{"id":26882,"date":"2009-03-16T09:27:00","date_gmt":"2009-03-16T09:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/03\/16\/cosa-stanno-cercando-di-dirci-le-societa-primitive-prima-di-spegnersi-per-sempre\/"},"modified":"2009-03-16T09:27:00","modified_gmt":"2009-03-16T09:27:00","slug":"cosa-stanno-cercando-di-dirci-le-societa-primitive-prima-di-spegnersi-per-sempre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/03\/16\/cosa-stanno-cercando-di-dirci-le-societa-primitive-prima-di-spegnersi-per-sempre\/","title":{"rendered":"Cosa stanno cercando di dirci le societ\u00e0 \u00abprimitive\u00bb prima di spegnersi per sempre"},"content":{"rendered":"<p>Ovunque le cosiddette societ\u00e0 primitive (ma primitive rispetto a che cosa?) stanno scomparendo a ritmo sempre pi\u00f9 rapido. Entro pochi anni, di esse non rester\u00e0 che il ricordo nei musei etnologici e nelle ricerche condotte tra esse da un certo numero di antropologi.<\/p>\n<p>\u00c8 una scomparsa silenziosa, della quale pochissimi si accorgono nel mondo che si autodefinisce civile e pochi anche fra coloro i quali hanno qualche rapporto di vicinanza geografica con i popoli nativi e che pure, in genere, sono proprio gli artefici &#8211; magari inconsapevoli &#8211; di una tale, sistematica distruzione.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 molte culture sono scomparse dalla faccia della Terra, cancellate per sempre. Che cosa resta, oggi, dei Puelche e dei Teuhuelche dell&#8217;Argentina, degli Ona della Terra del Fuoco, dei popoli \u00abcanoeros\u00bb del Cile meridionale: Chonos, Alakaluf, Yamana o Yaghan? Quanti sono i Khoisan (Boscimani, Ottentotti e Berg Damara) che vivono liberi nella savane e nell&#8217;arida steppa ai margini del Kalahari &#8211; autori di antiche, bellissime pitture rupestri -, non ancora persuasi della necessit\u00e0 di imitare i loro compagni che hanno accettato di insediarsi nei centri governativi, ove possono disporre di condutture d&#8217;acqua e sconfiggere la loro eterna nemica, la siccit\u00e0, e la sua minacciosa compagna, la sete? E Gli Ainu di Hokkaido, il misterioso popolo di razza bianca del Giappone settentrionale e della parte meridionale dell&#8217;isola Sakhalin, celebri per la loro cerimonia religiosa incentrata sull&#8217;orso: quanti sono ancora e fino a quando potranno resistere al richiamo della comoda vita urbana e alla pressione della societ\u00e0 moderna, che sta distruggendo inesorabilmente il loro ambiente e le risorse del territorio?<\/p>\n<p>Salvo che per alcune trib\u00f9 di indios della foresta amazzonica e in pochi altri casi, la distruzione delle societ\u00e0 primitive non presenta pi\u00f9 i caratteri violenti che essa aveva in passato, ad esempio quando i \u00abbandeirantes\u00bb di San Paolo del Brasile penetravano nell&#8217;interno a caccia di indigeni Tup\u00ec e Guaran\u00ec da fare schiavi, per rivenderli ai proprietari delle piantagioni di caff\u00e8. La distruzione si serve ormai di mezzi ben pi\u00f9 sofisticati e, del resto, si presenta camuffata da ideologia del progresso, ossia come benefica avanzata dello \u00absviluppo\u00bb: ora sotto forma di una autostrada da costruire per collegare localit\u00e0 isolate con la costa, ora per mettere a coltura nuovi terreni destinati a sfamare l&#8217;eccesso di popolazione.