{"id":26885,"date":"2007-11-21T10:15:00","date_gmt":"2007-11-21T10:15:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/11\/21\/mostri-fantasmi-vampiri-nel-mondo-antico\/"},"modified":"2007-11-21T10:15:00","modified_gmt":"2007-11-21T10:15:00","slug":"mostri-fantasmi-vampiri-nel-mondo-antico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/11\/21\/mostri-fantasmi-vampiri-nel-mondo-antico\/","title":{"rendered":"Mostri, fantasmi, vampiri nel mondo antico"},"content":{"rendered":"<p><em>Testo della conferenza tenuta dall&#8217;Autore, per la Societ\u00e0 &quot;Dante Alighieri&quot; di Treviso, al Palazzo dell&#8217;Umanesimo Latino, il 21 novembre 2007, e pubblicata nel volume VI degli Atti.<\/em><\/p>\n<p>Vastissimo e quasi sterminato \u00e8 l&#8217;argomento che ci accingiamo a trattare, poich\u00e9 la bibliografia esistente in materia \u00e8 straordinariamente ricca. Non solo scrittori e poeti greci e romani si sono ampiamente diffusi sui temi degli animali mostruosi, dei fantasmi, dei vampiri, dei lupi mannari, delle evocazioni diaboliche e perfino degli avvistamenti di &quot;oggetti volanti non identificati&quot;, ma di tali argomenti si sono occupati anche storici, filosofi, naturalisti, sicch\u00e8 possediamo non solo delle fonti letterarie, ma anche del tipo che diremmo, con parola moderna, saggistiche. Se e in quale misura gli autori antichi credessero ai fatti che riferivano diligentemente, \u00e8 cosa che meriterebbe una trattazione a parte, dovendosi vagliare, com&#8217;\u00e8 evidente, caso per caso. Cos\u00ec pure, in questa sede non ci occuperemo di quanto tramandato nelle mitologie e nelle letterature della Mesopotamia, dell&#8217;Egitto, della Persia e, in genere, dell&#8217;antico Oriente (per non parlare dell&#8217;India o della Cina), poich\u00e9 ci\u00f2 comporterebbe un&#8217;estensione eccessiva dell&#8217;argomento. Da ultimo vogliamo precisare che tralasceremo l&#8217;enorme bagaglio della mitologia e della religione, limitandoci alla letteratura in senso stretto e, pi\u00f9 particolarmente, alla saggistica. Ecco che abbiamo circoscritto il campo della presente indagine: non tutta l&#8217;antichit\u00e0, ma solo l&#8217;ambito greco-romano; non il mito, ma solo la realt\u00e0 storica e letteraria; non il grado oggettivo di &quot;verit\u00e0&quot; (cosa difficilissima da stabilire, in siffatte materie, anche per il presente) ma solo quello soggettivo. E se questa nostra scelta, si potrebbe obiettare, ci lascer\u00e0 dubbiosi sulla consistenza reale dei fenomeni riportati, ci dir\u00e0 tuttavia molte cose sulla cultura del mondo antico, che \u00e8 quanto, in questa sede, ci interessa maggiormente. Quanto alla casistica prescelta, abbiamo deciso di scegliere, tra la massa copiosissima dei fatti attestati da fonti autorevoli, uno per ciascun settore della nostra indagine: uno, in particolare, per l&#8217;argomento &quot;mostri&quot;, uno per l&#8217;argomento &quot;fantasmi&quot; ed uno per i vampiri. (pur citandone, <em>en passant<\/em>, diversi altri). Questo ci permetter\u00e0 di soffermarci un po&#8217; pi\u00f9 a lungo sui singoli casi: invece di fare una carrellata numerosa ma priva di approfondimenti, parleremo di pochissimi casi scelti con cura e cercheremo di andare oltre la prima impressione superficiale.<\/p>\n<p>Cominciamo dalle creature mostruose. Uno dei casi meglio documentati \u00e8 quello del &quot;serpente&quot; (mettiamolo tra virgolette) del fiume Bagradha, in quella che i Romani chiamavano (dopo le guerre puniche e la distruzione di Cartagine, nel 146 a.C.), <em>Africa Proconsularis<\/em>, cio\u00e8 l&#8217;odierna Tunisia Confrontando i testi di Cesare, Livio e Plinio il Vecchio sappiamo che questo corso d&#8217;acqua va identificato con l&#8217;attuale Megerda o Medjerda, che sfocia nella baia di Cartagine. (1) L&#8217;episodio di cui ci occupiamo si colloca nel 256 o 255 a. C., quando, nella fase iniziale della Prima guerra punica, i consoli M. Attilio Regolo e L. Manlio Vulsone, sconfitta una flotta cartaginese al Capo Ecnomo, erano sbarcati in Africa con un esercito e avevano marciato audacemente contro la capitale nemica. Richiamato Vulsone in Sicilia per ordine del Senato, Regolo con 40 navi e 15:000 uomini aveva proseguito da solo le operazioni, battendo i Cartaginesi e inducendoli a chiedere la pace.(2) Questa non venne conclusa perch\u00e9 il comandante romano, imbaldanzito dai successi, volle porre condizioni eccessivamente dure: le vicende belliche subirono poi un capovolgimento e l&#8217;esercito romano and\u00f2 incontro a un tragico destino. Ma questo esula dal nostro orizzonte: noi faremo un passo indietro e torneremo all&#8217;inverno 256-55, quando i legionari, sbarcati a Clypea (o Clupea), a est di Cartagine, erano impegnati nelle operazioni d&#8217;assedio della capitale punica. Racconta dunque Valerio Massimo che &quot;in Africa, apud Bagrada flumen, tantae magnitudinis anguem fuisse tradunt, ut Atilii Reguli exercitum usu prohib\u00e8ret&quot;. Il passo completo \u00e8 tratto da un libro perduto di Tito Livio (3) e recita cos\u00ec: &quot;In Africa, sulle rive del fiume Bagrada, v&#8217;era un serpente d&#8217;una tale mole che impediva all&#8217;esercito di Attilio Regolo dei servirsi di quell&#8217;acqua; molti soldati erano stati presi dalle sue enormi fauci e in maggior numero strozzati dalle spire della sua coda. Le frecce che gli lanciavano non riuscivano a ferirlo. Alla fine con le balestre lo si fin\u00ec facendo piovere sul suo corpo da ogni parte gran quantit\u00e0 di pesanti pietre: A tutte le coorti e le legioni era apparso oggetto di terrore assai pi\u00f9 della stessa Cartagine e quando il suo sangue si mescol\u00f2 all&#8217;acqua del fiume e le esalazioni pestifere del suo cadavere infestarono tutta la regione, l&#8217;esercito fu costretto a spostare il campo. Aggiunge Tito Livio che la pelle del serpente, che misurava centoventi piedi, fu mandata a Roma.&quot; (4)<\/p>\n<p>Questo incontro fra gli esseri umani e una creatura animale mostruosa \u00e8 uno dei meglio documentati dell&#8217;antichit\u00e0, per cui ci soffermeremo un po&#8217; su di esso. Ne parlano, infatti, moltissimi autori latini. Aulo Gellio, l&#8217;autore delle celeberrime <em>Notti attiche<\/em>, da parte sua, nel riferirlo dice di averlo trovato nelle <em>Storie<\/em> di Quinto Elio Tuberone: &quot;Tuberone lasci\u00f2 scritto (\u2026) che avendo il console Attilio Regolo, durante la prima guerra punica, posto i propri accampamenti sulle rive del fiume Bagrada, dovette ingaggiare un combattimento lungo e aspro contro un serpente di inusitata grandezza, il quale aveva la propria dimora in quei luoghi; dopo una lunga lotta di tutto l&#8217;esercito per mezzo di balestre e catapulte, avendolo ucciso, ne mand\u00f2 a Roma la pelle lunga 120 piedi.&quot;(5) Ora, poich\u00e9 noi sappiamo che un piede romano era una misura di lunghezza equivalente a circa 30 cm:, se ne ricava che la pelle del &quot;serpente&quot; ucciso dai legionari di Regolo doveva misurare 120&#215;30=3.600 cm., ossia 36 metri!