{"id":26849,"date":"2008-07-09T01:36:00","date_gmt":"2008-07-09T01:36:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/07\/09\/rileggendo-lucrezio-luomo-e-un-assurdo-gettato-a-caso-in-attesa-del-nulla\/"},"modified":"2008-07-09T01:36:00","modified_gmt":"2008-07-09T01:36:00","slug":"rileggendo-lucrezio-luomo-e-un-assurdo-gettato-a-caso-in-attesa-del-nulla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/07\/09\/rileggendo-lucrezio-luomo-e-un-assurdo-gettato-a-caso-in-attesa-del-nulla\/","title":{"rendered":"Rileggendo Lucrezio: l&#8217;uomo \u00e8 un assurdo gettato a caso in attesa del nulla ?"},"content":{"rendered":"<p>Tito Lucrezio Caro, sulle orme di Epicuro &#8211; da lui ammirato e venerato quasi come un Dio &#8211; era profondamente persuaso che l&#8217;uomo, come del resto ogni altro vivente e come ogni altra cosa, non sia il risultato di un piano provvidenziale degli dei &#8211; i quali, beati, vivono negli <em>intermundia<\/em>, senza curarsene affatto -, ma un prodotto casuale di atomi: nato dal caso e destinato a scomparire senza residui, anche l&#8217;anima essendo di natura mortale.<\/p>\n<p>Che il mondo <em>non possa<\/em> essere governato dagli dei, Lucrezio lo dice con estrema chiarezza nel libro secondo del <em>De rerum natura<\/em> (versi 1.090-1.104):<\/p>\n<p><em>Quae bene cognita, si teneas, natura videtur<\/em><\/p>\n<p><em>libera continuo, dominis privata superbis,<\/em><\/p>\n<p><em>ipsa sua per se sponte omnia dis agere expers.<\/em><\/p>\n<p><em>Nam pro sancta deum tranquilla pectora pace<\/em><\/p>\n<p><em>Quae placidum degunt aevum vitamque serenam,<\/em><\/p>\n<p><em>quis regere immensi summam, quis habere profundi<\/em><\/p>\n<p><em>indu manu validas potis est moderanter habenas,<\/em><\/p>\n<p><em>quis pariter caelos omnis convertere et omnis<\/em><\/p>\n<p><em>ignibus aetheriis terras suffire feraces,<\/em><\/p>\n<p><em>omnibus inve locis esse omni tempore praesto,<\/em><\/p>\n<p><em>nubibus ut tenebras faciat caelique serena<\/em><\/p>\n<p><em>concutiat sonitu, tum fulmina mittat et aedes<\/em><\/p>\n<p><em>saepe suas disturbet et in deserta recedes<\/em><\/p>\n<p><em>saeviat exercens telum quod saepe nocentes<\/em><\/p>\n<p><em>praeterit exanimatque indignos inque merentes?<\/em><\/p>\n<p>Per la traduzione, ci serviamo qui della edizione del <em>De rerum natura<\/em> a cura di Francesco Vizioli (Newton &amp; Compton, Roma, 2000, pp. 141-43):<\/p>\n<p><em>Solo cos\u00ec pensando noi potremo comprendere<\/em><\/p>\n<p><em>che la natura, affrancata da qualsivoglia padrone,<\/em><\/p>\n<p><em>pu\u00f2 sempre agire da sola senza un dio che intervenga.<\/em><\/p>\n<p><em>Se pensiamo agli dei, che sono sempre sereni,<\/em><\/p>\n<p><em>ed al ritmo tranquillo che guida la loro esistenza<\/em><\/p>\n<p><em>quale regger\u00e0 il mondo con polso fermo e sicuro<\/em><\/p>\n<p><em>governando il timone di questo intero universo?<\/em><\/p>\n<p><em>Quale divina persona sapr\u00e0 far muovere i cieli<\/em><\/p>\n<p><em>e riscaldare col sole tanti terreni feraci,<\/em><\/p>\n<p><em>pronto sempre e dovunque ad interventi solleciti,<\/em><\/p>\n<p><em>oscurando di nubi il cielo quando \u00e8 sereno,<\/em><\/p>\n<p><em>scatenandovi il tuono e lanciando la folgore<\/em><\/p>\n<p><em>perfino sui propri templi? E che sappia lanciare<\/em><\/p>\n<p><em>in tal modo i suoi strali, anche se spesso non colgono<\/em><\/p>\n<p><em>i bersagli malvagi ma solo colpiscono i buoni?