{"id":26898,"date":"2014-05-19T10:06:00","date_gmt":"2014-05-19T10:06:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/05\/19\/ma-di-soltanto-una-parola-ed-io-saro-salvato\/"},"modified":"2023-09-15T20:15:41","modified_gmt":"2023-09-15T20:15:41","slug":"ma-di-soltanto-una-parola-ed-io-saro-salvato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/05\/19\/ma-di-soltanto-una-parola-ed-io-saro-salvato\/","title":{"rendered":"\u00abMa di&#8217; soltanto una parola ed io sar\u00f2 salvato\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>La parola: un mistero bellissimo e tremendo, intorno al quale ruotano tutta la nostra esistenza, tutta la nostra coscienza, tutto il nostro significato.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 noi tutti veniamo soltanto da una parola, da un &quot;fiat&quot; originario; e a quella parola primigenia aspiriamo, inconsciamente, a ritornare, come alla nostra dimora permanente &#8212; la dimora dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Altro discorso va fatto per la parola umana: essa pu\u00f2 portare la luce, la speranza, la salvezza, ma pu\u00f2 portare anche la disperazione, la tenebra, il naufragio; pu\u00f2 indicare la via giusta da seguire, ma pu\u00f2 anche indurre sulla via sbagliata, dalla quale, forse, non si torna indietro.<\/p>\n<p>La parola ha un suo peso specifico enorme, spesso trascurato, a volte per superficialit\u00e0, a volte per cattiva coscienza: pu\u00f2 essere, letteralmente, parola di vita o di morte; pu\u00f2 essere parola che salva o che perde, quando essa giunge in un momento critico, in una situazione esistenziale che sia gi\u00e0 tesa al massimo, fino allo spasimo.<\/p>\n<p>Vi sono dei momenti, nella vita, nei quali tutto pare appeso a un filo; nei quali basterebbero una piccola, una piccolissima spinta, una sola parola d&#8217;incoraggiamento o di rifiuto, per spostare l&#8217;intero asse esistenziale di una persona dal cielo della pace all&#8217;inferno di un&#8217;angoscia senza fine; momenti, soprattutto, nei quali nulla sarebbe peggio del silenzio, perch\u00e9 una parola, e sia pure di accusa o di rimprovero, manifesta pur sempre una forma di partecipazione, anche se di segno negativo: mentre il silenzio equivale, in quelle situazioni, alla negazione, all&#8217;esclusione, al rigetto totale che scaturisce dalla piena e radicale indifferenza.<\/p>\n<p>A volte il silenzio, quando si attende con tutta l&#8217;anima una parola, risulta pi\u00f9 amaro e pi\u00f9 crudele di una parola cattiva; perch\u00e9 il contrario della parola buona non \u00e8 la parola malvagia, ma il silenzio, l&#8217;assenza di parola, almeno quando si tratta di una deliberata chiusura della comunicazione, quando ha il sapore del disprezzo, della vendetta o dell&#8217;implacabile risentimento, che non concede spazio alla bench\u00e9 minima comprensione umana.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 fare terribilmente del male con la parola, come del resto si pu\u00f2 fare enormemente del bene; ma, con il silenzio, si pu\u00f2 fare ancora pi\u00f9 male, si pu\u00f2 uccidere addirittura, se c&#8217;era qualcuno che di quella parola aveva bisogno per sopravvivere, per consolarsi, per ritrovare un sia pur precario equilibrio esistenziale, in mezzo alle macerie di precedenti fallimenti. Ci vorrebbe un porto d&#8217;armi per quando si adoperano le parole come coltelli; ma nessun porto d&#8217;armi potrebbe stabilire un limite nella crudelt\u00e0 con cui si pu\u00f2 negare all&#8217;altro la parola, la parola risanatrice, la parola riparatrice, la parola che riaccende la speranza in un&#8217;anima disperata.