{"id":26811,"date":"2007-06-06T01:48:00","date_gmt":"2007-06-06T01:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/06\/lenigma-dello-yeti-elusivo-abitatore-delle-nevi-eterne\/"},"modified":"2007-06-06T01:48:00","modified_gmt":"2007-06-06T01:48:00","slug":"lenigma-dello-yeti-elusivo-abitatore-delle-nevi-eterne","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/06\/lenigma-dello-yeti-elusivo-abitatore-delle-nevi-eterne\/","title":{"rendered":"L&#8217;enigma dello Yeti, elusivo abitatore delle nevi eterne"},"content":{"rendered":"<p><em>In Occidente \u00e8 noto al grande pubblico come &quot;l&#8217;abominevole uomo delle nevi&quot;, ma nella regione himalayana, ove le montagne stesse &#8211; a cominciare dall&#8217;Everest-Chomolungma &#8211; sono considerate esseri viventi, \u00e8 considerato con estremo rispetto e timore reverenziale. In Occidente si sono organizzate numerose spedizioni e si sono versati fiumi d&#8217;inchiostro per tentare di stabilirne l&#8217;effettiva esistenza, ma ai piedi delle &quot;montagne degli dei&quot; sono in pochi a dubitarne: la sua esistenza \u00e8 accettata con la stessa naturalezza e con lo stesso grado di evidenza delle altre creature che popolano da sempre quei luoghi arcani, pervasi da una intensa e antichissima spiritualit\u00e0. I criptozoologi si confrontano con le pi\u00f9 svariate ipotesi scientifiche per assegnarlo a questa o quella specie di mammiferi, dall&#8217;orso al leopardo delle nevi; ma quella pi\u00f9 intrigante \u00e8 che lo yeti costituisca un ramo collaterale della nostra stessa specie, un discendente dei gigantopitechi rimasto poi isolato, o regredito, nelle alte valli del Brahamaputra e del Gange. Forse vi si era ritirato all&#8217;epoca delle glaciazioni e poi, minacciato dall&#8217;avanzata invadente della specie umana, ha finito per rifugiarvisi senza speranza di uscirne mai pi\u00f9.<\/em><\/p>\n<p><em>Per gli indigeni di quelle regioni, invece, \u00e8 un essere dotato di strani e sconcertanti poteri, una creatura che pu\u00f2 essere benevola o malevola ma che, in ogni caso, non pu\u00f2 essere offesa o perseguitata impunemente, neanche a scopo di ricerca. In altre parole, \u00e8 un essere che sta a mezza via fra lo spirito e l&#8217;animale, quindi &#8211; simbolicamente &#8211; un punto di congiunzione fra il sensibile e il sovrasensibile, fra il mondo terreno e il mondo celeste.<\/em><\/p>\n<p><em>Forse non tutti sanno che esistono alcune &#8216;varianti&#8217; dell&#8217;uomo delle nevi sia nelle regioni vicine del Turkestan cinese, della Mongolia e dell&#8217;Asia centrale propriamente detta, sia nella zona montuosa occidentale del Nord America, ove \u00e8 noto agli indigeni col nome di &quot;sasquatch&quot; ed \u00e8 stato persino filmato (sebbene l&#8217;autenticit\u00e0 della pellicola sia contestata); le trib\u00f9 costiere fra la Columbia Britannica e la California settentrionale lo hanno inserito nel loro Pantheon totemico.<\/em><\/p>\n<p>Afferma lo scrittore Nigel Nicholson nel bellissimo volume <em>Himalaya<\/em> (Milano, Momdadori, 1978, pp. 72-76):<\/p>\n<p><em>&quot;Molto s&#8217;\u00e8 parlato i occidente &#8211; sebbene pochi vorrebbero averlo in salotto &#8211; dello Yeti o \u00abAbominevole Uomo delle Nevi\u00bb. Robert Fleming jr., il pi\u00f9 autorevole zoologo del nepal, asimila gran parte delle storie dello Yeti alle favole dell&#8217;Orco, inventate per spaventare i bambini. Un cacciatore sherpa di sua conoscenza, che ha battuto le montagne per quarant&#8217;anni, non ne ha mai visto uno. &#8211; Tuttavia &#8211; conclude Fleming &#8211; qualcosa d&#8217;inesplicabile c&#8217;\u00e8 -. Pi\u00f9 categorico fu il nostro