<\/p>\n<p>Prima di domandarci a che razza di creatura dovesse appartenere una pelle di tali dimensioni, diamo la parola a quello, fra gli autori antichi, che si diffonde con la maggiore abbondanza di particolari su questo episodio, cio\u00e8 lo spagnolo Paolo Orosio (inizi del V sec. d..), amico e collaboratore di Sant&#8217;Agostino. Nelle sue <em>Storie contro i pagani (Orosii historiarum adversus paganos libri septem)<\/em>, egli scrive: &quot;Il console Manlio lasci\u00f2 l&#8217;Africa con la flotta vittoriosa e fece ritorno a Roma con ventisettemila prigionieri e grandi prede. Regolo, al quale era stato conferito l&#8217;incarico di continuare la guerra, marci\u00f2 con l&#8217;esercito e pose il campo non lontano dal fiume Bagrada. Qui molti soldati, che erano scesi al fiume per rifornirsi d&#8217;acqua, furono divorati da un serpente di eccezionale grandezza: perci\u00f2 Regolo decise di andare con l&#8217;esercito a combattere la bestia. Ma a nulla servirono i giavellotti e ogni sorta di proiettili che gli scagliavano addosso, giacch\u00e8, come se avessero colpito una &quot;testuggine&quot; formata dagli scudi inclinati, i giavellotti scivolavano sulla mostruosa compagine delle squame, respinti in modo sorprendente dal corpo della bestia, che non riuscivano minimamente ad offendere. Perci\u00f2 Regolo, vedendo che un gran numero dei suoi soldati era dilaniato dai morsi del serpente o atterrato dai suoi attacchi furibondi o anche tramortito dall&#8217;alito pestilenziale, fece entrare in azione le balliste, le quali, colpendo con sassi grossi come macine la spina dorsale della bestia, spezzarono tutta l&#8217;articolazione del suo corpo. Questa infatti \u00e8 la natura del serpente, che mentre sembra privo di piedi, \u00e8 per\u00f2 provvisto di squame e di costole, che sono disposte uniformemente dalla sommit\u00e0 del collo fino in fondo al ventre e che, quando si muove, gli servono le prime quasi da unghie e le seconde da zampe. (\u2026) Questa conformazione fa s\u00ec che in qualunque parte del corpo, dal ventre fino alla testa, il serpente sia colpito, rimane paralizzato e non \u00e8 pi\u00f9 capace di muoversi, giacch\u00e9, dovunque il colpo arrivi, esso gli spezza la spina dorsale, che imprime il movimento alle costole e a tutto il corpo. Perci\u00f2 anche questo serpente, che per tanto tempo nessun giavellotto aveva potuto scalfire, fu immobilizzato dal colpo di un sasso, di modo che i romani poterono attorniarlo e ucciderlo facilmente con le armi. La sua pelle \u2013 a quanto si dice, misurava centoventi piedi \u2013 fu portata a Roma e per qualche tempo suscit\u00f2 la meraviglia di tutti.&quot;(6)<\/p>\n<p>Prima di Orosio e prima di Aulo Gellio, ma un po&#8217; dopo Valerio Massimo (che dedica la sua opera all&#8217;imperatore Tiberio), il filosofo Lucio Anneo Seneca aveva anch&#8217;egli ricordato il mostro del fiume Bagrada. &quot;Quel feroce serpente dell&#8217;Africa \u2013 scrive \u2013 che le legioni romane temevano pi\u00f9 della stessa guerra, fu preso invano di mira con frecce e con frombole. Non l&#8217;avrebbe ferito neppure l&#8217;arco di Apollo. La durezza del suo corpo mostruoso non era scalfita n\u00e9 dal ferro n\u00e9 da qualunque proiettile scagliato da mano d&#8217;uomo. Alla fine fu schiacciato sotto pesanti macigni&quot;. (7)<\/p>\n<p>E&#8217; giunto il momento di chiederci che tipo di animale fosse il mostro del fiume Bagrada. La grande maggioranza degli studiosi moderni, sulle orme del Gassner, propendono a ritenere che si trattasse di un coccodrillo. Per esempio, Benedetto Riposati e Isa Morini scrivono in proposito che &quot;troppe sono le cose che non conosciamo, perch\u00e9 una sola vita basti ad apprenderle tutte <em>(nec scire fas est omnia)<\/em>; sempre rimane qualcosa da scoprire, che desta stupore e meraviglia. E ai Romani non poche occasioni di meraviglia offr\u00ec il mondo sconfinato, aperto alle loro conquiste. Cos\u00ec sa di stupore il loro primo incontro col coccodrillo in Africa, al tempo della prima guerra punica. Quelli che al comando del console Marco Attilio Regolo avevano preso parte alla spedizione contro i Cartaginesi, quando fecero ritorno in Roma, tra le tante cose che raccontarono ai piccoli figli intenti ed alle donne ansiose, dissero anche che in Africa, presso il fiume Bagrada, che sbocca in mare tra Cartagine e Utica, c&#8217;era un rettile di tale grandezza che aveva impedito all&#8217;esercito di Attilio Regolo di servirsi del fiume.&quot; (8) Ora, questa identificazione si potrebbe mettere in discussione da un duplice punto di vista: etimologico e naturalistico. Etimologico, perch\u00e9 Valerio Massimo e gli altri autori citati parlano di <em>anguis, -is,<\/em> che generalmente si traduce con &quot;serpente&quot; sulla scorta di autori classici come Cicerone ed Ovidio, ma che, ad esempio, indica pure (sia in Virgilio che in Ovidio) la costellazione del Dragone, dunque un animale ben diverso dal serpente; mentre in Vitruvio e Manilio indica pure la costellazione dell&#8217;Idra (9). Viceversa, per designare il coccodrillo i Romani adoperavano il termine, ben pi\u00f9 preciso, di <em>crocodilus, -i<\/em>: lo usano Cicerone, Seneca e Plinio il Vecchio; mentre Fedro e Marziale si servono della variante <em>corcodilus,-i;<\/em> e Quintiliano usa l&#8217;espressione <em>crocodilinae ambiguitates<\/em> per designare &quot;i sofismi del coccodrillo&quot;, ovvero un argomento palesemente capzioso.(10) A sua volta, <em>crocodilus<\/em> \u00e8 un grecismo e viene da <em>Krokodeilos,<\/em> a riprova del fatto che non solo i Romani, ma prima di loro anche i Greci conoscevano benissimo il coccodrillo e non si capisce, quindi, perch\u00e9 avrebbero dovuto chiamarlo &quot;serpente&quot;, quasi che non avessero il termine necessario a identificarlo.(11) Si potrebbero avanzare riserve, poi, anche da un punto di vista pi\u00f9 propriamente naturalistico, perch\u00e9 Orosio, come si \u00e8 visto, dice chiaramente che l&#8217;animale in questione si muoveva strisciando sul corpo privo di zampe e dunque era di certo pi\u00f9 simile a un serpente che a un rettile di tipo sauriano. In Africa vivono due specie di coccodrilli: il coccodrillo del Nilo <em>(Crocodylus niloticus)<\/em> e il coccodrillo catafratto <em>(Crocodylus cataphractus)<\/em> Il primo \u00e8 diffuso in quasi tutto il continente, dalle acque delle oasi del Sahara meridionale fino al lago Ngami, a nord del Kalahari, attraverso tutti i territori tropicali; \u00e8 lungo in media 380-550 cm e popola sia le acque profonde che quelle poco profonde, sia le correnti che le stagnanti. Il secondo vive nei fiumi dell&#8217;Africa occidentale e sudorientale, inoltrandosi alquanto nelle lagune delle foci; \u00e8 pi\u00f9 piccolo (da 190 a 380 cm.) e, a differenza dell&#8217;altro, attacca l&#8217;uomo solo eccezionalmente.(12) Se la creatura del Bagrada era un coccodrillo, certamente apparteneva alla specie nilotica, dunque era ben conosciuto gi\u00e0 dagli antichi Egizi e pare assai strano che i Romani lo chiamassero &quot;serpente&quot;. Ancora verso il 1960 \u00e8 stato scoperto un esemplare di coccodrillo, vivente, in una pozza dell&#8217;Ahaggar (13), ultimo superstite di un tempo non lontano in cui tutto il Sahara era verdeggiante di vegetazione e popolato d&#8217;innumerevoli specie animali, come testimoniano le numerose, bellissime raffigurazioni rupestri, sia ad affresco che graffite: (14) Non \u00e8 quindi una impossibilit\u00e0 dal punto di vista della zoogeografia o geografia degli animali, quantunque il Bagrada scorra molto a nord, a pochi km. dal Mediterraneo, dove gli inverni sono pi\u00f9 freschi e le escursioni stagionali abbastanza marcate; ma \u2013 scrivono Pasquini e Ghigi \u2013 &quot;durante la stagione asciutta o nelle localit\u00e0 pi\u00f9 nordiche della loro area di distribuzione, i coccodrilli si affondano nel fango e passano qualche tempo in ibernazione. Si raccontano diversi casi in cui uomini dormienti in capanne improvvisate sulla sponda dei laghi, che sono stati svegliati da movimenti del suolo sotto il loro giaciglio, si sono veduti sbucare un coccodrillo destatosi allora dal riposo.