{"id":26860,"date":"2010-03-25T09:00:00","date_gmt":"2010-03-25T09:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2010\/03\/25\/la-legittima-attribuzione-del-fiore-a-dante-nella-teoria-di-luigi-valli-sui-fedeli-damore\/"},"modified":"2010-03-25T09:00:00","modified_gmt":"2010-03-25T09:00:00","slug":"la-legittima-attribuzione-del-fiore-a-dante-nella-teoria-di-luigi-valli-sui-fedeli-damore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2010\/03\/25\/la-legittima-attribuzione-del-fiore-a-dante-nella-teoria-di-luigi-valli-sui-fedeli-damore\/","title":{"rendered":"La legittima attribuzione del \u00abFiore\u00bb a Dante nella teoria di Luigi Valli sui \u00abFedeli d&#8217;Amore\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>La notevole figura di studioso di Luigi Valli (1878-1931), critico letterario e docente universitario, \u00e8 certamente una fra quelle che pi\u00f9 ingiustamente sono state dimenticate; e ci\u00f2, forse, anche a causa della eterodossia di taluni suoi studi, nonostante che egli abbia goduto, in vita, della profonda stima e dell&#8217;amicizia fraterna di un poeta e filologo della statura di Giovanni Pascoli, del quale era stato, dapprima, un brillante discepolo.<\/p>\n<p>In effetti, tutto quel che di lui rimane, nel panorama culturale italiano, sembrano essere tre scuole a lui dedicate: un liceo classico a Barcellona Pozzo di Gotto; una scuola primaria a Bergamo (facente parte dell&#8217;Istituto comprensivo \u00abEdmondo De Amicis\u00bb); ed, infine, un altro istituto scolastico a Narni, la citt\u00e0 in cui il Valli si spense. Non molto davvero, se si pensa che, nei primi decenni del Novecento, i suoi studi originalissimi hanno impresso una autentica svolta nella prospettiva dell&#8217;ermeneutica dantesca, particolarmente per quel che riguarda la supposta confraternita dei \u00abFedeli d&#8217;Amore\u00bb, della cui esistenza egli fu strenuo difensore.<\/p>\n<p>Purtroppo, i suoi libri cos\u00ec innovativi non sono pi\u00f9 stati ripubblicati, o sono stati solo oggetto di ristampe fotostatiche a limitata diffusione, sicch\u00e9 il grande pubblico italiano continua ad ignorare il suo nome e l&#8217;importanza delle sue teorie per la storia della critica dantesca. Tra essi ricordiamo \u00abL&#8217;allegoria di Dante secondo Giovanni Pascoli\u00bb (1922); \u00abIl segreto della Croce e dell&#8217;Aquila nella Divina Commedia\u00bb (1922); \u00abLa chiave della Divina Commedia\u00bb (Bologna, Zanichelli, 1925); \u00abIl linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d&#8217;Amore\u00bb (Roma, Optima, 1928); tutte in edizioni di non facile reperimento. Alcuni brani degli studi danteschi di Luigi Valli sono, inoltre, contenuti nel volume miscellaneo \u00abSaggi di critica dantesca\u00bb a cura di Francesco Landogna (Livorno, Raffaello Giusti Editore, 1928).<\/p>\n<p>Si direbbe che questa incuria nei confronti di un grande studioso italiano, dalle cui tesi si pu\u00f2 certamente dissentire, ma della cui seriet\u00e0 ed acume non si pu\u00f2, in alcun modo, dubitare, costituisca una sorta di vendetta postuma da parte dell&#8217;establishment culturale nazionale, e particolarmente di quel suo blindatissimo settore che \u00e8 la critica dantesca, nei confronti di un ricercatore indipendente che ha avuto il coraggio di andare controcorrente e di sfidare luoghi comuni ormai consolidati, come quello della reale esistenza delle \u00abdonne gentili\u00bb degli Stilnovisti.<\/p>\n<p>In altre parole la cultura accademica italiana, nota purtroppo per la miopia e la partigianeria con le quali \u00e8 solita difendere le opinioni consolidate (cio\u00e8 le proprie), nel caso del Valli ha mostrato, una volta di pi\u00f9, che nel nostro Paese non \u00e8 consentito, ai giovani studiosi, se non di ricalcare le orme della tradizione; pena l&#8217;esclusione dal salotto buono delle patrie lettere, con le relative prebende e gratificazioni.<\/p>\n<p>In altri Paesi &#8211; in Francia, in Germania, negli Stati Uniti &#8211; uno studioso del valore di Luigi Valli sarebbe stato pubblicato e ripubblicato; studenti ne avrebbero fatto oggetto delle loro tesi di laurea; articoli e conferenze avrebbero discusso, e magari criticato, le sue tesi: ma non lo si sarebbe passato sotto silenzio. Si vede che in Italia ci sentiamo talmente ricchi di talenti, da poterli dissipare o dirottare verso altri lidi, pi\u00f9 accoglienti e pi\u00f9 aperti dei nostri.