portatore: &#8211; Solo dei vecchi hanno visto uno Yeti &#8211; dichiar\u00f2, facendomi pensare ai racconti fantasiosi di vegliardi che, a furia di vantarsi accanto al fuoco d&#8217;un incontro fatto in giovent\u00f9, finiscono per crederci. Tuttavia, secondo l&#8217;antropologo F. C. Haimendorf, \u00aba quasi tutti gli sherpa \u00e8 capitato di vedere uno Yeti, e sui muri dei templi e dei monasteri le pitture ne presentano due tipi principali, uno che assomiglia a un orso e l&#8217;altro a una grande scimmia &#8211; corrispondenti ai due tipi di cui si ammette generalmente l&#8217;esistenza. Negli inverni pi\u00f9 rigidi, essi scendono nelle valli a saccheggiare le provviste di patate degli sherpa, e qualche volta il loro bestiame.\u00bb poco dopo la mia partenza dall&#8217;Himalaya, si annunci\u00f2 da Katmandu che una guardiano di yak, nella regione dell&#8217;Everest, era stata stordita da uno Yeti che le aveva ucciso cinque bestie torcendo loro le corna.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dei due tipi di Yeti, il pi\u00f9 piccolo si nutre di carne umana, l&#8217;altro preferiscew lo yak. Lo zoologo americano J. A. McNeely, che si trovava ancora nel Nepal in cerca dello Yeti durante il mio soggiorno, ha pubblicato una descrizione dettagliata del tipo pi\u00f9 piccolo mettendo insieme tutte le descrizioni di testimoni oculari: \u00ab\u00c8 una creatura tozza, d&#8217;aspetto scimmiesco, alta da 1,50 a 1,65 metri, ricoperta di pelo corto e ruvido, bruno rossiccio o bruno grigiastro, pi\u00f9 lungo sulle spalle. La testa \u00e8 grossa, appuntita alla sommit\u00e0, con sutura sagittale pronunciata. Le orecchie sono piccole e aderenti al capo; la faccia \u00e8 glabra e piuttosto appiattita, la bocca grande, con dentatura forte ma senza canini sviluppati. Le lunghe braccia pendono fino alle ginocchia. Normalmente, lo Yeti cammina eretto, con passo strascicato; talvolta si mette a quattro zampe per correre o scalare le rocce. I suoi grandi piedi hanno due grosse dita prensili e tre pi\u00f9 piccole. \u00c8 privo di coda.\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Anche l&#8217;etnologo austriaco R. N. Wojkowitz, che ha vissuto tre anni nel Sikkim e nel Tibet, si \u00e8 servito di testimonianze oculari per tracciare un ritratto non meno vivido dello Yeti pi\u00f9 grande. Misura, a quanto dicono, da 2,10 a 2,25 m in postura eretta, le lunghe braccia e il corpo possente sono coperti di pelo bruno scuro; la testa ovale finisce a punta e la faccia \u00e8 scimmiesca, con peli molto radi. \u00abTeme il fuoco &#8211; scrive Wojkowitz &#8211; ma, malgrado la sua forza considerevole, gli abitanti meno superstiziosi dell&#8217;Himalaya vedono in lui una creatura inoffensiva, che attaccherebbe un uomo solo se ferito. A detta dei cacciatori della regione, il nome di &#8216;Uomo delle Nevi&#8217; che gli \u00e8 stato dato \u00e8 doppiamente falso, perch\u00e9 non si tratta d&#8217;un uomo e non vive nella zona delle nevi. Il suo habitat \u00e8, invece, il folto impenetrabile delle pi\u00f9 alte foreste himalayane. Di giorno dorme nel suo ricovero, che lascia solo a notte fonda. Il suo approssimarsi si riconosce al rumore di rami spezzati e da una specie di fischio che emette&#8230; Quale motivo lo spingerebbe a intraprendere delle spedizioni senza dubbio estremamente faticose nell&#8217;inospitale regione delle nevi? La spiegazione degli autoctoni sembra molto plausibile: lo Yeti ha una specie di predilezione per una specie di muschio salato che si trova sulle rocce moreniche; \u00e8 quando lo cerca che lascia sulla neve le sue impronte caratteristiche. Soddisfatto il suo bisogno di sale, torna nella foresta.