{"id":26913,"date":"2018-07-27T09:02:00","date_gmt":"2018-07-27T09:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/27\/ma-laustralia-e-una-nazione-asiatica\/"},"modified":"2018-07-27T09:02:00","modified_gmt":"2018-07-27T09:02:00","slug":"ma-laustralia-e-una-nazione-asiatica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/27\/ma-laustralia-e-una-nazione-asiatica\/","title":{"rendered":"Ma l&#8217;Australia \u00e8 una nazione asiatica?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;identit\u00e0, e di conseguenza la collocazione geopolitica, di un popolo, di una nazione e di uno Stato, dipendono pi\u00f9 dai fattori culturali o da quelli economici? Perch\u00e9 se risultasse che, alla lunga, e specialmente nel mondo di oggi, dominato dall&#8217;economia, prevalgono i fattori economici, allora le vecchie identit\u00e0, basate quasi sempre su legami di tipo essenzialmente culturale, spirituale e affettivo, dovranno essere radicalmente riviste e modificate, e l&#8217;intero assetto del mondo, dalle nazioni pi\u00f9 piccole alle pi\u00f9 grandi, andrebbe rimesso totalmente in discussione, aprendo una fase di trasformazione e di instabilit\u00e0, dagli esiti imprevedibili.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 alcun dubbio che i fattori economici, specie nel mondo contemporaneo, esercitano un forte influsso sulle vicende dei popoli e sulla stessa percezione che essi hanno del proprio destino. Per fare un esempio, tali fattori hanno giocato senza dubbio in ruolo notevole, forse decisivo, nel crollo del sistema comunista in Europa e nello smembramento della Iugoslavia, ed \u00e8 possibile che ne giochino uno analogo riguardo al futuro del Belgio, diviso fra due componenti assai diverse, non solo a livello linguistico e culturale, ma anche economico, bench\u00e9 sia difficile stabilire un netto confine tra le due sfere (in Belgio circola questa battuta: nelle fabbriche della Vallonia c&#8217;\u00e8 un cartello che dice: <em>Qui si parla francese<\/em>; nelle fabbriche delle Fiandre c&#8217;\u00e8 un altro cartello con su scritto<em>: Qui non si parla, si lavora<\/em>). Per\u00f2 la sopravvivenza di uno Stato o la sua disgregazione, anche pacifica e perfettamente consensuale (come \u00e8 accaduto nel caso della Cecoslovacchia) non riguarda la definizione della sua identit\u00e0, ma il suo assetto esteriore, che, per quanto importante, \u00e8 solo una parte della vita di una nazione e di un popolo. Quando si parla della ridefinizione dell&#8217;identit\u00e0, si intende essenzialmente un &quot;passaggio di civilt\u00e0&quot;, vale a dire la trasformazione pi\u00f9 profonda e radicale che sia dato immaginare: nulla, al confronto, \u00e8 altrettanto significativo e, inevitabilmente, cos\u00ec definitivo. Tale \u00e8 il caso in un popolo che viene assorbito da un altro popolo pi\u00f9 grande (vedi, ad esempio, il destino dei Sorabi nella Germania orientale), o che si converte ad un&#8217;altra religione e ad un altro sistema di valori, come accadde ai Paesi del Vicino Oriente e del Nord Africa, gi\u00e0 cristiani e bizantini, allorch\u00e9 vennero conquistati dagli arabi e furono gradualmente islamizzati. Nessun europeo, vistando l&#8217;Algeria o il Marocco di oggi, penserebbe, a meno che lo abbia studiato sui libri di storia, che quei Paesi erano, nel IV secolo, i pi\u00f9 &quot;romani&quot; e i pi\u00f9 cristiani del mondo occidentale, e che l\u00ec ebbero i natali uomini come sant&#8217;Agostino, perch\u00e9 quel passato \u00e8 oggi del tutto scomparso, e solo delle rovine archeologiche ne fanno ancora testimonianza. Se \u00e8 per questo, anche il turista odierno che si reca in vacanza a Pula, Rijeka o Zadar pu\u00f2 ignorare che quelle citt\u00e0 erano italianissime fino a