<\/em><\/p>\n<p>Lucrezio \u00e8 una natura pensosa, addirittura tragica. Nel suo ateismo &#8211; ch\u00e9 l&#8217;immagine degli dei beati ed estranei alle umane vicende non \u00e8 che una concessione alla religiosit\u00e0 del tempo, ma il cuore del suo sistema \u00e8 decisamente ateistico &#8211; non ha nulla della cinica e scanzonata facondia di un Luciano di Samosata. Lucrezio dichiara di aver trovato pace e serenit\u00e0 nella filosofia epicurea, e un tale dono egli vorrebbe elargire ai propri lettori; ma \u00e8 facile accorgersi che in lui non vi \u00e8 serenit\u00e0, n\u00e9 pace, ma l&#8217;intimo rovello di un animo religioso che non si rassegna &#8211; come quello di Leopardi &#8211; alle fredde e desolanti verit\u00e0 che la pura ragione gli addita.<\/p>\n<p>Sia come sia, Lucrezio sostiene &#8211; adoperando il tipico ragionamento epicureo &quot;a rovescio&quot; &#8211; che proprio l&#8217;immensa complessit\u00e0 del cosmo non ammette che un dio possa, da solo, provvedervi costantemente; o che, se pure il dio lo potesse fare, ci\u00f2 gli impedirebbe di vivere sereno, costringendolo ad immergersi in mille preoccupazioni legate alle cose terrene.<\/p>\n<p>Naturale conseguenza di questo ateismo <em>pratico<\/em> &#8211; gli dei ci sono, ma, per l&#8217;uomo, \u00e8 come se non ci fossero &#8211; \u00e8 la convinzione che il mondo non possa essere fatto per gli uomini; e che, anzi, l&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;essere pi\u00f9 misero dell&#8217;intero universo. Egli, infatti, sin dalla nascita, \u00e8 debole e bisognoso di tutto; mentre le fiere sono molto pi\u00f9 adatte di lui ad affrontare la fame, il caldo, il freddo e i pericoli di cui \u00e8 fatta la condizione dei viventi (libro quinto, versi 195-234).<\/p>\n<p>Come scriveva il latinista Luciano Perelli nel suo commento al <em>De rerum natura<\/em> (S. Lattes &amp; C. Editori, Torino, 1981, pp. 175-176):<\/p>\n<p><em>Lucrezio combatte l&#8217;opinione degli stoici che una Provvidenza divina governi il mondo, e che esso sia stato creato dalla Provvidenza stessa nel modo migliore per l&#8217;uomo, e quasi posto al suo servizio. L&#8217;evidenza stessa delle cose prova il contrario: vediamo infatti che monti e foreste selvagge, mari e paludi rendono inabitabile gran parte della terra, due terzi della quale, la zona glaciale e la zona torrida, non consentono vita umana. E l\u00e0 dove vive l&#8217;uomo, la terra deve essere lavorata con fatica assidua perch\u00e9 dia ci\u00f2 che \u00e8 necessario al sostentamento, e la siccit\u00e0, il gelo o la tempesta possono vanificare questa fatica. Perch\u00e9 poi la natura fa crescere le fiere ostili all&#8217;uomo? Perch\u00e9 le malattie e le morti precoci? Fin dalla nascita l&#8217;uomo \u00e8 bisognoso di tutto, di protezione e di aiuto, degli alimenti che da solo non sa procurarsi, delle cure e dei vezzi della nutrice; il suo vagito \u00e8 un lugubre presagio dell&#8217;infelicit\u00e0 di tutta a vita. Le stirpi animali invece crescono e prosperano con ci\u00f2 che offre loro la natura, non abbisognano di vestiti, di armi e di mura, e perci\u00f2 sono tanto pi\u00f9 