\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sarebbe facile attribuire queste testimonianze a superstizioni o al fascino del fantastico. Ma altri elementi esistono, pi\u00f9 difficili da spiegare. Impronte d&#8217;animali non identificati sono state rilevate e fotografate pi\u00f9 volte da alpinisti orientali e occidentali. La testimonianza pi\u00f9 sconcertante \u00e8 forse quella che uno dei pionieri dell&#8217;esplorazione himalayana, sir Eric Shipton, ha trovato sul ghiacciaio Menlung durante una ricognizione dell&#8217;Everest nel 1951. Il dr. Michael Ward, alpinista inglese che accompagnava Shipton, riferisce quest&#8217;incidente: \u00abDovevamo trovarci a 5.500-5.800 m d&#8217;altezza, e stavamo avvicinandoci alla parte inferiore del ghiacciaio Menlung. Vedemmo delle impronte, qualcuna molto netta, altre piuttosto confuse. A giudicare dal numero, sembravano lasciate da pi\u00f9 d&#8217;un animale. Si tenevano pi\u00f9 o meno al centro del ghiacciaio, e le seguimmo per circa 400 metri, poi deviavano verso una morena laterale e si perdevano in un pianoro erboso.\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; A giudicare dalla profondit\u00e0, le tracce dovevano provenire da creature che pesavano almeno 100 chili ciascuna. Misuravano da 30 a 35 cm. di lunghezza e circa 15 cm. di larghezza. \u00abL&#8217;impronta che abbiamo fotografato &#8211; precisa Ward &#8211; mostra nettamente il disegno di cinque dita, il secondo pi\u00f9 grande, come nel piede umano. Il mignolo \u00e8 appena rilevato. Il resto del piede pare molto simile a quello dell&#8217;uomo, ma pi\u00f9 largo. Nel luogo in cui l&#8217;animale aveva attraversato un piccolo crepaccio, si poteva vedere l&#8217;affossamento prodotto dalle dita toccando il suolo dopo il salto, e anche &#8211; ma \u00e8 impossibile essere precisi su questo punto, delle tracce di unghie.\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Secondo un&#8217;ipotesi affascinante, lo Yeti potrebbe essere imparentato con il<\/em> Gigantopithecus, <em>androide gigante, noto dai fossili reperiti delle sue mandibole e dei denti, che visse nella Cina meridionale e nell&#8217;India circa mezzo milione d&#8217;anni fa, quando l&#8217;Himalaya era ancora in formazione e il nuovo genere<\/em> Homo <em>in fase evolutiva. Ricacciato sempre pi\u00f9 in alto dall&#8217;uomo, gi\u00e0 padrone del fuoco e delle armi primitive, il<\/em> Gigantopithecus <em>avrebbe cercato e trovato rifugio nelle montagne che si stavano formando.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ammettendone l&#8217;esistenza, non sembra per\u00f2 che questa creaturasia sopravvissuta nell&#8217;Himalaya occidentale e nel Karakorum. I nativi che ho interpellato non ne hanno mai sentito parlare. Mancano in queste regioni anche parecchie specie di animali diffuse dal Nepal alla Birmania. N\u00e9 nel Kashmir n\u00e9 pi\u00f9 a ovest si trovano il panda, il sambur, il porcospino senza cresta e l&#8217;arctonice o tasso maiale maggiore (<\/em>Arctonyx collaris<em>); e quei curiosi ruminanti simili alle capre, che sono il goral grigio (<\/em>Naemorhedus goral<em>) e il tar (<\/em>Hemitragus jemlahicus<em>), con corna brevi e piegate all&#8217;indietro, non si spingono pi\u00f9 a ovest del Kashmir. L\u00e0 si trovano inece delle specie meglio adattate alla vita sulle montagne brulle: il cervo del Kashmir, l&#8217;ibex, uno stambecco con le corna a forma di scimitarra (<\/em>Capra sibirica<em>), la pecira di marco Polo (<\/em>Ovis ammon poli<em>) e il markhor. Pi\u00f9 a sud, sull&#8217;altopiano del Tibet, vivono l&#8217;asino selvatico (<\/em>Equus hemionus<em>), il baral o pseudopecora (<\/em>Pseudovis nahoor<em>), il leopardo delle nevi e lo yak.