<\/p>\n<p>Del Valli, comunque, avevamo gi\u00e0 avuto modo di occuparci nel nostro saggio su \u00abL&#8217;esoterismo di Dante\u00bb (pubblicato negli \u00abAtti\u00bb della Societ\u00e0 Dante Alighieri di Treviso, vol. 5, 207; e consultabile inoltre sul sito di Arianna Editrice), da cui riprendiamo velocemente un passaggio.<\/p>\n<p>Nato a Roma nel 1878, morto a Terni nel 1931, professore di filosofia nei licei, Valli riprende la lettura esoterica dell&#8217;opera di Dante che era iniziata col Foscolo e culminata nel Rossetti, nel Perez e nel Pascoli, peraltro non pi\u00f9 in chiave eterodossa, neopitagorica e gnostica, come i suoi predecessori, ma anzi \u00absupercattolica\u00bb. Nelle sue ampie e minuziose opere, &quot;L&#8217;allegoria di Dante secondo Giovanni Pascoli&quot; (1922), \u00abIl segreto della Croce e dell&#8217;Aquila nella Divina Commedia\u00bb (1922), \u00abLa chiave della Divina Commedia\u00bb(1925), \u00abIl linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d&#8217;Amore\u00bb (2 voll., 1928-30), \u00abLa struttura morale dell&#8217;universo dantesco\u00bb (1935, postuma), egli riprende la tesi dell&#8217;appartenenza di Dante alla setta dei Fedeli d&#8217;Amore; la natura puramente simbolica di Beatrice, rappresentante la Sapienza mistica del \u00abCantico dei Cantici\u00bb; la funzione salvifica concomitante della Croce (= Chiesa) e dell&#8217;Aquila (= Impero) nei due campi della vita attiva, presieduta dalla giustizia, e di quella spirituale e contemplativa, di cui \u00e8 scopo appunto la sapienza santa.<\/p>\n<p>Duramente contrastate da un coro di critiche degli ambienti accademici e \u00abufficiali\u00bb, e particolarmente da Natalino Sapegno, le tesi del Valli non ebbero miglior fortuna di quelle del suo maestro. Contribu\u00ec forse a ci\u00f2 l&#8217;atmosfera mistico-irrazionalistica della visione filosofica generale del Valli, su cui si esprime con appena dissimulata antipatia il giudizio di Eugenio Garin, che lo accomuna al pensatore anarchico Max Stirner e al \u00abfondatore\u00bb del nazionalismo italiano Enrico Corradini, in un terzetto stranamente assortito.<\/p>\n<p>E tuttavia al Valli si deve il merito di una pi\u00f9 rigorosa collocazione storica di tutta la problematica relativa all&#8217;esoterismo di Dante. \u00abLa questione dei Fedeli d&#8217;Amore &#8212; afferma lo studioso romano &#8212; non s&#8217;inquadra nel suo spirito fra le cortesie feudali e i canti di calendimaggio. Si deve inquadrare fra la strage degli Albigesi e quella dei Templari.\u00bb (\u00abIl linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d&#8217;Amore\u00bb, p.147).<\/p>\n<p>Ma veniamo al tema che ci siamo proposti di trattare in questa sede: ossia l&#8217;argomentazione mediante la quale Luigi Valli sostenne la legittimit\u00e0 dell&#8217;attribuzione dantesca di quella strana e controversa opera che \u00e8 il \u00abFiore\u00bb, sulla cui paternit\u00e0 si \u00e8 tanto discusso e si continua, tuttora, a discutere.<\/p>\n<p>Diciamo che, grosso modo, la critica dantesca \u00abortodossa\u00bb oscilla tuttora fra due posizioni, che sono poi le stesse di cinquanta o cento anni fa: la negazione della paternit\u00e0 a Dante o la sua ammissione, pur con riserva, e, soprattutto, con l&#8217;esplicita precisazione che la stesura di quell&#8217;opera altro non sarebbe stata, per il sommo poeta, che una sorta di gioco letterario, un puro e semplice \u00abdivertissement\u00bb; il tutto per \u00absalvare\u00bb la reputazione del Nostro dalla riprovazione morale conseguente all&#8217;aver scritto un&#8217;opera cos\u00ec sboccata e licenziosa.<\/p>\n<p>Tra coloro i quali hanno finito per attribuire a Dante Alighieri sia il \u00abFiore\u00bb, sia il \u00abDetto d&#8217;Amore\u00bb, \u00e8 qui opportuno ricordare almeno il Casini, il Mazzoni, il D&#8217;Ovidio ed il Rajna. All&#8217;opposto, fra quanti hanno ritenuto di negare tale paternit\u00e0, spiccano nomi come quelli del Gorra, del Parodi, dello Zingarelli, del Di Benedetto. La bilancia, rimasta a lungo in equilibrio, sembra essersi spostata, poco dopo la met\u00e0 del Novecento, a favore dei primi, anche per il peso decisivo esercitato dalle tesi di due studiosi del valore Domenico De Robertis e Gianfranco Contini.