<\/p>\n<p>Del resto, perch\u00e9 mai dovremmo stupirci del fatto che le ultime societ\u00e0 primitive scompaiono senza far rumore, dal momento che una cosa del genere \u00e8 accaduta, meno di mezzo secolo fa, proprio alla nostra societ\u00e0 contadina, e quasi nessuno di noi se ne accorse in tempo? Non se ne accorsero gli etnologi, tutti presi dallo studio dei popoli lontani; n\u00e9 gli uomini politici, gli amministratori e i sociologi; perfino la maggioranza degli intellettuali non se ne rese conto, tranne qualche poeta e qualche scrittore isolato: Pasolini, Zanzotto, Camon. Erano tutti ipnotizzati davanti alla scatola magica prodotto dalla tecnologia applicata alle comunicazioni di massa: la televisione; e tutti stregati dal nuovo oggetto del desiderio, che sempre pi\u00f9 fungeva da surrogato di una sbandierata ma in realt\u00e0 assai problematica \u00abliberazione\u00bb sessuale: l&#8217;automobile privata.<\/p>\n<p>Quanto ai giovani, erano tutti infatuati dai \u00abBeatles\u00bb e da un esercito di divetti dello spettacolo in formato tascabile, che portavano i capelli lunghissimi e parlavano di fiori, pace e amore, ma anche di sballo, di droga, di protesta; figurarsi se avevano il tempo di accorgersi che la millenaria civilt\u00e0 rurale stava agonizzando sotto i nostri occhi. Specialmente se quei giovani erano di estrazione contadina. Per loro, andarsene dal paese e inurbarsi era di gran lunga la massima aspirazione, il segno pi\u00f9 tangibile della riuscita emancipazione.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, come quei capi indigeni che vendettero le loro terre ai colonizzatori bianchi in cambio di qualche perlina colorata e di qualche specchietto, anche noi abbiamo venduto la nostra antica civilt\u00e0 contadina, ecologica e a misura d&#8217;uomo, in cambio di qualche paccottiglia luccicante e rumorosa; e ci \u00e8 sembrato di fare un buon affare. Chi avrebbe dovuto vedere, non ha visto; chi avrebbe dovuto capire, non ha capito; chi avrebbe dovuto mettere in guardia, non solo ha taciuto, ma si \u00e8 adoperato in ogni modo perch\u00e9 procedessimo al baratto con animo lieto.<\/p>\n<p>E cos\u00ec, insieme alla civilt\u00e0 contadina, abbiamo venduto le nostre radici, la nostra visione del mondo, la nostra etica e la nostra estetica. In breve, ci siamo venduti l&#8217;anima.<\/p>\n<p>Frattanto, le societ\u00e0 primitive che stanno scomparendo per sempre, e delle quali, fra poco, non rester\u00e0 che un mesto ricordo, stanno cercando disperatamente di dirci qualcosa, di trasmetterci un messaggio: e i loro Mani non saranno placati fino a quando non lo avremo compreso, ma continueranno a perseguitarci con amari rimpianti.<\/p>\n<p>Qual \u00e8 questo messaggio, dunque?<\/p>\n<p>Non certo la nostalgia del \u00abbuon selvaggio\u00bb di settecentesca memoria. L&#8217;idea del \u00abbuon selvaggio\u00bb \u00e8 una pura e semplice sciocchezza, una proiezione della cattiva coscienza dell&#8217;occidentale, il quale vorrebbe mettere a tacere i propri scrupoli di animale da preda civilizzato creando un riflesso speculare di se stesso, nel quale trasferire la sua parte migliore.<\/p>\n<p>Il selvaggio non \u00e8 mai stato \u00abbuono\u00bb o \u00abcattivo\u00bb, in quanto selvaggio: e ci\u00f2 vale anche per quei casi &#8211; come gli Irochesi che torturavano gli Huroni prigionieri con satanica ferocia, prolungandone l&#8217;agonia il pi\u00f9 a lungo possibile, per puro divertimento; o come certe trib\u00f9 Papua cannibali, che sfracellavano i bambini del nemico per poi estrarne il cervello caldo dal cranio e berselo come un gelato &#8211; nei quali il giudizio morale dell&#8217;occidentale non sembra conoscere dubbi di sorta in proposito.<\/p>\n<p>Claude L\u00e9vi-Strauss, il grande antropologo strutturalista, che fin dalla prima met\u00e0 del secolo scorso osservava il processo inesorabile di distruzione delle societ\u00e0 primitive e, pur deprecandolo, lucidamente ne proclamava il carattere irreversibile, non aveva dubbi in proposito. La cosa principale che esse hanno da insegnare all&#8217;uomo che si ritiene civile, egli diceva, \u00e8 la saggezza. Quanto a noi, potremmo anche adoperare un&#8217;altra espressione, dicendo che esse hanno da insegnarci il senso del limite; infatti, le societ\u00e0 primitive sono accomunate e caratterizzate dal un senso del limite altamente sviluppato. I loro membri sanno che non tutto pu\u00f2 essere fatto, anche se ci\u00f2 sarebbe praticamente possibile e anche se ci\u00f2 sembrerebbe rispondere a criteri di praticit\u00e0 e comodit\u00e0.