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Alcuni credono che la notizia dell&#8217;esistenza di un essere umanoide delle nevi risalga a non molto pi\u00f9 d&#8217;un secolo fa, quando &#8211; alla fine del XIX secolo &#8211; furono notate le sue impronte sulla neve fresca delle montagne himalayane. Fu il maggiore A. L. Waddell che, nel 1899, durante una battuta di caccia sulle pendici dell&#8217;Himalaya, scopr\u00ec delle orme simili a quelle di un ominide che salivano un ghiacciaio prima di scomparire. &quot;Nel 1899 &#8211; scrive Daniel Taylor-Ide nel suo libro <em>Sulle orme dello Yeti<\/em> (Casale Monferrato, Piemme ed., 2000, p. 25)- lo yeti attravers\u00f2 le nevi ed entr\u00f2 nella coscienza dell&#8217;Occidente&quot;. Da poco era stata pubblicata <em>L&#8217;origine dell&#8217;uomo<\/em> di Charles Darwin, e quelle impronte parevano la testimonianza vivente del famoso anello mancante, l&#8217;essere intermedio fra l&#8217;uomo e la scimmia che gli evoluzionisti avevano ipotizzato, ma non trovato nelle testimonianze fossili, e di cui andavano affannosamente alla ricerca (e lo sono tuttora). La realt\u00e0, tuttavia, \u00e8 che la credenza nell&#8217;esistenza dello Yeti \u00e8 antichissima, poich\u00e9 la troviamo attestata da dizionari medici cinesi e da trattati farmacologici tibetani di parecchi secoli fa, con tanto di raffigurazioni che coincidono esattamente &#8211; guarda caso &#8211; con le descrizioni dei recenti avvistamenti oculari. La carne dello yeti &#8211; scriveva un erudito mongolo alla fine dell&#8217;Ottocento &#8211; pu\u00f2 essere mangiata per trattare le malattie mentali e la sua bile \u00e8 un rimedio efficace contro l&#8217;itterizia.<\/p>\n<p>Verso la met\u00e0 del Novecento l&#8217;antropologo russo Por\u0161nev condusse una vasta campagna di ricerca e raccolse centinaia di testimonianze, arrivando a rompere il muro di incredulit\u00e0 degli ambienti scientifici dell&#8217;Unione Sovietica. Egli formul\u00f2 la prima teoria completa e biologicamente &#8216;corretta&#8217; intorno allo Yeti: esso sarebbe null&#8217;altro che il discendente rinselvatichito dell&#8217;Uomo di Neanderthal, respibto sulle alte valli dell&#8217;Asia Centrale dall&#8217;avanzata trionfante dell&#8217;Uomo di Cro-Magnon. Tra tutte quelle da lui raccolte, la testimonianza probabilmente pi\u00f9 impressionante \u00e8 quella rilasciata da un colonnello medico dell&#8217;esercito sovietico che nel 1941 si trovava nel distretto montano del Daghestan, sul Caucaso, in piena seconda guerra mondiale ( e che testimonierebbe la diffusione molto pi\u00f9 ampia dell&#8217;Uomo delle nevi, almeno nella sua versione &#8216;minore&#8217;, quella del cosiddetto Almasti). Riportiamo il racconto dell&#8217;ufficiale sovietico cos\u00ec come fu raccolto e pubblicato da Por\u0161nev a nel 1958, quindi a distanza di diciassette anni dai fatti narrati (da un articolo di Viviano Domenici apparso sul <em>Corriere della Sera<\/em> il 26 gennaio 1988):<\/p>\n<p><em>&quot;Ho ancora oggi davanti agli occhi l&#8217;immagine dell&#8217;uomo (&#8230;). Davanti a noi stava un essere, di sesso maschile, nudo, a piedi scalzi. Si rattava indiscutibilmente di un uomo, in quanto aveva tutte le forme umane. Ma sia sul petto che sulla schiena e sulle spalle egli era tuttio ricoperto da una peluria lanosa di color bruno scuro (\u00e8 da notarsi che tutti gli abitanti locali hanno i capelli neri). Questo pelame ricordava quello dell&#8217;orso, ed era lungo dai due ai tre centimetri. Al di sotto del petto, il pelo si faceva pi\u00f9 sottile e morbido. Aveva le mani tozze, poco