<\/p>\n<p>La parola buona, che fortifica, che salva, \u00e8 esemplificata dall&#8217;episodio evangelico del centurione romano che si rivolge a Ges\u00f9 per la guarigione di un servo malato. \u00abSignore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di&#8217; soltanto una parola, e il mio servo sar\u00e0 guarito\u00bb, dice il centurione romano di Cafarnao a Ges\u00f9, che si era offerto di recarsi nella sua casa, dietro sua preghiera, per curare il servo malato di questi (Matteo, 8, 8); frase che, nella liturgia responsoriale della messa, diventa: \u00abSignore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di&#8217; soltanto una parola, ed io sar\u00f2 salvato\u00bb.<\/p>\n<p>Della parola cattiva, che maledice, che offende, che demoralizza, si potrebbero fare infiniti esempi: nessuno lo dovrebbe sapere meglio dei genitori, degli educatori, degli insegnanti, i quali, rivolgendosi a dei bambini e a dei ragazzi, ai propri figli o ai propri studenti, possono realmente fare molto male (ma, per fortuna, anche molto bene), pronunciando magari una sola parola, specialmente quando si trovano di fronte a delle personalit\u00e0 fragili, insicure, turbate. A volte non occorre nemmeno pronunciare una parola: bastano un gesto, uno sguardo, che possono essere ancora pi\u00f9 eloquenti e che della parola possiedono tutta la forza, spogliata delle sue possibili ambiguit\u00e0, dei malintesi cui potrebbe dare luogo.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 anche il silenzio, abbiamo detto: il silenzio dell&#8217;indifferenza, del disprezzo, del rifiuto: che pu\u00f2 fare assai pi\u00f9 male della stessa parola cattiva. A volte si aspetta una parola con tutta la tensione dell&#8217;anima, tormentati da una sete divorante: e quella parola non arriva. Colui che tace ha scelto di punire l&#8217;altro con l&#8217;arma del silenzio: non ha voluto capire, n\u00e9 compatire, n\u00e9 perdonare. Ritiene di essere in diritto di assestare una lezione esemplare, tacendo, ben consapevole di quanto male possa fare una simile strategia.<\/p>\n<p>Biagio Marin, il grande poeta gradese &#8212; grande anche se scriveva in un dialetto parlato ormai da poche centinaia di persone; grande perch\u00e9 la grandezza di un poeta non si misura dalla quantit\u00e0 delle traduzioni e delle copie vendute dei suoi libri, ma dalla intensit\u00e0, dalla profondit\u00e0 e dalla universalit\u00e0 dei sentimenti che sa esprimere &#8212; ha colto il dramma della parola salvatrice che non arriva, della parola di pace e d&#8217;incoraggiamento che non viene pronunciata, in una bellissima poesia di soli otto versi, brevi e semplici come il profumo dei giardini della sua isola natia, struggenti come il sole al tramonto nella sua amata laguna.<\/p>\n<p>Ed ecco la poesia di Biagio Marin, intitolata:<\/p>\n<p>\u00abSED TANTUM DIC VERBUM<\/p>\n<p>La parola che non xe stagia dita<\/p>\n<p>E no l&#8217;ha t&#8217;ha salvao:<\/p>\n<p>e cuss\u00ec a la morte tu son &#8216;ndao<\/p>\n<p>per la strada pi\u00f9 drita.<\/p>\n<p>Una parola sola<\/p>\n<p>Te varave salvao la vita;<\/p>\n<p>ma quela boca la xe stagia sita,<\/p>\n<p>e la morte la svola.\u00bb<\/p>\n<p>Diamo di seguito la traduzione dal dialetto gradese, curata da Giovanni Battista Pighi e da Edda Serra (in: Biagio Marin, \u00abNel silenzio pi\u00f9 teso\u00bb, Milano, Rizzoli, 1980): \u00abLa parola che non \u00e8 stata detta \/e non ti ha salvato: \/ e cos\u00ec sei andato alla morte \/ per la strada pi\u00f9 dritta. \/\/ Una parola sola \/ ti avrebbe salvato la vita; \/ ma quella bocca \u00e8 stata zitta: \/ la morte svola.