra giusta&quot; e delle &quot;operazioni di pace&quot; sostengono che l&#8217;unico modo di assicurare la pace (e quella che, secondo loro, \u00e8 la sua inseparabile compagna, la democrazia), \u00e8 quello di rimuovere con la forza tutte le possibili cause di tensione e disordine, ovviamente su scala planetaria. E poich\u00e9 solo la superpotenza americana \u00e8 materialmente in grado di realizzare un simile programma, questa \u00e8 diventata la dottrina politica degli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, con lievi differenze di sfumature tra il Partito Repubblicano e quello Democratico.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che una tale impostazione del problema della pace, associato automaticamente (anche se, spesso, artificialmente) a quello dell&#8217;ordine e della sicurezza internazionali, non pu\u00f2 che sfociare della dottrina della sovranit\u00e0 limitata di tutti gli altri Stati ed in quella della &quot;guerra permanente&quot;, poi corretta goffamente in <em>enduring freedom<\/em>, &quot;libert\u00e0 duratura&quot;, contro il &quot;terrorismo&quot; (un contenitore, quest&#8217;ultimo, che va bene per ogni genere di avversario, anche per l&#8217;Iraq di Saddam Hussein, che non aveva alcun legame con gruppi terroristici).<\/p>\n<p>La logica conseguenza di tutto ci\u00f2 \u00e8 che al concetto tradizionale di guerra come &quot;intervento militare&quot; si \u00e8 sostituito quello di &quot;operazioni internazionali di polizia&quot;, cercando di accreditare l&#8217;invasione di Stati indipendenti e sovrani (come l&#8217;Afghanistan), appunto, come semplici operazioni di polizia; da realizzarsi con massicci bombardamenti aerei, con l&#8217;uso abbondante di armi non convenzionali (chimiche, batteriologiche, ecc.) e con un limitato pattugliamento dei principali nodi strategici; affidando alle forze locali &quot;amiche e alleate&quot; (in realt\u00e0, eserciti fantoccio) il molto pi\u00f9 oneroso controllo complessivo del territorio, e buona parte delle operazioni eufemisticamente chiamate di &quot;controguerriglia&quot;.<\/p>\n<p>Machiavelli, dunque, aveva teorizzato, senza fronzoli e senza ipocrisie, quell&#8217;uso illimitato della forza che, oggi, trova la sua applicazione pratica all&#8217;ombra di sistemi politici e di dottrine politiche umanitaristiche, democratiche e &quot;liberali&quot;. E ci sembra non privo d&#8217;interesse andare a rileggerci quel che di tale dottrina ha scritto non un filosofo politico o un teorico militare, bens\u00ec un intellettuale cristiano fuori dagli schemi, quale fu l&#8217;americano Thomas Merton (Prades, Francia, 1915- Bangkok, 1968), monaco cistercense, uno degli osservatori pi\u00f9 lucidi e acuti della grave crisi etico-politica della seconda met\u00e0 del XX secolo.<\/p>\n<p>Scriveva dunque Thomas Merton nella sua raccolta di saggi <em>Semi di distruzione<\/em> (titolo originale: <em>Seed of Destruction<\/em>, The Abbey of Getshemani, 1964; traduzione italiana di Franco Bernardini Mazzolla, Milano, Garzanti, 1966, pp.67-76):<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 probabile che la dottrina della \u00abguerra giusta\u00bb e i limiti morali che imponeva abbia talvolta mitigato la barbarie delle guerre medievali. Sappiamo che quando fu inventata la balestra il suo uso fu vietato dalla Chiesa che giudicava quest&#8217;arma perversa e crudele.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tuttavia durante il Rinascimento, Machiavelli, uno dei padri della<\/em> Realpolitik<em>, fu sinceramente disgustato dalla tiepidezza e dalla scarsa efficacia con la quale certi principi conducevano le guerre. \u00c8 istruttivo leggere<\/em> Il principe<em>, in cui Machiavelli espone le sue teorie di governo, e vedere fino a che punto le sue tesi pragmatistiche, per non dire ciniche, sull&#8217;importanza e la condotta delle guerre sono esattamente le stesse che vengono in pratica oggigiorno nella lotta internazionale per l&#8217;egemonia. \u00c8 difficile sapere se i pi\u00f9 bellicosi degli uomini politici dei nostri tempi abbiano letto Machiavelli, ma si sente che egli corrisponde al loro modo di sentire: anch&#8217;egli \u00e8 uomo che non tollera idee sciocche