{"id":26653,"date":"2008-07-22T10:24:00","date_gmt":"2008-07-22T10:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/07\/22\/la-vita-e-una-fiaba-che-non-possiamo-piu-capire-una-volta-diventati-grandi\/"},"modified":"2008-07-22T10:24:00","modified_gmt":"2008-07-22T10:24:00","slug":"la-vita-e-una-fiaba-che-non-possiamo-piu-capire-una-volta-diventati-grandi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/07\/22\/la-vita-e-una-fiaba-che-non-possiamo-piu-capire-una-volta-diventati-grandi\/","title":{"rendered":"La vita \u00e8 una fiaba che non possiamo pi\u00f9 capire una volta diventati grandi?"},"content":{"rendered":"<p><em>Non vi era stato altro modo di spiegarglielo, se non in termini di mito o allegoria: poesia dell&#8217;incertezza infantile. L&#8217;avevo ben ostruita, parola per parola, sulla parabola di un Egitto nel quale le sarebbero apparsi (ingranditi fino a sembrare dei o magi) i ritratti della sua famiglia dei suoi antenati. Ma non \u00e8 forse la vita stessa una fiaba che non possiamo pi\u00f9 capire, una volta diventati grandi?<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 questa la domanda che pone a se stesso, a un certo punto, Darley, l&#8217;io-narrante del celebre \u00abquartetto di Alessandria\u00bb dello scrittore anglo-irlandese Lawrence George Durrell (nato a Darjeeling, in India, nel 1912, e morto a Sommi\u00e8res, in Provenza, nel 1990), nell&#8217;ultimo romanzo della quadrilogia, <em>Clea<\/em> (titolo originale: <em>Clea- Tge Alexandrian Quartet IV<\/em>, 1960; traduzione italiana di Fausta Cialente, Mondadori, Milano, 1961, e Longanesi &amp; C., Milano, 1973, pp. 10-12).<\/p>\n<p>Se lo chiede al momento di presentarci la piccola, deliziosa figurina della figlia di Nessim e Melissa, che egli ha allevato per alcuni anni su di un&#8217;isola greca, dopo la morte della sua infelice madre, ballerina di <em>tabarin<\/em> malata di tubercolosi.<\/p>\n<p><em>La bambina aveva gettato un mandarino in acqua ed ora si sporgeva per vederlo rotolare dolcemente gi\u00f9 sul fondo sabbioso della grotta. Si era fermato l\u00ec, ammiccando come una piccola fiamma, cullato dal movimento delle onde.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abAdesso guarda come vado a riprenderlo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abNon in quest&#8217;acqua gelida, morirai dal freddo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abNon fa freddo oggi. Guarda\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Sapeva gi\u00e0 nuotare come una giovane lontra. Era facile, qui seduto sul piano della roccia sporgente sull&#8217;acqua, riconoscere in lei gli occhi intrepidi di Melissa, un po&#8217; lunghi sui lati; e, a volte, intermittente, come un granello di sono dimenticato negli angoli, il cupo sguardo indefinibile (supplichevole, incerto) di suo padre Nessim. Ricordai la voce di Clea che diceva una volta, in un altro mondo, molto tempo prima: \u00abBada, se a una ragazza non piace danzare e nuotare, non sar\u00e0 mai capace di fare all&#8217;amore\u00bb. Sorrisi e mi domandai se quelle parole erano vero mentre osservavo la piccola creatura voltarsi agile nell&#8217;acqua e scivolare con grazia verso la sua meta con l&#8217;agilit\u00e0 di una foca, le dita dei piedi puntate verso il cielo. Il barlume del piccolo, roseo spacco fra le gambe. Ricuper\u00f2 abilmente il mandarino e risal\u00ec alla superficie serrandolo fra i denti.