{"id":26850,"date":"2015-07-29T02:25:00","date_gmt":"2015-07-29T02:25:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/lucrezio-vuole-liberare-luomo-dalla-paura-della-morte-ma-ci-riesce\/"},"modified":"2015-07-29T02:25:00","modified_gmt":"2015-07-29T02:25:00","slug":"lucrezio-vuole-liberare-luomo-dalla-paura-della-morte-ma-ci-riesce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/lucrezio-vuole-liberare-luomo-dalla-paura-della-morte-ma-ci-riesce\/","title":{"rendered":"Lucrezio vuole liberare l\u2019uomo dalla paura della morte: ma ci riesce?"},"content":{"rendered":"<p>Afferma Lucrezio nel \u00abDe rerum natura\u00bb (III, 830-1): \u00abNil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, \/ quandoquidem natura animi mortalis habetur\u00bb: nulla dunque \u00e8 la morte per noi, n\u00e9 ci riguarda affatto, dal momento che sappiamo la natura dell&#8217;anima essere mortale; ed \u00e8 il cuore del poema, in tutti i sensi, e la sintesi dell&#8217;aspetto che pi\u00f9 premeva diffondere, al poeta latino, della filosofia di Epicuro: sconfiggere la paura della morte.<\/p>\n<p>Lucrezio \u00e8 un poeta gigantesco, uno dei pi\u00f9 grandi dell&#8217;umanit\u00e0 in assoluto: alcuni suoi versi hanno una potenza drammatica e una originalit\u00e0 creativa che possono essere accostate solo a quelle di Dante; ma \u00e8 anche un grande filosofo? E la dottrina epicurea, che egli si propone di bandire agli uomini come rimedio contro i mali della vita, e specialmente contro il pi\u00f9 grave di tutti, la paura della morte, pu\u00f2 dirsi realmente raggiunto, anche solo in maniera approssimata? \u00c8 sufficiente, per placare l&#8217;angoscia della morte, dire agli uomini che essa non ci riguarda, perch\u00e9 fino a quando ci siamo noi, essa \u00e8 lontana, e quando essa, invece, \u00e8 arrivata, noi gi\u00e0 non ci siamo pi\u00f9? E dire loro che nulla devono temere, ma anche nulla devono sperare, dagli dei, i quali, beati nei loro &quot;intermundia&quot;, di ben altro si stanno occupando, che non del nostro bene o del nostro male? \u00c8 capace di ridare serenit\u00e0 all&#8217;anima una dottrina che sa solo ricordare all&#8217;uomo la sua solitudine, la sua fragilit\u00e0, il fatto che egli nasce e muore per caso, perch\u00e9 il mondo non \u00e8 fatto per lui, e, se egli si trova a viverci, ci\u00f2 non si deve n\u00e9 alla provvidenza, n\u00e9 ad un qualsiasi progetto superiore, ma soltanto e unicamente a un fato imperscrutabile, capriccioso e, non di rado, maligno?<\/p>\n<p>Ma soprattutto: \u00e8 tale da conferire all&#8217;anima la serenit\u00e0, anzi, addirittura la felicit\u00e0, una dottrina basata sul dogma della mortalit\u00e0 dell&#8217;anima, sulla definitiva e totale estinzione dell&#8217;essere umano per mezzo della morte, sulla assoluta vanit\u00e0 di qualunque speranza, di qualunque aspettativa riguardo a una vita futuro e quindi, anche, di qualunque idea di premio e di castigo, di godimento o di sofferenza ultraterreni?<\/p>\n<p>La paura della morte: la molla principale che ha indotto Lucrezio a farsi banditore del Verbo epicureo, presentando Epicuro come un vero e proprio salvatore dell&#8217;umanit\u00e0, anzi, come qualche cosa pi\u00f9 che un semplice uomo, quasi un essere di natura superiore. Lucrezio vuole distruggere la religione, da lui ritenuta semplice superstizione, e mostrare all&#8217;uomo, in maniera assolutamente razionale, quello che pu\u00f2 e quello che non pu\u00f2 aspettarsi dalla vita: dice di volerlo fare per liberarlo dalla peggiore delle schiavit\u00f9, la paura di dover morire, che lo riempie di sgomento (e, da come ne parla, si direbbe che tale sgomento sia particolarmente il suo: che egli voglia, dunque, rassicurare e rasserenare soprattutto se stesso: senza, peraltro, riuscirci troppo, visto che l&#8217;intero poema si chiuda con una scena addirittura spaventosa: la peste di Atene).