<\/p>\n<p>L&#8217;autore di \u00abTristi Tropici\u00bb era convinto che le societ\u00e0 primitive possono trasmetterci una profonda lezione di saggezza, nel senso che lo studio di esse ci insegna che esistono molte maniere, per gli uomini, di vivere insieme; che quella che noi abbiamo scelto non \u00e8 la sola buona e neppure l&#8217;unica possibile, e che &#8211; quindi &#8211; essa non deve renderci ciechi ai vantaggi che possono provenire dall&#8217;adozione di formule diverse.<\/p>\n<p>Sarebbe un errore, aggiungiamo noi, pensare che il senso del limite sia dovuto, semplicemente, al fatto che le societ\u00e0 primitive conducono un sistema di vita in cui \u00e8 necessario mantenere un rapporto equilibrato tra il prelievo delle risorse e l&#8217;effettivo utilizzo che ne viene fatto, come se esse si delineassero quali societ\u00e0 sobrie unicamente perch\u00e9 non possono permettersi il lusso di sperperare.<\/p>\n<p>Del pari, sarebbe profondamente errato ritenere che esse sono riuscite a conservare un mirabile rapporto con la natura (con le debite eccezioni: non furono poche le societ\u00e0 primitive che esaurirono il suolo e causarono l&#8217;estinzione di specie animali, come i Maori con i Moa della Nuova Zelanda), solo perch\u00e9 non possiedono una tecnologia in grado di alterare seriamente gli equilibri ecologici; come se fossero \u00abvirtuose\u00bb per mancanza di occasioni di peccato.<\/p>\n<p>No: il senso del limite (come, del resto, nel caso della civilt\u00e0 contadina) aveva a che fare essenzialmente con l&#8217;atteggiamento profondamente religioso che caratterizza le societ\u00e0 pre-industriali e, dunque, con il senso del mistero.<\/p>\n<p>\u00abHo ucciso un mio fratello\u00bb, diceva, nella sua preghiera, un Navajo, allorch\u00e9 doveva abbattere un pino, rivolgendosi al Signore degli Alberi. Certo, nelle aride regioni del Nuovo Messico e dell&#8217;Arizona la vegetazione arborea \u00e8 rara e il legname, di conseguenza, una ricchezza preziosa; ma basta questa considerazione economica a spiegare l&#8217;atteggiamento di religioso rispetto che i Navajos mostravano nei confronti della natura?<\/p>\n<p>Possiamo fare un altro esempio, ancora pi\u00f9 chiaro, per meglio illustrare il concetto di sobriet\u00e0 e senso della misura che caratterizza quasi tutte le societ\u00e0 primitive, sia nei rapporti con l&#8217;ambiente fisico, sia in quelli di natura sociale.<\/p>\n<p>Ce lo presenta l&#8217;etnologo Georg Gerster, autore di uno studio sul campo del popolo dei Borana, allevatori nomadi dell&#8217;Etiopia meridionale; un popolo cos\u00ec integrato con il proprio ambiente, da considerare gi animali simili all&#8217;uomo e non come un semplice cibo, tanto che il recinto dove sta rinchiuso il bestiame era il luogo d&#8217;onore per i funerali solenni.<\/p>\n<p>Scrive dunque Gerster (nel volume miscellaneo: \u00abGli ultimi paradisi\u00bb; titolo originale: \u00abDie letzen Paradiese der Menschheit\u00bb, 1977; traduzione italiana di Roberto Aguerre, Milano, Euroclub, 1979, p. 85):<\/p>\n<p>\u00abNel loro ambente ancora ecologicamente intatto, i borana possono sopravvivere solo grazie ai pozzi perforati nella viva roccia. Essi non hanno mai preteso di essere gli autori di queste impressionanti voragini, al contrario dicono di averle, per cos\u00ec dire, ereditate da una precedente popolazione. Il funzionamento dei pozzi, soprattutto la composizione della catena umana che attingono l&#8217;acqua, riflette un&#8217;attivit\u00e0 di notevole senso comunitario. I gruppi piccoli, o quelli con elementi invalidi, dipendono per l&#8217;approvvigionamento dell&#8217;acqua dai gruppi pi\u00f9 numerosi: i borana sono orgogliosi di questa responsabilit\u00e0, che fa parte della loro tradizione, dei pi\u00f9 forti verso i pi\u00f9 deboli.