{"id":26627,"date":"2017-09-19T05:12:00","date_gmt":"2017-09-19T05:12:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/09\/19\/la-verita-si-controlla-o-si-accoglie\/"},"modified":"2017-09-19T05:12:00","modified_gmt":"2017-09-19T05:12:00","slug":"la-verita-si-controlla-o-si-accoglie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/09\/19\/la-verita-si-controlla-o-si-accoglie\/","title":{"rendered":"La verit\u00e0 si controlla o si accoglie?"},"content":{"rendered":"<p>La cultura oggi dominante, erede dell&#8217;illuminismo e del positivismo, ha un approccio caratteristico nei confronti della verit\u00e0: pensa che la si debba &quot;controllare&quot;, nel senso di sottoporla ad un controllo, a una verifica, a un test, per accertarne e convalidarne le credenziali; e pensa, inoltre, che i soli autorizzati ad eseguire questo test siano gli scienziati, non tutti, ma, ovviamente, quelli di tendenza scientista e riduzionista.<\/p>\n<p>Di tale opinione era fondamentalmente anche il fondatore del positivismo logico, o neopositivismo, nonch\u00e9 del Circolo di Vienna, Mortiz Schlik (Berlino, 14 aprile 1882-Vienna, 22 giugno 1936), brutalmente assassinato da uno studente nazista sulle scale dell&#8217;universit\u00e0 della capitale austriaca: il che ne fa una vittima coraggiosa della barbarie hitleriana (avrebbe potuto espatriare, come fecero tanti suoi colleghi), ma non ne fa, di per s\u00e9, n\u00e9 un genio filosofico, n\u00e9 un eroe del pensiero contemporaneo, ma, semmai, un esponente di quella profonda crisi intellettuale e culturale che caratterizza la filosofia europea nel periodo fra le due guerre mondiali, crisi dalla quale, in realt\u00e0, essa non si \u00e8 mai veramente risollevata. Un tratto caratteristico di questo pensiero della crisi \u00e8 la relativizzazione e la soggettivizzazione del concetto di verit\u00e0, o, per converso, la presta di poterlo inchiodare, una volta per tutte, sul letto di Procuste dello scientismo pi\u00f9 becero: \u00e8 vero quel che la scienza, ed essa sola, dice che sia vero, avendolo verificato con i suoi strumenti logici ed empirici, mentre qualsiasi tentativo di diversa provenienza sarebbe illegittimo e, in ogni caso, non probante. Schlick, che era prima di tutto un fisico, poi un filosofo, d\u00e0 alla filosofia questa particolare prospettiva, confermando la sua subordinazione logica alla scienza, che gi\u00e0 il primo positivismo aveva proclamato in maniera pi\u00f9 o meno esplicita. E poco importa che egli, di nuovo poco coerentemente, affermi che la filosofia, pur non essendo una scienza, \u00e8 nondimeno la regina delle scienze: a parte la contraddizione logica, che egli tenta di smussare con un sofisma (<em>non sempre le regine sono della stessa specie dei sudditi<\/em>, dice), resta il fatto che egli circoscrive la finzione della filosofia alla determinazione del senso degli enunciati; non la regina, quindi, a nostro avviso, ma, semmai, la regolatrice del traffico, insomma qualcosa di simile ad un vigile urbano il quale si sforzi ordine nella confusione del movimento cittadino.<\/p>\n<p>Ed ecco il suo pensiero a proposito del concetto di controllo della verit\u00e0, nello scritto <em>La svolta della filosofia<\/em> (in: <em>Moritz Schlik. Tra realismo e neopositivismo<\/em>, a cura di Ludovico Geymonat, Bologna, Casa Editrice il Mulino, 1974, p. 134):<\/p>\n<p><em>Tutte le volte che sussiste un problema sensato, \u00e8 sempre teoricamente possibile indicare la strada che porta alla sua soluzione, ci\u00f2 consistendo, in fondo, nella specificazione del senso del problema. La pratica effettiva di una simile procedura pu\u00f2, naturalmente, essere ostacolata, per esempio, dall&#8217;insufficienza delle capacit\u00e0 umane; ma l&#8217;atto della verifica, con cui ha termine il processo risolutivo, \u00e8 sempre della stessa specie; \u00e8 la presenza di uno stato di cose determinato, stabilito mediante osservazione o esperienza immediata. \u00c8 questo il modo in cui, di fatto, sia nella vita quotidiana, sia nella scienza, si accerta la verit\u00e0 di ogni proposizione. Non esiste, dunque, alcun esame o controllo della verit\u00e0 all&#8217;infuori dell&#8217;osservazione e della scienza empirica. Ogni scienza (nella misura in cui con tale termine intendiamo il\u00a0CONTENUTO\u00a0scientifico, e non i processi umani necessari per il suo conseguimento) \u00e8 un sistema di conoscenze, cio\u00e8 di proposizioni empiriche vere, e l&#8217;insieme di tutte le scienze, con inclusione degli enunciati della vita quotidiana, \u00e8 il sistema delle conoscenze. Non esiste, all&#8217;infuori di esso, un campo di verit\u00e0 filosofiche: la filosofia non \u00e8 un sistema di proposizioni; e, quindi, non \u00e8 una scienza.