<\/p>\n<p>Peraltro, scarso peso hanno avuto sull&#8217;ambiente accademico gli studi del Valli; sicch\u00e9 anche coloro i quali, come il D&#8217;Ovidio, hanno abbracciato senza incertezze la tesi della paternit\u00e0 dantesca del \u00abFiore\u00bb, lo hanno fatto con motivazioni totalmente diverse da quelle di lui.<\/p>\n<p>Un tipico esempio della posizione di quanti propendono, ma con cautela, per l&#8217;attribuzione dantesca, motivandola per\u00f2 come una sorta di gioco, ovvero di opera burlesca, \u00e8 dato da Nicola Maggi (in: \u00abDante, tutte le opere\u00bb, Roma, Newton Compton, 1993, pp. 714-15):<\/p>\n<p>\u00abIl &quot;Fiore&quot; non \u00e8 da tutti attribuito a Dante Alighieri; alcuni pensano piuttosto a Dante da Maiano: l&#8217;uno e l&#8217;altro sostenibili in quanto riconoscibili nel nome del protagonista, che [&#8230;] \u00e8 Durante.<\/p>\n<p>Certo, le particolarit\u00e0 stilistiche, persino alcune soluzioni grafiche, nonch\u00e9 il particolare umore dell&#8217;opera, potrebbero rendere poco credibile l&#8217;attribuzione d&#8217;essa al grande fiorentino. D&#8217;altra parte, sebbene con estrema parsimonia, in alcuni componimenti posti tra le &quot;Rime&quot;, sono rintracciabili degli elementi non confrontabili con le note caratteristiche dantesche. Elementi che potrebbero consentire un&#8217;indicazione del &quot;Fiore&quot; come parto dantesco.<\/p>\n<p>Certo, in esso, compaiono particolari del tutto nuovi ed inusuali in un poeta linguisticamente caratterizzato, come Dante; su tutti il ridondare davvero imponente dei gallicismi e il compiacersi dell&#8217;egemonia fonetica: raddoppiamenti enfatici, assimilazioni ed elisioni frequentissime, termini propri d&#8217;una tradizione poetica decisamente transalpina.<\/p>\n<p>Ma nulla vieta che si pensi ad un esercizio divagatorio, aduna sorta di &quot;divertissement&quot; dissacrante e derisorio.\u00bb<\/p>\n<p>Ma che cos&#8217;\u00e8, in definitiva, questo \u00abFiore\u00bb, la cui attribuzione tanto filo da torcere ha dato, e continua a dare, agli studiosi della letteratura italiana dei primi secoli, dividendo gli stessi dantisti in due schiere contrapposte?<\/p>\n<p>Si tratta di una riduzione in 232 sonetti del \u00abRoman de la Rose\u00bb, scritto (per la prima parte) da Guillaume de Lorris, e (per la seconda parte) da Jean de Meun; mentre il \u00abDetto d&#8217;Amore\u00bb (altra opera di dubbia paternit\u00e0 dantesca) \u00e8 una riduzione della medesima opera in 480 settenari che rimano a due a due, ma che \u00e8 rimasta incompiuta.<\/p>\n<p>Cediamo la parola ad Alberto Chiari (in \u00abTutte le opere di Dante\u00bb, Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1965, vol. 10, p. 179):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230;che cosa sia il &quot;Roman de la Rose&quot;, lo diremo con le parole dello Zingarelli: &quot;Quel Guglielmo [Giullaume de Lorris] aveva narrato in forma di sogno e con rivestimenti allegorici il sorgere e il progredire di una passione amorosa, sensuale bens\u00ec, ma con tutte le finezze e le gentilezze dell&#8217;amore cantato dai poeti moderni. I sentimenti, i fenomeni psicologici, gli atti, i movimenti, le varie vicende, prendono figura umana, e questo corrispondeva alla moda dell&#8217;allegoria che negli ultimi tempi si era venuta largamente diffondendo.. Per dare solo qualche esempio, la donna desiderata \u00e8 una rosa in un rosaio, la guardia che le si fa diventa un castello, il pericolo che minaccia l&#8217;amante s&#8217;incarna in un omaccio armato di clava: paura, castit\u00e0, buona accoglienza, vergogna, sono tante persone che compongono non so se dire un&#8217;azione o una storia. L&#8217;autore non la men\u00f2 a termine; ma certo egli ottenne approvazione e favore. Jean de Meun, letterato \u00bb filosofo, volle fare, per dir cos\u00ec, il guastafeste; e prendendo occasione da quel signorile e delicato poemetto, mostrare il rovescio della medaglia, la realt\u00e0 della societ\u00e0 umana, sensuale, ipocrita, cattiva, venale, cinica: serb\u00f2 il titolo, us\u00f2 anche lui le allegorie, , e si diffuse in lunghe dimostrazioni, che si fanno leggere con piacere e interesse, insieme con le scene vivaci non infrequenti (vedi &quot;La vita, i tempi e le opere di Dante&quot;, Milano, Vallardi, 1931, p. 150).