<\/p>\n<p>Scrive a questo proposito Angelo Roncoroni (in: A. Roncoroni e altri, \u00abDocumenta humanitatis. Autori, generi e temi della letteratura latina\u00bb, Milano, Carlo Signorelli Editore, 2006, vol. 1, tomo A, pp. 405-6):<\/p>\n<p>\u00abDopo la superstizione, la paura della morte \u00e8 uno dei principali ostacoli al conseguimento della felicit\u00e0. Ma si tratta di una paura istintiva e vana, fondata sulla presunzione irrazionale che qualche parte dell&#8217;uomo possa sopravvivere alla fine del corpo e subire i castighi dell&#8217;Aldil\u00e0. In realt\u00e0 anche l&#8217;anima, composta da atomi come il corpo, \u00e8 destinata a disgregarsi con esso e pertanto le credenze popolari sulle pene dell&#8217;Oltretomba sono favole diffuse dalla superstizione.<\/p>\n<p>Nella lettera a Meneceo, Epicuro insisteva molto su questo tema, insegnando che la morte comporta assenza di sensazione e perci\u00f2 equivale a un nulla di fatto, come tutto ci\u00f2 di cui non vi \u00e8 percezione. &quot;Abituati a pensare che nulla \u00e8 per noi la morte; poich\u00e9 ogni bene e ogni male \u00e8 nella sensazione, e la morte \u00e8 la privazione di questa [&#8230;]<\/p>\n<p>La preparazione alla morte (la cosiddetta &quot;commentatio mortis&quot;) \u00e8 un tema molto presente nella filosofia antica: basta pensare al &quot;Fedone&quot; platonico e alla forte suggestione che esso ha esercitato sul &quot;Somnium Scipionis&quot; di Cicerone. Secondo il misticismo orfico-pitagorico accolto da Platone, l&#8217;anima \u00e8 stata rinchiusa per punizione nel carcere del corpo e aspira a ritornare alla vera felicit\u00e0 nel mondo iperuranio delle pure essenze: la vita del saggio \u00e8 dunque una lunga preparazione alla morte, cio\u00e8 al momento della rinascita a vera vita. Gli fa eco il &quot;Somnium Scipionis&quot;: &quot;i vivi sono quest che volarono via dalle catene de corpo come da un carcere, invece quella che voi chiamate vita p\u00e8 morte&quot; (par. 6).<\/p>\n<p>La posizione di Lucrezio, come si evince dai primi due brani del presente discorso, \u00e8 diametralmente opposta. Egli sradica la paura istintiva del morire affrontandola razionalmente, e prospettandola come assenza di sensibilit\u00e0, nei corretti termini della scuola epicurea. In considerazione di tutto ci\u00f2, bisogna vivere piacevolmente per poi affrontare una morte serena secondo l&#8217;immagine lucreziana e oraziana del commensale sazio che recede dal banchetto della vita.<\/p>\n<p>L&#8217;ampio spazio dedicato alla peste di Atene pu\u00f2 per\u00f2 far nascere l&#8217;impressione che Lucrezio non avesse definitivamente risolto il problema: la collocazione di questa parte proprio a conclusione del poema \u00e8 interpretata da alcuni come una sorta di danza macabra. Questa impressione, supportata da un blocco di 150 versi sovraccarichi di immagini di morte, svanisce per\u00f2 se si contestualizza la trattazione della peste di Atene in un libro dedicato alla spiegazione dei fenomeni atmosferici. Anche le epidemie, infatti, rientrano nei fenomeni atmosferici, in quanto sono determinate da atomi infetti che contaminano l&#8217;aria: dunque, postulare un intervento divino dietro un fenomeno che si spiega in termini di atomi non \u00e8 che un&#8217;ulteriore forma di superstizione.<\/p>\n<p>Avranno avuto successo Epicuro e il suo discepolo Lucrezio nel loro tentativo davvero titanico di vincere la paura della morte? Non ci \u00e8 possibile dirlo. In ogni caso, ci\u00f2 che non dobbiamo fare \u00e8 applicare agli antichi le nostre categorie di sensibilit\u00e0 e di pensiero. Lungo questa strada, infatti, \u00e8 facile attribuire a Lucrezio un pessimismo e un&#8217;angoscia quasi moderni, che accompagnerebbero la sua incapacit\u00e0 di penetrare a fondo il mistero dell&#8217;infinito, dell&#8217;eterno e dell&#8217;inconscio (significative in tal senso sarebbero appunto le frequenti e cupe immagini di morte, male e stoltezza). \u00c8 questa l&#8217;interpretazione di Luciano Perelli (&quot;Lucrezio poeta dell&#8217;angoscia&quot;, La Nuova Italia, Firenze, 1969) che ravvisa, tra l&#8217;altro, nella descrizione della peste a conclusione del &quot;De rerum natura&quot; una sorta di &quot;trionfo della morte&quot; in contrasto con l&#8217;ortodossia epicurea, di matrice decisamente ottimista.