<\/p>\n<p>I giovani borana sognano le pompe a motore per sfuggire alla servit\u00f9 dell&#8217;estrazione dell&#8217;acqua, ma l&#8217;abba gada [la massima autorit\u00e0 politica, militare e giudiziaria, in carica per otto anni] a cui feci visita per ascoltarne l&#8217;opinione, ur senza minimamente conoscere il significato dei termini ecologia ed economia idrologica, seppe dare la risposta giusta: &quot;Ci opporremo alle pompe a motore con tutte le nostre forze. Pi\u00f9 acqua significa pi\u00f9 bestiame, pi\u00f9 bestiame significa ancora pi\u00f9 acqua, e cos\u00ec via via, sempre pi\u00f9 di entrambe le cose, fino a quando i pascoli si esauriranno e l&#8217;acqua non ci sar\u00e0 pi\u00f9 per sempre&#8230;&quot;\u00bb<\/p>\n<p>Ecco il punto: per la maggior parte delle societ\u00e0 primitive, l&#8217;atteggiamento conservatore verso le innovazioni del \u00abprogresso\u00bb non \u00e8 il risultato di una impotenza tecnologica o, meno ancora, intellettuale, ma di un una sagace intuizione degli effetti degenerativi di molte delle supposte forme di \u00abprogresso\u00bb.<\/p>\n<p>Questo modo di porsi di fronte alla realt\u00e0 \u00e8, per l&#8217;\u00abhomo tecnologicus\u00bb (variante moderna in camice bianco del vecchio, vecchissimo \u00abhomo oeconomicus\u00bb) semplicemente inconcepibile. Per noi, \u00e8 ovvio che, se \u00e8 possibile creare uno strumento capace di alleviare la fatica materiale e di aumentare la produzione di beni, la cosa va fatta senza por tempo in mezzo, e senza alcun bisogno di fornire una giustificazione di qualsiasi tipo. Per noi, infatti, il progresso, inteso come capacit\u00e0 di manipolazione della natura, \u00e8 qualche cosa di autoevidente.<\/p>\n<p>Non per nulla Sir Francis Bacon, il tristo profeta di questo nuovo atteggiamento mentale &#8211; tipico della modernit\u00e0 &#8211; sosteneva che \u00abSapere \u00e8 potere\u00bb (cfr. il nostro precedente articolo: \u00abManipolazione spietata di cose, vegetali ed animali nella &quot;Nuova Atlantide&quot; di Francesco Bacone\u00bb,consultabile sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>E la stessa cosa si osserva in quel particolare ramo della tecnologia moderna che \u00e8 costituito dalla bioingegneria, a cominciare dalla clonazione degli esseri viventi o dalla produzione su scala industriale, a scopo alimentare, di organismi geneticamente modificati.<\/p>\n<p>Ma torniamo a L\u00e9vi-Strauss.<\/p>\n<p>Nel 1973, intervistato da M. Jos\u00e9 Ragu\u00e9 Arias per l&#8217;editore Salvat di Barcellona, il famoso antropologo Claude L\u00e9vi-Strauss si esprimeva in questi termini circa il problema complessivo delle cosiddette \u00absociet\u00e0 primitive\u00bb e della loro ineluttabile scomparsa, sotto la pressione crescente della \u00abcivilt\u00e0\u00bb (nel volume di Jos\u00e9 Ram\u00f3n Llobera, \u00abLe societ\u00e0 primitive\u00bb, Novara, De Agostini, 1977, pp. 9-15, 88-95); edizione originale Barcellona, Salvat, 1973):<\/p>\n<p>\u00abD.: A quale realt\u00e0 si riferisce l&#8217;antropologia quando dice di occuparsi delle &quot;societ\u00e0 primitive&quot;?