&quot;(15) Il problema non \u00e8 geografico, ma naturalistico. Oltre al fatto che \u00e8 ben difficile, per non dire impossibile, non notare gli arti del coccodrillo, tanto pi\u00f9 se di grandi dimensioni; oltre alla difficolt\u00e0 di scuoiarlo, visto che nemmeno le frecce e i giavellotti avevano potuto alcunch\u00e9 contro il suo dorso squamoso: \u00e8 possibile che un intero accampamento di legionari, forse un intero esercito siano stati tenuti lungamente in scacco da un unico esemplare di coccodrillo? E che, per averne ragione, il console in persona abbia fatto mettere in posizione e adoperato balliste e catapulte, come per colpire le mura di una citt\u00e0 assediata? Sarebbe un rendere scarsa giustizia a quei professionisti della guerra che erano i Romani, uomini che non si spaventavano facilmente neppure davanti agli elefanti da guerra lanciati a tutta carica contro di loro. Viene da pensare che gli studiosi moderni abbiano liquidato il mistero, cio\u00e8 la loro ignoranza, ricorrendo al solo animale oggi noto che, abitando in quelle regioni, <em>avrebbe potuto essere<\/em> il mostro del Bagrada: tipico modo di procedere di quello che il filosofo Thomas Kuhn chiama il &quot;paradigma scientifico&quot;. Piuttosto che revocare in dubbio le certezze acquisite, di solito gli studiosi preferiscono, di fronte a un problema, adottare la &quot;soluzione&quot; che permette di conservare inalterato l&#8217;intero paradigma. Cos&#8217;\u00e8, in questo caso specifico, l&#8217;elemento &quot;disturbante&quot;, quello che mette in crisi il paradigma scientifico? Ammettere che <em>nessuna specie di rettile a noi nota<\/em> soddisfa pienamente i requisiti del racconto tramandatoci da parecchi autori classici, tra i quali un filosofo come Seneca e uno scienziato come Plinio il Vecchio: gente, insomma, non usa a prestar fede a qualunque chiacchiera.<\/p>\n<p>Eppure, a ben guardare, dov&#8217;\u00e8 lo scandalo? Le specie vegetali oggi individuate e classificate sono circa 320.000; quelle animali superano il milione: ma \u00e8 noto che ve n&#8217;\u00e8 un numero enorme ancora da &quot;scoprire&quot;, sia delle prime che delle seconde. E continuamente ne vengono scoperte di nuove. Il pubblico, in genere, pensa che si tratti per forza di specie viventi molto piccole; invece non \u00e8 cos\u00ec. Per citare solo alcuni casi, ricordiamo che l&#8217;okapi, una giraffa altrimenti sconosciuta, fu visto la prima volta solo nel 1888 e catturato nel 1907; che il pauroso varano di Komodo, lungo anche 3 metri, &quot;l&#8217;animale che per forma, dimensioni e caratteristiche di predatore assomiglia di pi\u00f9 ai draghi delle nostre fiabe&quot; (16), venne scoperto solo nel 1912; e che il celacanto, un pesce <em>che si credeva estinto da 60 milioni di anni<\/em>, venne pescato, vivo, nelle acque del Sud Africa, nel 1938, e poi ancora parecchie altre volte, sino ad oggi (17); e si potrebbe continuare. E che dire di un intero gruppo umano, i Tasaday dell&#8217;isola di Mindanao, nelle Filippine, che furono letteralmente scoperti solo nel 1975, e che conducevano una vita analoga a quella dell&#8217;uomo delle caverne? (18) Tutto questo dimostra che un rettile sconosciuto e di notevolissime dimensioni, <em>pu\u00f2<\/em> (si badi, pu\u00f2) essere sopravvissuto alle antichissime ere geologiche presso un fiume dell&#8217;Africa settentrionale e aver gettato lo scompiglio nell&#8217;esercito romano di Attilio Regolo. Animali enormi come il <em>Megatherium<\/em> del Sud America o il <em>Moa<\/em> gigante della Nuova Zelanda erano ancora largamente diffusi quando comparve l&#8217;uomo e, anzi, pare ormai certo che proprio quest&#8217;ultimo sia stato la causa della loro rapida estinzione. Il cervo di padre David, in Cina, fu creduto estinto fino al 1865, quando venne riscoperto dal missionario francese di cui porta il nome; mentre il cavallo di Przevalskij, ossia il cavallo selvatico della Mongolia, fu scoperto solo nel 1881 ma oggi, purtroppo, \u00e8 ritenuto estinto. In anni recenti una spedizione scientifica giapponese si \u00e8 recata nell&#8217;Isola del Sud della Nuova Zelanda con la speranza di riscoprire il <em>Moa<\/em> gigante, e una spedizione americana si \u00e8 inoltrata nelle paludi dell&#8217;Africa centrale alla ricerca del favoloso <em>Mokele-Mbembe<\/em>, un autentico dinosauro di cui sono giunte segnalazioni, ad intermittenza, dai primi del 1900 sino ad oggi. (18) Non \u00e8 questa la sede per aprire un discorso sulla criptozoologia, la scienza che si occupa degli animali &quot;misteriosi&quot; che dovrebbero essere estinti (come il celacanto!) e invece sono, forse, vivi e vegeti, in attesa di essere riscoperti, e di quelli che n\u00e9 la zoologia attuale, n\u00e9 la paleontologia, conoscono, almeo ufficialmente, ma che hanno la discutibile abitudine di lasciare tracce, qua e l\u00e0, della loro esistenza. Tanto per citare un modesto episodio, potremmo ricordare che nel 1934, in varie localit\u00e0 delle Alpi svizzere ed austriache, venne segnalato uno stranissimo animale, il <em>Tatzelwurm<\/em>, sorta di &quot;verme con le zampe&quot;; mentre nell&#8217;estate del 1963, ai piedi dell&#8217;Altopiano del Cansiglio, presso Sarone, testimoni oculari videro \u2013e ne parl\u00f2 diffusamente anche la stampa \u2013 un enorme serpente, lungo quattro metri, che aveva la sua tana fra le rocce e che si faceva precedere da un rettile di dimensioni &quot;normali&quot;. (19) Secondo la scienza &quot;ufficiale&quot;, un serpente di tali dimensioni, nella regione pedemontana posta al confine tra Veneto e Friuli, non <em>dovrebbe<\/em> assolutamente poter esistere: solo nei paesi tropicali vivono serpenti del genere. Eppure \u00e8 stato visto da numerose persone, una delle quali ha perfino cercato di colpirlo con un bastone, prima di darsi alla fuga. E allora? Vogliamo dare torto ai <em>fatti<\/em>, per amore delle <em>teorie<\/em>? La criptozoologia \u00e8 una scienza &quot;seria&quot;, poich\u00e9 vi si dedicano scienziati universalmente stimati come Bernard Heuvelmans (20); tuttavia ci fermiamo qui, per non allontanarci troppo dal nostro argomento. Ci basta avere insinuato il dubbio che, forse, molte cose restano ancora da scoprire, molte altre da capire nelle scienze della natura, e senza bisogno di proiettarci verso gli spazi cosmici: la piccola, vecchia Terra \u00e8 ancora abbastanza grande e abbastanza giovane da poterci riservare non poche sorprese, a dispetto del nostro bisogno di elaborare un sapere sistematico e onnicomprensivo, che tutto crede di aver spiegato e non ammette deroghe al proprio paradigma.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda il mostro del Bagrada, ci limiteremo a fare due ultime, veloci osservazioni. La prima \u00e8 che nella leggenda medioevale di San Giorgio e il drago, ambientata, forse per pura coincidenza, nell&#8217;Africa settentrionale, sembra sopravvivere un&#8217;eco dei racconti paurosi di Tito Livio, di Aulo Gellio e di tutti gli autori latini sopra menzionati. Scrive infatti Jacopo da Varagine (1228-98), il celebre domenicano autore della <em>Leggenda Aurea<\/em>: &quot;San Giorgio, originario della Cappadocia e tribuno nell&#8217;armata romana, giunse una volta alla citt\u00e0 di Silene [storpiatura di Cirene?], in Libia. Vicino a questa citt\u00e0 vi era uno stagno grande come il mare in cui si nascondeva un orribile drago che pi\u00f9 volte aveva messo in fuga il popolo intero armato contro di lui; quando poi si avvicinava alle mura della citt\u00e0, uccideva col fiato tutti quelli in cui si imbatteva\u2026&quot; (21) A noi basta far notare che non solo l&#8217;ambientazione geografica, ma molti particolari del racconto sembrano ricalcare in maniera consapevole la tradizione del mostro del Bagrada, tanto che questo pare un&#8217;eco \u2013 per dirla con termine tecnico: un <em>topos<\/em> formulare \u2013 di quella.<\/p>\n<p>La seconda e ultima osservazione che vogliamo fare \u00e8 che esiste, sempre in ambito mediterraneo, una seconda tradizione che pare ricollegarsi, magari in forma sotterranea, col mostro del Bagrada, e cio\u00e8 quella raccolta dallo scrittore Daniello Bartoli (1608-85), gesuita c\u00f2lto e celebratissimo (Leopardi lo giudicher\u00e0 uno dei pi\u00f9 grandi prosatori della letteratura italiana di ogni tempo) nella sua opera <em>L&#8217;uomo al punto.