<\/p>\n<p>\u00c8 merito di Charles Segal (&quot;Angoscia e morte nel De rerum natura&quot;, trad. it., Il Mulino, Bologna, 1998) avere interpretato l&#8217;insistente presenza di temi dell&#8217;angoscia e della morte come un aspetto della sensibilit\u00e0 di Lucrezio per il corporeo, in base alla quale immagini di corruzione e distruzione del corpo sono indice della pi\u00f9 universale distruzione dei mondi e del perenne disfarsi e ricomporsi della materia, e quindi parte integrante della vita quotidiana. Segal presenta cos\u00ec il messaggio lucreziano come il tentativo di dissipare il timore della morte e di indicare agli uomini la strada verso la felicit\u00e0 (op. cit., pp. 272-3): &quot;Per i contemporanei di Lucrezio, la &#8216;pallida Mors&#8217; che batte alle porte (Orazio, Carm. I, 4) si presenta assai meno come uno straniero, di quanto faccia per gli uomini e le donne di oggi. Noi contemporanei rifiutiamo ostinatamente la morte confinandola all&#8217;invisibilit\u00e0 dietro le quinte degli ospedali e delle case di cura, ma l&#8217;ammettiamo nella nostra quasi quotidiana dieta di televisione e di film, eppure questa banalizzazione della morte nei mass-media \u00e8 una forma ancora pi\u00f9 sottile di rifiuto. Il rimosso ritorna, spesso con sanguinoso sadismo, ma ai margini della realt\u00e0, spesso come fantasia e incubo (nei film horror). [&#8230;] Nella maggior parte delle societ\u00e0 precedenti la nostra, l&#8217;avvicinarsi della morte era un&#8217;esperienza socialmente riconosciuta; e il processo di morte, tanto per la vittima che per i superstiti, era attentamente organizzato con rituali, riunioni familiari, lettura del testamento, confessioni, preghiere, lamentazioni, e simili. La morte era sentita come parte organica della vita.\u00bb<\/p>\n<p>Vero, verissimo che il mondo moderno ha deciso di ignorare la morte, salvo poi dover fare i conti con il suo &quot;ritorno&quot; dalle profondit\u00e0 dell&#8217;inconscio, mentre le societ\u00e0 pre-moderne non avevano problemi a guardarla in faccia. Ma \u00e8 proprio vero che questo basta a spiegare l&#8217;atteggiamento di Lucrezio, la sua angosciosa preoccupazione di tranquillizzare noi, ma probabilmente soprattutto se stesso, nei confronti della sua paura? \u00c8 proprio vero che, in una prospettiva materialista e sensista, la morte ha smesso di fare paura, dato che l&#8217;uomo nulla deve pi\u00f9 aspettarsi e niente deve pi\u00f9 sperare, o temere, da essa? O non \u00e8 forse vero il contrario: che una tale scienza &#8212; la scienza degli atomi &#8212; lo lascia solo e disperato, di fronte a un problema pi\u00f9 grande di lui, che egli non sa risolvere, ma che non pu\u00f2 ignorare, perch\u00e9 coinvolge tutto il suo essere e non solo la sua parte strettamente razionale, e dalla cui risposta dipendono l&#8217;intero orientamento della sua vita, l\u00ec&#8217;orizzonte dei suoi valori, il significato del suo esserci?<\/p>\n<p>E, anche se cos\u00ec fosse: \u00e8 proprio vero che la morte, privata del pungiglione della paura, smette di essere una domanda decisiva per l&#8217;uomo? O non \u00e8 forse vero il contrario: che la morte, e la morte soltanto, con la certezza del suo terribile annullamento, conferisce un valore ed un senso al nostro esistere, e ci spinge a vivere bene, non soltanto nella prospettiva dell&#8217;immanenza, ma socchiudendoci altres\u00ec, quanto meno come ipotesi significativa e infinitamente affascinante, la prospettiva dell&#8217;eternit\u00e0? In altre parole: avrebbe lo stesso valore, per noi, la nostra vita, se arrivassimo a ignorare del tutto il problema che la morte ci pone: problema di senso e di valori, come abbiamo detto, e non solamente di paura o d&#8217;indifferenza?