<\/p>\n<p>R. Le societ\u00e0 che si chiamano primitive non sono evidentemente pi\u00f9 &quot;primitive&quot; delle nostre. Dappertutto. Il passato dell&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 lo stesso e, dai milioni di anni in cui esistono degli ominidi sulla Terra, si pu\u00f2 dire che le societ\u00e0 (per quanto si possa gi\u00e0 dar loro questo none) si sono formate, hanno subito un&#8217;evoluzione per cambiare o per scomparire e, in quest&#8217;ultimo caso, lasciare il posto a societ\u00e0 nuove. Nessuna di quelle societ\u00e0 che \u00e8 stato possibile osservare nel corso degli ultimi secoli, o che si osservano ancora oggi, offre dunque l&#8217;immagine, miracolosamente conservata, di quelle in cui sono vissuti i pi\u00f9 lontani antenati. Sarebbe pi\u00f9 giusto dire che le societ\u00e0 studiate dagli etnologi differiscono dalle nostre perch\u00e9 si considerano conformi a tutto ci\u00f2 che erano le societ\u00e0 del passato. Ma procedere in tale identificazione \u00e8 un errore, dal momento che tutte le societ\u00e0 mutano continuamente, anche quelle che cercano di proteggere e di perpetuare la propria originalit\u00e0 invocando un passato mitico che le \u00e8 proprio. \u00c8 questo fatto che le rende particolarmente preziose per l&#8217;etnologo, dal momento che ciascuna di esse costituisce cos\u00ec un&#8217;esperienza compiuta, cio\u00e8 rappresenta il modo particolare che degli uomini hanno scelto per risolvere il problema del vivere insieme. Queste societ\u00e0 vengono cos\u00ec a formare un laboratorio spontaneo sulla scala del mondo intero.<\/p>\n<p>D: Negli ultimi anni, gli antropologi hanno evitato di usare l&#8217;espressione &quot;societ\u00e0 primitive&quot;, sostituendola con eufemismi del genere &quot;societ\u00e0 semplici&quot;, &quot;altre culture&quot; ecc., che servono a nascondere un certo paternalismo legato al complesso di superiorit\u00e0 ereditato dall&#8217;antropologia vittoriana. Fino a che punto, secondo lei, l&#8217;antropologia non costituisce un&#8217;illusione etnocentrica?<\/p>\n<p>R.: Se vuole dire che la conoscenza scientifica \u00e8 nata e si \u00e8 sviluppata nella nostra civilt\u00e0, sono d&#8217;accordo con lei; anche se non bisogna dimenticare che la curiosit\u00e0 etnologica \u00e8 apparsa, secoli fa, presso i Cinesi e gli Arabi. Ma sembra che allora essa non abbia prodotto molti frutti. Comunque non vedo nulla di &quot;vittoriano&quot; nel fatto di porre e di tentare di risolvere un problema di conoscenza. Le societ\u00e0 studiate dagli etnologi non posseggono archivi e sfuggono al lavoro di ricerca degli storici i quali, proprio per questa ragione, le hanno a lungo disprezzate. Per arrivare a conoscerle ad un livello di analisi paragonabile alle altre, era dunque necessario elaborare un metodo diverso da quello della storia: \u00e8 cos\u00ec che \u00e8 nata l&#8217;etnologia. Ma non \u00e8 pi\u00f9 etnocentrico studiare in qualit\u00e0 di etnologo i costumi dei melanesiani di quanto non lo sia il dedicarsi in qualit\u00e0 di storico alla ricerca delle istituzioni della Grecia e di Roma antica.<\/p>\n<p>D._3A L_25E2_2580_204D16F71D6 &quot;societ\u00e0 civili &#8211; societ\u00e0 primitive&quot;; questa dicotomia si riflette in un modo o nell&#8217;altro in molte delle sue tipologie. D&#8217;altra parte, le &quot;societ\u00e0 primitive&quot; vengono negativamente, cio\u00e8 in rapporto ala mancanza di determinati elementi caratterizzanti delle societ\u00e0 civili (societ\u00e0 senza mercato, senza classi, ecc.) Anche quando ci troviamo in presenza di una definizione specifica, questa \u00e8 generalmente imprecisa e incapace di organizzare scientificamente l&#8217;immensa variet\u00e0 empirica delle societ\u00e0 primitive. Crede che sia possibile andare al di l\u00e0 dell&#8217;aspetto tipologico e descrittivo nello studio delle societ\u00e0 primitive, e qual \u00e8 il metodo che lei propone per raggiungere questo scopo?