sull&#8217;impiego sentimentale e timido della forza. Poich\u00e9 le considerazioni morali non interessano Machiavelli, possiamo dedurne che egli rigetti la teoria della guerra giusta, e, in un certo senso, siamo in grado di comprendere l&#8217;evidente disprezzo ch&#8217;egli prova per l&#8217;assurda ginnastica mentale alla quale Roberto il Pio doveva ricorrere per giustificare i propri istinti bellicosi. \u00c8 certo pi\u00f9 pratico, una volta che abbiamo deciso di fare la guerra, agire senz&#8217;altro, senza cominciare a giurare di non combattere per poi immaginare delle circostanze eccezionali che ci sciolgano da questo giuramento. Possiamo ammettere che sia una grande perdita di tempo e di energia che pu\u00f2 condurre a errori fatali e alla sconfitta. In un mondo in cui regna la politica di forza, \u00e8 certo che la coscienza \u00e8 un grande impaccio. Ma \u00e8 anche certo che in<\/em> qualsiasi <em>situazione, una coscienza che cerchi di gabbare la legge e di giustificare le proprie debolezze rappresenta non soltanto un impaccio ma una remora fatale, perch\u00e9 essa \u00e8 sostanzialmente irragionevole.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Potremmo quasi dire che l&#8217;attuale lotta per l&#8217;egemonia offra all&#8217;uomo due evidenti possibilit\u00e0 e che noi possiamo dimostrarci logici in due maniere: o tacitando completamente la coscienza e agendo con assoluta crudelt\u00e0, o purificando la nostra coscienza e affinandola finch\u00e9 non segua esattamente le leggi della morale e della carit\u00e0 cristiana. Nel primo caso \u00e8 certo che ci distruggeremo l&#8217;un l&#8217;altro. Nel secondo, avremo probabilit\u00e0 di sopravvivere. Questo \u00e8 l&#8217;insegnamento di Giovanni XXIII.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il principe, dice Machiavelli, non deve \u00abavere altro obietto n\u00e9 altro pensiero&#8230; fuora della guerra\u00bb (XXIV, 1). Deve sapere che ad essere disarmato non ottiene altro effetto che di rendersi spregevole. (XXIV, 2). E per non essere tentato di rallentare la propria vigilanza e di rassegnarsi all&#8217;idea della pace, il principe deve imparare a non essere troppo buono: \u00abPerch\u00e9 uno uomo, che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni. Onde \u00e8 necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l&#8217;usare secondo la necessit\u00e0\u00bb (XV,1).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il principe, insomma, dev&#8217;essere pratico e dare una buona opinione di s\u00e9, come diremmo oggi; conviene che sia temuto piuttosto che amato (a meno che non riesca a essere l&#8217;uno e l&#8217;altro), ma bisogna anche che ci\u00f2 sia per buone ragioni. Non deve dare ascolto n\u00e9 alla propria coscienza n\u00e9 ai propri sentimenti. Non dev&#8217;essere virtuoso quando ci\u00f2 non gli rechi alcun vantaggio, n\u00e9 mostrarsi troppo buono, troppo generoso o troppo degno di fede. Non perda tempo a osservare le forme legali o a mantenere la propria parola, a meno che non gli sia utile. La virt\u00f9 \u00e8 stata la rovina di molti principi, dice ancora Machiavelli; perci\u00f2 \u00e8 meglio appoggiarsi alla forza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abDovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l&#8217;uno con le leggi, l&#8217;altro con la forza: quel primo \u00e8 proprio dello uomo, quel secondo \u00e8 delle bestie; ma, perch\u00e9 il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto, a uno principe \u00e8 necessario sapere bene usare la bestia e l&#8217;uomo\u00bb (XVIII, 2).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo genere di senso pratico \u00e8 ammesso, ma raramente dichiarato cos\u00ec apertamente, nel nostro secolo in cui la forza prevale sul diritto. Fa piacere vederlo esprimere con una franchezza cos\u00ec rude, cos\u00ec divertente,, cos\u00ec spoglia di ogni equivoco. Machiavelli giustifica questa linea di condotta con delle ragioni che costituiscono, a loro modo, una specie di &#8216;umanesimo&#8217;. La crudelt\u00e0, egli dice, \u00e8 dopo tutto pi\u00f9 pietosa di una indulgente dolcezza, la quale, a lungo andare, conduce solo al disordine e al caos. Meglio essere risoluti come Cesare Borgia (Machiavelli ammira senza riserve i Borgia). \u00abEra tenuto Cesare Borgia crudele; nondimanco quella sua crudelt\u00e0 aveva racconcia [riassettata] la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede. Il che se si considerr\u00e0 bene, si vedr\u00e0 quello essere stato molto pi\u00f9 pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasci\u00f2 destruggere Pistoia\u00bb (XVII, 1).