felici dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p><em>Su questo passo, di un pessimismo leopardiano avanti lettera, molto si discute per decidere se esso rispecchi la dottrina di Epicuro oppure rappresenti un tradimento del discepolo al pensiero del maestro. Nonostante il tentativo fatto dal Bignone, imitato, o meglio creduto ciecamente da molti altri, di dimostrare la sostanziale fedelt\u00e0 del passo ai principi dell&#8217;Epicureismo, esso \u00e8 da ritenersi una digressione personale del poeta, che alla negazione della Provvidenza ordinatrice del cosmo, negazione tratta da Epicuro, aggiunge argomentazioni pessimistiche tratte da altri pensatori. In particolare \u00e8 da escludere che Epicuro affermasse l&#8217;inferiorit\u00e0 naturale dell&#8217;uomo in confronto agli animali e del resto Lucrezio stesso contraddir\u00e0 a questa opinione nel corso del libro quinto, l\u00e0 dove egli seguir\u00e0 pi\u00f9 da vicino Epicuro. Paradossalmente, anzich\u00e9 seguire il positivismo ottimistico di Epicuro, Lucrezio qui accoglie le tesi di filosofi a tendenza mistica che presentano la vita terrena come sofferenza ed espiazione, il corpo come punizione ed un segno della colpa, ed assegnano all&#8217;anima umana un destino trascendente; evidenti analogie col passo lucreziano si trovano infatti in Empedocle, nel sofista Prodico di Ceo, nel dialogo pseudoplatonico<\/em> Assioco<em>,<\/em> <em>e in Carneade, il quale si vale di queste argomentazioni a puro titolo polemico contro gli Stoici; per una pi\u00f9 ampia trattazione dell&#8217;argomento rimando al mio saggio<\/em> Lucrezio contro Epicuro in V, 1952-234<em>, in<\/em> Riv. fil. class.<em>, 1961, pp. 239-282.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;infelicit\u00e0 umana apparir\u00e0 altrove, nel finale del libro, come dovuta in gran parte a colpa dell&#8217;uomo stesso; qui invece \u00e8 proprio la condizione naturale dell&#8217;uomo che lo rende misero e infelice, ed esso ci appare come un essere reietto dalla natura, costretto a vivere a lottare in un ambiente ostile, zimbello delle forze immense e crudeli che lo soverchiano. E questa miseria dell&#8217;uomo non viene circonfusa di piet\u00e0, ma investita dal disprezzo e dallo scherno del poeta. C&#8217;\u00e8 una violenza polemica, un&#8217;acredine rabbiosa contro il genere umano ed i suoi ottimisti laudatori, che non riesce a trasformarsi tutta in poesia. Forse \u00e8 il confronto col ritmo serenamente astrale e con la purezza malinconica del<\/em> Canto Notturno <em>leopardiano, per tanti rispetti affine, che ci desta questa impressione; del resto anche la<\/em> Ginestra <em>ha la sua parte polemica, sarcastica, e per questo men viva. Ma pure il cumulo delle argomentazioni e delle domande che sembrano voler flagellare ed annullare l&#8217;uomo con una sorta di sadico compiacimento di autodistruzione, raggiunge una sua forza espressiva, tanto pi\u00f9 che si associa costantemente all&#8217;immagine di una natura grandiosa e sconfinata, indifferente alle ansie dei piccoli mortali, che essa domina dall&#8217;alto delle sue solitudini o delle sue collere terribili. Soggiogato ed affascinato dall&#8217;onnipotenza della natura, l&#8217;uomo Lucrezio non lamenta come Leopardi la sua crudelt\u00e0, ma non attaccala stolta