pelose, e le palme delle mani e dei piedi completamente prive di peli. Per contro dalla testa gli cadevano dei capelli lunghissimi, che gli giungevano fin sulle spalle e in parte gli coprivano pure la fronte. Al tatto, i capelli apparivano molto ruvidi. Non aveva n\u00e9 barba n\u00e9 baffi, su tutto il volto era cosparsa una lanuggine finissima, intorno alla bocca aveva dei peli poco lunghi e soffici. L&#8217;uomo stava perfettamente ritto, con le braccia pendenti. Aveva una statura superiore alla media, circa 180 centimetri. Era molto pesante, largo di spalle e muscoloso. Sembrava un atleta, con la cassa toracica sviluppatissima, spinta in fuori. Sulle mani aveva delle dita molto grosse e forti, di una misura superiore a quella normale. Nell&#8217;insieme era considerevolmente pi\u00f9 grosso degli abitanti locali. La forma del suo viso era ovale, Aveva un grande naso. Non si notavano sul volto dei tratti scimmieschi, ma il suo colorito era straordinariamente scuro, assolutamente non umano. Oltre a ci\u00f2, come ho detto, esso era ricoperto da una lieve peluria. Le sopracciglia erano molto fitte e, sotto a queste, degli occhi molto infossati. Il colore degli occhi era anch&#8217;esso scuro, e le pupille dilatate. Aveva lo sguardo inespressivo, spento, assente, uno sguardo animalesco. Del resto tutto il suo insieme dava l&#8217;impressione di un animale. Se ne stava, guardando fisso in un punto, battendo le palpebre raramente, sena far niente. (&#8230;) Tutti i tentativi di provocare in lui delle reazioni vocali o alimentari restarono senza successo. (&#8230;) Devo dire che allora non potei formulare alcun giudizio definito circa la natura di questo essere.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Uno degli studi migliori e pi\u00f9 completi esistenti sullo Yeti in lingua italiana \u00e8 quello del giornalista milanese Carlo Graffigna. Pubblicato nel 1962 dall&#8217;editore Feltrinelli col titolo <em>Lo Yeti. Storia e mito dell&#8217;uomo delle nevi,<\/em> \u00e8 stato ripubblicato, con numerose aggiunte e modifiche, nel 1999 dal Centro Documentazione Alpina di Torino, col titolo <em>Lo Yeti. Un mito intramontabile.<\/em> Graffigna non si sbilancia pi\u00f9 di tabto circa l&#8217;esistenza e la reale natura dello Yeti; in compoenso riporta una nutrita documentazione di discussioni, libri, articoli, discussioni scientifiche e non, citando i pareri di famosi alpinisti come sir Edmund Hillary (il conquistatore dell&#8217;Everest) e Reinhold Messner (che sostiene di aver visto due creature corrispondenti allo Yeti) e di viaggiatori e scrittori come l&#8217;inglwaw Bruce Chatwin, che \u00e8 stato un autore <em>cult<\/em> fra i giovani occidentali, specialmente negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Riporta inoltre una ricca bibliografia, merito non ultimo della sua diligente fatica.<\/p>\n<p>Una delle avventure pi\u00f9 drammatiche riportate nel libro di Graffigna \u00e8 quella che avrebbe avuto per protagonisti due ingegneri norvegesi che, nel 1948, non solo avrebbero incontrato faccia a faccia uno Yeti, ma avrebbero avuto con lui uno scontro cruento e che per poco non era costato la vita a uno di essi. Bisogna peraltro osservare che esistono dei margini d&#8217;incertezza intorno alla credibilit\u00e0 dell&#8217;intera vicenda, che \u00e8 stata raccontata solo quattro anni dopo lo svolgersi dei fatti, nel 1952, da Aage Thorberg, uno dei due tecnici, in un resoconto intitolato <em>Ho incontrato l&#8217;uomo delle nevi.