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 esattamente l&#8217;argomento che sentiamo oggi. L&#8217;unica speranza di veder regnare l&#8217;ordine e la pace, secondo i &#8216;realisti&#8217;, risiede in una politica dura, inflessibile e intransigente. Ecco, a lungo andare, l&#8217;atteggiamento che \u00e8 &#8216;pietoso&#8217; e che genera la pace.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;D&#8217;altra parte, Machiavelli non esaltava soltanto l&#8217;<\/em>apparenza <em>della crudelt\u00e0, bench\u00e9 fosse un minimo necessario. Considerava una delle principali qualit\u00e0 di Annibale la sua innata brutalit\u00e0 che gli permise di mantenere l&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;esercito!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Mentre sant&#8217;Agostino pone la questione della guerra su un piano interiore, preoccupandosi dell&#8217;intenzione el cristiano di fare una guerra giusta, Machiavelli considera la coscienza cosa assolutamente trascurabile.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Egli s&#8217;interessa dei fati brutali della lotta per la egemonia, lotta in cui la coscienza crea solamente delle incertezze e per conseguenza conduce alla sconfitta. La morale, s\u00ec, interviene efficacemente; \u00e8 quindi assurdo occuparsi di questioni morali, che in ogni caso non hanno grande importanza perch\u00e9 le vicissitudini della lotta per l&#8217;egemonia possono esigere in qualsiasi momento che vengano respinte come bagagli inutili.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per Machiavelli il potere \u00e8 fine a se stesso. Le persone e i sistemi politici non sono che mezzi per conseguirlo. Ora il mezzo principale \u00e8 la guerra, non una guerra &#8216;giusta&#8217;, ma una guerra<\/em> vittoriosa. <em>Per Machiavelli ci\u00f2 che importa \u00e8 di<\/em> vincere. <em>Come avrebbe detto Clausewitz, nei nostri giorni di<\/em> Realpolitik<em>: \u00abSarebbe assurdo introdurre nella filosofia della guerra un principio di moderazione. La guerra \u00e8 un atto di violenza spinto al suo estremo limite\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 questa la filosofia che ha dominato la politica di Hitler. E il resto del mondo, nonostante le sue buone intenzioni, \u00e8 stato costretto a ispirarvisi per poterlo vincere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Con le tecniche moderne, la dottrina della distruzione e della violenza totali \u00e8 accettata pubblicamente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, Roswell Gilpatric, ha dichiarato nel 1961: \u00abNon ridurremo la nostra potenza nucleare. Personalmente, io non ho mai creduto alla possibilit\u00e0 di una guerra atomica limitata. Non vedo come si potrebbe assegnarle dei limiti quando si fa uso delle armi nucleari\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Machiavelli, per\u00f2, non impersona il carattere del Rinascimento. Leonardo da Vinci, il genio tipico di quell&#8217;epoca, concep\u00ec un progetto di sottomarino che egli stesso distrusse senza farlo conoscere avendo compreso che una costruzione di quel genere avrebbe avuto il solo scopo di ataccare proditoriamente e segretamente il nemico nel corso di una guerra navale, il che, ai suoi occhi, era iniquo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Bench\u00e9<\/em> Il principe <em>sia l&#8217;espressione chiara e netta dei principi della politica di forza, guardiamoci dal supporre che il sistema attuale sia puramente e semplicemente machiavellico perch\u00e9 questo sarebbe un grave errore.