superbia degli uomini che pretendono di essere il centro dell&#8217;universo, mentre non sono che vermi. E dalla parte polemica si stacca l&#8217;immagine lugubre, tintorettiana, del fanciullo che esce nudo alla luce del giorno, in un orizzonte foco e senza speranza. Il sorriso della natura, madre benigna degli altri animali, a lui \u00e8 negato; l&#8217;uomo \u00e8 un assurdo, uno sbaglio nell&#8217;ordine naturale, \u00e8 come il figlio spurio che sconta una colpa ignota e nasce con un marchio ineliminabile di inferiorit\u00e0 e di dolore.<\/em><\/p>\n<p>Ci sembra che gli argomenti di Luciano Perelli siano sostanzialmente condivisibili e che, nella parte del libro quinto dedicata al posto occupato dall&#8217;uomo nella natura, si possa effettivamente parlare, se non proprio di un tradimento di Lucrezio nei confronti di Epicuro, certo di un suo significativo allontanamento dalla dottrina del pur tanto ammirato maestro. Allontanamento inconsapevole, per quanto ci\u00f2 possa apparire strano, viste le entusiastiche lodi di Epicuro, che \u00e8 presentato da Lucrezio pi\u00f9 che come un semplice umano, quasi come un essere di natura divina, venuto a rischiarare la strada degli uomini che il pensiero della morte e degli dei rischia di sospingere negli oscuri terrori primordiali.<\/p>\n<p>Certo, \u00e8 strano che Lucrezio non si sia reso conto, almeno in apparenza, di quanto la sua concezione dell&#8217;uomo e della vita finisca per discostarsi, pur partendo dalle medesime premesse dell&#8217;atomismo democriteo, da quella di Epicuro; e non solo nei toni &#8211; come pure \u00e8 stato autorevolmente osservato &#8211; ma anche nella sostanza. Il fatto \u00e8 che Lucrezio non possedeva un autentico rigore speculativo; la filosofia, per lui, non era sforzo del pensiero e ardore di autonoma ricerca intellettuale, bens\u00ec una sorta di porto di quiete, ove riposare le stanche membra e rasserenarsi dalla conturbante meditazione sulla infelicit\u00e0 della condizione umana.<\/p>\n<p>La grandezza di Lucrezio non \u00e8 filosofica, ma poetica. Lucrezio \u00e8 stato uno dei poeti pi\u00f9 grandi nella storia dell&#8217;umanit\u00e0: la sua forza espressiva, la sua potenza drammatica, la sua straordinaria capacit\u00e0 di trasmettere vividamente immagini, suoni, atmosfere, passioni e sentimenti ha pochi uguali, non solo nella storia della letteratura latina, ma in quella della poesia di tutti i tempi e paesi. Molti suoi passi esprimono una <em>vis<\/em> epica e scultorea degna in tutto e per tutto del miglior Dante e del miglior Michelangelo.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, i versi in questione, dal secondo libro del <em>De rerum natura<\/em> (195-234):<\/p>\n<p><em>Quod si iam rerum ignorem primordia quae sint,<\/em><\/p>\n<p><em>hoc tamen ex ipsis caeli rationibus ausim<\/em><\/p>\n<p><em>confirmare aliisque ex rebus reddere multis,<\/em><\/p>\n<p><em>nequaquam nobis divinitus esse paratam<\/em><\/p>\n<p><em>naturam rerum: tanta stat praedita culpa.<\/em><\/p>\n<p><em>Principio quantum caeli tegit impetus ingens,<\/em><\/p>\n<p><em>inde avidam partem montes silvaeque ferarum<\/em><\/p>\n<p><em>possedere, tenent rupes vastaeque paludes<\/em><\/p>\n<p><em>et mare quod late terrarum distinet oras.