\u00bb<\/p>\n<p>Quanti di noi sono colpevoli, colpevoli del crimine di omissione, per non aver pronunciato la parola di salvezza quando lo avremmo potuto, e, forse, quando lo avremmo dovuto? Quante volte ci siamo chiusi nella nostra superbia, pensando di aver ragione, di ritenerci giustamente la parte che ha subito un torto e, quindi, di non avere alcun obbligo verso l&#8217;ex amico, verso l&#8217;ex amante, verso l&#8217;anima con cui avevamo pur condiviso momenti importantissimi della nostra vita? E quante volte abbiamo indossato la maschera della parte offesa, della vittima, di colui che si fa guidare solamente dal senso della giustizia, mentre invece stavamo consumando la pi\u00f9 sottile, la pi\u00f9 raffinata, la pi\u00f9 diabolica delle vendette?<\/p>\n<p>Diabolica: non \u00e8 un&#8217;espressione esagerata. \u00c8 diabolico servirsi del silenzio, quando si sa che da una nostra parola deriva tanta sofferenza ad un altro essere umano; ed \u00e8 anche vile, perch\u00e9 consente di nascondere la mano che ha scagliato la pietra, la mano che ha vibrato la coltellata: nessuno ha visto nulla e nessuno, nemmeno la nostra vittima, potrebbe lamentarsi di aver subito una aggressione da parte nostra. Noi, per\u00f2, sappiamo benissimo di aver aggredito l&#8217;altro: di averlo aggredito in maniera nascosta, in maniera subdola, con l&#8217;arma appunto del silenzio: senza lasciare tracce, senza testimoni che ci possano accusare. Lo sappiamo solo noi e lui; noi e Dio.<\/p>\n<p>Certo, a volte non \u00e8 facile pronunciare quella parola che l&#8217;altro spasmodicamente attende. Abbiamo motivo di pensare che egli potrebbe fraintenderla, che potrebbe servirsene per strapparci una promessa, qualcosa che non possiamo n\u00e9 vogliamo dare: che potrebbe illudersi o che potrebbe diventare insistente, molesto. Non tutti sono signorili, quando soffrono; non tutti sanno levarsi di torno, per non affliggerci con lo spettacolo della loro angoscia. E tuttavia&#8230;<\/p>\n<p>Siamo sicuri d&#8217;essere migliori di coloro ai quali abbiamo deciso di rifiutare il conforto di un&#8217;ultima parola, di una parola di pace, di bene, di perdono? La cosa \u00e8 molto dubbia: ci sentiamo forti quando vediamo che un altro essere umano \u00e8 disperato e che sta appeso alla speranza di una nostra parola, come colui che sta morendo di sete nel deserto correrebbe a tuffare la testa nell&#8217;acqua pi\u00f9 torbida e fangosa, se solo scorgesse una misera pozzanghera tra la sabbia. Ma se fossimo noi, al suo posto; o, per dir meglio: quando siamo noi, al suo posto: allora che lamenti, che invettive, che maledizioni non esitiamo a scagliare contro il nostro nemico, il nostro persecutore, il nostro aguzzino!<\/p>\n<p>Ci sono delitti che restano impuniti, perch\u00e9 nessuno li ha visti, perch\u00e9 non \u00e8 rimasto alcun indizio ad accusare i loro autori. Tali sono anche i crimini che commettiamo allorch\u00e9 rifiutiamo di dire una parola di riconciliazione a chi ne avrebbe estremo bisogno, mentre sappiamo bene fino a che punto la sua pace, la sua stessa sopravvivenza dipendano da quell&#8217;unica parola. Nulla pu\u00f2 scusare la nostra cattiveria, perch\u00e9 sapevamo assai bene quel che stavamo facendo, o, per essere pi\u00f9 precisi, quello che NON stavamo facendo, quello che avevamo deciso di omettere. Quando il male si riveste della maschera del non agire, diventa supremamente raffinato, supremamente malvagio, perch\u00e9 cerca di farsi passare per innocente: \u00e8 diabolico, appunto.