<\/p>\n<p>Fra gli studiosi di Lucrezio, ve ne sono alcuni che ritengono essere riuscito in pieno, il poeta latino, a bandire dall&#8217;animo umano la paura della morte, proprio mostrando la mortalit\u00e0 dell&#8217;anima umana e, dunque, l&#8217;insensatezza di preoccuparsi del suo destino dopo la morte. Fra questi, citiamo, a titolo di esempio, Remo e Raffaele Giomini, i quali, nella \u00abAntologia lucreziana\u00bb da loro curata (Torino, Casa Editrice G. PB. Petrini, 1962, p. 153) affermano, a mo&#8217; di conclusione sul famoso passo del III libro dal quale eravamo partiti:<\/p>\n<p>\u00abLa morte insomma, distruggendo l&#8217;intima fusione fra corpo e anima di cui ogni individuo \u00e8 costituito come essere pensante e capace, quindi, di provare dei sentimenti, distrugge in ciascuno di noi anche la possibilit\u00e0 di soffrire, in quanto, perch\u00e9 il soffrire si attui, \u00e8 necessario che vi sia colui nel quale le sofferenze possano concretizzarsi.<\/p>\n<p>Il centro del problema \u00e8 qui, in questo annullamento assoluto dell&#8217;individuo: in questa distruzione completa dell&#8217;essere, la quale fa s\u00ec che, nella morte, e a maggior ragione, al di l\u00e0 di essa, non vi sia alcun male perch\u00e9 &quot;non pu\u00f2 essere oggetto di travaglio chi pi\u00f9 non esiste&quot; (v. 866). Per giungere a questa conclusione, senza dubbio il culmine del pensiero filosofico epicureo, Lucrezio ha costruito con insolita vigoria lo schema del suo ragionamento, , e lo ha condotto, attraverso la logica catena delle deduzioni alla meta ultima, ove ha fissato &#8212; in un verso possente &#8212; l&#8217;immagine della &quot;mors immortalis&quot;: tutto perisce e dovr\u00e0 finire; solo la morte non avr\u00e0 mai fine, una volta che da essa siamo stati distrutti. A che dunque preoccuparsi dell&#8217;oltretomba, ove non potremo andare poich\u00e9 pi\u00f9 non saremo? A che temerne il buio e i tormenti, noi ai quali la morte avr\u00e0 tolto ogni capacit\u00e0 di percepire?<\/p>\n<p>L&#8217;angoscia sorgente nell&#8217;uomo di fronte al mistero dell&#8217;al di l\u00e0 \u00e8 cos\u00ec risolta: nulla c&#8217;\u00e8 oltre la morte,e quel che noi ne pensiamo, e che tanto ci atterrisce, \u00e8 frutto della nostra fantasia. Se la lotta di Epicuro contro la &quot;religio&quot; aveva levato l&#8217;uomo sino alla divinit\u00e0, la sua vittoria sulla morte lo ha reso libero, dandogli per sempre misura e dignit\u00e0 umana.\u00bb<\/p>\n<p>Ma \u00e8 proprio vero? \u00e8 proprio vero che l&#8217;uomo pu\u00f2 innalzarsi fino a divenire il Dio di se stesso? Ed \u00e8 proprio vero che questo Dio mortale non teme pi\u00f9 la morte, avendone dimostrato l&#8217;impero universale? Se fosse vero che l&#8217;ultima parola \u00e8 quella della morte, donde verrebbe a noi l&#8217;essere: a noi, e alle cose tutte? Possibile che sia tutto un gioco, una beffa, una ironia? Che l&#8217;essere sia dato al mondo solo perch\u00e9 la morte lo distrugga continuamente? E questo pensiero, sarebbe un pensiero rasserenante? Questa, la pi\u00f9 alta forma di saggezza, la pi\u00f9 compiuta filosofia che l&#8217;uomo possa elaborare, e a cui possa affidarsi per placare la propria inquietudine e la propria angoscia?<\/p>\n<p>Misera saggezza sarebbe codesta, ridotta, in buona sostanza, alla constatazione del fenomeno &quot;vita&quot; come qualcosa di puramente biologico, anzi, di puramente fisico, atomico. Finisce l&#8217;unione degli atomi, finisce la vita, e l&#8217;anima si dissolve. Ma questo, \u00e8 proprio dimostrato? Che l&#8217;anima sia di natura materiale, chi lo dice? Chi lo potrebbe provare? E, se questo non \u00e8 possibile, che cosa conferisce ad Epicuro tanta sicurezza nell&#8217;affermarlo; che cosa autorizza in Lucrezio tanta convinzione, tanta voglia di diffondere la dottrina?