<\/em><\/p>\n<p><em>Inde duas porro prope partis fervidus ardor<\/em><\/p>\n<p><em>adsiduusque geli casus mortalibus aufert.<\/em><\/p>\n<p><em>Quod superest arvi, tamen id natura sua vi<\/em><\/p>\n<p><em>sentibus obducat,ni vis huama resistat,<\/em><\/p>\n<p><em>vitai causa valido consueta bidenti<\/em><\/p>\n<p><em>ingemere et terram pressis proscindere aratris.<\/em><\/p>\n<p><em>Si non fecunda vertentes vomere glebas<\/em><\/p>\n<p><em>terraique solum subigentes cimus ad ortus,<\/em><\/p>\n<p><em>sponte sua nequeant liquidas exsistere in auras;<\/em><\/p>\n<p><em>et tamen interdum magno quaesita labore<\/em><\/p>\n<p><em>cum iam per terras frondent atque omnia florent,<\/em><\/p>\n<p><em>aut nimisis torret fervoribus aetherius sol<\/em><\/p>\n<p><em>aut subiti peremunt imbres gelidaeque pruinae,<\/em><\/p>\n<p><em>flabraque ventorum violento turbine vexant.<\/em><\/p>\n<p><em>Praeterea genus horriferum natura ferarum<\/em><\/p>\n<p><em>humanae genti infestum terraque marique<\/em><\/p>\n<p><em>cur alit atque auget? Cur anni tempora morbos<\/em><\/p>\n<p><em>apportant?Quare mors immatura vagatur?<\/em><\/p>\n<p><em>Tum porro puer, ut saevis proiecta ab undis<\/em><\/p>\n<p><em>navita, nudus humi iacet, infans, indigus omni<\/em><\/p>\n<p><em>vitali auxilio, cum primum in luminis oras<\/em><\/p>\n<p><em>nixibus ex alvo matris natura profudit,<\/em><\/p>\n<p><em>vagituque locum lugubri complet, ut aequumst<\/em><\/p>\n<p><em>cui tantum in vita restet transire malorum.<\/em><\/p>\n<p><em>At variae crescunt pecudes armenta ferraeque<\/em><\/p>\n<p><em>nec crepitacillis opus est nec cuiquam adhibendast<\/em><\/p>\n<p><em>almae nutricis blanda atque infracta loquella<\/em><\/p>\n<p><em>nec varias quaerunt vestes pro tempore caeli,<\/em><\/p>\n<p><em>denique non armis opus est, non moenibus altis,<\/em><\/p>\n<p><em>qui sua tutentur, quando omnibus omnia large<\/em><\/p>\n<p><em>tellus ipsa parit naturaque daedala rerum.<\/em><\/p>\n<p>Ancora la traduzione di Francesco Vizioli (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 259-261):<\/p>\n<p><em>Anche senza sapere come tutto abbia origine,<\/em><\/p>\n<p><em>potremo sempre affermare, solo osservando gli eventi<\/em><\/p>\n<p><em>che accadono in cielo, e molti altri fenomeni,<\/em><\/p>\n<p><em>che ci\u00f2 che vediamo non nasce per un volere divino:<\/em><\/p>\n<p><em>basti pensare, del resto, al male che \u00e8 sparso nel mondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Alludo a quello che accade sotto l&#8217;arco del cielo<\/em><\/p>\n<p><em>ai precipizi rocciosi ed alle oscure foreste<\/em><\/p>\n<p><em>popolate di belve, alle paludi malsane,<\/em><\/p>\n<p><em>alle distese del mare che uniscono rive lontane<\/em><\/p>\n<p><em>e a tante terre del mondo che sono infestate<\/em><\/p>\n<p><em>da un soffocante calore o da un gelo mortale:<\/em><\/p>\n<p><em>la stessa natura, da sola, concederebbe assai poco<\/em><\/p>\n<p><em>di quel che possiede se l&#8217;uomo con il suo sforzo<\/em><\/p>\n<p><em>non riuscisse a carpirlo, e se il bisogno di vivere<\/em><\/p>\n<p><em>non lo spingesse a poggiare col piede sopra l&#8217;aratro.