<\/p>\n<p>E allora, ricordiamoci sempre di quanto bene possiamo fare con una parola opportuna, detta al momento giusto, a colui che forse ne ha bisogno pi\u00f9 ancora di quanto abbia bisogno del cibo per nutrirsi o dell&#8217;acqua per dissetarsi. La parola \u00e8 potente: non scorre via senza lasciar traccia, non evapora come la rugiada al levar del sole. Rimane: e, talvolta, incide perfino la roccia, con una forza e una tenacia come a stento si sarebbe potuto immaginare.<\/p>\n<p>La parola, dunque, \u00e8 potente: pertanto, siamo potenti anche noi, in quanto detentori della possibilit\u00e0 della parola. Siamo pi\u00f9 potenti di quel che pu\u00f2 sembrare; ma, naturalmente, la potenza, di per s\u00e9, non \u00e8 affatto un bene, se non si unisce alle qualit\u00e0 positive dello spirito: la generosit\u00e0, la mitezza, la benevolenza. Chi possiede tali qualit\u00e0, perch\u00e9 ha saputo coltivarle in se stesso con amore e svilupparle con impegno e sacrificio, non potr\u00e0 mai fare un cattivo uso della parola, compresa la parola scritta. Perch\u00e9 anche con la parola scritta &#8211; con una lettera, con un articolo, con libro &#8211; si pu\u00f2 fare tanto bene o tanto male nei confronti del prossimo, anche a persone che non conosciamo e che, quasi certamente, non conosceremo mai.<\/p>\n<p>Una volta si scrivevano lettere, ora non pi\u00f9: peccato; era un buon modo di comunicare, perch\u00e9 consentiva di soppesare bene le parole, di cercare pazientemente quelle pi\u00f9 adatte. Con la posta informatica e con i messaggini telefonici non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec: la fretta domina sovrana, conta pi\u00f9 la quantit\u00e0 che la qualit\u00e0 delle parole che ci si scambia. La parola viene immiserita, banalizzata; e la stessa cosa accade con i discorsi che si fanno a voce. Domina ovunque la &quot;chiacchiera&quot;, come gi\u00e0 notava Heidegger; e la chiacchiera \u00e8 l&#8217;opposto della parola autentica.<\/p>\n<p>Ritrovare il gusto della parola, e riconquistare la consapevolezza della sua efficacia, sono passi necessari sulla via di un ritorno all&#8217;essere, dopo la lunga stagione in cui ci si \u00e8 abbandonati all&#8217;ubriacatura dell&#8217;avere. Abbiamo tante, troppe parole nel nostro repertorio, ma siamo diventati poveri quanto alla parola. I ragazzi vanno a fare il compito d&#8217;italiano con il dizionario dei sinonimi e dei contrari sotto il braccio, come se tutto il problema fosse quello di riuscire a scrivere un tema linguisticamente ben tornito e infiocchettato e non quello di scavare in se stessi, alla ricerca delle parole autentiche, delle parole che parlano davvero.<\/p>\n<p>Le parole sono autentiche quando costruiscono la sintassi di un discorso vero; e l&#8217;unico modo di fare un discorso vero \u00e8 quello di avere e di coltivare dei pensieri veri, dei sentimenti veri, delle emozioni vere. Nessun vocabolario e nessuna tecnica di scrittura potranno sostituire questo requisito essenziale. Oggi, ad esempio, si sprecano i corsi e i cosiddetti laboratori di scrittura creativa, ove disinvolti pennivendoli &quot;insegnano&quot; agli uomini-massa a scrivere poesie o racconti in maniera, appunto, &quot;creativa&quot;. Quanto fumo negli occhi per nascondere la povert\u00e0 che regna nelle nostre coscienze, la banalit\u00e0 dei nostri pensieri, lo squallore delle nostre inutili ma vaste ambizioni&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La parola: un mistero bellissimo e tremendo, intorno al quale ruotano tutta la nostra esistenza, tutta la nostra coscienza, tutto il nostro significato. 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