<\/em> Ma ecco come Graffigna riporta il drammatico episodio (pp. 71-74 de <em>Yeti. Un mito intramontabile,<\/em> cit.):<\/p>\n<p><em>&quot;Nell&#8217;estate del 1948 l&#8217;ingegnere norvegese Jan Frostis entrava nell&#8217;ospedale di Darjeeling per farsi curare i postumi infettivi del morso di uno yeti. La sua spalla recava ancora la cicatrice di una vasta lacerazione e per molti giorni, durante un&#8217;avventurosa e penosa marcia di ripiegamento, egli aveva lottato con la morte, trasportato in barella da un collega. da due funzionari ind\u00f9, da una coppia di sherpa e da dieci portatori, tutti i membri, insomma, della piccola spedizione che, a scopo scientifico, aveva affrontato i ghiacciai che fanno corona al mastodontico Kanchenjunga.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Laureati all&#8217;Universit\u00e0 di Oslo, Jan Frostis e Aage Thorberg erano stati incaricati dal governo di Nuova Delhi di compiere una missione esplorativa dalle parti dello Zemu &#8211; una distesa di ghiaccio non nuova alla leggenda e alla cronaca dell&#8217;uomo delle nevi &#8211; per accertare se negli strati geologici della zona comparissero tracce di sali d&#8217;uranio o di altri minerali pregiati.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Con mentalit\u00e0 nordica, i due stesero un preciso programma di sondaggi e di ricerche che coinvolgesse, a raggiera, una vasta superficie attorno al campo base piazzato a quasi 5.000 metri nei pressi del Green Lake. Sotto quelle tende, i sedici uomini del gruppo passarono una notte da lupi, fra il 10 e l&#8217;11 giugno, fra l&#8217;imperversare di una bufera di estrema violenza. Il mattino rivel\u00f2 un mondo di un candore immacolato, avvolto in un silenzio ovattato e irreale, quasi pauroso dopo lo strepito del vento e l&#8217;ululare della tormenta. Ma, proprio quel mondo immerso come in una pausa del tempo, rivel\u00f2 subito la presenza di una vita sconosciuta e misteriosa, anzi di due. Tutto attorno al campo, la neve fresca era calpestata, solcata da un paio di piste parallele, come se due uomini a piedi nudi avessero camminato da quelle parti verso l&#8217;alba quando la nevicata stava per cessare. Quanto a dimensioni, entrambe le piste rivelavano orme di circa 30 centimetri di lunghezza per 15 di larghezza. Diversa era invece la profondit\u00e0 dei calchi, che in uno appariva molto pi\u00f9 superficiale, come se fra i due esseri ci fosse una notevole differenza di peso. Senza dimenticare i sali d&#8217;uranio, Frost e Thorberg decisero di dedicare almeno un po&#8217; d&#8217;attenzione a un fenomeno perlomeno strano in una zona cos\u00ec desolata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo un&#8217;altra bufera che impervers\u00f2 per tre giorni consecutivi, sul nuovo strato di neve ricomparvero le misteriose tracce della favolosa creatura.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ed ecco i due ingegneri norvegesi abbandonare le ricerche geologiche e porsi all&#8217;inseguimento, muniti di sci e di carabine automatiche. Li accompagnano i due sherpa e l&#8217;ind\u00f9 Brahmaputra Biharo. Battere la pista non \u00e8 difficile: le impronte sono chiarissime nella neve fresca e sono visibili per un lungo tratto sui pendii della montagna. Lo yeti si dirigeva verso sud-ovest e la sua meta pi\u00f9 prossima sembrava proprio il valico di Zemu, una forcella a quota 5.861, tra la cresta frastagliata del Kanchenjunga e il pi\u00f9 modesto Simvo (6.811 metri). La giornata era limpida e pulita, la visibilit\u00e0 perfetta. Attraverso le lenti del binocolo ,la pista mostrava un&#8217;ampia deviazione proprio sotto il colle, cos\u00ec che, tagliando in linea retta verso il nevaio, gli inseguitori avevano la possibilit\u00e0 di guadagnare almeno un&#8217;ora sulla loro preda. Il calcolo era giusto, tanto giusto che, a un