<br \/>\nR.: La mia risposta precedente contiene in germe quella che dar\u00f2 alla sua nuova domanda. Secondo la mia opinione, la sola caratteristica obiettivamente comune in tutte le societ\u00e0 che noi studiamo \u00e8 quella di aver ignorato o di non aver pienamente utilizzato la scrittura e le sue risorse. Direi dunque volentieri che si tratta di societ\u00e0 senza scrittura; oppure, se se ripugnano le definizioni negative: societ\u00e0 caratterizzate dalla tradizione orale.<\/p>\n<p>Certo, questo criterio \u00e8 troppo vago e troppo generale, e richiederebbe inoltre di essere molto attenuato (ad esempio, per quanto riguarda l&#8217;antico Messico), perch\u00e9 sia possibile fondare su di esso una tipologia delle societ\u00e0 umane. Glielo confesso apertamente: io non vedo la necessit\u00e0, e neppure la possibilit\u00e0, di una simile tipologia, che ci farebbe immediatamente ricadere nelle secche di un evoluzionismo unilaterale. Si possono costruire delle tipologie parziali, che sono applicabili a determinati aspetti della vita e del funzionamento delle societ\u00e0. Per quanto riguarda la parentela e le regole del matrimonio, ne ho tracciato una. Altri hanno fatto la stessa cosa per le tecniche, l&#8217;attivit\u00e0 economica, la religione&#8230; Ma una societ\u00e0 \u00e8 una realt\u00e0 estremamente complessa che sarebbe impossibile definire con un&#8217;unica caratteristica, o con un piccolo numeri di caratteri che permettano di classificarla entro una data tipologia. La descrizione di una societ\u00e0 obbliga sempre a fare ricorso ad un gran numero di dimensioni che, da una societ\u00e0 all&#8217;altra., non si definiscono in un identico modo.<\/p>\n<p>D.: Il concetto di &quot;sistema di trasformazioni&quot; che lei ha applicato ai sistemi di parentela e dei miti svolge un ruolo centrale nella sua opera. Potrebbe spiegarne il significato? Lei crede che questo concetto potrebbe dar conto della diversit\u00e0 di queste &quot;societ\u00e0&quot;?<\/p>\n<p>R.: Non sono stato io ad inventare la nozione di sistema di trasformazione. La sua origine \u00e8 matematica, ed \u00e8 stata utilizzata in maniera molto feconda in botanica nel XVIII secolo da Goethe, e in zoologia all&#8217;inizio del XX secolo, da d&#8217;Arcy Wentworth Thompson. Fin dal Rinascimento, d&#8217;altronde, Albrecht D\u00fcrer ne aveva avuta l&#8217;intuizione quando aveva dimostrato, come teorico della pittura, che era possibile trasformare un profilo umano in un altro facendo variare in modo molto semplice il sistema di coordinate usate per rappresentare il primo.<\/p>\n<p>Il mio ruolo si \u00e8 dunque limitato alla trasposizione nel campo delle scienze umane di un metodo di intelligibilit\u00e0 che si era gi\u00e0 conquistato dei titoli in altri ambiti. Perch\u00e9 l&#8217;ho fatto? Perch\u00e9 le scienze umane studiano oggetti cos\u00ec complessi, nei quali sono presenti un numero talmente elevato di variabili, che non si pu\u00f2 mai esser sicuri di essere arrivati a comprenderne la natura vera o ultima. Ora, se si rinuncia a tratte questi oggetti come entit\u00e0 separate, e li si tratta al contrario come delle trasformazioni degli uni negli altri nell&#8217;ambito di un campo determinato, ci si accorge, come nel caso dei profili di D\u00fcrer, che le relazioni che li uniscono sono molto pi\u00f9 semplici, e meglio intelligibili, di quanto non appariranno mai quegli stessi oggetti, se considerati per conto suo.<\/p>\n<p>Ma &#8211; e qui rispondo all&#8217;ultima questione da lei sollevata &#8211; in questo modo non \u00e8 mai possibile studiare delle societ\u00e0 prese nel loro insieme, bens\u00ec piuttosto certi campi della vita sociale come il linguaggio, la parentela l&#8217;arte, la religione e &#8211; perch\u00e9 no? &#8211; altri aspetti pi\u00f9 umili come la cucina, l&#8217;attribuzione dei nomi propri agli uomini e agli animali, la moda ecc.