<\/em>&quot;Assai delle volte \u2013 egli scrive \u2013 avrete udito mentovare il famoso dragone apparito nelle campagne di Rodi mentre quell&#8217;isola si teneva da&#8217; cavalieri ora di Malta, e la spaventosa bestia ch&#8217;egli era. D&#8217;un informe corpaccio, grande quanto un mediocre cavallo; l&#8217;orribil capo tutto cosa di drago; bocca grande e squarciata, denti acutissimi, occhi focosi e sanguigni, due grandi orecchie spenzolate, e un fiato di mortalissimo veleno. Del corpo, il dosso bigio; e ne spuntavan due ali carnose e unghiute, che dibatteva e svolazzava per ispavento, non perch\u00e9 punto il levasser da terra. Tutto era macchiato di rotelle, verdi, nere, sanguigne, fosche.: segni e fior di veleno. Armato poi d&#8217;un cuoio a modo di corazza, impenetrabile ad ogni arme, perocch\u00e9 tutto era un commesso di piastrelli e di scaglie di durissima tempera; fuor solamente il gran ventre, livido e gialliccio. Andava su quattro piedi [<em>questo s\u00ec, dunque, poteva essere un coccodrillo, o comunque un animale di tipo sauriano<\/em>], e le due branche aveva armate di terribili unghie. Dietro si traeva una lunghissima coda, che non gli era punto oziosa, o inutile al danneggiare; ch\u00e8 d&#8217;essa, come d&#8217;una serpe, valevasi ad avvinghiare e stringere con pi\u00f9 giri e volute.; oltre alle forti percosse, con che atterrava chi d&#8217;alcuna incogliesse. Solitudine e desolazione era tutto il paese a grande spazio intorno al colle di Santo Stefano, alle cui falde egli abitava dentro una palude, ivi medesimo ove era nato, d&#8217;un marciume d&#8217;acqua scolatavi e imputridita: e in mostrarsi col\u00e0 intorno uomo o animale, il dragone assassino gli era sopra a sbranarlo, e pascersi delle sue carni\u2026&quot; (22) Ancora una volta il rettile feroce e apparentemente invincibile, simile al Leviatano dell&#8217;Antico Testamento (23); ancora una volta il fiato pestilenziale; ancora una volta l&#8217;ambiente acquatico, in questo caso una palude. Coincidenze anche queste? Pu\u00f2 darsi: non lo sappiamo; prendiamo nota e passiamo oltre.<\/p>\n<p>Ed eccoci giunti a parlare del secondo argomento che ci eravamo prefissi: i fantasmi nel mondo antico. Anche qui ci troviamo di fronte a una mole vastissima di fatti, sia per quanto riguarda la tradizione letteraria <em>strictu sensu<\/em>, sia per quanto riguarda la memorialistica e, in genere, la produzione di tipo saggistico. Chi non conosce la storia del fantasma apparso a Marco Bruto mentre questi si accingeva a trasportare, con Cassio, l&#8217;esercito in Europa dall&#8217;Asia Minore, per affrontare Antonio e Ottaviano nello scontro decisivo. Narra Plutarco: &quot;\u2026la notte era molto avanzata. Nella tenda ardeva un lume assai fioco; intorno, l&#8217;accampamento giaceva avvolto nel silenzio. Bruto stava indagando e discutendo tra s\u00e9 qualcosa, allorch\u00e8 gli parve di udire una persona che entrava nella tenda. Alza lo sguardo in direzione dell&#8217;ingresso e vede eretta davanti a s\u00e9, muta, un&#8217;apparizione terribile e strana, un corpo mostruoso e terribile. Ebbe tuttavia il coraggio di chiedergli chi fosse, se fosse un uomo o un dio, e per quale motivo veniva a trovarlo. <em>Io sono il tuo cattivo Genio, o Bruto &#8211;<\/em> gli rispose il fantasma. \u2013 <em>Mi vedrai a Filippi.<\/em> (24) In Omero, il fantasma di Patroclo appare ad Achille, prima della cerimonia funebre (25); in Virgilio, il fantasma di Ettore appare a Enea nell&#8217;ultima notte di Troia e, poco pi\u00f9 tardi, a quest&#8217;ultimo si manifesta anche il fantasma della dolce sposa Creusa, la cui morte egli perfino ignorava (26).Inoltre Platone nella <em>Repubblica<\/em> descrive come il soldato Er ritorni in vita quando gi\u00e0 \u00e8 stato messo sulla pira funebre (27), ma questo episodio, come del resto quello della maga tessala Erichto che rid\u00e0 voce, con orribili riti, a un cadavere e narrata da Lucano (28) richiama piuttosto la maga di En-Dor che evoca lo spirito di Samuele (29) e rientra, piuttosto, nella fenomenologia delle evocazioni necromantiche. Invece sempre Lucano descrive una tipica apparizione di fantasmi, quando narra dell&#8217;ombra di Giulia, prima moglie di Pompeo, che si manifesta all&#8217;ex marito e gli profetizza un infausto avvenire. (30)<\/p>\n<p>Tutte queste, comunque, sono fonti puramente letterarie e, se denotano una diffusa credenza popolare nelle apparizioni dei fantasmi, certamente non aggiungono nulla in fatto di testimonianze dirette e attendibili. Invece l&#8217;episodio narrato da Plinio il Giovane, e che qui di seguito riportiamo integralmente, travalica l&#8217;interesse folcloristico e letterario e sembra avere le apparenze di una pagina di vita vissuta, di un&#8217;esperienza reale: &quot;V&#8217;era ad Atene una casa ampia e comoda, ma malfamata e maledetta. Nel mezzo del silenzio della notte si udiva un suon di ferraglia e, se ascoltavi pi\u00f9 attentamente, uno strepito di catene, da lontano prima, poi pi\u00f9 da presso; indi appariva uno spettro, un vecchio estenuato dalla magrezza e dallo squallore, con una lunga barba, i capelli irti; recava i ceppi ai piedi e le catene alle mani e le scuoteva. Perci\u00f2 gli abitanti della casa trascorrevano vegliando per la paura delle notti sinistre e spaventose; quelle veglie finivano per produrre una malattia e, con il crescere del male, la morte. Giacch\u00e9 anche di giorno, pur essendo il fantasma scomparso, rimaneva il ricordo di quell&#8217;apparizione, s\u00ec che il timore durava pi\u00f9 a lungo di ci\u00f2 che l&#8217;aveva cagionato. Perci\u00f2 la casa fu disertata, condannata all&#8217;abbandono e lasciata tutta in bal\u00eca di quel mostro; v&#8217;era per\u00f2 appeso un cartello, per il caso che qualcuno, ignorando cos\u00ec gran guaio, volesse acquistarla o affittarla.&quot;<\/p>\n<p>Continua il racconto Plinio all&#8217;amico Licinio Sura, nella lettera a lui indirizzata: &quot;Capit\u00f2 ad Atene il filosofo Atenodoro, lesse il cartello, seppe il prezzo, e messo in sospetto dalla modicit\u00e0, si inform\u00f2, venne a conoscenza di tutto e nonostante ci\u00f2, anzi a cagione di ci\u00f2, prese in affitto la casa. Quando cominci\u00f2 ad annottare, ordin\u00f2 che gli preparassero un letto [da lavoro, n.b.] nella parte anteriore dell&#8217;edificio, chiese delle tavolette, uno stilo, un lume; mand\u00f2 tutti i suoi nelle stanze interne ed egli invece si assorb\u00ec \u2013 la mente, gli occhi, la mano \u2013 nello scrivere, onde evitare che la mente rimasta inoperosa desse corpo alle storie di spettri e a vani timori. Dapprima, come ovunque, il silenzio della notte, poi cominci\u00f2 un agitarsi di ferri, un muover di catene: quello non alza gli occhi, non ripone lo stilo, ma sta saldo e non bada alle proprie orecchie, cresce lo strepito, continua ad avvicinarsi, e gi\u00e0 sembra di udirlo sulla soglia, gi\u00e0 oltre la soglia.Si volta, e vede e riconosce la figura di cui gli avevano parlato. Stava ritta e faceva segno con il dito, come a invitare qualcuno; ma il filosofo le fa cenno con la mano, come per dirle di attendere un poco, e si rimette alle tavolette e allo stilo. Essa agitava le catene sopra il capo di lui che scriveva; si volta di nuovo, vede che gli fa cenno come prima; senza esitare, prende il lume e la segue. Essa avanzava con lento passo, quasi la gravassero le catene; dopo essere svoltata nel cortile della casa, improvvisamente svanisce, abbandonando chi la segue. Una volta rimasto solo, Atenodoro contrassegna il posto con delle erbe e delle foglie spiccate. Il giorno dopo va dai magistrati, e chiede loro che ordinino di far scavare in quel posto. Vi trovano, frammiste e avvolte dalle catene, delle ossa che il cadavere putrefatto dall&#8217;azione del tempo e del terreno aveva lasciate scarnificate e scavate dalle catene; raccolte, vengono sepolte a spese della citt\u00e0. La casa non fu pi\u00f9 visitata dai Mani, sepolti secondo i riti.