settant&#8217;anni fa e si chiamavano Pola, Fiume e Zara; in questo caso, per\u00f2, il passaggio di sovranit\u00e0 e la sostituzione di popolazione (l&#8217;esodo degli italiani e l&#8217;arrivo d&#8217;immigrati slavi) non \u00e8 stato un vero passaggio di civilt\u00e0, perch\u00e9 la civilt\u00e0 italiana e quella croata, pur con le debite differenze, erano e sono parte di una stessa identit\u00e0, quella europea (e cattolica), mentre nel caso della Siria, dell&#8217;Egitto, del Nord Africa e, infine, dell&#8217;Asia Minore (l&#8217;odierna Turchia) il passaggio \u00e8 stato dal cristianesimo e dall&#8217;Occidente all&#8217;islamismo e all&#8217;Oriente. Un altro passaggio di civilt\u00e0 \u00e8 stato quello dell&#8217;area dell&#8217;odierno Afghanistan e di alcune regioni che oggi fanno parte delle repubbliche ex sovietiche dell&#8217;Asia centrale: alla loro identit\u00e0 buddista si \u00e8 sovrapposta quella islamica, che nel 2001, sotto il regime dei talebani, \u00e8 culminata, anche visivamente, nella distruzione delle grandi statue dei Buddha di Bamiyan, giudicate idolatriche dai fondamentalisti e perci\u00f2 meritevoli di sparire. Ebbene: quel che si sta delineando in questo principio del terzo millennio, \u00e8 un possibile &quot;passaggio di civilt\u00e0&quot; di alcuni popoli e nazioni che, di fronte alle sfide della globalizzazione, dubitano di poter sopravvivere se non adattandosi al cambiamento e in un certo senso anticipandolo, cio\u00e8 compiendo una fuga in avanti, cos\u00ec da non trovarsi &quot;tagliati fuori&quot; dai dinamismi geopolitici in sempre pi\u00f9 rapida evoluzione e trasformazione.<\/p>\n<p>A questo punto, il tema della ridefinizione della propria identit\u00e0 si intreccia con quello della paura di perdere le proprie radici, in un doppio movimento contrastante, di attrazione e repulsione verso quel futuro culturalmente indifferenziato che la globalizzazione sembra offrire a tutti i popoli della terra; cio\u00e8 l&#8217;alternativa sembra che sia o rinunciare a essere quel che si \u00e8, per attrezzarsi meglio alle sfide economiche del futuro (ed \u00e8, in parte, la via intrapresa dagli Stati europei che hanno ceduto quote significative della loro sovranit\u00e0 per entrare a far parte dell&#8217;Unione europea, restando per\u00f2 nello stesso ambito di civilt\u00e0, immigrazione a parte) oppure arroccarsi a difesa delle proprie radici e tradizioni, condannandosi, per\u00f2, almeno in apparenza, a esser gradualmente sorpassati dai grandi movimenti dell&#8217;economia e della finanza. Un caso piuttosto caratteristico \u00e8 quello dell&#8217;Australia, un Paese-continente geograficamente isolato, che, dopo aver coltivato intensamente i propri legami con la madrepatria britannica per oltre due secoli, sembra trovarsi al bivio di un eventuale passaggio di civilt\u00e0: alcuni suoi leader e una parte, per adesso minoritaria, della popolazione guardano all&#8217;Asia come al loro naturale interlocutore del prossimo futuro, e pensano che restare legati alla monarchia lontana e non pi\u00f9 imperiale monarchia inglese non giover\u00e0 alla difesa efficace dei loro interessi come nazione indipendente. E qui il tema della identit\u00e0 s&#8217;intreccia, a sua volta, con il tema dell&#8217;oicofobia, che riguarda un po&#8217; tutti i Pesi occidentali.