<\/em><\/p>\n<p><em>Se il vomere bene affilato non segna quel solco<\/em><\/p>\n<p><em>con cui si prepara il terreno a ricevere il seme<\/em><\/p>\n<p><em>nessun germoglio cresce a portare i suoi frutti:<\/em><\/p>\n<p><em>re quando poi questi frutti, pure ottenuti a fatica,<\/em><\/p>\n<p><em>sono ben maturati, e lieti adornano i campi<\/em><\/p>\n<p><em>spesso accade che il sole per troppo calore li bruci<\/em><\/p>\n<p><em>o la pioggia li pieghi, cadendo improvvisa e gelata,<\/em><\/p>\n<p><em>o il vento col suo turbinare li trascini lontano.<\/em><\/p>\n<p><em>Come mai si moltiplicano, per le terre e nei mari<\/em><\/p>\n<p><em>moltitudini orrende di tanti animali feroci<\/em><\/p>\n<p><em>che sono nemici dell&#8217;uomo? Perch\u00e9 le stagioni<\/em><\/p>\n<p><em>ci portano le malattie? Perch\u00e9 tanti giovani muoiono?<\/em><\/p>\n<p><em>Ogni bambino che nasce assomiglia ad un naufrago<\/em><\/p>\n<p><em>solo sulla battigia, senza alcuna difesa<\/em><\/p>\n<p><em>che lo aiuti ad esistere dopo il momento nel quale<\/em><\/p>\n<p><em>la natura, forzandolo, lo aveva strappato alla madre:<\/em><\/p>\n<p><em>pu\u00f2 solo farsi sentire con disperati vagiti<\/em><\/p>\n<p><em>che sembrano far presagire mille mali futuri.<\/em><\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 non accadde alle bestie, siano mansuete o feroci,<\/em><\/p>\n<p><em>che non richiedono i baci, n\u00e9 le carezze, n\u00e9 i vezzi<\/em><\/p>\n<p><em>che le nutrici rivolgono ai figli dell&#8217;uomo:<\/em><\/p>\n<p><em>non hanno bisogno di abiti adatti alle varie stagioni<\/em><\/p>\n<p><em>e neppure di armi: a loro non servono mura<\/em><\/p>\n<p><em>dietro cui trincerarsi, perch\u00e9 la natura e la terra<\/em><\/p>\n<p><em>recano sempre a ciascuno quel che gli occorre.<\/em><\/p>\n<p>Lucrezio, come \u00e8 stato detto, in questo brano sembra mostrare piuttosto disprezzo che piet\u00e0 per la miserrima condizione degli esseri umani; o, quanto meno, una piet\u00e0 aspra e sofferta, celata e quasi sepolta dietro un atteggiamento di spregio che \u00e8, forse, una maschera auto-imposta per non lasciarsi coinvolgere intimamente dalla durezza del destino a noi riservato.<\/p>\n<p>Comunque ci\u00f2 sia, non si pu\u00f2 dire che questo stato d&#8217;animo emerga improvviso nel quinto libro del poema, perch\u00e9 fin dal terzo, parlando del timore della morte che attanaglia gli umani, e perfino coloro i quali fan professione di filosofia, era emerso un atteggiamento non solo di disprezzo, ma, pi\u00f9 ancora, di disgusto, verso gli uomini che indugiano ad aggrapparsi alla vita che sfugge loro, pur se tribolati da infiniti mali dai quali, se non altro, la morte giungerebbe a liberarli una volta per tutte.<\/p>\n<p>Non si tratta dell&#8217;esaltazione del suicidio quale estrema <em>ratio<\/em> per difendere la propria dignit\u00e0, come volevano gli stoici; bens\u00ec &#8211; ancora &#8211; di una disposizione d&#8217;animo piuttosto istintiva ed estetica che non filosofica. Lo spettacolo dell&#8217;umanit\u00e0 sofferente, angosciata, torturata in mille modi, la quale, ci\u00f2 nonostante, si ostina ad aggrapparsi all&#8217;ultimo fiato di vita, non suscita in Lucrezio alcuna compassione, e neppure disprezzo, ma addirittura uno sdegno incoercibile, testimoniato da quel rabbioso e quasi incredulo: <em>denique vivunt<\/em>, \u00abeppure vivono!\u00bb, del verso 50, che il Ferrero magnificamente traduce con quel: \u00abmalgrado tutto continuano a vivere\u00bb.