{"id":26610,"date":"2018-07-05T01:22:00","date_gmt":"2018-07-05T01:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/05\/la-vera-bellezza-e-semplicita-perfetta\/"},"modified":"2018-07-05T01:22:00","modified_gmt":"2018-07-05T01:22:00","slug":"la-vera-bellezza-e-semplicita-perfetta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/07\/05\/la-vera-bellezza-e-semplicita-perfetta\/","title":{"rendered":"La vera bellezza \u00e8 semplicit\u00e0 perfetta"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 nella natura dell&#8217;uomo anelare al bello; ed \u00e8 parimenti nella sua natura essere attratto, d&#8217;istinto, dalle cose semplici. Si usa dire: <em>un difficile problema di matematica<\/em>, ma \u00e8 un&#8217;espressione fuorviante: il problema sar\u00e0 anche difficile, ma ci\u00f2 che attrae il matematico \u00e8 trovare la soluzione pi\u00f9 semplice, che sia anche, nello stesso tempo, la pi\u00f9 elegante. Nessun matematico si sente soddisfatto se \u00e8 costretto a risolvere un problema in maniera difficoltosa e inelegante, con passaggi tortuosi; e la stessa cosa vale per il fisico, il chimico, il biologo. Vale anche per l&#8217;architetto: quale architetto sar\u00e0 contento di realizzare un edificio, lasciandosi condizionare dal peso della materia, permettendo ai fattori statici di influenzare l&#8217;opera finita, cos\u00ec come lui l&#8217;aveva concepita nella sua mente? E vale per il musicista, poich\u00e9 la musica, dal punto di vista compositivo, \u00e8 matematica. Vale per il poeta, il quale si sente soddisfatto se riesce ad esprimere il suo sentimento con il minimo delle parole: per questo la parola poetica \u00e8 sempre essenziale, possiede risonanze che il discorso quotidiano non ha e non possieder\u00e0 mai. E vale per il filosofo, il quale, se \u00e8 un vero filosofo, non si appaga di vane parole, di ragionamenti ellittici, d&#8217;inutili sfoggi di maestria retorica e dialettica, ma va dritto al cuore dei problemi, con una consequenzialit\u00e0 tesa, intransigente, riducendo il discorso ai suoi termini essenziali, sfrondato di tutto ci\u00f2 che \u00e8 accidentale, ininfluente. Perfino un atleta, per esempio un tuffatore, o un trapezista, o una pattinatrice sul ghiaccio, o le praticanti del nuoto sincronizzato, perfino costoro sanno, o meglio <em>sentono<\/em>, che la vera bellezza sta nella perfetta semplicit\u00e0: neppure un movimento fuori posto, o fuori tempo, ma armonia assoluta, scioltezza, naturalezza, ogni pi\u00f9 piccolo gesto sincronizzato con gli altri e risolto nell&#8217;azione totale. Non \u00e8 vero che le cose vere sono anche difficili; \u00e8 vero, semmai, che esiste una difficolt\u00e0 nel cogliere ci\u00f2 che, di per s\u00e9, \u00e8 semplice. Il vero non \u00e8 mai difficile, se per difficile s&#8217;intende qualcosa di oscuro; il vero \u00e8 luminoso, e perci\u00f2 semplice; tuttavia, per riuscire a coglierlo, bisogna esser diventati trasparenti, in modo che i suoi raggi di luce ci attraversino senza incontrare alcuna resistenza: e ci\u00f2 richiede un lungo lavoro su se stessi. Pochissime persone possiedono naturalmente il dono della trasparenza; i bambini lo possiedono quasi tutti, ma poi, crescendo, lo smarriscono, se lo scordano. Che le cose profonde debbano essere anche difficili, \u00e8 un pregiudizio che nasce dall&#8217;ignoranza, dal conformismo e dalla pigrizia