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;si. \u00c8, al contrario, ragionevole pensare che ai nostri tempi Machiavelli avrebbe agito secondo principi diversi e pi\u00f9 originali, perch\u00e9 non viviamo pi\u00f9 in un secolo di pr\u00ecncipi guerrieri e di citt\u00e0 che siano altrettanti stati indipendenti. Sarebbe stato indubbiamente capace di scoprire i miti romantici che avvolgono la lotta per l&#8217;egemonia (per esempio le idee di un messianismo proletario, nazionalista o razzista), e avrebbe certamente riconosciuto l&#8217;importanza d&#8217;un controllo razionale dei vasti progressi che, in realt\u00e0, dominano i nostri sistemi politici.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Machiavelli ha scritto la sua opera per i monarchi in un&#8217;epoca in cui gli uomini credevano nel diritto divino dei regnanti. Ma dopo di lui il pensiero politico si \u00e8 considerevolmente evoluto. Il &#8216;principe&#8217; \u00e8 stato sostituito dallo &#8216;Stato sovrano&#8217; e le rivoluzioni che hanno cercato di liberare gli uomini dalla tirannide della monarchia assoluta li hanno condotti sotto quella, pi\u00f9 sottile e pi\u00f9 totale, di una astrazione. Come le matematiche, gli affari e la tecnologia, per potersi sviluppare, hanno avuto bisogno di scoprire lo zero, cos\u00ec il potere politico ed economico ha avuto bisogno delle astrazioni anonime dello Stato e delle corporazioni, con la loro irresponsabilit\u00e0 illimitata, per arrivare alla sovranit\u00e0 assoluta. Cosicch\u00e9, paradossalmente, nel corso dei secoli passati, generalmente considerati secoli di schiavit\u00f9, l&#8217;individuo contava in realt\u00e0 molto pi\u00f9 di quanto non conti nell&#8217;alienazione dell&#8217;attuale totalitarismo economico, militare e politico.. E l&#8217;uomo moderno &#8211; irresponsabile, anonimo, solitario -, i cui pensieri e le cui decisioni provengono da un ente invisibile, diventa lo strumento perfetto dei sistemi organizzati con la forza. In tali condizioni, la politica \u00e8 sufficiente a se stessa e assorbe tutto in s\u00e9. Allora la vita e la morte, non soltanto degli individui, delle famiglie e delle citt\u00e0, ma di intere nazioni e civilt\u00e0, devono assoggettarsi alla cieca potenza di forze amorali e inumane. La &#8216;libert\u00e0&#8217; e la &#8216;autonomia&#8217; di una certa minoranza esistere in apparenza; ma loro compito sar\u00e0 soprattutto discernere la direzione della corrente storica predeterminata e a navigare nello stesso senso, non contro. \u00c8 inutile insistere sulle possibilit\u00e0 demoniache di una tale situazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Queste note sommarie su Machiavelli sono, naturalmente, tanto schematizzate da diventare ingenue. Non hanno la pretesa di giudicare la sua filosofia politica da un punto di vista storico o critico, ma soltanto di esporre alcune nozioni popolati sul &#8216;machiavellismo&#8217;. \u00c8 una filosofia che l&#8217;Inghilterra e l&#8217;America hanno tradizionalmente considerato infame e perci\u00f2 non sarebbe giusto attribuirle delle anomalie che hanno altre cause ben definite.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Machiavelli, che voleva essere implacabile, conduceva una vita triste, inoffensiva, e scrisse questa opera perversa per ottenere una posizione stabile presso un potente protettore. Nell&#8217;atmosfera di una morale meno &#8216;meridionale&#8217;, accade talvolta che la stessa crudelt\u00e0 pratica venga predicata con l&#8217;aria pi\u00f9 rispettabile. Il naturalismo radicale e il materialismo di Hobbes sono ugualmente intransigenti nel respingere le ambiguit\u00e0 e i possibili sentimentalismi di una coscienza troppo sensibile. Per Hobbes, il fondamento della morale \u00e8 l&#8217;obbedienza allo Stato, despota onnipotente, e all&#8217;istinto di conservazione e di godimento.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gli interessi egoistici dell&#8217;individuo sono moderati dal potere dello Stato. Per Hobbes, la legge naturale \u00e8 semplicemente la legge \u00abprimitiva e brutale\u00bb d&#8217;una lotta nella quale i potenti schiacciano i deboli, lotta anch&#8217;essa dominata dalla forza del despota Leviathan, lo Stato, che mantiene l&#8217;ordine con la violenza. Questa confusione tra la legge naturale radicata nell&#8217;essenza dell&#8217;uomo quale essere libero e ragionante, e la legge naturale, stato di fatto empirico e primitivo, ha avuto gravissime conseguenze (cfr. Maritain,<\/em> La philosophie morale<em>).