<\/em><\/p>\n<p><em>Che cos\u00ec&#8217;\u00e8 allora la\u00a0FILOSOFIA? Certo, non \u00e8 una scienza; ma \u00e8 parimenti qualcosa di cos\u00ec significativo e grande, da meritare d&#8217;ora in poi, esattamente come un tempo, il titolo di regina delle scienze. Infatti, non \u00e8 per nulla detto che la regina delle scienze debba essere essa stessa una scienza. Ora noi riconosciamo in essa &#8212; e in questo consiste la caratterizzazione positiva della svolta considerata &#8212; anzich\u00e9 un sistema di conoscenze un sistema di\u00a0ATTI. La filosofia \u00e8, insomma, l&#8217;attivit\u00e0 mediante la quale si chiarisce e si determina il\u00a0SENSO\u00a0degli enunciati. Dalla filosofia le proposizioni vengono esplicate, e dalla scienza vengono verificate. Qui si considera la verit\u00e0 degli enunciati; l\u00e0 che cosa propriamente quegli enunciati\u00a0SIGNIFICHINO\u00a0[&#8230;].<\/em><\/p>\n<p>Il limite di tutta l&#8217;impostazione neopositivista consiste nel fatto che il problema della verit\u00e0 viene ridotto arbitrariamente al problema della proposizione che la esprime ed al suo significato. La verit\u00e0 diventa la verit\u00e0 della espressione verbale, o matematica, che la traduce in linguaggio sensato. Una volta operata, a monte, questa riduzione, ne dovrebbe discendere che la verit\u00e0 delle cose \u00e8 tutt&#8217;uno col linguaggio che la esprime, e la filosofia dovrebbe ridursi a filosofia del linguaggio. \u00a0Schilk, tuttavia, poco coerentemente, non rinuncia a un approccio realistico ed empirico al problema della verit\u00e0 e sostiene che il mezzo della sua verificazione \u00e8 l&#8217;osservazione fornita dalla scienza empirica. La verit\u00e0 consiste nell&#8217;insieme delle verit\u00e0 che sono state verificate mediante l&#8217;osservazione scientifica: non esiste un altro modo d&#8217;intendere la verit\u00e0. La filosofia \u00e8 preposta alla chiarificazione del senso delle proposizioni, mentre il controllo della loro effettiva verit\u00e0 spetta alla scienza empirica.\u00a0<\/p>\n<p>Proviamo adesso a considerare le cose sotto una prospettiva pi\u00f9 ampia. Il neopositivismo, partendo da una impostazione di tipo kantiano, esclude in partenza (come fa la fenomenologia) la possibilit\u00e0 di poter conoscere la cosa in s\u00e9, il <em>noumeno<\/em>; dunque, la questione della verit\u00e0 si riduce alla questione di una verit\u00e0 apparente, delle cose come ci appaiono. Sia la ricerca del loro senso sotto il profilo logico, sia la verifica pratica da parte delle \u00a0scienze empiriche, non si muovono, pertanto, nella sfera della verit\u00e0 ultima, ma in quella di una verit\u00e0 seconda, di una verit\u00e0 relativa. Ricordiamo la definizione classica della verit\u00e0: essa \u00e8 la concordanza fra la mente e l&#8217;oggetto. Ma l&#8217;oggetto non pu\u00f2 essere quel che ci appare, perch\u00e9 in tal caso non avremmo conoscenza, ma opinione; e la verit\u00e0 non sarebbe altro che un gioco di apparenze. Il fatto \u00e8 che la cultura moderna, dopo l&#8217;auto-castrazione del pensiero operata dal criticismo kantiano, ha abbandonato l&#8217;idea della verit\u00e0 \u00a0in senso assoluto e si \u00e8 accontentata di una serie di verit\u00e0 relative (al plurale). Fatica improba, sforzo impossibile e sterile: se non c&#8217;\u00e8 la verit\u00e0 a fondare e sorreggere le verit\u00e0, tutto diventa aleatorio, opinabile, provvisorio: una cosa \u00e8 vera fino a quando non ne viene dimostrata la falsit\u00e0; e poich\u00e9 le scienze empiriche sono in continuo progresso, ne consegue che nessuna verit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 stabile, tutte le verit\u00e0 sono a tempo determinato, e gli uomini si accontentano