<\/em><\/p>\n<p>Ma, se \u00e8 vero che la vita \u00e8 una fiaba che non siamo pi\u00f9 in grado di comprendere allorch\u00e9 siamo diventato grandi, quali sono le ragioni di questa incomprensione, di questo oblio, che ci separa dalla parte migliore di noi stessi?<\/p>\n<p>La risposta, forse, si trova nell&#8217;enunciato stesso della domanda: che la vita, cio\u00e8, \u00e8 una fiaba in se stessa.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;io adulto non lo sa pi\u00f9; o, meglio, si rifiuta di crederlo.<\/p>\n<p>Un&#8217;eco di questa notevole intuizione si trova nel cosiddetto \u00abinno dell&#8217;amore\u00bb, nella <em>Prima lettera ai Corinzi<\/em> di san Paolo (13, 11):<\/p>\n<p><em>Da bambino parlavo come un bambino<\/em><\/p>\n<p><em>come uno di loro pensavo e ragionavo.<\/em><\/p>\n<p><em>Poi diventato uomo<\/em><\/p>\n<p><em>ho smesso di fare cos\u00ec.<\/em><\/p>\n<p>San Paolo, per\u00f2, risolve il paragone tra l&#8217;io-bambino e l&#8217;io-adulto a tutto favore del secondo, come si deduce dai versetti successivi (id., 13, 12):<\/p>\n<p><em>Ora<\/em><\/p>\n<p><em>vediamo Dio in modo confuso<\/em><\/p>\n<p><em>come in un antico specchio:<\/em><\/p>\n<p><em>ma quel giorno<\/em><\/p>\n<p><em>quando verr\u00e0 ci\u00f2 che \u00e8 perfetto<\/em><\/p>\n<p><em>lo vedremo faccia a faccia.<\/em><\/p>\n<p><em>OralLo conosco solo in parte:<\/em><\/p>\n<p><em>ma quel giorno<\/em><\/p>\n<p><em>quando verr\u00e0<\/em><\/p>\n<p><em>lo conoscer\u00f2 come lui mi conosce.<\/em><\/p>\n<p>Il bambino, perci\u00f2, \u00e8 presentato in questo caso come colui che parla, pensa e ragiona in modo imperfetto; mentre l&#8217;adulto \u00e8 colui che sa fare ciascuna di queste cose in modo adeguato. Il che \u00e8 senza dubbio vero, se poniamo il parlare, il pensare e il ragionare come operazioni esclusivamente razionali e intese a fornire una rappresentazione del mondo quanto pi\u00f9 possibile oggettiva, distaccata e \u00abimparziale\u00bb. Se, ad esempio, scegliamo di prendere in considerazione un ragionamento filosofico, o una legge scientifica, o la soluzione di un problema geometrico o matematico, non vi \u00e8 il minimo dubbio che la capacit\u00e0 di ragionamento e di linguaggio di un adulto risulti pi\u00f9 adeguata allo scopo, di quella di un bambino.<\/p>\n<p>Tuttavia, questa \u00e8 una verit\u00e0 relativa e non una verit\u00e0 assoluta.<\/p>\n<p>Vi sono, infatti, degli ambiti nei quali la capacit\u00e0 di pensare e di esprimersi di un bambino risulta di gran lunga pi\u00f9 adeguata di quella che \u00e8 propria dell&#8217;adulto. Ne potremmo fare un elenco abbastanza lungo; che, tuttavia, crediamo si possa compendiare in questi termini: <em>il bambino \u00e8 infinitamente superiore all&#8217;adulto quanto alla capacit\u00e0 fantastica e immaginativa.<\/em><\/p>\n<p>Il bambino, senza alcuno sforzo, pu\u00f2 calarsi in un \u00abmondo parallelo\u00bb, dove non esiste la parola \u00abimpossibile\u00bb e dove pu\u00f2 accadere qualsiasi cosa, senza i limiti imposti dal tempo, dallo spazio o dal principio di causa ed effetto. Lo fa, abitualmente, quando <em>gioca<\/em>: quando gioca davvero, intendiamo dire, e non quando viene parcheggiato davanti a dei giocattoli meccanici, i quali giocano al posto suo; o, peggio ancora, davanti a dei video-giochi, i quali predispongono per lui, e al suo posto, quell&#8217;ambientazione virtuale che egli, in condizioni normali, \u00e8 in grado di evocare con la sua propria facolt\u00e0 immaginativa.