<\/p>\n<p>Con quest&#8217;ultima precisazione, credo che si possano studiare nel modo che ho detto tutti questi tipi di fenomeni in qualsiasi societ\u00e0.<\/p>\n<p>D.: Lei ha parlato del &quot;primato delle infrastrutture&quot;. Che cosa bisogna intendere con questo termine riferito alle societ\u00e0 primitive?<\/p>\n<p>R.: Affermare il primato delle infrastrutture significa dire che l&#8217;uomo, a qualunque societ\u00e0 appartenga, pensa in favore delle sollecitazioni di un mondo determinato in cui egli \u00e8 nato e nel quale vive. Questo mondo \u00e8 contemporaneamente fisico, tecnico, economico e sociale.<\/p>\n<p>Tutto questo vale tanto per le societ\u00e0 cosiddette &quot;primitive&quot; che per le nostre, anche se le infrastrutture sono caratterizzate da contenuti molto diversi.<\/p>\n<p>D.: L&#8217;etnocidio fisico e culturale delle societ\u00e0 primitive non sembra volersi arrestare. Qual \u00e8 dunque il futuro di queste societ\u00e0? Che cosa possono fare gli antropologi per aiutare queste societ\u00e0 a sopravvivere?<\/p>\n<p>R.: Ogni anno che passa assistiamo alla distruzione fisica o morale di diverse societ\u00e0, all&#8217;annientamento di lingue ciascuna delle quali rappresenta invece un capolavoro del pensiero umano e dovrebbe, in quanto tale, venir circondata da altrettante cure e da altrettanto rispetto come facciamo per i monumenti dell&#8217;architettura, o per le opere dei grandi pittori che conserviamo gelosamente nei musei.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 \u00e8 desolante, certamente, ma io non vedo proprio come si potrebbe arrestare questo processo, il quale \u00e8 il risultato, contemporaneamente, dell&#8217;esplosione demografica e dell&#8217;espansione della civilt\u00e0 industriale, fenomeni d&#8217;altra parte intimamente legati l&#8217;uno all&#8217;altro. Che le societ\u00e0 cosiddette &quot;primitive&quot; siano destinate alla scomparsa \u00e8 un fatto che mi sembra fin troppo evidente. L&#8217;etnologo pu\u00f2 solamente, in casi particolari, consigliare gli Stati (che non lo ascoltano mai) di frenare determinate trasformazioni, di predisporre delle tappe graduali, di avvertire i pericoli.<\/p>\n<p>E tutto ci\u00f2 presupponendo che si accetti di ascoltare la nostra vice, cosa di cui dubito molto.<\/p>\n<p>D.: Per molta gente, sia in Occidente che nel Terzo Mondo, le &quot;culture primitive&quot; non sono altro che un ostacolo allo sviluppo economico ed all&#8217;integrazione con il mondo moderno. Quale lezione pu\u00f2 trarre il mondo moderno dalle societ\u00e0 primitive?<\/p>\n<p>R.: Innanzitutto una lezione di saggezza. Lo studio di queste societ\u00e0 ci insegna che esistono molte maniere, per gli uomini, di vivere insieme; che quella che noi abbiamo scelto non \u00e8 la sola buona e neppure l&#8217;unica possibile, e che quindi essa non deve renderci ciechi ai vantaggi che possono provenire dall&#8217;adozione di formule diverse.<\/p>\n<p>In secondo luogo, queste societ\u00e0 sono riuscite in un certo numero di cose che noi non sappiamo pi\u00f9 fare: come trasmettere ad esempio senza traumi la nostra cultura di generazione in generazione oppure, soprattutto, come vivere in buoni rapporti con l&#8217;ambiente naturale e riuscendo a rispettarlo.<\/p>\n<p>Queste societ\u00e0 senza dubbio conferiscono all&#8217;uomo un posto privilegiato, ma nessuna di esse fa di lui il padrone e signore del creato., libero di disporne a suo piacimento senza preoccuparsi minimamente delle specie vegetali e animali che egli distrugge, e di che genere di mondo egli lascer\u00e0 ai suoi discendenti. Dopo la lezione di saggezza, possiamo dunque attenderci da queste societ\u00e0 una lezione di moderazione.