di verit\u00e0 provvisorie che sono, in realt\u00e0, delle finzioni epistemologiche: si sa che non sono vere, tuttavia, in attesa di qualcosa di meglio, si fa finta che lo siano e ci si regola come se lo fossero. Questo fa s\u00ec che gli uomini moderni vivano come sdoppiati su un duplice binario: da una parte sanno di muoversi in una mondo di verit\u00e0 convenzionali, dall&#8217;altro sono portati ad assolutizzarle, perch\u00e9 tale \u00e8 l&#8217;istinto vitale e perch\u00e9 non arrivano pi\u00f9 nemmeno a concepire che possa esservi una dimensione permanente, fatta di cose assolute; in compenso sopravvive in loro la tensione verso l&#8217;assoluto, magari relegata a livello subcosciente, e quindi essi sono portati ad assolutizzare le cose finite. La convinzione che solo la scienza empirica e l&#8217;osservazione possano controllare la verit\u00e0 tradisce questo slittamento di prospettiva: l&#8217;ambito della verit\u00e0 viene chiaramente ridotto alla sfera di ci\u00f2 che \u00e8 passibile di verificazione empirica da parte della scienza, e ne viene escluso tutto il resto; per essere pi\u00f9 precisi: ne viene escluso tutto ci\u00f2 che la filosofia, intesa come logica del linguaggio, ritiene che non abbia un senso. Da Kant (e da Hume) in poi, sappiamo quali siano le proposizioni giudicate prive di senso: quelle relative alla metafisica. La realt\u00e0 conoscibile empiricamente viene a coincidere con la realt\u00e0\u00a0<em>tout-court<\/em>; quindi anche la verit\u00e0 si restringe ad abbracciare lo spettro delle preposizioni dotate di senso. In realt\u00e0, le domande della metafisica sono tutt&#8217;altro che insensate; ma siccome la scienza empirica non le pu\u00f2 verificare, esse vengono equiparate alle domande prive di senso, e accantonate nel limbo di ci\u00f2 che, non potendo essere verificato, non si potr\u00e0\u00a0<em>mai\u00a0<\/em>stabilire se sia vero oppure no. Si crea un circolo vizioso: sono dotate di senso solo le domande alle quali si pu\u00f2 rispondere; e le domande alle quali si pu\u00f2 rispondere sono quelle dotate di senso. Ma il &quot;senso&quot; di cui parla Schlik \u00e8 il senso dell&#8217;osservazione e della verifica sperimentale, non \u00e8 il senso ultimo, non \u00e8 la verit\u00e0 che si fonda dietro le apparenze.<\/p>\n<p>Come si pu\u00f2 uscire da questo circolo chiuso? Esattamente come ci si \u00e8 entrati: percorrendo a ritroso la strada che ha portato ad equiparare la realt\u00e0 (apparente) alla verit\u00e0, e recuperando l&#8217;idea della verit\u00e0 come qualcosa a cui ci si pu\u00f2 aprire o chiudere, perch\u00e9 esiste indipendentemente da noi, e non come qualcosa che si pu\u00f2 &quot;controllare&quot;, perch\u00e9 il controllore non ha alcun potere effettivo su ci\u00f2 che \u00e8 pi\u00f9 grande di lui, e <em>l&#8217;oggetto<\/em> della verit\u00e0 \u00e8 certamente pi\u00f9 grande delle singole verit\u00e0 parziali dei singoli osservatori. Questa prospettiva non \u00e8 in contrasto, ma in armonia, con la definizione classica della verit\u00e0: l&#8217;adeguamento della mente alla cosa, purch\u00e9 si ammetta che la mente degli enti non pu\u00f2 mai adeguarsi del tutto alle cose (basta un semplice disturbo della percezione, e la verificazione fallisce), per cui la verit\u00e0, nel senso forte del termine, non pu\u00f2 essere altro che la visione che la Mente assoluta ha delle cose. Solo in Dio vi \u00e8 una perfetta corrispondenza fra colui che conosce e ci\u00f2 che viene conosciuto; e solo in Lui esiste la verit\u00e0. Ora, \u00e8 proprio questa Verit\u00e0, Dio, che sostiene e garantisce le verit\u00e0 con le quali dobbiamo fare i conti nell&#8217;ambito del reale al quale siamo circoscritti. Noi, infatti, menti finite, abbiamo una realt\u00e0 nella dimensione del finito, e possiamo conoscere le cose in maniera necessariamente limitata e parziale. Non vi sono verit\u00e0 assolute nel mondo al quale apparteniamo; anche le verifiche pi\u00f9 rigorose sono sempre e solo verifiche parziali e provvisorie. Proprio la scienza, cos\u00ec ingenuamente assolutizzata dai neopositivisti, nel procedere incessante delle sue nuove acquisizioni, dimostra la parzialit\u00e0, e quindi la non verit\u00e0, delle verit\u00e0 precedentemente acquisite e accumulate: e ci\u00f2 dovrebbe essere sufficiente a far capire che, per questa via, non si andr\u00e0 mai oltre l&#8217;ambito di ci\u00f2 che\u00a0<em>sembra<\/em>\u00a0vero, non di ci\u00f2 che<em>\u00a0\u00e8<\/em>\u00a0vero.