<\/p>\n<p>E il ser Durante, autore delle riduzioni, riassume e parafrasa, fondendole abilmente, le porzioni narrative di entrambe le parti del &quot;Roman de la Rose&quot;, quella di Guillaume de Lorris e quella di Jean de Meun, omettendo le disquisizioni dottrinali, ma non gli spunti politici in particolare l&#8217;avversione agli ordini medicanti e il favore al &quot;laicista&quot; Guillaume de Saint-Amour nella fervida polemica attorno alla Universit\u00e0 di Parigi (vedi Gianfranco Contini: &quot;La questione del Fiore, in &quot;Cultura e scuola&quot;, nn. 13-14, 1965, p. 768).\u00bb<\/p>\n<p>Ed eccoci al Valli ed al suo scritto circa la validit\u00e0 dell&#8217;attribuzione dantesca del \u00abFiore\u00bb, contenuta in Appendice ad una delle sue opere pi\u00f9 importanti, la gi\u00e0 citata \u00abIl linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d&#8217;Amore\u00bb, pp. 443-47):<\/p>\n<p>\u00abCredo che sia stato un gran danno che il problema della paternit\u00e0 del &quot;Fiore&quot; sia stato trattato da tutti filologi insigni e valenti s\u00ec, ma che in genere non sospettavano la profonda significazione e il profondo contenuto mistico settario di quell&#8217;opera.<\/p>\n<p>Si deve a questo fatto, secondo me, se alcuni filologi come il Parodi non riuscirono a vedere interamente chiaro nella questione e si comprende che chi riteneva il &quot;Fiore&quot; semplicemente una storia giullaresca piena di sconcezze, fosse esitante ad attribuirla a Dante.<\/p>\n<p>Riassumiamo la questione.<\/p>\n<p>Quando il Castets nel 1881 pubblic\u00f2 il &quot;Fiore&quot;, il cui manoscritto esisteva nella Biblioteca della Facolt\u00e0 di Medicina di Montpellier, avanz\u00f2 l&#8217;ipotesi che esso fosse stato scritto da Dante Alighieri.<\/p>\n<p>Tale ipotesi fu in seguito accettata dal Mazzoni e dal D&#8221;Ovidio, e bene accolta dal Rajna. Gli argomenti a favore di questa ipotesi sono numerosissimi ed io li enuncio solamente. Il Parodi li riassunse nella Prefazione alla edizione del &quot;Fiore&quot; (1922) pubblicata a fianco e nella stessa veste delle &quot;Opere di Dante&quot; edite dalla Societ\u00e0 Dantesca, ma separatamente appunto per il dubbio sulla sua attribuzione.<\/p>\n<p>1)  Come \u00e8 noto il &quot;Roman de la Rose&quot;, del quale il &quot;Fiore&quot; \u00e8 un rifacimento in sonetti italiani, porta a un determinato punto il nome del suo autore: Jean de Meun. Al posto corrispondente ed anche in altro passo, il &quot;Fiore&quot; ha invece il nome di Durante (Sonetti LXXXII e CCII). Questo &quot;Durante&quot; \u00e8 un poeta certamente fiorentino e che scrive certamente nella fine del secolo XIII o al principio del secolo XIV, cio\u00e8 negli anni nei quali viveva Dante Alighieri; e Durante era il vero nome di battesimo di Dante Alighieri.<\/p>\n<p>2)  Questo poeta, pure scrivendo i suoi duecentotrentadue sonetti con grandissima fretta, nel modo pi\u00f9 sciatto e trasandato e spesso lasciando correre nella sua imitazione dei ridicoli francesismi, \u00e8 persona che maneggia assai bene l&#8217;endecasillabo e il sonetto., e in molti punti si mostra capacissimo di fare dei bei sonetti. Se questi Durante non fosse Dante Alighieri, resterebbe il problema insoluto come mai sia esistito tra i fiorentini di quel tempo questo poeta, certamente notevole, che si chiamava Durante e del quale n\u00e9 il nome n\u00e9 l&#8217;opera appaiono altrove.<\/p>\n<p>3)  Questo &quot;Durante&quot; \u00e8 anche una persona di profonda cultura e che non imita pedestremente. Egli infatti inserisce per esempio di suo, a un certo punto del poema, il ricordo e la rivendicazione di Sigieri di Brabante, estranea al testo, e, come \u00e8 noto, la rivendicazione di Sigieri \u00e8 fatta arditamente proprio da Dante nel Paradiso.<\/p>\n<p>4)  Esisteva gi\u00e0 prima della scoperta del &quot;Fiore&quot; una tradizione secondo la quale Dante, per mettere in guardia un marito contro l&#8217;ipocrisia di un frate, che si intratteneva con la moglie di lui, avrebbe scritto questa quartina<\/p>\n<p>Chi della pelle del monton fasciasse<\/p>\n<p>il lupo e tra le pecore il mettesse,<\/p>\n<p>credete voi, perch\u00e9 monton paresse,<\/p>\n<p>che de le pecore e&#8217; non divorasse?