<\/p>\n<p>Esistono due differenti significati della parola <em>oicofobia<\/em>, che oggi viene continuamente adoperata, a sproposito e a proposito. Il primo significato \u00e8 quello inventato, o meglio reinventato, da Roger Scruton, nel <em>Manifesto dei conservatori<\/em>, ed esprime il timore di vedere invasa la propria &quot;casa&quot;, nel senso pi\u00f9 ampio del termine, da elementi terzi, completamente estranei ad essa, con il rischio di perdere il proprio senso di appartenenza e d&#8217;identit\u00e0, insieme a tutte le proprie sicurezze. Il secondo, coniato da Alain Finkielkraut nel libro <em>L&#8217;identit\u00e0 infelice<\/em>, indica, letteralmente, l&#8217;odio per la casa natale, e, nello stesso tempo, la tendenza a valorizzare le &quot;differenze culturali&quot;, cio\u00e8, in buona sostanza, a esaltare in maniera unilaterale, e forse esagerata, i meriti altrui, le benemerenze altrui, le civilt\u00e0 diverse dalla propria, a tutto demerito di quella cui si appartiene. In questo secondo significato, l&#8217;oicofobia \u00e8 realmente il grande male, il tumore devastante che sta conducendo a morte l&#8217;anima occidentale (usiamo la parola &quot;occidentale&quot; per amor di chiarezza, anche se non l&#8217;approviamo, perch\u00e9, come abbia spiegato altre volte, si basa su di una semplificazione geopolitica e culturale che non trova riscontro nella realt\u00e0). Gli occidentali sono rosi da un segreto senso di colpa, da un cocente auto-disprezzo, da un distruttivo disamore di s\u00e9, che li porta a guardare con idealistica ammirazione a tutto ci\u00f2 che viene dall&#8217;esterno e a che appare estraneo alla loro cultura; e quanto pi\u00f9 appare estraneo, tanto meglio. Tradotto sul piano intellettuale, religioso, estetico, perfino giuridico, questo sentimento conduce inevitabilmente all&#8217;indebolimento sempre pi\u00f9 grave, e infine condurr\u00e0 alla morte, la civilt\u00e0 di cui facciamo parte; anche se ci corre l&#8217;obbligo di precisare, per l&#8217;ennesima volta, che la nostra vera civilt\u00e0 \u00e8 la civilt\u00e0 cristiana e non la civilt\u00e0 moderna, una anti-civilt\u00e0 che ha preso il posto di quella e che ha cercato di cancellarne perfino le tracce, nella sua pretesa di rifare un mondo nuovo e di costituire un modello, insuperabile e perci\u00f2 definitivo, per tutti i popoli e per tutte le culture. Modello che ora, appunto, \u00e8 in crisi di identit\u00e0.<\/p>\n<p>Ha scritto in proposito il politologo americano Samuel P. Huntington nel suo ormai classico <em>Lo scontro delle civilt\u00e0<\/em> (titolo originale: <em>The Clash oth Civilizations and the Remaking of World Order<\/em>, 1966; traduzione dall&#8217;inglese di Sergio Minucci, Milano, Garzanti, 1997, 2000, pp. 218-223):<\/p>\n<p><em>A differenza di Russia, Turchia e Messico, l&#8217;Australia \u00e8 sempre stata, sin dalle sue origini, una societ\u00e0 occidentale. Per tutto il XX secolo \u00e8 stata intimamente legata alla Gran Bretagna prima e<\/em> <em>agli Stai Uniti poi e durante la guerra fredda ha fatto parte non solo dell&#8217;Occidente ma anche della coalizione spionistico-militare britannico-americana-canadese-australiana che dell&#8217;Occidente era asse portante. All&#8217;inizio degli anni Novanta, tuttavia, i leader politici australiani decisero, in buona sostanza, che l&#8217;Australia dovesse staccarsi dall&#8217;Occidente e definire la propria identit\u00e0 come societ\u00e0 asiatica e coltivare stretti legami cin i propri vicini territoriali. L&#8217;Australia, dichiar\u00f2 il suo primo miniostro Paul Keating, non doveva pi\u00f9 essere una &quot;filiale dell&#8217;impero&quot;, ma diventare una repubblica e puntare a &quot;confluire&quot; nell&#8217;Asia. Questo era necessario per la sua identit\u00e0 di Paese indipendente. &quot;L&#8217;Australia non pu\u00f2 presentarsi agli occhi del mondo come una societ\u00e0 multiculturale, stabilire un legame convincente con l&#8217;Asia e contemporaneamente restare, almeno dal punto di vista costituzionale, un Paese marginale&quot;. L&#8217;Australia, dichiar\u00f2 Keating, ha sofferto innumerevoli anni di &quot;anglofilia e torpore&quot; e