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Essa ha indiscutibilmente influenzato in America, forse anche a loro insaputa, i moralisti cristiani, perch\u00e9 Hobbes ha contribuito a creare il nostro clima nazionale di crudo individualismo, al pari di Bentham e di Mill. Anche in questi, l&#8217;idea che la natura \u00e8 il fondamento della morale diventa sempre statistica, materialistica e edonistica. Il calcolo interessato del \u00abmassimo benessere per il massimo numero\u00bb fa scomparire infine le ultime tracce dell&#8217;idea del bene, cosa buona e giusta in s\u00e9, per sostituire ad essa quella del bene, cosa vantaggiosa. La giustizia \u00e8 rimpiazzata dai \u00abbuoni affari\u00bb, e bench\u00e9 l&#8217;idea dei \u00abbuoni affari\u00bb rivesta una certa bonariet\u00e0 ingannevole, \u00e8 indubbiamente meno spietata e cinica nella sua essenza della dottrina politica di Machiavelli. Quando \u00e8 ottimista, p\u00e8 di una moralit\u00e0 poco elevata e sterile. Quando \u00e8 pessimista, scusa tutte le ingiustizie a condizione di non esserne la vittima o di avere i tribunali dalla propria parte. In entrambi i casi questa teoria, nonostante i suoi slogan demagogici, rappresenta un&#8217;idea piuttosto degradata dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Lo sforzo di Kant per restituire alla morale una base solida, l&#8217;idea del dovere puro, non \u00e8 riuscito a risanare il cima del pensiero morale. L&#8217;etica kantiana degenera facilmente in sentimentalismi religiosi o in insulsaggini morali. E dopo di lui c&#8217;\u00e8 la confusione: l&#8217;insistenza di Hegel sulla potenza dello Stato di fronte al \u00abprodigioso potere del Negativo\u00bb, e le altre filosofie nelle qual \u00e8 implicita la violenza. La dialettica marxista del determinismo storico, il suo umanesimo dal quale la persona umana \u00e8 assente rendono l&#8217;uomo incapace di superare le forze del progresso umano che lo circondano. Il positivismo \u00e8 anch&#8217;esso, e anche pi\u00f9 delle teorie di Bentham e di Mill, statistico e amorale: una dottrina sociologica insignificante e insulsa. Ma ha avuto una profonda influenza sul pensiero &#8216;morale&#8217; della &#8216;libera impresa&#8217;. C&#8217;\u00e8 da stupirsi a vedere dei pensatori cristiani, scandalizzati dal modo in cui il Rapporto Kinsey tratta la morale sessuale, accettare con tanta sollecitudine un metodo non meno amorale e statistico per risolvere altri problemi cruciali, quando viene impiegato da Herman Kahn e da tutti coloro che si servono di calcolatori elettronici.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ci sembra che pochi filosofi della politica abbiano saputo cogliere con altrettanta chiarezza la funzione svolta da Machiavelli nello scardinare non solo il muro divisorio fra etica e politica, ma le basi stesse dell&#8217;etica occidentale; se \u00e8 vero, come afferma von Clausewitz, che la politica altro non \u00e8 che la prosecuzione della politica con altri mezzi e che, pertanto, l&#8217;etica della guerra non pi\u00f2 differire <em>sostanzialmente<\/em> dall&#8217;etica della pace, una volta che una determinata civilt\u00e0 abbia accettato la prima sul piano pratico e teorico.<\/p>\n<p>Il danno che Machiavelli ha provocato all&#8217;etica occidentale, sotto le apparenze di realismo e pragmatismo, \u00e8 stato immenso; ripreso da Hobbes e posto alla base della moderna statolatria (Il terribile mostro Leviathan di cui parla l&#8217;Antico Testamento), ha avuto ripercussioni fortissime e dirette sull&#8217;economia politica e sul pensiero di Bentham e J. S. Mill; n\u00e9 l&#8217;etica kantiana dell&#8217;imperativo categorico \u00e8 stata in gradi porvi riparo. \u00c8 inutile, infatti, che la coscienza mi dica: <em>tu devi<\/em>, se la societ\u00e0 nella quale vivo ha fatto proprio il pragmatismo e l&#8217;utilitarismo esasperato che riduce ogni soggetto a un oggetto delle altrui brame, e che stravolge ogni valore in un fine pratico da raggiungere per motivi di mera convenienza.