certo momento, la coppia degli esseri misteriosi entr\u00f2 in zona visiva. Ora la difficolt\u00e0 era rimuovere la cappa di terrore che sembrava essere calata sugli sherpa, quasi paralizzandoli. Assolutamente non avrebbero mosso un altro passo in quella direzione. In questi casi il solo rimedio \u00e8 dare nome alla paura, classificarla, guardarla in faccia. Cos\u00ec Thorberg porse ai due nepalesi il proprio cannocchiale da campo perch\u00e8 dessero un&#8217;occhiata alle &#8216;cose&#8217; che si muovevano l\u00e0 in alto sulla neve. Non sappiamo se le loro mani tremassero reggendo l&#8217;oggetto che &#8216;trasportava&#8217; la visione a pochi metri, come se potessero toccarla stendendo la mano. Ma l&#8217;avvistamento doveva essere netto e preciso perch\u00e9, in capo a un lungo momento, parvero rilassarsi e respirare pi\u00f9 liberamente. \u00abSahib &#8211; dissero &#8211; sono proprio scimmie!\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ora anche gli sherpa battevano la pista con lena. Si trattava di disporre un piano d&#8217;accerchiamento: meta la cresta della montagna, passaggio obbligato di quei due scorridori dei ghiacci. Thorberg con uno sherpa cercher\u00e0 di sopravanzare la coppia dei bipedi pelosi, mentre Frostis, con altri due, si disporr\u00e0 in modo da sbarrare le vie della ritirata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il piano riesce perfettamente. Sbucati da un avvallamento, Thorberg e il suo compagno si trovano di fronte a due esseri che immediatamente si ergono in tutta la loro statura. \u00abLunghissimi peli bruni coprivano completamente i loro corpi, ma non il viso che era nudo. Ciglia folte e cespugliose spiovevano fino a met\u00e0 dei loro occhi. La corporatura era quella di un uomo di taglia robusta. La coda pelosa sembrava avere la funzione di un contrappeso o quella di un organo di direzione.\u00bb Cos\u00ec apparvero i due yeti a Thorberg. Ma non era il momento delle descrizioni accurate. Si trattava di stringere il cerchio e d&#8217;ingaggiare battaglia perch\u00e9 tutto lasciava credere che ci sarebbe stata una lotta. Per nulla intimoriti, gli yeti avevano assunto un atteggiamento paurosamente aggressivo. Digrignando i denti che avevano lunghi e gialli, emettendo grugniti e suoni inarticolati, i due bestioni tenevano fronte all&#8217;attacco concentrico rivolgendosi di volta in volta a questo o a quell&#8217;uomo con zampe minacciose e balzi felini. Ed ecco che Frostis punta la sua carabina, ma Thorberg gli fa cenno di non sparare. &#8216;\u00e8 ancora la possibilit\u00e0 di fare centro pieno: catturarne uno vivo. Febbrilmente toglie dallo zaino la corda da montagna e la srotola, ne fa un cappio, simile al laccio dei cow-boy, e tenta di farlo calare sulla pi\u00f9 vicina delle scimmie gigantesche. Rapida come il lampo, la bestia afferra la corda al volo e per un attimo due occhi umani e due occhi disumani si fissano lungo quell&#8217;esile cordone che sembra unirli in chiss\u00e0 quali abissi del tempo. Frostis si distrae? Ha un attimo di esitazione? O l&#8217;aggressione si \u00e8 svolta con velocit\u00e0 imprevedibile? L&#8217;altro yeti gli \u00e8 addosso prima che possa servirsi del fucile, lo travolge, lo rovescia sulla neve. La difesa del norvegese \u00e8 debole, impacciato com&#8221;\u00e8 dagli sci che si sono incrociati e dal peso dell&#8217;animale che grava su di lui. Sente la giacca a vento lacerarsi e un dolore bruciante alla spalla: i denti del mostro hanno trapassato tutti gli abiti e hanno morso a sangue. Thorberg ha lasciato l&#8217;inutile corda e si tiene pronto a sparare, ma quei due, sulla neve, formano un groviglio in cui \u00e8 