<\/p>\n<p>Se il Cristianesimo \u00e8 la religione della vita, della resurrezione, della sconfitta della morte (come dice San Paolo in quel famoso versetto della Prima Lettera ai Corinzi), allora l&#8217;Epicureismo \u00e8 la religione della morte, della dissoluzione, della sconfitta: per Epicuro &#8211; e per Lucrezio &#8212; le ragioni della vita sono deboli, quelle della morte sono forti, fortissime: al punto che tutto diventa morte, che ogni cosa viene vinta e distrutta dalla morte, dalla pi\u00f9 piccola alla pi\u00f9 grande. Questo \u00e8, di fatto, un nichilismo radicale: la negazione del senso dell&#8217;essere; la riduzione dell&#8217;essere a zimbello del suo contrario, il non essere, l&#8217;annientamento completo e definitivo.<\/p>\n<p>Davvero questo pensiero \u00e8 rasserenante, come vorrebbero Epicuro e Lucrezio? Davvero questo pensiero \u00e8 suscettibile di liberare gli uomini dalla paura e di emanciparli dai lacci di credenze superstiziose e irrazionali? L&#8217;Epicureismo, dunque, \u00e8 anche uno scientismo esasperato: esso fa dipendere tutto, etica compresa, dalla teoria atomistica, negando che vi siano altre interpretazioni della realt\u00e0, altre forme di conoscenza diverse da quella atomistica. Esso \u00e8 anche un razionalismo totalitario, perch\u00e9 riserva al ragionamento scientifico l&#8217;unica possibile garanzia di verit\u00e0 e relega nell&#8217;immondezzaio delle credenze fallaci e superstiziose tutte le dottrine che facciano riferimento a un al di l\u00e0, alla metafisica, al divino, riducendole, implicitamente, al livello dei timori delle vecchiette e alle credenze del volgo analfabeta. Infine, \u00e8 una dottrina aristocratica e quasi gnostica, perch\u00e9 si pone come dottrina capace di persuadere solo gli amanti della filosofia, e dalla quale restano perci\u00f2 esclusivi, inevitabilmente, tutti i comuni esseri umani, troppo impegnati nel lavoro e nelle cure familiari per dedicarsi allo studio e alla speculazione filosofica. Come semi-gnosticismo, l&#8217;Epicureismo non afferma che il mondo \u00e8 male, per\u00f2 dichiara che esso \u00e8 radicalmente transitorio, anzi, effimero, e che null&#8217;altro che il mondo materiale esiste: dunque, che il mondo \u00e8 destinato alla dissoluzione e al nulla, non esistendo alcun principio spirituale autonomo, nessuna forma di essere che non sia ente caduco e mortale. Con il che si torna al nichilismo e alla dottrina del nulla eretta alla dignit\u00e0 di unico sapere possibile e di unica saggezza degna di questo nome.<\/p>\n<p>Di nuovo, domandiamo: sono queste le idee, sono queste le convinzioni che possono assicurare e conservare la voglia di vivere, nei singoli uomini cos\u00ec come nella societ\u00e0 tutta; che possono dare almeno una ragione a dei genitori per mettere al mondo dei figli, e almeno una ragione ai figli per stare accanto ai genitori anziani, inabili, sofferenti? Non saranno, fatalmente, queste teorie, l&#8217;anticamera del ricorso sistematico alle pratiche abortive e a quella dell&#8217;eutanasia? Se la vita non corre verso altra meta che la morte, a che scopo perpetuarla, sostenerla, proteggerla? A che scopo credere in essa? A che scopo, soprattutto, credere in essa, credere nel futuro, credere nel futuro delle prossime generazioni?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Afferma Lucrezio nel \u00abDe rerum natura\u00bb (III, 830-1): \u00abNil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, \/ quandoquidem natura animi mortalis habetur\u00bb: nulla dunque \u00e8<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[119,127,221],"class_list":["post-26850","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-dottrina","tag-epicuro","tag-platone"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26850","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26850"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26850\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26850"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26850"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26850"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}