<\/p>\n<p>Fra tutti i pensatori che, nell&#8217;epoca moderna e contemporanea,si sono occupati delle ripercussioni del pensiero politico di Machiavelli si segnala in modo particolare Antonio Gramsci. La sua interpretazione del moderno &quot;principe&quot; come il partito totalitario nasce da una riflessione matura e originale sul fenomeno del fascismo, ma ricade in un estremismo eguale e contrario a quello che, in teoria, vorrebbe combattere. Una volta che si ammette che il principe del XX secolo non sar\u00e0 altri che il moderno partito di massa finalizzato a un controllo capillare della societ\u00e0, poco importa sapere &#8211; da un punto di vista filosofico &#8211; se quel partito si connota, sul piano politico, come &quot;nero&quot; o come &quot;rosso&quot; o di qualunque altro colore.<\/p>\n<p>Ecco quel che scrive Antonio Gramsci nelle sue <em>Noterelle sulla politica di Machiavelli<\/em> (in <em>Gramsci, le opere<\/em> a cura di Antonio A. Santucci, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 355-359):<\/p>\n<p><em>&quot;Il<\/em> Principe <em>del Machiavelli potrebbe essere studiato come una esemplificazione storica del &quot;mito&quot; sorelliano, cio\u00e8 di una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia n\u00e9 come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volont\u00e0 collettiva. Il carattere utopico del<\/em> Principe <em>\u00e8 nel fatto che il &quot;principe&quot; non esisteva nella realt\u00e0 storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obbiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell&#8217;intero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusine, nell&#8217;invocazione di un principe, \u00abrealmente esistente\u00bb. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il moderno principe, il mito-principe non pu\u00f2 essere una persona reale, un individuo concreto, pu\u00f2 essere solo un organismo; un elemento di societ\u00e0 complesso nel quale gi\u00e0 abbia inizio il concretarsi di una volont\u00e0 collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente l&#8217;azione. Questo organismo \u00e8 gi\u00e0 dato dallo sviluppo storico ed \u00e8 il partito, la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volont\u00e0 collettiva che tendano a divenire universali e totali.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La ragione dei successivi fallimenti dei tentativi di creare una volont\u00e0 collettiva nazionale-popolare \u00e8 da ricercarsi nell&#8217;esistenza di determinati gruppi sociali, ce si formano dalla dissoluzione della borghesia comunale, nel particolare carattere di altri gruppi che riflettono la funzione internazionale dell&#8217;Italia come sede della Chiesa e depositaria del Sacro Romano Impero ecc. Questa funzione e la posizione conseguente determina una situazione interna che si pu\u00f2 chiamare &#8216;economico-corporativa&#8217;, cio\u00e8, politicamente, la peggiore delle forme di societ\u00e0 feudale, la forma meno progressista e pi\u00f9 stagnante: manc\u00f2 sempre, e non poteva costituirsi, una forza<\/em> giacobina <em>efficiente, la forza appunto che nelle altre nazioni ha suscitato e organizzato la volont\u00e0 collettiva nazionale-popolare e ha fondato gli Stati moderni. Esistono finalmente le condizioni per questa volont\u00e0, ossia quale \u00e8 il rapporto attuale tra queste condizioni e le forze opposte? Tradizionalmente le forze opposte sono state l&#8217;aristocrazia terriera e pi\u00f9 generalmente la propriet\u00e0 terriera nel suo complesso, ,col suo tratto caratteristico italiano che \u00e8 una speciale &#8216;borghesia rurale&#8217;, eredit\u00e0 di parassitismo lasciata ai tempi moderni dallo sfacelo, come classe, della borghesia comunale (le cento citt\u00e0, le citt\u00e0 del silenzio). Le condizioni positive sono da ricercare nell&#8217;esistenza di gruppi sociali urbani, convenientemente sviluppati nel campo della produzione industriale e che abbiano raggiunto un determinato livello di cultura storico-politica. Ogni formazione di volont\u00e0 collettiva nazionale-popolare \u00e8 impossibile se le grandi masse dei contadini-coltivatori non irrompono<\/em> simultaneamente <em>nella vita politica. Ci\u00f2 intende Machiavelli attraverso la formazione della milizia, ci\u00f2 fecero i giacobini nella Rivoluzione