&quot;(31)<\/p>\n<p>Questo il racconto di Plinio. Ora, per inquadrarlo correttamente nella giusta prospettiva, occorre tener presenti alcuni fatti. Primo, il destinatario della lettera, Licinio Sura, era non soltanto un personaggio politico e militare di primo piano ai tempi di Nerva e Traiano, ma anche persona nota per la profonda cultura conseguita con lo studio e per aver lungamente soggiornato in terre straniere. A lui Plinio si era gi\u00e0 rivolto, come esperto di questioni scientifiche, a proposito della spiegazione di un fenomeno naturale. (32) Ora ricorre all&#8217;amico per interrogarlo circa un fenomeno di tipo soprannaturale e non per fare un semplice pettegolezzo. Secondo, nella stessa lettera Plinio cita altri casi di apparizioni di <em>spectra<\/em> (singolare, <em>spectrum<\/em> ): quello, assai noto, di Curzio Rufo, riportato anche da Tacito (33), ed un altro capitato ad un suo liberto, nella sua stessa casa. Il tono serio con cui egli tratta l&#8217;argomento \u00e8 sottolineato dalle seguenti parole: &quot;Certo io credo a chi mi afferma tali cose; ma anch&#8217;io posso affermarne qualcosa agli altri.&quot; Terzo, il dibattito sui fantasmi esisteva da temppo ed era vivace nella cultura romana: se ne era occupato anche Cicerone, sia in un&#8217;opera pubblica che nella corrispondenza privata, mostrando peraltro completo scetticismo al riguardo. (34) Quarto, Atenodoro \u00e8 certamente un personaggio storico; solo che abbiamo qualche incertezza ad identificarlo con sicurezza, perch\u00e9 sappiamo di due Atenodoro, entrambi filosofi e seguaci della stessa dottrina \u2013 lo stoicismo -, ed entrambi originari di Tarso, in Cilicia (la patria di san Paolo) o delle immediate vicinanze. Vissero l&#8217;uno al tempo di Catone, l&#8217;altro di Augusto: Luigi Rusca inclina a propendere per quest&#8217;ultimo. (35) Di lui si racconta che, essendo precettore dell&#8217;imperatore, lo consigliasse \u2013 quando era sul punto di lasciarsi travolgere dall&#8217;ira \u2013 di recitare tutte le lettere dell&#8217;alfabeto, per avere il tempo di calmarsi e riacquistare l&#8217;autocontrollo (non sar\u00e0 stato un metodo geniale, e tuttavia ispirato a un elementare buon senso non privo di efficacia). Quinto, il fatto di cui parla Plinio, e su cui chiede un parere &quot;scientifico&quot;, era noto, alcuni decenni dopo, anche allo scrittore e sofista greco Luciano di Samosata (Plinio visse tra il 61 o 62 e il 112 o 113; Luciano tra il 120 circa e oltre il 180 d.C.), che per\u00f2 lo riferisce non ad Artemidoro ma a un altro filosofo, Arignoto pitagorico, e lo ambienta non ad Atene, ma a Corinto. (36) Naturalmente Luciano, com&#8217;\u00e8 nel suo stile e nella sua visione del mondo, si fa beffe del soprannaturale e colloca l&#8217;intero episodio all&#8217;interno di un dialogo ironico e dissacrante. Da ci\u00f2, tuttavia \u2013 e qui dissentiamo dal Rusca \u2013 non ne consegue automaticamente la credulit\u00e0 di Plinio, quasi che lo scrittore latino avesse abboccato in pieno a uno dei tanti racconti popolari semiseri, che oggi si chiamerebbero leggende metropolitane. A noi sembra pi\u00f9 probabile che Luciano, spirito impertinente e scanzonato quant&#8217;altri mai, abbia &quot;rispolverato&quot; il racconto di Plinio e ne abbia fatto per cos\u00ec dire il canovaccio di un suo dialogo scherzoso. Il testo di Luciano, insomma, essendo assai posteriore a quello del romano, non dimostra affatto che entrambi derivassero da un archetipo comune pi\u00f9 o meno stilizzato, pi\u00f9 o meno verosimile, ma pu\u00f2 suggerire altrettanto bene (e forse pi\u00f9) che il pi\u00f9 antico sia stato la fonte del pi\u00f9 recente. (37)<\/p>\n<p>Che dire sulla natura specifica del fatto riportato da Plinio? Esiste una letteratura sterminata su tali questioni, e non \u00e8 certo il caso di ricorrervi in questa sede. Da anni la parapsicologia si occupa delle apparizioni dei defunti, considerandole eminentemente da un punto di vista psichico. Qui ci limiteremo ad osservare che lo spettro apparso ad Artemidoro non si \u00e8 limitato a <em>mostrarsi, produrre dei suoni oggettivamente percepibili<\/em> (perch\u00e9 uditi da diversi testimoni e in differenti circostanze) <em>e muoversi attraverso la casa.<\/em> Esso ha mostrato di avere una missione da adempiere, o meglio, una richiesta da fare ai viventi: ottenuto quanto desiderava, \u00e8 scomparso. Ora, sappiamo bene che la mancata sepoltura costituiva, nel mondo greco e romano, la massima sciagura per l&#8217;anima di un defunto: si confronti, al riguardo, il notissimo episodio di Palinuro che implora da Enea, nell&#8217;Averno, affinch\u00e9 il suo corpo riceva degna sepoltura, pena dover continuare ad errare sulla riva dell&#8217;Acheronte, senza pace e senza speranza. (38) D&#8217;altra parte, esiste una ricca casistica, nella letteratura specialistica odierna, di apparizioni di defunti che in qualche modo <em>interagiscono<\/em> con i viventi, o per chiedere o per informare o per proteggere o per predire il futuro. (39) Anche nel Medio Evo tali fatti erano attestati: uno, pure famosissimo, riguarda il ritrovamento dei canti finali del <em>Paradiso<\/em> dantesco, che rischiavano di andare smarriti per sempre dopo la morte dell&#8217;autore. Fu il sommo poeta, o meglio il suo fantasma, ad apparire in sogno al figlio Jacopo e a mostrargli il luogo ov&#8217;erano riposti: cosa che fu riscontrata esatta. (40) Ma ciascuno \u00e8 libero, ovviamente, di trarre le conclusioni che crede da episodi del genere, attestati ininterrottamente dall&#8217;antichit\u00e0 fino ai giorni nostri.<\/p>\n<p>Siamo cos\u00ec giunti al terzo ordine di fenomeni di cui avevamo deciso di occuparci in questa sede: i pi\u00f9 controversi e, se si vuole, anche i pi\u00f9 raccapriccianti: la credenza che i morti ritornino dal loro regno per far del male ai viventi, per nuocere loro non solo spiritualmente, ma anche fisicamente; in particolare, per strappar loro l&#8217;elemento che \u00e8 il simbolo stesso della vita: il sangue. Che i morti siano assetati di sangue \u00e8 credenza antichissima nelle civilt\u00e0 mediterranee. Omero ci descrive, in una pagina impressionante dell&#8217;<em>Odissea,<\/em> il sinistro richiamo esercitato dal sangue sulle ombre dei morti:<\/p>\n<p>&quot;Poi che con voti e con suppliche ebbi pregato le turbe<\/p>\n<p>dei morti, afferrate le bestie, l\u00ec le sgozzai<\/p>\n<p>sopra la fossa: fumido il bruno sangue scorreva;<\/p>\n<p>esse accorrevano a frotte dall&#8217;Erebo l&#8217;ombre dei morti.<\/p>\n<p>Giovani donne, ragazzi, vecchi che molto soffrirono,<\/p>\n<p>e tenere fanciulle con l&#8217;animo nuovo al dolore;<\/p>\n<p>molti poi da lance di bronzea punta trafitti,<\/p>\n<p>uomini uccisi in battaglia con l&#8217;armi ancor lorde di sangue:<\/p>\n<p>alla fossa accorrevano a frotte da tutte le parti<\/p>\n<p>con alte grida: e io fui preso da pallido orrore.