<\/p>\n<p>Orbene questa quartina si \u00e8 ritrovata poi essere la prima quartina del sonetto 97\u00b0 del &quot;Fiore&quot;.<\/p>\n<p>5)  Nel &quot;Fiore&quot; si parla due volte di un &quot;frate Alberto&quot; raffigurato come tipo di dissimulatore, e l&#8217;autore della seconda parte del &quot;Fiore&quot; si chiama, come \u00e8 noto, Jean de Meun. Orbene esiste, come abbiamo veduto, un sonetto di Dante che accompagna una sua opera chiamata genericamente &quot;pulzelletta&quot;, indirizzandola a un Brunetto. Questo sonetto non solo allude a dei &quot;Frati Alberti&quot; che intendono &quot;ci\u00f2 che \u00e8 posto loro in mano&quot;, ma finisce col dire che se la &quot;pulzelletta&quot; parr\u00e0 difficile a intendersi c si potr\u00e0 rivolgere a &quot;messer Giano&quot; (che apparisce esser Jean de Meun).<\/p>\n<p>Appare quindi per i due nomi contenuti nel sonetto di Dante e che si ricollegano al &quot;Fiore&quot; che il sonetto debba aver accompagnato proprio il &quot;Fiore&quot; scritto da Dante.<\/p>\n<p>Messer Brunetto, questa pulzelletta<\/p>\n<p>con esso voi si ven la pasqua a fare:<\/p>\n<p>non intendete pasqua di mangiare,<\/p>\n<p>ch&#8217;ella non mangia, anzi vuol esser letta.<\/p>\n<p>La sua sentenzia non richiede fretta,<\/p>\n<p>n\u00e9 luogo di romor n\u00e9 da giullare;<\/p>\n<p>anzi si vuol pi\u00f9 volte lusingare<\/p>\n<p>prima che &#8216;n intelletto altrui si metta.<\/p>\n<p>Se voi non la intendete in questa guida,<\/p>\n<p>in vostra gente ha molti frati Alberti<\/p>\n<p>da intender ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 posto loro in mano.<\/p>\n<p>Con lor vi restringete sanza risa,<\/p>\n<p>e se li altri de&#8217; dubbi non son certi,<\/p>\n<p>ricorrete a la fine a messer Giano.<\/p>\n<p>La forza di questi argomenti \u00e8 tale e la convergenza di tutti questi indizi \u00e8 cos\u00ec limpida, che ad essi dovrebbero essere opposti molto seri per giustificare ancora il dubbio. Orbene il parodi, dopo aver esposto gli argomenti di cui sopra, sospende il giudizio e lascia sussistere il dubbio unicamente perch\u00e9 non si rende nessun conto del valore simbolico e del profondo contenuto del &quot;Fiore&quot;. Infatti egli, dopo alcune obiezioni di poco conto, scrive:<\/p>\n<p>&quot;Non pare che il Fiore esiga tanto acume o sforzo d&#8217;intelletto per essere inteso, e anche meno poi che esso richieda appartate e silenziose meditazioni e che rifugga dagli strepiti giullareschi. Posto che Dante non pu\u00f2 essere stato cos\u00ec fiacco e strano nel caratterizzare un&#8217;opera come il Fiore, il riscontro dei Frati Alberti e di messer Giano rimane soltanto uno dei pi\u00f9 graziosi tiri che la verosimiglianza abbia giocato alla verit\u00e0 storica.&quot;<\/p>\n<p>Da questa parole risulta evidentemente che la ragione vera per la quale il Parodi non considera come probabili gli argomenti suaddotti \u00e8 che secondo lui il &quot;Fiore&quot; \u00e8 una cosa senza alcuna seriet\u00e0 e senza nessun significato profondo che possa richiedere sforzo d&#8217;intelletto e silenziose meditazioni. Per questo motivo il Parodi si rassegna a distaccare il &quot;Fiore&quot; dal sonetto a messer Brunetto e si rassegna perfino a subire &#8216;un grazioso tiro dalla verosimiglianza a danno della verit\u00e0 storica&#8217;.<\/p>\n<p>E non solo egli si rassegna a questo, ma dovendo cercare chi possa essere quel messer Giano e spiegare tutta quell&#8217;aria di mistero con la quale si parla della &quot;pulzelletta&quot;, deve andare a supporre che tutte quelle raccomandazioni di leggere la &quot;pulzelletta&quot; con attenzione e seriet\u00e0 siano burlesche. &quot;Si potrebbe pensare ad una canzonatura rivolta contro un dottore, che so io?, di scienze occulte; ma \u00e8 pi\u00f9 semplice e naturale supporre che &quot;messer Giano&quot; facesse parte anche lui della brigata, e vi fosse famoso, per esempio, come uno al cui occhio nessuno riuscisse a tener nascosti i fatti suoi, anche i pi\u00f9 gelosi segreti&quot;. Il Parodi continua ancora supponendo che nel sonetto dedicatorio Dante &quot;da uomo di spirito, intenda prevenire co&#8217; suoi frizzi, i frizzi con cui quegli uomini di spirito avrebbero accolto pur gustandoli e ammirandoli, i suoi poetici e idealistici misteri.