<\/p>\n<p>D.: In conclusione, qual \u00e8 il futuro dell&#8217;antropologia se scompaiono le societ\u00e0 primitive?<\/p>\n<p>R.: Intanto va detto che le cose non procedono cos\u00ec velocemente come si crede. Esistono sparse nel mondo centinaia di societ\u00e0 che non sono ancora state studiate seriamente: anche in quelle che si trasformano rapidamente, resteranno a lungo preservati interi settori del sapere.<\/p>\n<p>L&#8217;etnobotanica e l&#8217;etnozoologia si occupano della ricerca e della raccolta delle prodigiose conoscenze che sempre queste societ\u00e0 posseggono del loro ambiente naturale. La fine dell&#8217;antropologia tradizionale non \u00e8 un fatto del domani immediato, ma tuttavia \u00e8 necessario affrettarsi.<\/p>\n<p>In secondo luogo, nei paesi che hanno raggiunto di recente l&#8217;indipendenza, o che stanno per raggiungerla, l&#8217;antropologia praticata dall&#8217;esterno si trasformer\u00e0 in ricerche praticate dall&#8217;interno, e non per questo meno indispensabili: scienziati indigeni, al posto degli etnologi europei o insieme ad essi, si dedicheranno a studi che saranno sostanzialmente gli stessi e che semplicemente avranno cambiato nome: si chiameranno storia, archeologia, filosofia, filologia, linguistica&#8230;<\/p>\n<p>Inoltre va detto che anche se dovesse impiantarsi su tutta la Terra una civilt\u00e0 mondiale e perfettamente omogenea &#8211; cosa di cui io dubito &#8211; essa non durerebbe affatto. Gli uomini hanno bisogno che fra di essi si mantenga una certa diversit\u00e0; altre forme faranno la loro comparsa secondo modalit\u00e0 che noi non sospettiamo neppure.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo non sar\u00e0 dunque mai perfettamente trasparente a se stesso, e si vedranno conservare o sorgere dei coefficienti di estraneit\u00e0.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 dunque affermare che, fintantoch\u00e9 l&#8217;uomo esister\u00e0 sulla Terra, vi sar\u00e0 sempre posto per un&#8217;antropologia.\u00bb<\/p>\n<p>Anche queste ultime parole del grande studioso dovrebbero essere attentamente meditate e se ne dovrebbero trarre le debite conclusioni. \u00abFintantoch\u00e9 l&#8217;uomo esister\u00e0 sulla Terra, vi sar\u00e0 sempre posto per un&#8217;antropologia\u00bb.<\/p>\n<p>Speriamo che non si ripeta quello che \u00e8 accaduto fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del&#8217;900, quando la nostra civilt\u00e0 contadina \u00e8 stata assassinata nell&#8217;indifferenza generale.<\/p>\n<p>Speriamo di ricordarci che l&#8217;antropologia ha ancora moltissime cose da dirci, purch\u00e9 noi teniamo fermo al principio che l&#8217;uomo non \u00e8 un essere ad una dimensione &#8211; quella economica -, ma a molte dimensioni; ivi compreso il diritto ad esprimersi di quello che lo storico olandese Johan Huizinga chiamava, giustamente, \u00abhomo ludens\u00bb.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo \u00e8 quella creatura che, oltre a perseguire la lotta per la sopravvivenza, sa ritagliarsi il tempo per sognare, per giocare, per vedere la bellezza del mondo e per renderne grazie a Qualcuno pi\u00f9 grande di lui.<\/p>\n<p>Il giorno in cui tutte queste dimensioni scomparissero, e non rimanesse che quella del Logos progettante e strumentale, non vi sarebbe pi\u00f9 spazio per l&#8217;antropologia, per il semplice fatto che non vi sarebbe pi\u00f9 l&#8217;uomo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ovunque le cosiddette societ\u00e0 primitive (ma primitive rispetto a che cosa?) stanno scomparendo a ritmo sempre pi\u00f9 rapido. 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