&quot;(41)<\/p>\n<p>Esistono molti testi sul vampirismo, antico e moderno, che trattano l&#8217;argomento in termini generali; tra la massa sterminata di essi ne ricordiamo almeno uno, italiano, che \u00e8 un classico nel suo genere: <em>La stirpe di Dracula<\/em> del noto studioso Massimo Introvigne. (42) Per quanto riguarda la nostra indagine, notiamo che il concetto di vampiro, in senso stretto, si afferma nell&#8217;Europa del Settecento dopo i casi segnalati in alcuni villaggi ungheresi, in Moravia e in Serbia, fra il 1693 e il 1725: fatti attestati anche da testimoni qualificati, come medici militari; e particolarmente raccapriccianti (morti sospette e apparentemente inspiegabili; apparizioni di defunti; cadaveri riesumati e trovati ben conservati in modo anormale, con la bocca piena di sangue; trafittura degli stessi con appositi paletti). Esso si afferma definitivamente presso il vasto pubblico con la pubblicazione del romanzo <em>Dracula, il vampiro<\/em> dello scrittore irlandese Bram Stoker (1847-1912), nel 1897, che ebbe un successo durevole e impressionante. Ma per gli antichi il concetto di &quot;vampiro&quot; era pi\u00f9 ampio e sfumato. I Greci, ad esempio, con il termine <em>\u00e8mpusa<\/em> indicavano una sorta di spettro, generalmente di sesso femminile, che circuiva i viventi per poi divorarli: non era quindi un morto che si ridesta, ma un fantasma in grado di esercitare le funzioni di un vivo allo scopo di uccidere le sue vittime. I latini, come Orazio e Apuleio, preferiscono il termine <em>lamia, -ae,<\/em> che per\u00f2 indica anche una strega particolarmente malvagia e potente: risulta difficile, comunque, separare i due significati. (43)<\/p>\n<p>Ed eccoci al racconto di Filostrato, cos\u00ec come viene narrato nel quarto libro della <em>Vita di Apollonio di Tiana:<\/em><\/p>\n<p>&quot;Tra i discepoli di Demetrio di Corinto v&#8217;era Menippo di Licia, giovine di venticinque anni, eletto di spirito e bellissimo di forme, simile a un atleta per bellezza e portamento. Si credeva che Menippo fosse amato da una donna straniera,e questa donna era detta bellissima e stravagante, oltre che molto ricca: ma non era nessuna di queste cose, se non pura apparenza.<\/p>\n<p>&quot;Un giorno che Menippo camminava da solo lungo la strada che reca a Cenchrae, un fantasma d&#8217;aspetto femminile gli era apparso, gli aveva stretto la mano e gli aveva detto d&#8217;amarlo da molto tempo. Aveva aggiunto d&#8217;essere fenicia, e di vivere in un sobborgo di Corinto. Dicendogli il nome del sobborgo, aveva aggiunto: <em>Vieni a trovarmi questo pomeriggio e mi ascolterai cantare.Ti offrir\u00f2 da bere un vino quale non hai mai gustato. Non avrai rivali sulla tua strada, e vivremo insieme felici: io che sono bella, e tu che lo sei quanto me.<\/em> Il giovane si lasci\u00f2 lusingare da queste parole perch\u00e8, pur avendo abbracciato la filosofia, purtuttavia era dominato da Eros.<\/p>\n<p>&quot;And\u00f2 quel pomeriggio alla casa indicata, e per molto tempo frequent\u00f2 la donna come amante, senza mai dubitare che non donna fosse, ma uno spirito immondo. Un giorno, Apollonio prese a scrutare Menippo misurandolo con lo sguardo come fa uno scultore, e dopo averlo studiato a lungo, gli disse:<em>Sai tu, che sei bello e desiderato dalle donne pi\u00f9 belle, che abbracci una serpe, ed \u00e8 una serpe che ti abbraccia?<\/em><\/p>\n<p>Menippo rimase attonito, e Apollonio seguit\u00f2: <em>&quot;Tu hai una donna che non \u00e8 tua moglie: ma pensi forse che lei ti ami?<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>Certamente!,<\/em> rispose il giovine. <em>Lei si comporta con me come fa una donna che ama.<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>Intendi sposarla?<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>S\u00ec: \u00e8 fonte di gioia sposare una donna che ama.<\/em><\/p>\n<p>&quot;Apollonio replic\u00f2: <em>Quando celebrerai le nozze?<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>Presto,<\/em> rispose il giovane, <em>forse domani stesso.<\/em><\/p>\n<p>&quot;Apollonio attese il giorno della festa nuziale e, quando i convitati furono giuinti, entr\u00f2 anch&#8217;egli nella sala.<\/p>\n<p>&quot;<em>Dov&#8217;\u00e8 la bella per la quale siamo venuti?,<\/em> chiese.<\/p>\n<p>&quot;<em>Qui,<\/em> disse Menippo alzandosi e arrossendo in volto.<\/p>\n<p>&quot;<em>E di chi sono l&#8217;oro, l&#8217;argento e tutti gli ornamenti di questa sala?<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>Di mia moglie,<\/em> rispose il giovane, <em>io non possiedo che questo,<\/em> e mostr\u00f2 il suo mantello.<\/p>\n<p>&quot;Apollonio, rivolgendosi allora a tutti, chiese: <em>Conoscete il giardino di Tantalo, che a un tempo esiste e non esiste?<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>S\u00ec,<\/em> risposero gli ospiti, <em>lo abbiamo letto in Omero, perch\u00e9 non siamo mai scesi nell&#8217;Ade.<\/em><\/p>\n<p>&quot;<em>Lasciatemi dire, allora,<\/em> prosegu\u00ec Apollonio, <em>che queste decorazioni sono simili a esso:sono soltanto l&#8217;apparenza insostanziale di una sostanza. Perch\u00e9 possiate comprendere meglio, sappiate che la seducente fidanzata \u00e8 un Vampiro, una di quelle Empuse che il popolo chiama Lamie o Mormolyce. Anche i Vampiri sono attratti dal sesso: ma ancor pi\u00f9 amano il sangue e la carne umana, e usano il sesso per intrappolare coloro che vogliono divorare.<\/em><\/p>\n<p>&quot;La donna allora grid\u00f2: <em>Taci e vattene via!,<\/em> e si mostr\u00f2 indignata per quelle insinuazioni, scagliandosi contro il filosofo e chiamandolo insensato. Ma, all&#8217;improvviso, le coppe che sembravano d&#8217;oro e i vasi che sembravano d&#8217;argento svanirono tutti; scomparvero anche, dopo il discorso di Apollonio, tutti i coppieri, i cuochi e i servi.<\/p>\n<p>&quot;Allora lo spirito immondo finse di piangere, supplicando di far cessare i tormenti che l&#8217;avrebbero costretto a rivelare la sua vera natura. Ma Apollonio insist\u00e9 finch\u00e9 quello non confess\u00f2 di essere un Vampiro che aveva invischiato Menippo coi piaceri del sesso per poterne poi divorare il corpo. Infatti, per nutrirsi, lei sceglieva sempre i giovani belli e forti, perch\u00e9 hanno il sangue assai fresco. (44)<\/p>\n<p>Certo, racconti del genere non sono esclusivi dell&#8217;antichit\u00e0 greco-romana n\u00e9 della sola area mediterranea. Il famoso colonnello britannico Percy Fawcett, grande conoscitore del Sud America e ricercatore del mitico El Dorado, che intorno al 1925 scomparve nella giungla amazzonica senza pi\u00f9 lasciare tracce, aveva raccolto dagli <em>indios<\/em> numerose storie riguardo ai <em>duendes<\/em>, gli spettri dei defunti che perseguitano a morte le loro vittime. Val la pena, per un confronto con la storia di Apollonio, riportare uno di tali racconti.<\/p>\n<p>&quot;L&#8217;episodio pi\u00f9 strano da lui riferito [cio\u00e8 da Fawcett] \u00e8 successo in Bolivia, al posto di ristoro governativo di Yani dove, negli ultimi anni del secolo scorso [cio\u00e8, si badi, dell&#8217;Ottocento] fu trovato un enorme giacimento d&#8217;oro. Quella storia \u00e8 strana. Due ufficiali boliviani di ritorno dal Beni, scesero gi\u00f9 a Yani fermandosi ad un <em>tambo<\/em> per passarvi la notte; vedendo una ragazza bellissima sulla soglia di una casa accanto al <em>tambo<\/em>, giocarono a testa e croce, con una moneta, a chi spettasse corteggiarla; l&#8217;ufficiale che perdette pernott\u00f2 nella casa del <em>corregidor,<\/em> il capo del villaggio, l&#8217;altro se ne and\u00f2. Non fece pi\u00f9 ritorno e la sua testa mozza fu rinvenuta sul pavimento di una casa diroccata, la stessa ove l&#8217;ufficiale superstite aveva scorto \u2013 e lo giur\u00f2 \u2013 la magnifica ragazza. Quella casa, spieg\u00f2 il <em>corregidor<\/em>, non era abitata da chiss\u00e0 quanto tempo e la ragazza era un <em>duende<\/em>, un fantasma che non si faceva scorgere dagli indigeni, ma soltanto dai forestieri. (45)<\/p>\n<p>Un antropologo di tendenza strutturalista e comparativista non avrebbe difficolt\u00e0 a vedere, nella diffusione universale di tali racconti, la prova \u2013 per cos\u00ec dire \u2013 della loro origine puramente leggendaria; per quanto, a ben guardare, il