<\/p>\n<p>Anche quando non gioca, tuttavia, il bambino conserva questa predisposizione e questa potenzialit\u00e0, tanto pi\u00f9 che, per lui, non esiste la rigida distinzione (tipica del mondo adulto) fra <em>tempo magico<\/em> del gioco e <em>tempo profano<\/em> della vita \u00abordinaria\u00bb. Il tempo del bambino, infatti, \u00e8 tutto, potenzialmente, magico; cio\u00e8, se si preferisce, \u00absacro\u00bb: in qualsiasi momento, le creature e le situazioni che stanno acquattate ai margini della vita ordinaria, possono fare irruzione dai loro nascondigli e travolgere vittoriosamente i paletti meticolosamente fissati dalla \u00abragionevolezza\u00bb e dal \u00abbuon senso\u00bb degli adulti.<\/p>\n<p>La vita, per il bambino, <em>\u00e8<\/em>, dunque, una fiaba. Non \u00abcome una fiaba\u00bb, o \u00absomigliante a una fiaba\u00bb: no: una fiaba in se stessa, una fiaba vissuta <em>dall&#8217;interno<\/em>.<\/p>\n<p>Attenzione: non vi \u00e8, in questa asserzione, nulla di sdolcinato, di melenso o di retorico. Non abbiamo detto: \u00abuna bella fiaba\u00bb, perch\u00e9 non \u00e8 detto che lo sia. Molto probabilmente, e come avviene in quasi tutte le fiabe, gli elementi gradevoli, entusiasmanti e gioiosi saranno variamente mescolati a quelli spiacevoli, deprimenti o, addirittura, paurosi; anche se, in linea di massima, i primi dovrebbero tendere a prevalere, almeno nel caso della vita normale di bambini inseriti all&#8217;interno di famiglie e societ\u00e0 normali &#8211; qualunque cosa si voglia intendere con il concetto, certo generico ma intuitivamente riconoscibile, di \u00abnormalit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>Il bambino che, ascoltando la fiaba narrata da un genitore, non si immerge con tutta l&#8217;anima in essa; che non trema di paura quando la strega si avvicina alla bella fanciulla, e non freme di gioia quando il giovane principe giunge a liberarla sul suo cavallo bianco, non \u00e8 un bambino normale -indipendentemente da quanto dura possa essere la sua vita di ogni giorno e, magari, poco consona alla sua et\u00e0 e alle sue esigenze infantili.<\/p>\n<p>Il bambino che, passeggiando a sera nel bosco, non ritiene possibile che fate ed elfi gli appaiano in qualunque momento, non \u00e8 un bambino normale. Il bambino che, dopo aver udito una storia di orchi e di incantesimi, non si rincantuccia sotto le coperte quando sar\u00e0 giunto il momento di andare a dormire, sognando che qualcuno possa venire a tirarlo per le manica da sotto il letto per trascinarlo in chiss\u00e0 quali mondi indiavolati, non \u00e8 un bambino normale.<\/p>\n<p>Lasciamo ora da parte ogni discorso, perch\u00e9 non \u00e8 questa la sede appropriata, circa non la <em>realt\u00e0<\/em> (che, per lui, \u00e8 assolutamente evidente e indubitabile), ma la <em>oggettivit\u00e0<\/em> delle cose e delle creature che il bambino vede, ode, annusa o, semplicemente, immagina; ce ne siamo, peraltro, occupati in altro momento (cfr. il nostro articolo <em>I bambini vedono cose che noi non vediamo<\/em>, sui siti di Edicolaweb e di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Notissimo, ad esempio, \u00e8 l&#8217;episodio \u00abfate di Cottingley\u00bb, un paese dello Yorkshire ove, nel 1916-17, due cuginette inglesi non solo videro, ma fotografarono delle fate. Lo scrittore Arthur Conan Doyle lo studi\u00f2 e vi credette, scrivendo sull&#8217;argomento il libro <em>The Coming of the Fairie<\/em>, nel 1922. Cinquant&#8217;anni dopo le