<\/p>\n<p>Citiamo i versi 41-54:<\/p>\n<p><em>Nam quod saepe homines morbos magis esse timendos<\/em><\/p>\n<p><em>infamemque ferunt vitam quam Tartara leti<\/em><\/p>\n<p><em>et se scire animi naturam sanguinis esse<\/em><\/p>\n<p><em>aut etiam venti, si fert ita forte voluntas,<\/em><\/p>\n<p><em>nec prorsum quicquam nostrae rationis egere,<\/em><\/p>\n<p><em>hinc licet advertas animum magis omnia laudis<\/em><\/p>\n<p><em>iactari causaquam quod res ipsa probetur.<\/em><\/p>\n<p><em>Extorres idem patria longeque fugati<\/em><\/p>\n<p><em>conspectu ex hominum, foedati crimine turpi,<\/em><\/p>\n<p><em>omnibus aerumnis adfecti denique vivunt,<\/em><\/p>\n<p><em>et quocumque tamen miseri venere parentant<\/em><\/p>\n<p><em>ret nigras mactant pecudes et manibu&#8217; divis<\/em><\/p>\n<p><em>inferias mittunt multoque in rebus acerbis<\/em><\/p>\n<p><em>acrius advertunt animos ad religionem.<\/em><\/p>\n<p>Preferiamo qui ricorrere alla traduzione di Balilla Pinchetti (Lucrezio, <em>La natura<\/em>, con prefazione di Luca Canali, Rizzoli, Milano, 1953, 1983, p.181 (proprio a causa di quel <em>denique vivunt<\/em> che Francesco Vizioli traduce diversamente, ma, secondo noi, con minore efficacia e rispetto del senso originario):<\/p>\n<p><em>Perch\u00e9, se gli uomini affermano spesso che le malattie<\/em><\/p>\n<p><em>e il disonore si debbono temere pi\u00f9 che la morte,<\/em><\/p>\n<p><em>e che l&#8217;essenza dell&#8217;animo \u00e8, lo si sa, quella stessa<\/em><\/p>\n<p><em>del sangue, od anche dell&#8217;aria, secondo come ci aggrada,<\/em><\/p>\n<p><em>e non v&#8217;\u00e8 quindi bisogno di questa nostra dottrina,<\/em><\/p>\n<p><em>potr\u00e0 capitare, da quanto segue, che queste son tutte<\/em><\/p>\n<p><em>millanterie: nell&#8217;effetto la realt\u00e0 le smentisce.<\/em><\/p>\n<p><em>Essi, sbanditi, cacciati via dal consorzio civile,<\/em><\/p>\n<p><em>macchiati di obbrobriosi delitti, afflitti da mille<\/em><\/p>\n<p><em>calamit\u00e0, tuttavia vivono, e onorano, dove<\/em><\/p>\n<p><em>giungan cos\u00ec sventurati, i morti coi sacrifici,<\/em><\/p>\n<p><em>sgozzan le pecore nere, offron l&#8217;esequie agli dei<\/em><\/p>\n<p><em>mani, e con molto pi\u00f9 slancio nelle disgrazie rivolgono<\/em><\/p>\n<p><em>l&#8217;animo a ci\u00f2 che concerne la religione&#8230;<\/em><\/p>\n<p>La conclusione che si ricava dalla lettura di questi passi di Lucrezio \u00e8 che una logica interna ed un unico filo di ragionamenti lega tra loro l&#8217;idea che il mondo e la vita siano opera del caso, a quella della mancanza di senso della vita umana, infine a quella che la vita umana abbia poco valore e che bisognerebbe essere pronti a sbarazzarsene, non per accedere a una condizione esistenziale pi\u00f9 alta, ma per sprofondare, una buona volta, nella gran pace del nulla. Da una visione atomistica e meccanicistica della natura, cio\u00e8, si passa a una visione relativistica, scettica e pessimistica della condizione umana e, come inevitabile conseguenza, all&#8217;idea che il morire sia preferibile al vivere, il non essere sia migliore dell&#8217;essere.