ragionamento potrebbe essere facilmente rovesciato: proprio la diffusione universale di certi racconti potrebbe deporre a favore della loro autenticit\u00e0, cio\u00e8 dall&#8217;esperienza concreta di essi. Se poi la credenza <em>soggettiva<\/em> in fatti che sono, al momento, privi di spiegazione scientifica, debba coincidere anche con una verit\u00e0 <em>oggettiva<\/em>, questo \u2013 lo abbiamo gi\u00e0 osservato \u2013 \u00e8 un altro discorso (che peraltro, lo notiamo di sfuggita, non pu\u00f2 prescindere da ci\u00f2 che si intende, filosoficamente parlando, per i <em>due<\/em> concetti di &quot;verit\u00e0&quot; e di &quot;oggettivit\u00e0&quot;, concetti estremamente impegnativi e dal significato tutt&#8217;altro che univoco).A ci\u00f2 si aggiunga che anche un evento non &quot;vero&quot; <em>oggettivamente<\/em> pu\u00f2 benissimo produrre degli effetti reali e &quot;oggettivi&quot;: ad esempio, tra il 1600 e il 1800 i Maori abbandonarono progressivamente le proprie sedi nella regione di Tautuku, in Nuova Zelanda, anche per il terrore provocato dal Maeroero, creatura selvaggia simile allo Yeti che si diceva rapisse i bambini e le giovani donne. (46)<\/p>\n<p>Concludendo. Nel mondo antico era diffusa la credenza negli animali mostruosi, nei fantasmi, nei vampiri. Tale credenza coinvolgeva anche le classi istruite, gli scrittori, i filosofi, insomma gl&#8217;intellettuali di professione (naturalmente, non tutti; molti erano scettici). Essa poggiava non solo su vaghi racconti d&#8217;impronta mitico-leggendaria o su tradizioni letterarie e poetiche, ma anche su episodi specifici storicamente contestualizzati, attribuiti a testimoni attendibili o riferiti da personaggi di provata seriet\u00e0. Il soprannaturale da un lato, e le arti magiche dall&#8217;altro costituivano punti di riferimento quasi universalmente accettati: si pensi, per fare solo un esempio, al racconto sull&#8217; arrivo dei Libri Sibillini a Roma; oppure, uscendo dall&#8217;ambito greco-romano, ai libri mosaici dell&#8217;Antico Testamento, pieni di prodigi, miracoli e rivelazioni. N\u00e9 si deve concluderne che gli antichi fossero, nel complesso, pi\u00f9 creduli di quanto lo siano i cosiddetti moderni, ossia di quanto lo siamo noi (che saremo antichi per le generazioni a venire): checch\u00e9 ne pensasse il Leopardi del <em>Saggio sopra gli errori popolari degli antichi<\/em>, non abbiamo alcun argomento incontrovertibile per affermare una cosa del genere. Fra gli antichi, proprio come fra i nostri contemporanei, occorre in primo luogo distinguere fra credulit\u00e0 e, ci\u00f2 che \u00e8 ben altra cosa, disponibilit\u00e0 a confrontarsi con fatti che sembrano contraddire il paradigma scientifico del momento; in secondo luogo, fra una massa di persone intellettualmente succube della maggioranza (tra le quali vanno annoverate anche non poche appartenenti alla cultura scientifica dominante, e non solo il cosiddetto popolino) e coloro che, invece, pur dotati di senso critico e di una buona cultura complessiva, <em>anche<\/em> \u2013 ma non solo \u2013 di tipo scientifico, posseggono equilibrio, prudenza ma anche la capacit\u00e0 di confrontarsi con i fatti &quot;scomodi&quot; dal punto di vista della loro spiegazione razionale.<\/p>\n<p>In ogni caso, non \u00e8 questa la sede per discutere a fondo la natura dei fatti misteriosi che abbiamo riportato dalle fonti greco-romane. A noi basta aver sollevato il velo su un aspetto poco studiato del mondo antico, auspicando verso di esso una maggiore attenzione da parte degli storici, ma anche degli antropologi, dei parapsicologi, dei filosofi. Tenendo sempre bene a mente quella saggia riflessione di Shakespeare (<em>Amleto<\/em>, Atto I, Scena V): &quot;Vi sono pi\u00f9 cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano in tutta la vostra filosofia.&quot;<\/p>\n<p><em>NOTE<\/em><\/p>\n<p>1) Ricordato da CESARE in <em>Bell. Civ.<\/em>, II, 24, 26, 38,39; e da altri, fra cui Tito Livio e Plinio il<\/p>\n<p>Vecchio. Una buona rappresentazione cartografica dell&#8217;Africa cartaginese si pu\u00f2 consultare in<\/p>\n<p>A. F. GIACHETTI, <em>Antologia Sallustiana<\/em> , Firenze, Sansoni, 1941, <em>intra<\/em> pp. 176-77.<\/p>\n<p>2) Cfr. ANTONIO BRANCATI-GIROLAMO OLIVATI, <em>Il Mondo Antico<\/em>, vol. II, <em>Roma<\/em>, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1957, p. 153.<\/p>\n<p>3)  Livio doveva parlarne nel libro XIX (che \u00e8 tra quelli perduti), ma non risulta dall&#8217;<em>Epitome.<\/em><\/p>\n<p>4)  VALERIO MASSIMO, <em>Factorum et dictorum memorabilium libri IX<\/em>, I, 8, 19. Trad. di LUIGI RUSCA, , 2 voll., Milano, Rizzoli, 1972.<\/p>\n<p>5)  AULO GELLIO, <em>Noctes Atticae<\/em>, VII, 3. Trad. di L. RUSCA, 2 voll., Milano, Rizzoli, 1968. Il passo di Tuberone sta in Fragm. 8, Peter.<\/p>\n<p>6)  PAOLO OROSIO, <em>Historiarum Adversus Paganos<\/em>, IV, (. Trad. di ALDO BARTALUCCI, in ADOLF LIPPOLD, 2 voll:, Fondazione Lorenzo Valla &amp; Arnoldo Mondadori ed:, 1976.<\/p>\n<p>7)  LUCIO ANNEO SENECA, <em>Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX,<\/em> X, 82. Trad. di Giuseppe Monti, Milano, Rizzoli, 1966.<\/p>\n<p>8)  BENEDETTO RIPOSATI-ISA MORINI, <em>Voces in Aevum<\/em>, Roma, Oreste Bajres ed., 1959, pp. 17-18.<\/p>\n<p>9)  Vedi ENRICO E RAFFAELLO BIANCHI-ONORIO LELLI, <em>Dizionario Illustrato della Lingua Latina<\/em>, Firenze, Le Monnier, 1981; e LUIGI CASTIGLIONI-SCEVOLA MARIOTTI, <em>Vocabolario della Lingua Latina,<\/em> Torino, Loescher, 1996. Cfr. anche CICERONE, <em>De Natura Deorum,<\/em> II, 110.<\/p>\n<p>10) Cfr. M. FABIO QUINTILIANO, <em>Institutio oratoria<\/em>, I, 10, 5.<\/p>\n<p>11) Per la precisione, i Greci adoperavano la stessa parola per indicare la lucertola e la &quot;lucertola dei fiumi&quot;, ossia il coccodrillo: distinguevano il diverso significato, ovviamente, dal contesto della frase. La parola, propriamente, \u00e8 di origine ionica e si trova, ad es., in Erodoto. Cfr. H.G.LIDDEL-R.SCOTT, <em>Dizionario Illustrato Greco-Italiano<\/em>, Firenze, Le Monnier, 1975.<\/p>\n<p>12) Fr. HANS-WILHELM SMOLIK, <em>Enciclopedia illustrata degli animali<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 858.<\/p>\n<p>13) Vedi ATTILIO GAUDIO, <em>La via del Sahara<\/em> (parte prima), in <em>L&#8217;Universo<\/em>, Firenze, Rivista dell&#8217;Istituto Geografico Militare, 1968, nr. 1, pp. 37-38.<\/p>\n<p>14) Tra i numerosi libri sull&#8217;argomento, vedi PIETRO LAUREANO, <em>Sahara, giardino sconosciuto<\/em>, Firenze, Giunti, 1988.<\/p>\n<p>15) PASQUALE PASQUINI-ALESSANDRO GHIGI, <em>La vita degli animali<\/em>, 4 voll., Torino, U.T.E.T., 1978, III, p. 830.<\/p>\n<p>16) H.-W. SMOLIK, <em>Op. cit.,<\/em> p. 883<\/p>\n<p>17) Vedi KEITH S. THOMSON, <em>La storia del celacanto, il fossile vivente<\/em>, tr. it. Milano, Bompiani, 1993.<\/p>\n<p>18) Vedi MICHAEL BRIGHT, <em>Mokele-mbembe, dinosauro sopravvissuto cercasi<\/em>, in <em>Airone<\/em>, Giorgio Mondadori, maggio 1985 (nr. 49), pp. 122-27.<\/p>\n<p>19) Riportato in PETER KOLOSIMO, <em>Il pianeta sconosciuto<\/em>, Milano, Sugar, 1970, pp. 215-16. Sarone \u00e8 una frazione di Sacile, in provincia di Pordenone (ma all&#8217;epoca in provincia di Udine). Del fatto si occup\u00f2 il quotidiano <em>Il Giorno<\/em>, che pubblic\u00f2 una testimonianza del signor Antonio Toffoli, gestore di un bar di Sarone.<\/p>\n<p>20) Vedi l&#8217;ottima monografia di JEAN-JACQUES BARLOY, <em>Gli animali misteriosi: invenzione o realt\u00e0?<\/em>, tr. it. Roma, Lucarini, 1987, che contiene anche una ricca bibliografia. Sul pi\u00f9 famoso degli animali misteriosi esiste un valido studio italiano: CARLO GRAFFIGNA, <em>Yeti, un mito intramontabile<\/em>, Torino, Centro Documentazione Alpina, 1999 (riedizione da Feltrinelli, Milano, 1962). Un altro autore italiano si \u00e8 occupato del &quot;parente&quot; nordamericano dello Yeti: RENZO CANTAGALLI, <em>Sasquatch, enigma antropologico<\/em>, Milano, Sugar, 1975.