due cugine, ormai anziane, ammisero &#8211; pur tra contraddizioni e reticenze &#8211; di avere falsificato, in gran parte, il materiale in questione. Eppure la loro posizione rimase differenziata sino all&#8217;ultimo: Frances \u00e8 morta credendo nelle fate e sostenendo strenuamente che almeno una delle foto era vera; mentre Elsie ha sostenuto di non credere nelle fate e che tutta la storia era stata solo un gioco (cfr. A. Conan Doyle, <em>Il ritorno delle<\/em> <em>fate<\/em>, con un saggio introduttivo di M. Introvigne e M. W. Homer, Sugarco edizioni, Milano, 1992).<\/p>\n<p>Lasciamo da parte, comunque, la questione della realt\u00e0 oggettiva dei contenuti fiabeschi, perch\u00e9 quello che a noi interessa, ora, non \u00e8 stabilire il grado di realt\u00e0 di questo o quel contenuto, bens\u00ec evidenziare che <em>tutta la vita<\/em> \u00e8, per il bambino, una fiaba; e non solo quand&#8217;egli fantastica nel corso di un gioco, o quando ascolta le fiabe che gli raccontano gli adulti. Le cose, le persone e le situazioni della vita ordinaria, cio\u00e8, vengono da lui percepite attraverso una particolare attitudine mentale e spirituale, che le trasfigura continuamente in altro da quello che esse appaiono allo sguardo e al ragionamento dell&#8217;adulto.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 il bambino si commuove o si spaventa cos\u00ec facilmente, dal punto di vista dell&#8217;adulto, s\u00ec da dover essere costantemente rassicurato e rasserenato; cos\u00ec come, per lo stesso motivo, \u00e8 soggetto ad entusiasmarsi e a gioire per quelle che, all&#8217;adulto, sembrano piccole cose, o anche delle cose che sfuggono, puramente e semplicemente, alla sua percezione. Si pu\u00f2 anzi dire, senza timore di esagerare, che la vita del bambino e quella dell&#8217;adulto giacciono e si muovono su due diversi e separati piani di realt\u00e0, solo in parte comunicanti e, ad ogni modo, comunicanti sempre al prezzo di equivoci e fraintendimenti.<\/p>\n<p>Il problema che ci sta a cuore \u00e8, ovviamente, sapere se esiste, per l&#8217;adulto, la possibilit\u00e0 di continuare a percepire la propria vita come una fiaba, senza smarrire la capacit\u00e0 di giudizio critico accumulata con l&#8217;esperienza, e senza cadere in un infantilismo di ritorno che corrisponderebbe a una penosa regressione del suo stadio di maturazione intellettuale, affettiva e spirituale. Ci domandiamo, in altri termini, se l&#8217;adulto possa conservare, o ritrovare, la capacit\u00e0 di percepire la propria vita come una fiaba, pur continuando a pensare, parlare e ragionare da adulto. \u00c8 possibile, insomma, vivere contemporaneamente su due livelli di maturazione e su due piani di percezione della realt\u00e0, quello fantastico del bambino e quello logico-critico, proprio dell&#8217;adulto?<\/p>\n<p>A nostro giudizio, la risposta \u00e8 affermativa.<\/p>\n<p>Innanzitutto, osserviamo che esistono alcune categorie di individui i quali sono effettivamente riusciti a realizzare questa coesistenza dei due piani di realt\u00e0: i poeti, anzitutto (come aveva intuito anche Giovanni Pascoli); gli artisti; i mistici. Stiamo dunque parlando di qualcosa che \u00e8 possibile, qualcosa che \u00e8 dato di constatare nella realt\u00e0 fattuale; non di mere congetture.