<\/p>\n<p>Per giungere a capire la verit\u00e0, \u00e8 necessario rinunciare all&#8217;idea di<em>\u00a0controllarla<\/em>, perch\u00e9 essa \u00e8 la verit\u00e0 di qualcosa, e questo qualcosa \u00e8 al di fuori di noi e al di sopra di noi. Perci\u00f2 non si tratta di controllare se una cosa sia vera oppure no, ma di aprirsi alla cosa come essa realmente \u00e8; e non lo si pu\u00f2 fare se si esclude in partenza che la cosa in s\u00e9 sia conoscibile e si ritiene che tutto quel che si pu\u00f2 conoscere come vero siano i fenomeni. La verit\u00e0 \u00e8 una relazione (adeguamento della mente alla cosa), ma non relazione astratta, bens\u00ec relazione concreta: relazione fra un soggetto e un oggetto. Ma perch\u00e9 questa relazione sia possibile, bisogna che l&#8217;oggetto si riveli, e solo allora lo si potr\u00e0 conoscere. Ne consegue che vi sono molte cose, e non le meno importanti, al contrario, le pi\u00f9 importanti, la cui verit\u00e0 non pu\u00f2 essere verificata sul piano empirico. Kant lo sapeva, e ha creduto di eliminare il problema eliminando il <em>noumeno<\/em>, o meglio, escludendolo dalla nostra capacit\u00e0 di conoscerlo. Singolare pretesa: eliminando la cosa in s\u00e9, restano solo le cose come appaiono; ma chi potr\u00e0 garantirci la loro verit\u00e0? Nemmeno la scienza empirica potr\u00e0 farlo, se non in maniera provvisoria e parziale. E una conoscenza provvisoria e parziale non merita il nome di verit\u00e0, ma solo quelli di opinione o d&#8217;ipotesi. Finch\u00e9 si pretende di esercitare un controllo sulla verit\u00e0, non si va lontano: perch\u00e9, se la verit\u00e0 \u00e8 una relazione, bisogna anche precisare che essa \u00e8 una relazione in continuo movimento, non \u00e8 una relazione statica: e come potrebbe il Logos individuale, che rimane sempre fermo sulle proprie posizioni, rendere ragione di una relazione che non permane mai uguale a se stessa? In una relazione dinamica, che si svolge &#8212; come abbiamo visto &#8212; nell&#8217;ambito del finito, la mente finita, mutando la relazione, muta anch&#8217;essa: muta la sua prospettiva, muta il suo modo di percepire la realt\u00e0. La percezione del mondo di un bambino di sei giorni non \u00e8 la stessa di quella di un bambino di sei mesi, n\u00e9 di quella di un bambino di sei anni, n\u00e9 di quella di un uomo di sessanta. Ne consegue che la verit\u00e0 \u00e8 un adeguamento della mente alla cosa, nel senso che anche la mente si deve continuamente adeguare a se stessa; e, poich\u00e9 la cosa non dipende da lei, essa non la pu\u00f2 controllare (non pu\u00f2 &quot;controllare&quot; nemmeno se stessa!&#8230;), ma solo accogliere o non accogliere; e, per farlo, non le \u00e8 sufficiente l&#8217;<em>esprit de g\u00e9ometrie<\/em>, come direbbe Pascal, ma serve anche <em>l&#8217;esprit de finesse<\/em>, perch\u00e9, sempre come diceva il filosofo francese, il cuore ha delle ragioni che la ragione non arriva nemmeno a conoscere. C&#8217;\u00e8 un mistero al fondo di ogni persona: pretendere di conoscere la verit\u00e0 ignorando tale mistero, significa domandare troppo, non solo alla ragione, ma anche a Dio&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La cultura oggi dominante, erede dell&#8217;illuminismo e del positivismo, ha un approccio caratteristico nei confronti della verit\u00e0: pensa che la si debba &quot;controllare&quot;, nel senso di<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[141,263],"class_list":["post-26627","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-filosofia","tag-verita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26627","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26627"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26627\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26627"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26627"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26627"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}