francese, in questa comprensione \u00e8 da identificare un giacobinismo precoce nel Machiavelli, il germe (pi\u00f9 o meno fecondo) della sua concezione della rivoluzione nazionale. Tutta la storia dal 1815 in poi mostra lo sforzo delle classi tradizionali per impedire la formazione di una volont\u00e0 collettiva di questo genere, per mantenere il potere &#8216;economico-corporativo&#8217; in una situazione internazionale di equilibrio passivo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Per Gramsci, dunque, Machiavelli non \u00e8 un teorico della politica che ha avuto un peso determinante nel pensiero etico e politico mondiale, ma &quot;soltanto&quot; il teorico di una situazione tutta italiana, caratterizzata da un cronico ritardo della borghesia e, quindi, dalla necessit\u00e0 di suscitare una forza collettiva nazional-popolare capace di svolgere una funzione &quot;giacobina&quot;, ossia &quot;progressiva&quot;, nello sviluppo della societ\u00e0 italiana. Tutti i tentativi di suscitare una tale forza sono, finora, falliti davanti alla resistenza puramente egoistica e conservatrice delle classi al potere; ma ora l&#8217;organizzazione del proletariato rurale e la nascita di un consapevole proletariato industriale sembrano presentare, per la prima volta, le condizioni storiche affinch\u00e9 tale coscienza possa svilupparsi.<\/p>\n<p>A questo punto, \u00e8 chiaro che, per Gramsci, il partito comunista pu\u00f2 svolgere la funzione di &quot;moderno principe&quot;, ossia di coagulare attorno a s\u00e9, di organizzare e di condurre alla vittoria una tale coscienza nazional-popolare: una volont\u00e0 collettiva che tende a diventare universale e totale. Evidentemente con qualunque mezzo, dato che &quot;il fine giustifica i mezzi&quot; e la rivoluzione giacobina, per il suo carattere progressista e suscitatore di forze vive, \u00e8 un bene in se stessa, auto-evidente e auto-giustificantesi.<\/p>\n<p>Si torna, dunque, per tal via, al punto da cui Machiavelli era partito, e il cerchio si chiude: l&#8217;Italia ha bisogno di un principe, per debellare le forze conservatrici della storia, ossia la borghesia puramente parassitaria nata dallo sfacelo della borghesia feudale; questo principe non pu\u00f2 essere che il partito comunista; <em>ergo<\/em>, il destino storico dell&#8217;Italia (come vuole la dialettica hegeliano-marxista della tesi-antitesi-sintesi) \u00e8 quello di realizzare le proprie <em>magnifiche sorti e progressive<\/em> per mezzo ed all&#8217;ombra del partito comunista.<\/p>\n<p>Possibile che l&#8217;intelligentissimo Gramsci non si fosse accorto che il principe del comunismo esisteva gi\u00e0 e non era affatto &quot;solo&quot; un partito, ma un uomo in carne ed ossa, proprio come Cesare Borgia, e si chiamava Stalin? Che se Cesare Borgia, a Senigallia, aveva ammazzato a tradimento (con il plauso di Machiavelli) cinque o sei capitani e signorotti romagnoli, per dare solidit\u00e0 e sicurezza al suo Stato, Stalin, per realizzare la collettivizzazione forzata delle campagne, aveva fatto fuori qualche milione di contadini conservatori e parassiti, i <em>kulaki<\/em>? E che anche l&#8217;Italia aveva il suo piccolo (molto, molto piccolo) principotto, quel Palmiro Togliatti che, alla scuola di Stalin, stava imparando a <em>temprar lo scettro<\/em> in attesa che le circostanze gli offrissero l&#8217;occasione di rientrare in Italia per governarla come un proconsole di quello?<\/p>\n<p>Certo, anche questo \u00e8 molto italiano.<\/p>\n<p>Bisogna concluderne che il machiavellismo \u00e8 divenuto, s\u00ec, la dottrina politica (non dichiarata, ma reale) dell&#8217;Occidente e dell&#8217;attuale superpotenza mondiale; ma che in esso vi \u00e8 anche un elemento squisitamente italiano, cronicamente malato di presbiopia, che lo porta a vedere benissimo miserie e debolezze dei suoi avversari, ma non altrettanto chiaramente le <em>proprie<\/em> debolezze e le <em>proprie<\/em> miserie.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno degli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki \u00e8 stato quello di introdurre una straordinaria ipocrisia nello sviluppo del concetto della guerra. 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