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, se ci domandiamo quale sia, esattamente, l&#8217;elemento grazie al quale il bambino &#8211; e alcune rare persone adulte &#8211; hanno il dono di percepire la propria vita come una fiaba, riteniamo che la risposta debba essere: <em>la capacit\u00e0 inesauribile d stupirsi<\/em>. Solo chi sa stupirsi davanti a ogni cosa, comprese quelle apparentemente pi\u00f9 semplici &#8211; come il frinire delle cicale sugli alberi in un caldo meriggio d&#8217;estate, o come il riflesso del sole al tramonto sui bordi delle nuvole che si aprono dopo la pioggia -, solo chi sa fare questo, \u00e8 in grado di percepire la natura fiabesca della vita, e di vivere in uno stato di perenne incanto.<\/p>\n<p>E, se lo stupore \u00e8 la condizione a ci\u00f2 necessaria e il mezzo per realizzare l&#8217;incantamento, un vivo e glorioso sentimento di gratitudine ne sar\u00e0, quasi immancabilmente, la conseguenza. Perch\u00e9 \u00e8 impossibile cogliere l&#8217;essenza fiabesca della vita, ossia la sua dimensione di <em>infinita possibilit\u00e0<\/em>, senza sentirsi anche, e per ci\u00f2 stesso, invasi da un caldo fiume di benevolenza, gratitudine e amore per l&#8217;Essere che ci ha immessi in una realt\u00e0 cos\u00ec meravigliosa.<\/p>\n<p>Tutto, allora, diviene bellezza; tutto diviene grazia; tutto \u00e8 motivo di ammirazione e infinita gratitudine.<\/p>\n<p>Come scriveva, ancora, Lawrence Durrell, nel primo romanzo del \u00abquartetto di Alessandria\u00bb, <em>Justine<\/em> (1957; traduzione italiana di Liana M. Johnson, Longanesi &amp; C., Milano, 1959, pp. 299-300):<\/p>\n<p><em>Le cicale fremono nei grandi platani e l&#8217;estate mediterranea si apre davanti a me con tutto il suo magnetico azzurro. In qualche punto imprecisato, laggi\u00f9, dietro la tremolante linea grigioazzurra dell&#8217;orizzonte, si stende l&#8217;Africa, Alessandria si leva, conservando la sua tenue presa sui nostri affetti merc\u00e9 ricordi che gi\u00e0 lentamente vanno ridissolvendosi nell&#8217;oblio: ricordi di amici, di casi lontani. La lenta irrealt\u00e0 del tempo gi\u00e0 comincia a impugnarli e a sfumarne i contorni, tanto che a volte mi chiedono se queste pagine registrano davvero le azioni di esseri umani reali, o se questa non sia piuttosto la storia di pochi oggetti inanimati che precipitarono il dramma intorno a loro; una benda nera, cio\u00e8, il puntale verde d&#8217;un dito, una chiavina d&#8217;orologio e due disperse fedi matrimoniali&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Sar\u00e0 presto sera e il cielo sereno d&#8217;estate si coprir\u00e0 di stelle. Me ne star\u00f2 qui, come sempre, a fumare in riva all&#8217;acqua. Ho deciso di lasciare senza risposta l&#8217;ultima lettera di Clea. Non me la sento pi\u00f9 di spingere le persone, fare promesse, pensare alla vita in termini di patti, intese, risoluzioni. Star\u00e0 a Clea interpretare il mio silenzio secondo le sue brame e i suoi bisogni, venire da me se lo vuole, oppure no, come il caso sar\u00e0. Tutto non dipende forse dalla interpretazione che diamo al silenzio che ci circonda?<\/em><\/p>\n<p>Appunto.<\/p>\n<p>Tutto non dipende forse dalla interpretazione della vita che stiamo vivendo?<\/p>\n<p>A noi la scelta se interpretarla come una ricca e avvincente fiaba; o come un incubo; o come una catena casuale e insensata di eventi, del pari casuali e insensati.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non vi era stato altro modo di spiegarglielo, se non in termini di mito o allegoria: poesia dell&#8217;incertezza infantile. 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