{"id":26762,"date":"2014-06-01T08:31:00","date_gmt":"2014-06-01T08:31:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/06\/01\/per-leopardi-la-vita-e-nulla-perche-gli-sfugge-quale-ne-sia-il-vero-fine\/"},"modified":"2014-06-01T08:31:00","modified_gmt":"2014-06-01T08:31:00","slug":"per-leopardi-la-vita-e-nulla-perche-gli-sfugge-quale-ne-sia-il-vero-fine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/06\/01\/per-leopardi-la-vita-e-nulla-perche-gli-sfugge-quale-ne-sia-il-vero-fine\/","title":{"rendered":"Per Leopardi la vita \u00e8 Nulla perch\u00e9 gli sfugge quale ne sia il vero fine"},"content":{"rendered":"<p>Davvero Leopardi \u00e8 stato, oltre che un grandissimo poeta, un grande filosofo, o anche, semplicemente, un filosofo?<\/p>\n<p>Dato lo stretto legame esistente tra la sua concezione del mondo e la sua poetica, la questione \u00e8 di somma importanza; facilmente il lettore delle sue poesie, infatti, o anche delle \u00abOperette morali\u00bb, \u00e8 portato a pensare che il suo tragico pessimismo sia &quot;giustificato&quot; sul piano speculativo, in virt\u00f9 della suggestione che emana dall&#8217;arte dello scrittore, senza per\u00f2 soffermarsi a valutare se tale inferenza sia pienamente giustificata.<\/p>\n<p>Consapevoli del fatto che tale questione \u00e8 stata pi\u00f9 volte dibattuta, anche recentemente, da insigni studiosi e da specialisti che hanno sviscerato la vasta produzione leopardiana dal primo all&#8217;ultimo foglio, compreso l&#8217;epistolario e le sterminate annotazioni dello \u00abZibaldone\u00bb, e quindi senza alcuna pretesa di aver fatto chiss\u00e0 quale scoperta e senza la presunzione di aver capito ogni cosa nel breve spazio di una riflessione come questa, crediamo nondimeno che valga la pena di riprendere in mano il problema, se non altro per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti su tale questione, che sono, invece &#8211; a nostro avviso &#8211; assai diffusi.<\/p>\n<p>Per Leopardi, la vita umana, e non solo essa, ma tutto ci\u00f2 che esiste, cade sotto l&#8217;impero del Nulla: l&#8217;intera sua opera letteraria, in prosa e in versi, incomincia e finisce sotto questa certezza, presentata, per lo pi\u00f9, come auto-evidente, o, al massimo, accompagnata da alcune riflessioni che, senza scendere molto in profondit\u00e0, valgono pi\u00f9 che altro a convalidare quanto espresso a livello poetico, a fornire un supporto filosofico al nichilismo che pervade la sua poesia.<\/p>\n<p>Ma cos&#8217;\u00e8 questo Nulla, si chiede Giuseppe Zonta, che, per Leopardi, \u00e8 l&#8217;alfa e l&#8217;omega della vita umana, della condizione umana, anzi, della condizione universale? Prima di affermare che tutto \u00e8 Nulla, che tutto \u00e8 destinato al Nulla e che solo nel Nulla trova conclusione il patire di tutte le creature, bisognerebbe anzitutto definire che cosa, esattamente, esso sia.<\/p>\n<p>Ma Leopardi non lo definisce mai con precisione; al contrario, egli ondeggia fra la concezione del Nulla come totale negativit\u00e0 dell&#8217;essere e quella del Nulla come non-essere; e da questa ambiguit\u00e0 derivano serie conseguenze, s\u00ec che Leopardi \u00e8 portato a trarre conclusioni radicalmente pessimistiche, molto pi\u00f9 grandi, sul piano logico, delle premesse.<\/p>\n<p>Scrive, dunque, Giuseppe Zonta nella sua pregevole monografia &#8211; oggi purtroppo pressoch\u00e9 dimenticata, come del resto il suo autore &#8211; \u00abL&#8217;anima dell&#8217;Ottocento\u00bb (Torino, Paravia, 1924, pp. 107-108):<\/p>\n<p>\u00abCos&#8217;\u00e8 questo Nulla, che il Leopardi cos\u00ec decisamente afferma costituire l&#8217;essenza della vita e dell&#8217;uomo? Non \u00e8 certamente un valore inesistente, perch\u00e9 allora la mente non lo potrebbe n\u00e9 concepire, n\u00e9 avvertire.