&quot;<\/p>\n<p>Come si vede, per il Parodi tutto si risolve in una serie di canzonature. Comincia lui, il Parodi, col sorridere un poco di Dante per i suoi &quot;poetici e idealistici misteri&quot;, suppone poi che Dante potesse mandare dei &quot;misteri idealistici&quot; a persone che ne avrebbero riso e che perci\u00f2, &quot;da uomo di spirito&quot;, li canzoni lui prima di essere canzonato; suppone che Dante canzoni un ipotetico &quot;messer Giano&quot; che ha l&#8217;aria di essere &quot;un dottore di scienze occulte&quot; e suppone infine, come conclusione generale, che la &quot;verosimiglianza giuochi un tiro&quot; in questo caso alla &quot;realt\u00e0 storica&quot;. Ultima, suprema canzonatura.<\/p>\n<p>Tutta questa infelice soluzione del problema a base di canzonatura generale, deriva unicamente dal fatto che il Parodi, valentissimo filologo, ma che seguiva in questo la deplorevole tradizione della critica &quot;positiva&quot;, ha creduto di andare a fondo alla questione senza porsi neanche un istante il problema se nel &quot;Fiore&quot; non ci sia veramente un senso profondo, senza prendere neppure in considerazione, con il consueto disdegno, le idee del Rossetti, che aveva accennato fino ad un secolo fa al contenuto settario e alla essenza mistica del &quot;Roman de la Rose&quot; &quot;ou l&#8217;art d&#8217;amour est toute enclose&quot;<\/p>\n<p>Orbene, la spiegazione che abbiamo dato del significato simbolico e settario del &quot;Fiore&quot;, elimina completamente l&#8217;obiezione del Parodi contro l&#8217;attribuzione di quest&#8217;opera a Dante, elimina cio\u00e8 l&#8217;unica vera obiezione esistente a viene a confermare in modo, per me indubitabile, che il &quot;Fiore&quot; \u00e8 stato scritto da Dante Alighieri.<\/p>\n<p>E tutto diventa chiaro.<\/p>\n<p>Il &quot;Fiore&quot; \u00e8 un romanzo simbolico settario.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 Durante, cio\u00e8 Dante, lo scrive e lo manda in giro, non a scopo di arte, ma a scopo di propaganda settaria e perci\u00f2 lo butta gi\u00f9 in fretta, forse per commissione, nella maniera pi\u00f9 trasandata e curando poco o nulla lo stile, lasciandosi trascinare nella fretta dalla imitazione delle parole (francesismi)tanto da rendere spiegabile la maraviglia di coloro i qual credono, molto a torto del resto, che Dante dovesse scrivere sempre e soltanto bellissime cose.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 Dante manda il &quot;Fiore&quot; a un &quot;messer Brunetto&quot; che non va affatto confuso con Betto Brunelleschi), dicendogli nel sonetto accompagnatorio: &quot;Vi mando per Pasqua quest&#8217;opera. Guardate che per essere intesa bisogna che non sia letta in fretta e che, per quanto sembri una cosa leggera, non va letta in &quot;luogo di rumor n\u00e9 da giullare&quot;, anzi va letta molte volte prima di poter essere intesa bene. Per leggerla riunitevi insieme (voi adepti) senza ridere (delle apparenti lubricit\u00e0). Se voi stessi non la intendete subito, ci sono tra voi molti che si sono messi il vestito di frate Alberto, quello stesso vestito, quello stesso manto esteriore di ortodossia untuosa che in questo libro si mete Falsosembiante per andare a scannare Malabocca: l&#8217;Inquisitore&quot;.<\/p>\n<p>Falsosembiamnte, s\u00ec com&#8217;om di coro<\/p>\n<p>religioso e di santa vita,<\/p>\n<p>s&#8217;apparecchi\u00f2, e si avea vestita<\/p>\n<p>la roba frate Alberto d&#8217;Agimoro (CXXX).<\/p>\n<p>&quot;Ci sono tra voi dei settari consumati che vestono la veste di Frate Alberto, essi capiscono bene il gergo, sono gente &#8216;da intender ci\u00f2 che \u00e8 posto loro in mano&#8217;. Riunitevi insieme senza ridere delle apparenze oscene di questo scritto, e quanto ai dubbi che non potrete risolvere da voi, essi potranno essere risolti da messer Jean de Melun, che \u00e8 l&#8217;autore dell&#8217;opera.&quot;<\/p>\n<p>E con ci\u00f2 abbiamo anche probabilmente la spiegazione del segreto tenuto, della piccola diffusione che ebbe quest&#8217;opera eminentemente settaria, e possiamo non solo restituire a Dante questa fatica, per quanto poco essa possa aggiungere alla sua gloria di poeta, ma possiamo anche rinunziare a dei riavvicinamenti fantastici che alcuni dei sostenitori dell&#8217;attribuzione del &quot;Fiore&quot; a Dante hanno creduto di dover porre tra la Rosa del &quot;Fiore&quot; e la &quot;Mistica Rosa&quot; del Paradiso.