impossibile inquadrare il bersaglio giusto. Ma qualcosa deve fare, anche perch\u00e9 l&#8217;altro yeti sembra ripetere le gesta del suo compagno su uno degli altri quattro uomini E Thorberg spara. La fucilata rimbomba come un tuono, ripercossa da cento echi paurosi. Colpito, lo yeti si d\u00e0 alla fuga perdendo sangue, subito imitato dal compagno che ha finalmente abbandonato la sua vittima. In breve, le due bestie scompaiono alla vista degli uomini che, dal canto loro, hanno altro da fare che pensare a un inseguimento. Frostis giace infatti nella neve con una spalla lacerata. Geme e perde molto sangue. \u00c8 Brahmaputra Biharo, che ha nello zaino la piccola farmacia da campo, a disinfettare e a tamponare la ferita.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;il tramonto di quella giornata vedeva un drappello di quattro uomini rientrare al campo base sorreggendo una rudimentale barella in cui giaceva Frostis, in preda alla febbre e con i primi sintomi di un&#8217;infezione che si sarebbe aggravata nei giorni successivi e che fu vinta soltanto con l&#8217;impiego massiccio della penicillina. Tuttavia i postumi di quel malanno avrebbero consigliato pi\u00f9 tardi nuove cure somministrate prima durante una sosta a Lachen, nell&#8217;alta valle del Tista e, infine, all&#8217;ospedale di Darjeeling.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Se questo episodio \u00e8 vero, cos\u00ec come ci \u00e8 stato narrato, allora bisogna dire che esso costituisce un tipico esempio di come l&#8217;uomo <em>non<\/em> dovrebbe accostarsi ai segreti della natura. Vi possiamo vedere, infatti, come in filigrana, tutta la mancanza di rispetto, la sfrenata volont\u00e0 di dominio, la filosofia scientista che tutto giustifica in nome del proprio &#8216;progresso&#8217;: e, come logica conseguenza di tali atteggiamenti mentali, l&#8217;uso spregiudicato della violenza. Il fucile e la corda per catturare lo Yeti divengono allora il simbolo di quell&#8217;antropocentrismo senza senso del limite e senza rispetto per il mistero che accompagna l&#8217;idea evolutiva del sapere come inevitabile avanzata verso <em>le magnifiche sorti e progressive,<\/em> e della quale la manipolazione assoluta dell&#8217;esistente \u00e8 la manifestazione pratica. Non cos\u00ec l&#8217;uomo deve avvicinarsi ai segreti della natura; non con una volont\u00e0 di dominio che esclude ogni forma di compassione verso i viventi, ma con una sete di conoscenza che sappia accostarsi agli enti con umilt\u00e0, rispetto e compartecipazione: ossia con la consapevolezza che siamo tutti parte di un delicato ma armonioso disegno cosmico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Occidente \u00e8 noto al grande pubblico come &quot;l&#8217;abominevole uomo delle nevi&quot;, ma nella regione himalayana, ove le montagne stesse &#8211; a cominciare dall&#8217;Everest-Chomolungma &#8211; sono<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30188,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[32],"tags":[92],"class_list":["post-26811","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-varie-costumi-e-societa","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-varie-costumi-e-societa.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26811","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26811"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26811\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30188"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26811"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26811"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26811"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}