perpetuare l&#8217;associazione con la Gran Bretagna avrebbe avuto un effetto &quot;debilitante sulla nostra cultura nazionale, sul nostro futuro economico e sul nostro destino in Asia e nel Pacifico&quot;. Simili sentimenti furono espressi anche dal ministro degli Esteri Gareth Evans. La decisione di ridefinire l&#8217;Australia come un Paese asiatico si fondava sul presupposto che il destino delle nazioni viene forgiato molto pi\u00f9 dall&#8217;economia che dalla cultura. L&#8217;incentivo maggiore \u00e8 venuto dal dinamico sviluppo delle economie est-asiatiche, che ha a sua volta stimolato una rapida crescita degli scambi commerciali tra Australia e Asia. (&#8230;) Nonostante questi legami economici, tuttavia, non sembra che il tentativo di asianizzazione dell&#8217;Australia presenti alcuno dei prerequisiti necessari perch\u00e9 un Paese in bilico possa operare con successo un passaggio di civilt\u00e0. Innanzitutto, ancora nel 1995 la classe politica australiana non appariva affatto compattamente entusiasta di tale corso, e i leader del Partito liberale si mostravano viceversa perplessi o contrari. Forti critiche venivano al governo laburista anche da un ampio numero di intellettuali e giornalisti. In breve, non esisteva un consenso generale tra le \u00e9lites di potere australiane. In secondo luogo, l&#8217;opinione pubblica ha mostrato un atteggiamento ambiguo. Dal 1987 al 1993, la percentuale di cittadini australiani favorevoli a porre fine alla monarchia era passata dal 21 al 46 per cento. Poi, per\u00f2, il sostegno in tal senso inizi\u00f2 ad affievolirsi e a scemare. (&#8230;) Terzo e pi\u00f9 importante punto: le \u00e9lite dei Pesi asiatici hanno esibito nei confronti delle proposte australiane una freddezza ancora maggiore di quella palesata dalle \u00e9lite europee nei confronti della Turchia. Hanno affermato esplicitamente che per far pare dell&#8217;Asia, l&#8217;Australia dovrebbe diventare una nazione genuinamente asiatica, e ritengono ci\u00f2 improbabile se non impossibile. (&#8230;) Gli asiatici sottolineano una contraddizione tra la retorica filo asiatica degli australiani e il loro stile di vita perversamente occidentale. (&#8230;) &quot;Dal punto di vista culturale, l&#8217;Australia \u00e8 ancora europea&quot;, ha dichiarato nell&#8217;ottobre 1994 il primo ministro malaysiano Mahathir, &quot;&#8230; noi pensiamo che sia europea&quot;, e dunque l&#8217;Australia non dovrebbe entrare a far parte dell&#8217;Eaec, il comitato per l&#8217;economia dell&#8217;Asia meridionale. (&#8230;) Gli asiatici, in breve, sono fermamente intenzionati a escludere l&#8217;Australia dal loro club per lo stesso motivo che spinge gli europei a escludere la Turchia dal proprio: sono diversi. Al primo ministro Keating piaceva dire che avrebbe trasformato l&#8217;Australia da un Paese tagliato fuori ad uno &quot;tagliato dentro&quot; l&#8217;Asia. Il che \u00e8 un controsenso: non si pu\u00f2 essere &quot;tagliati dentro&quot;. Come ha affermato Mahatir, cultura e valori costituiscono i principali ostacoli all&#8217;unificazione tra Australia e Asia. Periodici scontri sorgono in merito all&#8217;adesione dell&#8217;Australia alla democrazia, alla difesa dei diritti umani, alla libert\u00e0 di stampa, e alle loro proteste per le violazioni dei diritti perpetrate di fatto dai governi di tutti gli Stati limitrofi. &quot;Il vero problema dell&#8217;Australia nella regione&quot;, ha dichiarato un alto diplomatico australiano, &quot;non sta nella nostra bandiera, ma nei nostri valori basilari. Credo che non esista un solo australiano disposto ad abbandonare uno soltanto di quei valori pur di essere accettato nella regione&quot;. Non meno grandi sono le differenze di carattere, stile e comportamento. Come