<\/p>\n<p>Tanto il Castets che il D&#8217;Ovidio, nella loro assoluta non conoscenza del simbolismo che ora \u00e8 chiaro, posero quel riavvicinamento in modo erratissimo. Il primo ritenne che la Candida Rosa del Paradiso si contrapponga a quella del &quot;Fiore&quot; come una reminiscenza purificata, il D&#8217;Ovidio molto ingenuamente esclamava che il &quot;Fiore&quot; \u00e8 il necessario preliminare della &quot;Divina Commedia&quot;; perch\u00e9 rappresenta appunto il periodo di deviazione di Dante che scriveva tutte quelle sconcezze. &quot;Ora sappiamo &#8211; esclama il D&#8217;Ovidio &#8211; che cosa aveva Dante da rimproverarsi!&quot;.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 la Rosa del &quot;Fiore&quot; e la Candida Rosa della Commedia sono un simbolo solo: l&#8217;uno espresso in gergo in un libro che doveva passare d&#8217;una in altra piccola congrega di adepti, si mascherava di digressioni erotiche e di lubricit\u00e0 per attraversare il volgo e passar sotto gli occhi della Inquisizione vigilante; l&#8217;altra risplendeva nell&#8217;alto dei cieli costruiti secondo le linee ortodosse e perci\u00f2 sicura nel suo contorno di idee tradizionali di parole ortodosse e di ortodosse visioni.<\/p>\n<p>Ma nell&#8217;uno e nell&#8217;altro poema il simbolo \u00e8 lo steso: \u00e8 la mistica Sapienza m\u00e8ta del mistico amante, \u00e8 la stessa &quot;Rosa&quot; che fu chiamata &quot;Rosa di Sor\u00eca&quot; e che ispir\u00f2 tanti altri poeti: la &quot;Rosa Mystica&quot; che Dante non solo cant\u00f2 nel &quot;Fiore&quot;, ma celebr\u00f2 con appassionata devozione dalla prima parola della &quot;Vita Nuova&quot; all&#8217;ultima del Poema Sacro.\u00bb<\/p>\n<p>Riassumendo.<\/p>\n<p>Per Luigi Valli, il \u00abFiore\u00bb altro non \u00e8 che un&#8217;opera scritta appositamente per circolare entro la cerchia dei Fedeli d&#8217;Amore, setta esoterica d&#8217;ispirazione riformatrice, celebrante la Sapienza santa e la mistica unione con essa degli adepti medesimi.<\/p>\n<p>La prima formulazione organica della tesi secondo cui i Fedeli d&#8217;Amore sarebbero stati una vera e propria setta politico-religiosa risale a Gabriele Rossetti, carbonaro e Rosacroce, (1783-1854), letterato e padre dei poeti in lingua inglese Dante Gabriele e Christina, che per primo imposta in termini complessivi le problematiche relative a Beatrice e a tutto il Dolce Stil Novo, interpretandole in chiave allegorica. I suoi studi danteschi sono raccolti nel \u00abCommento analitico alla Divina Commedia\u00bb del 1826-27, e nei &quot;Ragionamenti sulla Beatrice di Dante&quot; del 1842, ch&#8217;egli pubblic\u00f2 a Londra ov&#8217;era esulato da Napoli in seguito alla repressione dei moti del 1821. In essi sostiene l&#8217;appartenenza di Dante a una setta segreta detta dei Fedeli d&#8217;Amore, il cui fine era una riforma radicale della Chiesa in senso ghibellino e antipapale. Ad essi si deve aggiungere \u00abIl mistero dell&#8217;Amor platonico nel Medioevo\u00bb (5 voll., 1840) e ancora \u00abSullo spirito antipapale che produsse la Riforma e sulla sua segreta influenza ch&#8217;esercit\u00f2 nella letteratura d&#8217;Europa e specialmente d&#8217;Italia, come risulta da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio\u00bb (1823).<\/p>\n<p>Rossetti vuol dimostrare che, al tempo di Dante, esisteva fra il popolo e fra le persone colte uno spirito antipapale largamente diffuso, e che non solo Dante, ma anche gli stilnovisti e, poi, Petrarca e Boccaccio condividevano in pieno tali sentimenti, sia pur in una prospettiva interna alla cristianit\u00e0. Tuttavia la durezza con cui la Chiesa perseguitava i propri oppositori e ogni forma d&#8217;eresia, culminata nella crociata contro gli Albigesi del 1208-29 e negli eccidi condotti da Simone di Montfort, aveva indotto a una maggiore prudenza gli oppositori del papato. Di qui la necessit\u00e0 di un linguaggio criptico, allegorico e anagogico, che potesse venire inteso dagli affiliati ma il cui senso sfuggisse all&#8217;occhio vigile dell&#8217;Inquisizione.