<\/p>\n<p>La cultura occidentale impiegher\u00e0 quasi duemila anni per sviluppare questi concetti. Lo far\u00e0 in maniera esplicita, dopo una lunghissima gestazione, con l&#8217;opera di Leopardi, Schopenhauer, Eduard von Hartmann e, pi\u00f9 recentemente, con quella di Sartre. Ma, in maniera implicita, tale \u00e8 la visione cui sono giunti la maggioranza dei filosofi e degli scrittori dell&#8217;et\u00e0 moderna; o, quanto meno, quelli che sono riusciti ad imporre le linee generali del pensiero e della sensibilit\u00e0 contemporanei.<\/p>\n<p>Ma, come gi\u00e0 si vede &#8211; appunto &#8211; in Lucrezio, questa implacabile coerenza logica non ha portato alcun rasserenamento all&#8217;anima della cultura occidentale; n\u00e9, al di l\u00e0 delle fallaci promesse di certi cantori dello scientismo, alcun contributo positivo all&#8217;idea del vivere. Al contrario, ha circondato questa idea di tali e tanti elementi di diffidenza, scoraggiamento, disprezzo e perfino derisione, che un atteggiamento positivo verso di essa sembra &#8211; ai rappresentanti della cultura dominante &#8211; il colmo dell&#8217;ingenuit\u00e0 o della stoltezza. Basti pensare alle critiche, tanto gratuite quanti superficiali, portate dal <em>Candide<\/em> di Voltaire al concetto leibniziano del <em>migliore dei mondi possibili<\/em>. Laddove Leibniz non si era affatto sognato di sostenere che il mondo in cui viviamo \u00e8, in assoluto, perfetto, ma semplicemente che, <em>fra tutti i mondi<\/em> <em>possibili<\/em>, esso \u00e8 il migliore; o, e si preferisce, il meno peggiore.<\/p>\n<p>E questa, crediamo, \u00e8 anche la pi\u00f9 seria delle obiezioni che si possono muovere al pessimismo cosmico di Lucrezio.<\/p>\n<p>Dal fatto &#8211; incontestabile &#8211; che la condizione umana, nel contesto della natura, \u00e8 quanto mai fragile e continuamente minacciata, non consegue inevitabilmente la conclusione che essa sia frutto del caso o che sia priva di senso e di scopo.<\/p>\n<p>Forse, quel senso e quello scopo vanno <em>cercati<\/em>, e non semplicemente <em>attesi<\/em>, come si pu\u00f2 attendere il sopraggiungere di qualche cosa che non dipende affatto da noi.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 noi, dopotutto, siamo s\u00ec gli oggetti di una vicenda <em>naturale<\/em> fatta di precariet\u00e0, debolezza e dolore; ma, anche, i soggetti di una vicenda <em>spirituale<\/em> che ambisce a trascendere tali limitazioni e imperfezioni, per proiettarsi liberamente verso la sfera dell&#8217;assoluto e dell&#8217;eterno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tito Lucrezio Caro, sulle orme di Epicuro &#8211; da lui ammirato e venerato quasi come un Dio &#8211; era profondamente persuaso che l&#8217;uomo, come del resto<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30168,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[127],"class_list":["post-26849","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-metafisica","tag-epicuro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-metafisica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26849","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26849"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26849\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30168"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26849"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26849"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26849"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}