<\/p>\n<p>Deve quindi essere un valore negativo, rispetto ad un altro positivo, come appunto la mancanza di luce chiamiamo &quot;il buio&quot;, il contrario dell&#8217;amore &quot;l&#8217;odio&quot;, e via dicendo. E appunto per Giacomo Leopardi il NULLA non \u00e8 altro che il valore opposto a quello della felicit\u00e0. Esso aderisce all&#8217;estremo limite di questa, ma si dispone in senso contrario, come il convesso rispetto al concavo, in maniera da rappresentare un&#8217;attivit\u00e0 negativa; \u00e8 una forma di ESSERE NON FELICE in confronto a una forma di ESSERE FELICE. L&#8217;uomo &#8212; ragiona il Leopardi &#8212; \u00e8 di sua natura spinto verso il piacere, che consiste nell&#8217;appagamento dei desider\u00ee, che egli si foggia nell&#8217;accesa fantasia. Ma non pu\u00f2 giammai soddisfare al suo sogno, perch\u00e9 \u00e8 impedito di creare un mondo a sua posta dalla Realt\u00e0,, tiranna rigida e impassibile, che si oppone ostinatamente di contro alla illusione. Ne avviene perci\u00f2 lo stesso fenomeno che si verifica quando venga frapposto a una fonte luminosa uno schermo. Dietro di questo viene a formarsi un cono d&#8217;ombra, che \u00e8 s\u00ec una proiezione della luce, ma che non partecipa della sua essenza e natura; e che di essa mantiene soltanto i contorno, i quali maggiormente servono a dimostrare &#8212; per contrasto &#8212; la mancanza appunto di luce. E come il cono d&#8217;ombra \u00e8 l&#8217;effetto di un contrasto tra le vibrazioni luminose e un mezzo rigido, che loro impedisce di propagarsi, cos\u00ec il Nulla leopardiano \u00e8 il prodotto della stasi, in cui lo spirito viene a piombare, in seguito al risultato di un cozzo tra due forze eguali e contrarie, che sono l&#8217;IDEALE e il REALE. Come lo scontro di due masse eguali e contrarie, ha come effetto la quiete (cio\u00e8 il nulla, rispetto al moto), cos\u00ec il continuo urto tra i prodotti dell&#8217;Io e la resistenza delle cose produce nella vita un risultato immobile e negativo, privo di piacere, che \u00e8 il NULLA, rispetto al fine dell&#8217;animo, che \u00e8 la felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 il punto d&#8221;incidenza, dove le due forze concorrenti si toccano, \u00e8 l&#8217;unico che si percepisca dagli uomini come realmente esistente, perch\u00e9 in esso aderiscono insieme &#8212; siano pure incerti &#8212; tanto il reale che l&#8217;ideale. E la conseguente constatazione della quiete, che subentra all&#8217;urto, \u00e8 il pi\u00f9 angoscioso momento della vita, come quello che rappresenta la verifica, che fa l&#8217;animo, della continua e fatale persistenza del Nulla. Questo punto di incidenza e questa immobilit\u00e0 spirituale si chiama la NOIA: &quot;Solo la noia, la quale nasce sempre dalla vanit\u00e0 delle cose, non \u00e8 mai vanit\u00e0, non inganno; mai non \u00e8 fondata in sul falso. E si pu\u00f2 dire che, essendo tutto l&#8217;altro vano, alla noia riducasi e in lei consista quanto la vita degli uomini ha di sostanzievole e di reale&quot;. Poi che dunque la noia \u00e8 la constatazione del Nulla, cio\u00e8 della inerzia, che segue al cozzo tra l&#8217;ideale e il reale, e siccome questo avviene di continuo ed \u00e8 la vicenda costante della umana esistenza, ne deriva come fatale necessit\u00e0 che la Noia pervada e soggioghi la vita degli uomini, generando un assiduo fastidio, &quot;un tedio cos\u00ec veemente, che si assomiglia a dolore e spasimo, un certo non solamente conoscere, ma vedere, gustare, toccare la vanit\u00e0 di ogni cosa che ci occorra; di maniera che non solo l&#8217;intelletto nostro, ma tutti i sentimenti ancora del corpo, sono (per un modo di dire strano, ma accomodato al caso) pieni di questa vanit\u00e0&quot;.