<\/p>\n<p>Insomma, Dante cercava, con la sua opera, di favorire un potente rinnovamento della chiesa cattolica ed era pertanto entrato a far parte di una setta, i \u00abFedeli d&#8217;Amore\u00bb, i cui seguaci fingevano di sospirare per delle donne angelicate (la Beatrice di Dante, la Laura di Petrarca, la Fiammetta di Boccaccio), che simboleggiavano i loro ideali politico-religiosi. Servendosi di un lessico particolare, detto \u00abdella Gaia Scienza\u00bb, e simulando l&#8217;amor platonico per altrettante donne, questi poeti (e i trovatori provenzali prima di loro), avevano fatto propria un&#8217;antichissima sapienza segreta, o meglio la tradizione di una sapienza occulta risalente agli antichi Egiziani e ai Greci e proseguita dai manichei, dai patarini e dai poeti siciliani della corte di Federico II.<\/p>\n<p>Rossetti identifica quindi Beatrice con la filosofia e sostiene che Dante, nel suo poema, sotto la forma della dottrina cattolica esprime una filosofia essenzialmente pitagorica; e accentua al massimo, per la natura stessa della sua interpretazione di Dante, il valore di un&#8217;esegesi imperniata sull&#8217;allegoria fin nei singoli versi, parole e sillabe, non solo della &quot;Commedia&quot; ma della &quot;Vita nova&quot; (l&#8217;espressione &quot;Fedeli d&#8217;Amore&quot; ricorre pi\u00f9 volte in quest&#8217;ultima, a partire dal sonetto &quot;A ciascun&#8217;alma&quot;, III, 10-12), esponendosi cos\u00ec alla critica di voler forzare il testo dantesco: e tuttavia supportando le proprie convinzioni con un bagaglio imponente di studi cui dedic\u00f2 quasi l&#8217;intera sua vita.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 abbiamo avuto occasione di dire, il Valli riprende questo schema di massima, distanziandosi per\u00f2 dal Rossetti nell&#8217;interpretazione dei contenuti specifici, dottrinali e politici, della setta dei Fedeli d&#8217;Amore; che, secondo lui, sarebbero stati non gi\u00e0 di natura eretica, neopitagorica e ghibellina, ma di radicale riforma cattolica.<\/p>\n<p>Se si ammette la giustezza, o almeno la forte probabilit\u00e0, che una tale setta sia realmente esistita (ci\u00f2 che, appunto, gli studiosi accademici negano recisamente), allora le ragioni addotte dal Valli per attribuire a Dante la paternit\u00e0 del \u00abFiore\u00bb appaiono di tutto rispetto; anzi, diciamolo pure, decisamente solide. E, al loro confronto, le argomentazioni di due studiosi come il Parodi e il D&#8217;Ovidio escono piuttosto malconce: le prime per il rifiuto pregiudiziale di prendere sul serio un&#8217;opera come il \u00abFiore\u00bb e per il rifiuto, altrettanto pregiudiziale, di ammettere che Dante possa aver indugiato nella composizione di un&#8217;opera sconcia e insulsa; le altre, per la pretesa di fare della \u00abDivina Commedia\u00bb una sorta di riparazione morale del Sommo poeta nei confronti di un vergognoso \u00abpeccato\u00bb di giovent\u00f9 quale, appunto, sarebbe stato il \u00abFiore\u00bb.<\/p>\n<p>Il guaio \u00e8 che, appunto, mancando l&#8217;assenso di quasi tutti gli studiosi accademici intorno alla tesi della setta segreta dei Fedeli d&#8217;Amore (come testimonia anche l&#8217;articolo dedicato a tale \u00abvoce\u00bb dalla \u00abEnciclopedia Dantesca\u00bb), viene a cadere anche quella sua variante che \u00e8 costituita dalla interpretazione del \u00abFiore\u00bb come un&#8217;opera seria, serissima, e quindi attribuibile a Dante senza alcuna remora o imbarazzo; talmente seria da essere stata concepita e scritta proprio per circolare, con discrezione e cautela, all&#8217;interno di una cerchia ristretta &#8211; e, soprattutto, fidata &#8211; di lettori, che condividevano gli intenti nascosti dell&#8217;autore.<\/p>\n<p>Ma tant&#8217;\u00e8: l&#8217;establishment culturale italiano, quando si \u00e8 arroccato su determinate posizioni, non \u00e8 disposto a schiodarsi da esse magari per secoli, fino all&#8217;avvento del prossimo paradigma scientifico, che rimetter\u00e0 ogni cosa in discussione.<\/p>\n<p>Chi vivr\u00e0, vedr\u00e0.<\/p>\n<p>Forse quel nuovo paradigma si sta gi\u00e0 delineando, ma lorsignori non se ne sono ancora accorti. Essi continuano a far studiare Dante, a milioni di studenti, alla vecchia maniera, edulcorandone il messaggio ad uso e consumo non della verit\u00e0 e dell&#8217;intelligenza, ma delle pigre abitudini dei professori di liceo e dei docenti universitari: gente in apparenza mite e tutta assorta nel mondo della poesia; ma, in realt\u00e0, rancorosa e vendicativa. 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