sostiene Mahatir, nel perseguire i loro obiettivi nei rapporti con gli altri, gli asiatici adottano generalmente un modo di fare sottile, indiretto, ambiguo, pragmatico, conciliante e non moralistico. Quello australiano, per contro, \u00e8 il popolo pi\u00f9 schietto, diretto, esplicito e &#8212; direbbe qualcuno &#8212; insensibile di tutto il mondo anglofono. Un simile scontro di cultura risulta in modo ancor pi\u00f9 evidente negli atteggiamenti assunti dallo stesso Paul Keating con gli asiatici. Keating incarna le caratteristiche nazionali australiane elevate all&#8217;ennesima potenza. \u00c8 stato descritto come un &quot;politico ruvido&quot;, dotato di uno stile &quot;innatamente provocatorio e pugnace&quot;. Egli stesso non ha esitato a etichettare i propri oppositori politici come una &#8216;massa di rifiuti umani&#8217;, &#8216;gigol\u00f2 profumati&#8217; e &#8216;pazzi criminali dal cervello bacato&#8217;. Nel suo perorare l&#8217;asianizzazione dell&#8217;Australia, Keating finiva immancabilmente con l&#8217;irritare, sbigottire e contrariare con la sua rude franchezza i leader politici asiatici. Il divario tra le due culture era cos\u00ec profondo da impedire al sostenitore della loro convergenza di accorgersi come il suo stesso comportamento fosse inviso ai suoi pretesi fratelli culturali.<\/em><\/p>\n<p>Si pu\u00f2 pensare che politici come il leader laburista australiano Paul Keating siano le avanguardie di un nuovo modo d&#8217;intendere la politica, che privileger\u00e0 sempre pi\u00f9 i fattori economici a scapito di quelli culturali, e che, pertanto, non esiter\u00e0 a por mano a un radicale progetto di trasformazione, fino a operare dei volontari passaggi di civilt\u00e0 (mentre finora i passaggi di civilt\u00e0 sono avvenuti sempre sotto la spinta di pressioni esterne dirette ed esplicite). In tal caso, l&#8217;Australia sarebbe un progetto-pilota che potrebbe essere imitato da altri, di sganciamento da una civilt\u00e0 occidentale percepita come decadente e in crisi irreversibile, e di ingresso in un&#8217;altra sfera di civilt\u00e0, percepita come prestigiosa per i suoi successi economici (le &quot;tigri asiatiche&quot; in ascesa industriale e finanziaria). Per una serie di ragioni, soprattutto storiche e geografiche, il caso dell&#8217;Australia \u00e8 un caso-limite, perch\u00e9 si tratta realmente di un Paese &quot;in bilico&quot; fra due alternative radicalmente diverse; e tuttavia, nel vertiginoso accorciarsi delle distanze, non solo spaziali, ma anche produttive e comunicative, del mondo contemporaneo, il suo esempio potrebbe essere significativo anche per altri popoli e nazioni che si trovano in posizione meno marginale. Intanto, prendiamo nota che il destino di tutti gli ex <em>Dominions<\/em> britannici presenta, in misura maggiore o minore, caratteristiche assimilabili a al caso australiano. A parte la Nuova Zelanda, ancor pi\u00f9 isolata dell&#8217;Australia e quindi legata al suo stesso destino, il Sud Africa appare caratterizzato da una crescente <em>apartheid<\/em> alla rovescia (anche sei nostri <em>mass media<\/em> sono diventati improvvisamente ciechi, sordi e muti al riguardo, mentre prima, quando era rivolta a danno dei neri, ne parlavano continuamente), che costringer\u00e0 i bianchi alla fuga e porter\u00e0 alla completa africanizzazione di quel Paese &#8211; e, quasi certamente, a un regresso economico senza precedenti; mentre il Canada si trova in una posizione simile a quella dell&#8217;Australia, con la sola differenza che il suo vicino non \u00e8 l&#8217;Asia, ma gli Stati Uniti, cio\u00e8 una nazione affine per lingua, cultura, religione, valori, e che gi\u00e0 fin da ora la sua economia \u00e8 talmente integrata con quella statunitense, che