<\/p>\n<p>Eppure tutti gli uomini credono che la FELICIT\u00c0 sia la loro m\u00e9ta e che essi siano stati creati soltanto per la felicit\u00e0; e corrono verso di essa colle braccia tese, magri per la febbre dei lunghi sogni, e non vedono che tutto \u00e8 vano e nulla, CHE LA FELICIT\u00c0 NON ESISTE, non \u00e8 esistita e non esister\u00e0 mai; e che la vita non \u00e8 che OZIO, rispetto alla felicit\u00e0, perch\u00e9 ad onta di ogni sforzo, non riusciranno mai a conquistarla:<br \/>\n&quot;Le notti e i giorni<\/p>\n<p>Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne<\/p>\n<p>Sudar delle officine, ozio le vegghie<\/p>\n<p>Son de&#8217; guerrieri e il perigliar nell&#8217;armi,<\/p>\n<p>e il mercatante avaro in ozio vive:<\/p>\n<p>ch\u00e9 non a s\u00e9, non ad altrui, la bella<\/p>\n<p>felicit\u00e0, cui solo agogna e crea<\/p>\n<p>la natura mortale, veruno acquista<\/p>\n<p>per cura o per sudor, vegghia o periglio&quot;.<\/p>\n<p>Dopo la investigazione di se stesso, degli uomini e delle cose, l&#8217;anima di Giacomo Leopardi si erge nuda e sdegnosa, come farinata, sopra il deserto che essa stessa si \u00e8 formato d&#8217;attorno.\u00bb<\/p>\n<p>La premessa di tutto il ragionamento leopardiano, dunque, \u00e8 che la vita umana sia indirizzata verso la felicit\u00e0; che ad essa tendano tutte le forze dell&#8217;uomo; che essa ne sia la m\u00e8ta e lo scopo supremo. Se cade la premessa, cade tutto il ragionamento.<\/p>\n<p>Dunque, vediamo: Leopardi si prende la briga di dimostrare, o almeno di argomentare in profondit\u00e0, che la ricerca del piacere, e &#8212; si badi &#8212; non di un piacere qualunque, ma di un piacere INFINITO, sia la molla fondamentale dell&#8217;agire umano, nonch\u00e9 il senso dell&#8217;umana esistenza? Sono due affermazioni distinte, anche se egli tende a presentarle come una sola: 1) che il piacere sia ci\u00f2 cui tendono tutti gli esseri umani; 2) che dall&#8217;esito di tale ricerca dipenda il significato della vita e, quindi, il giudizio di valore che si pu\u00f2 dare su di essa.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, Leopardi riprende questa formula, pari pari, dal sensismo francese e dalle correnti materialiste dell&#8217;Illuminismo: e ne deduce che, essendo l&#8217;essere umano dotato di sensi finiti, mai e poi mai potr\u00e0 soddisfare la sua brama di piacere infinito; il che, necessariamente, ha come esito il suo stato perenne, inevitabile, irrimediabile, di infelicit\u00e0. Da questa formuletta, chiamiamola cos\u00ec senza voler mancare di rispetto al grande recanatese, egli deduce tutte le pi\u00f9 pessimistiche conseguenze sul piano sia esistenziale, che estetico: che non esiste alcun piacere positivo, ma solo l&#8217;attesa di un piacere futuro o il ricordo di un bene passato, oppure, ancora, la sospensione temporanea della noia e del dolore &#8212; eterni e inseparabili compagni della condizione umana &#8212; vissuta come un sollievo e quindi, illusoriamente, come uno stato di benessere che viene scambiato per qualcosa di simile alla felicit\u00e0. L&#8217;altissima poesia di liriche come \u00abIl sabato del villaggio\u00bb e \u00abLa quiete dopo la tempesta\u00bb \u00e8 la viva e commossa espressione di tali conclusioni.<\/p>\n<p>Dunque, proviamo a vedere. La prima affermazione opinabile, nel ragionamento di Leopardi, \u00e8 che il piacere corrisponda, automaticamente, al concetto di felicit\u00e0; per cui, fallito l&#8217;obiettivo del piacere, deve ritenersi fallito anche quello della felicit\u00e0. In realt\u00e0, il piacere \u00e8 l&#8217;effetto di un benessere corporeo, dunque di origine fisica, che si estende e si propaga alla sfera spirituale, comunque si voglia intendere quest&#8217;ultima, in senso immanente o in senso trascendente. La felicit\u00e0, invece, \u00e8 una condizione di perfetta letizia interiore, che prescinde, o perlomeno pu\u00f2 prescindere, dalle condizioni fisiche, dunque anche dal benessere corporeo: di