<\/p>\n<p>21) JACOPO DA VARAGINE, <em>Leggenda Aurea<\/em>, Libreria Editrice Fiorentina, 1952, pp. 265 sgg. (traduzione dal latino di Cecilia Lisi).<\/p>\n<p>22) DANIELLO BARTOLI, <em>L&#8217;uomo al punto<\/em>, in PLINIO CARLI-AUGUSTO SAINATI, <em>Scrittori italiani<\/em>, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1941, pp. 828-32. Su questo episodio Ezio Raimondi (a cura di), <em>Scritti di Daniello Bartoli<\/em>, Torino, Einaudi, 1977, pp. 173-75, riporta che secondo Michele Ziino (<em>Marzocco<\/em>, 11 maggio 1930) la fonte del Bartoli sul dragone di Rodi fu la <em>Istoria della sacra religione e illustrissima milizia di S. Giovanni Gerosolimitano<\/em> di Giacomo Bosio.<\/p>\n<p>23) Vedi il <em>Libro di Giobbe,<\/em> III, 8 e XL, 25. Secondo la <em>Bibbia di Gerusalemme,<\/em> ed. princeps 1971, il Leviathan \u00e8 &quot;un mostro del Caos primitivo&quot;, ma anche, in <em>Giobbe<\/em>, il coccodrillo, e pertanto il simbolo dell&#8217;Egitto, non in senso geografico (perch\u00e9 il Nilo \u00e8 popolato dai coccodrilli), bens\u00ec in senso allegorico e morale, come immagine della vittoria di Jahv\u00e8 sul popolo che teneva gli Ebrei in schiavit\u00f9. A sua volta, la similitudine \u00e8 tratta dal <em>Libro di Ezechiele<\/em>, XXIX, 3 e XXXII, 2, ne quale il Faraone \u00e8 chiamato, con disprezzo, &quot;grande coccodrillo&quot;.<\/p>\n<p>24) PLUTARCO, <em>Vite parallele, Bruto,<\/em> 36. Trad. di Carlo Carena, 3 voll., Milano, A. Mondadori, 1974, II, p. 295. Al che Bruto, impeturbabile, avrebbe risposto semplicemete: &quot;Va bene&quot;; ma, il mattino seguente, raccont\u00f2 il fatto all&#8217;amico Cassio che, da buon razionalista (era seguace di Epicuro), gli replic\u00f2: &quot;Come si pu\u00f2 credere che esistano i cosiddetti Geni? E se anche esistono, che abbiano aspetto di uomini, o una voce e un potere tali da estendersi fino a noi?&quot;.<\/p>\n<p>25) OMERO, <em>Iliade<\/em>, XXIII, 62 sgg.<\/p>\n<p>26) VIRGILIO, <em>Eneide<\/em>, II, 771 sgg.<\/p>\n<p>27) PLATONE, <em>La Repubblica<\/em>, X, 614b e sgg. Peraltro nel caso di Er non si tratta, propriamente, di uno spettro ma di un risorto. Giovanni Caccia in <em>Platone, tutte le opere,<\/em> 5 voll., Roma, Newton Compton, 1997, IV, p. 518-19, ricorda che &quot;casi di resurrezione non erano inoltre sconosciuti alla mitologia greca ed erano attribuiti anche a persone rivestite di un&#8217;aura di leggenda, come Aristea di Proconneso, Epimenide di Creta, Zamolxis il Trace.&quot;<\/p>\n<p>28) MARCO ANNEO LUCANO, <em>Bellum civile<\/em>, VI, 507 sgg.<\/p>\n<p>29) <em>Primo Libro di Samuele,<\/em> XXVIII, 3.<\/p>\n<p>30) LUCANO, <em>Op. cit.<\/em>, III, 8 sgg.<\/p>\n<p>31) PLINIO IL GIOVANE, <em>Lettere ai familiari,<\/em> VII, 27. Trad. di Luigi Rusca, Milano, Rizzoli, 1961, pp. 223-25.A questo racconto sembra essersi ispirato lo scrittore inglese Edmund Gillian Swain (1861-1938) per la sua storia <em>The Easter Window.<\/em> Tr. it. In <em>Storie di fantasmi<\/em>, a cura di G. Pilo e S. Fusco, Roma, Newton &amp; Compton, 1995, pp. 645-51, <em>La finestra a oriente.<\/em><\/p>\n<p>32) PLINIO IL GIOVANE, <em>Op. cit.<\/em>, IV, 30.<\/p>\n<p>33) TACITO, <em>Annali,<\/em> XI, 21: &quot;Quand&#8217;era giovane fatto e si trovava al seguito del questore cui era toccata la provincia d&#8217;Africa, mentre nella citt\u00e0 di Adrumeto, sul mezzogiorno, passeggiava tutto solo per i portici deserti, gli apparve una figura di donna, di statura pi\u00f9 alta che l&#8217;umana,e ud\u00ec una voce che diceva: <em>Sei tu, o Rufo,che sei destinato in questa provincia come proconsole!<\/em> Trad. di Luigi Annibaletto, Milano, Garzanti, 1974, p. 271.<\/p>\n<p>34) CICERONE, nel <em>De Officiis<\/em>, I, 6, 19, sostiene che \u00e8 per lui un difetto &quot;dedicare troppo amore ed eccessiva cura nello studio di cose oscure e difficili ed anche non necessarie&quot; (trad. di Anna Resta Barrile, Milano, Rizzoli, 1993, p.89); nelle <em>Familiares<\/em>, XV, 16, si pronuncia nel modo pi\u00f9 esplicito contro la credenza nei fantasmi.<\/p>\n<p>35) <em>Op. cit.<\/em>, p. 494, n. 5.<\/p>\n<p>36) LUCIANO DI SAMOSATA, <em>Philops.<\/em>, XXXV; tr. di Luigi Settembrini in <em>L. di S., i dialoghi e gli epigrammi<\/em> (2 voll.), Genova, F.lli Melita, II, pp. 729-46, <em>Il vago di bugie, o l&#8217;incredulo.<\/em><\/p>\n<p>37) Osserva acutamente G. Berettoni, curatore dell&#8217;edizione sopra cit. di Luciano, che vi \u00e8 nel dialogo &quot;una intenzione maligna di satireggiare le taumaturgie narrate dai cristiani e deriderle profanandole&quot; (p 729), cosa inverosimile in Plinio, stante il ben noto carteggio &#8212; appunto riguardo ai Cristiani &#8212; fra lui e l&#8217;imperatore Traiano (<em>Epistulae<\/em>, X, 96 e 97).<\/p>\n<p>38) VIRGILIO, <em>Eneide<\/em>, VI, 337 sgg.<\/p>\n<p>39) Vedi, ad es., ANNIBALE PICCIOLI, <em>Esistono i fantasmi? Come oggi si spiegano?<\/em>, Milano, Ceschina, 1968; cui bisogna aggiungere, almeno, UGO DETTORE, <em>Le due facce della realt\u00e0<\/em>, Milano, Armenia ed., 1977.<\/p>\n<p>40) GIOVANNI BOCCACCIO, <em>Vita di Dante<\/em>, a cura di Paolo Baldan, Bergamo, Moretti &amp; Vitali, pp. 171-75.<\/p>\n<p>41) OMERO, <em>Odissea,<\/em> XI, 34-44.<\/p>\n<p>42) MASSIMO INTROVIGNE, <em>La stirpe di Dracula<\/em>. <em>Indagine sul vampirismo dall&#8217;antichit\u00e0 ai nostri giorni<\/em>, Milano, A. Mondadori, 1997. Si consulti anche, sull&#8217;episodio di Apollonio di Tiana, MONTAGUE SUMMERS, <em>The Vampire in Europe<\/em>, Londra, Kegan Paul, Trench, Trubner &amp; Co., 1929, pp. 3-7.<\/p>\n<p>43) Cfr. CASTIGLIONI-MARIOTTI, <em>Op. cit.<\/em> Si noti che in Tertulliano, autore del II sec. d.C. e per di pi\u00f9 cristiano, il termine ha gi\u00e0 assunto una valenza totalmente inattendibile, al punto che egli parla di <em>lamiae turres<\/em> per indicare le favolette narrate dalle balie: vedi E. e R. BIANCHI-O.LELLI, <em>Op. cit<\/em>., p. 920.<\/p>\n<p>44) Da FILOSTRATO, <em>Vita di Apollonio di Tiana<\/em>, IV: trad. in GIANNI PILO-SEBASTIANO FUSCO (a cura di), <em>Storie di vampiri<\/em>, Roma, Newton &amp; Compton, 2003, pp. 971-72. Un&#8217;opera fondamentale per comprendere questo tipo di fatti soprannaturali nel mondo antico \u00e8 <em>Arcana Mundi<\/em>, a cura di Georg Luck (2 voll., 1997 e 1999), della Fondazione Lorenzo Valla. Il primo vol. tratta <em>Magia, miracoli e demonologia<\/em>, il secondo <em>Divinazione, astrologia, alchimia.<\/em><\/p>\n<p>45) Riportato da FRANCO RHO, <em>Per\u00f9 e fantasmi<\/em>, Novara, De Agostini, 1964, pp. 47-48.<\/p>\n<p>46) P.TURNER-J:WILLIAMS-N.KELLER-T.WHEELER, <em>Nuova Zelanda<\/em>, tr. it. Torino, E. D. T., 1999, pp. 730-31. La zona di Tautuku si trova nei Catlins, una remota regione boscosa dell&#8217;Isola Meridionale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Testo della conferenza tenuta dall&#8217;Autore, per la Societ\u00e0 &quot;Dante Alighieri&quot; di Treviso, al Palazzo dell&#8217;Umanesimo Latino, il 21 novembre 2007, e pubblicata nel volume VI degli<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[110,174],"class_list":["post-26885","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-civilta","tag-impero-romano"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26885","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26885"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26885\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26885"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26885"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26885"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}