si pu\u00f2 parlare di una avvenuta fusione quasi perfetta. Se al posto degli Stati Uniti ci fosse stata l&#8217;Asia, il destino del Canada sarebbe stato un &quot;passaggio di civilt\u00e0&quot;. Resta per\u00f2 la domanda: si pu\u00f2 operare un passaggio di civilt\u00e0 con la stessa naturalezza con cui si opera una transazione commerciale internazionale, ad esempio la fusione tra la FIAT e la Chrysler? I popoli possono assoggettarsi volontariamente a siffatte trasformazioni, che, secondo ogni evidenza, se si verificano, sono definitive e non pi\u00f9 reversibili?<\/p>\n<p>Questi interrogativi, che sono molto seri perch\u00e9 riguardano il nostro destino e quello dei nostri figli e nipoti, ci riportano al caso dell&#8217;Europa. Anche se in un contesto storico, culturale e geopolitico totalmente diverso da quello australiano, l&#8217;Europa, negli ultimi decenni, sta vivendo una crisi di identit\u00e0 senza precedenti, aggravata da fattori economici (e demografici) regressivi, che hanno portato le sue <em>\u00e9lite<\/em> alla conclusione che, per sopravvivere, essa deve unirsi in un solo blocco, in modo da poter competere con gli altri colossi internazionali, specialmente sul piano economico-finanziario. Ci\u00f2, tuttavia, ha portato a una progressiva riduzione del patrimonio identitario delle singole nazioni, le quali, a un certo punto, hanno percepito il pericolo, reale e imminente, di una perdita delle proprie radici e di una radicale alterazione della loro cultura, cio\u00e8, in definitiva, l&#8217;equivalente di un &quot;passaggio di civilt\u00e0&quot;. La sensazione si \u00e8 rafforzata a causa delle politiche tenute dalle <em>\u00e9lite<\/em> nei confronti del fenomeno delle migrazioni dall&#8217;Asia e soprattutto dall&#8217;Africa, che hanno preso, via, via, le dimensioni e le caratteristiche di una vera e propria invasione, sebbene, per ora, relativamente incruenta (\u00e8 di ieri la notizia che una massa di 600 africani ha scavalcato di forza la recinzione, alta sette metri, che separa l&#8217;<em>enclave<\/em> spagnola di Ceuta dal Marocco, entrando cos\u00ec in territorio dell&#8217;Unione europea). Ci sono poi molti altri segnali, grandi e piccoli, che preoccupano i popoli europei e fanno crescere la distanza fra il loro sentire e la politica delle loro \u00e9lite. Le scene selvagge di furore e distruzione che si sono verificate in Francia dopo la vittoria ai mondiali di calcio della squadra nazionale &quot;francese&quot;, composta quasi tutta di africani, dicono la stessa cosa; per non parlare degli stupri etnici di Colonia del Capodanno 2016. Oicofobia: i popoli si sentono traditi dalle <em>\u00e9lite<\/em>, clero compreso, e temono di perdere la loro identit\u00e0. Non vogliono questo. Hanno torto?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;identit\u00e0, e di conseguenza la collocazione geopolitica, di un popolo, di una nazione e di uno Stato, dipendono pi\u00f9 dai fattori culturali o da quelli economici?<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30178,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[56],"tags":[110],"class_list":["post-26913","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-politica","tag-civilta"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-politica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26913","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26913"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26913\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30178"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26913"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26913"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26913"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}