fatto, abbiamo esempi di grandi personalit\u00e0, di santi, di mistici, di ricercatori spirituali, che hanno raggiunto la felicit\u00e0 pur trovandosi in condizioni fisiche precarie, tribolate, addirittura dolorose. Non \u00e8 vero, dunque, che, per essere felici, bisogna toccare il vertice del piacere; semmai \u00e8 vero il contrario: che la felicit\u00e0, stato interiore, conferisce il piacere, un piacere totale, che \u00e8 contemporaneamente fisico e spirituale. Lo sanno gli amanti, i quali, nel momento dell&#8217;estasi, toccano uno stato di rapimento che si pu\u00f2 definire &quot;felice&quot;, e nel quale ogni eventuale inconveniente fisico, miracolosamente, scompare &#8212; almeno finch\u00e9 dura lo stato di perfetta fusione dell&#8217;uno con l&#8217;altra.<\/p>\n<p>La seconda affermazione opinabile \u00e8 che tutti gli uomini tendano a un piacere infinito. \u00c8 strano che proprio Leopardi, il teorico della poetica del &quot;vago&quot; e dell&#8217;&quot;indefinito&quot;, abbia confuso cos\u00ec grossolanamente il concetto di &quot;infinito&quot; con quello di &quot;indefinito&quot;. L&#8217;uomo, certamente, aspira alla felicit\u00e0 &#8212; il che non significa, come abbiamo visto, al piacere sensibile; che questa felicit\u00e0 se la immagini come infinita, \u00e8 tutto da vedere: piuttosto, vi \u00e8 motivo di pensare che se la raffiguri come indefinita: qualcosa di vago, di indescrivibilmente bello, di inesprimibile. Il bambino che attende un misterioso regalo natalizio non se lo figura come infinito, ma come indefinito: non sa cosa sar\u00e0, ma gode immensamente dell&#8217;attesa, e gode tanto di pi\u00f9, quanto pi\u00f9 non ha un&#8217;idea precisa di che cosa sar\u00e0. Un piacere indefinito, o l&#8217;attesa di un piacere indefinito, pu\u00f2 corrispondere a uno stato di felicit\u00e0 completo, se per &quot;completo&quot; si intende che non se ne potrebbe immaginare uno pi\u00f9 grande. Chiediamolo a quel bambino, che aspetta con il cuore che batte all&#8217;impazzata la rivelazione del regalo a lui destinato: egli \u00e8 felice, e la sua felicit\u00e0 \u00e8 qualcosa di reale, di positivo. Non vale definirla come semplice &quot;illusione&quot;: anche qui, Leopardi non ha chiarito a sufficienza il concetto di illusione. Meglio di lui lo aveva compreso Foscolo, per il quale le nobili illusioni dell&#8217;uomo non sono fantasmi, non sono amari inganni, ma qualcosa di vivo, di reale, che \u00e8 suscettibile di conferire un alto significato alla vita umana.<\/p>\n<p>La terza affermazione opinabile \u00e8 che nella ricerca del piacere consista il fine dell&#8217;esistenza e che dal suo mancato raggiungimento nascano la noia e il dolore come risultato inevitabile: condizione che egli definisce come infelicit\u00e0 e come Nulla. Ma egli non ha dimostrato che fine e scopo siano la stessa cosa, lo ha solamente posto: di fatto, noi possiamo tendere a un certo fine, senza che quel fine sia lo scopo ultimo del nostro agire. Lo scopo \u00e8 la cosa in vista di cui si agisce; il fine, \u00e8 il senso di quella ricerca. Il senso di una ricerca potrebbe anche essere la ricerca stessa e non il raggiungimento di uno scopo. Lo scopo \u00e8 sempre limitato, il fine \u00e8 tendenzialmente illimitato, perch\u00e9 non si esaurisce mai completamente. E la sua mancata realizzazione integrale, ben lungi da rappresentare un marchio d&#8217;imperfezione, \u00e8, al contrario, il segno di una dimensione ulteriore, una dimensione assoluta, che non si appaga, n\u00e9 mai potrebbe appagarsi, nella dimensione del contingente e del relativo. In ci\u00f2, quindi, si pu\u00f2 scorgere l&#8217;indizio &#8211; e, in un certo senso, ricevere la caparra &#8212; del fatto che noi siano destinati alla dimensione dell&#8217;assoluto, fuori da quella, necessariamente imperfetta e talvolta dolorosa, del relativo.<\/p>\n<p>Quanto al Nulla, non \u00e8 corretto porlo come il contrario della felicit\u00e0: questo non \u00e8 fare filosofia, ma del sentimentalismo, per quanto rispettabilissimo nella sua sfera di competenza, vale a dire la poesia. In un ragionamento filosofico, il Nulla non \u00e8 il contrario della felicit\u00e0, n\u00e9 potrebbe mai esserlo, per il semplice fatto che la felicit\u00e0 non \u00e8 il Tutto, ma uno stato dell&#8217;animo; non una cosa, e nemmeno una non-cosa, ma un modo dell&#8217;essere. I modi dell&#8217;essere non sono cose, non sono oggetti: sono, appunto, modi, stati o condizioni esistenziali; non hanno a che fare con l&#8217;essere in s\u00e9, ma con le manifestazioni dell&#8217;essere. Dunque il Nulla non \u00e8 uno stato dell&#8217;essere; e, se lo si assume come tale, si opera una falsificazione concettuale. Ogni cosa ha il suo nome e ogni sana filosofia cerca di definire con chiarezza ed esattezza i suoi oggetti, proprio per evitar di cadere in equivoci e fraintendimenti.<\/p>\n<p>Il Nulla \u00e8 il non-essere: che lo si scriva con la maiuscola o con la minuscola. Del Nulla non si pu\u00f2 nemmeno parlare; non ha a che fare con la vita umana, n\u00e9 con alcuna forma di esperienza sensibile, ma solo e unicamente con l&#8217;universo concettuale: \u00e8 un&#8217;astrazione logico-matematica. Se vogliamo chiamare Nulla uno stato di noia e di dolore, radicalmente contrapposto alla felicit\u00e0, facciamolo pure, ma consapevoli che stiamo adoperando il linguaggio in maniera impropria: lo stiamo forzando, stiamo abusando delle parole.<\/p>\n<p>E chi ha detto, poi, che il Nulla \u00e8 la rivelazione dell&#8217;&quot;arido vero&quot;, ossia del fatto che tutto \u00e8 vano, tutto \u00e8 brutto, tutto \u00e8 male? Leopardi lo pone come dimostrato, ma non lo argomenta. Che ogni cosa esista per il male, come afferma in un famoso passo dello \u00abZibaldone\u00bb, e che la sola cosa buona sia il non-essere, questo andrebbe discusso, se non dimostrato: altrimenti, non \u00e8 che una dichiarazione di principio, tanto soggettiva quanto opinabile. Come si pu\u00f2 affermare che l&#8217;unico bene \u00e8 il non-essere (e, in subordine, il morire, come liberazione dal male radicale dell&#8217;esistere), quando il non-essere \u00e8, per definizione, ci\u00f2 che non solo non esiste, ma che non si pu\u00f2 nemmeno propriamente definire, che non si pu\u00f2 neppure pensare, dato che qualunque pensiero \u00e8 una modalit\u00e0 dell&#8217;essere e che nulla che non sia l&#8217;essere \u00e8 capace di porsi simili interrogativi?<\/p>\n<p>Per dire che il non-essere \u00e8 meglio dell&#8217;essere, bisognerebbe aver dimostrato che il non-essere sia qualcosa, insomma che sia: invece il non essere, per definizione, non \u00e8: dunque, sfugge a qualsiasi discorso. E cos\u00ec il Nulla, propriamente parlando.<\/p>\n<p>Ma forse, dopotutto, Leopardi ha trascurato il fatto che la vita umana, e non essa soltanto, pu\u00f2 avere un senso, indipendentemente dal raggiungimento della felicit\u00e0, intesa alla maniera del sensismo e del materialismo; che il fine cui siano chiamati a collaborare ci trascende, e risiede in un principio pi\u00f9 alto che non sia il nostro piacere; che la promessa di felicit\u00e0, cui siamo stati fatti partecipi, non deve ritenersi un inganno solo per il fatto non si realizza nella dimensione del contingente e del relativo, perch\u00e9 tale dimensione non \u00e8 la dimensione ultima dell&#8217;essere, ma, al contrario, solo la prima e la pi\u00f9 bassa, appunto perch\u00e9, per sua natura, elusiva e ingannevole.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Davvero Leopardi \u00e8 stato, oltre che un grandissimo poeta, un grande filosofo, o anche, semplicemente, un filosofo? 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