intellettuale: serve a scusare il fatto di non osare alcun passo decisivo verso la verit\u00e0. Ci si sente giustificati dal fatto che, se il vero \u00e8 difficile, tanto vale lasciar perdere. Ci si guadagna anche in popolarit\u00e0, si riesce pi\u00f9 simpatici, perch\u00e9 dire che il vero esiste, che lo si pu\u00f2 raggiungere, che \u00e8 alla nostra portata, equivale ad attirarsi l&#8217;immediata antipatia della cultura oggi dominante, intrisa di relativismo e di soggettivismo: \u00abMa come, tu vorresti farci credere che sei arrivato alla verit\u00e0? Tu, dunque, ritiene di avere la verit\u00e0? Ma non lo sai che la tua verit\u00e0 non \u00e8, non potr\u00e0 mai essere la mia? Chi ti credi allora di essere?\u00bb.<\/p>\n<p>Bisogna metter in chiaro una cosa: la verit\u00e0 \u00e8 la retta comprensione del reale, e null&#8217;altro. Se questo ci riesce difficile non dipende dal reale ma da noi. Bisogna aggiungere che, per il nostro atteggiamento abituale, noi ce la mettiamo tutta per non capire, per restare chiusi alla comprensione. Per comprendere il reale bisogna aprirsi: aprire la mente, aprire il cuore, rendersi trasparenti; e la prima cosa da fare, in questo senso, \u00e8 spogliarsi del fardello dell&#8217;io e indossare la veste dell&#8217;umilt\u00e0. Chi non sa fare ci\u00f2, non capir\u00e0 mai nulla, trover\u00e0 tutto difficile, o, peggio ancora, creder\u00e0 d&#8217;aver capito, e andr\u00e0 in giro a fare mille discorsi, a compiere mille azioni, ma parlando e agendo come un ubriaco. Chi pensa che la verit\u00e0 sia una conquista \u00e8 del tutto fuori strada; al contrario, \u00e8 una resa. Bisogna arrendersi: arrendersi al mistero luminoso del reale, abbassare le armi della presunzione, dell&#8217;orgoglio e del compiacimento di s\u00e9. C&#8217;\u00e8 una bellissima pagina di Francesco Chiesa, il grande scrittore ticinese, che bene esprime la perfetta semplicit\u00e0 del bello e anche la sua labilit\u00e0 (F. Chiesa, <em>La scatola di pergamena<\/em>, Lugano, Edizioni del Cantonetto, 1960, pp. 167-68):<\/p>\n<p><em>IL LAGHETTO OVALE<\/em><\/p>\n<p><em>Non avendo meta, n\u00e9 conoscenza del luogo, lasciai che i piedi andassero. Era un sentierino appena segnato in terra, che divagava fra larici abeti, morendo di tanto in tanto sul musco silenzioso; poi rinasceva, e cos\u00ec il suono dei miei passi. La foresta a un tratto cess\u00f2, e mi ritrovai libero e aperto dinanzi all&#8217;inatteso mirabile spettacolo.<\/em><\/p>\n<p><em>Un laghetto ovale, d&#8217;un tenere lapislazzoli pagliettato d&#8217;oro, splendeva in un contorno ocra di collinette monde. Nulla si vedeva, oltre i lenti dossi che si susseguivano orlandosi nel cielo, tranne, lontanissima, una sembianza d&#8217;alpi incorporee, d&#8217;un lilla rosa. Nulla si moveva nell&#8217;incantata conca, tranne quelle innumerevoli freccette d&#8217;oro che saettavano in silenzio la grande gemma azzurra.<\/em><\/p>\n<p><em>Mai m&#8217;era avvenuto di trovarmi dinanzi all&#8217;apparizione d&#8217;una bellezza che fosse cos\u00ec perfetta semplicit\u00e0: un&#8217;acqua e il suo luminoso brivido, un giro di collinette e il suo colore ocra uguale, un cielo e il suo sole. Per un poco mi parve di sentirmi anch&#8217;io contento al modo di quelle semplici grandi cose, e che anch&#8217;io fossi un contemplare incantato, immemore di tutto, non sollecito di nulla, concentrato nel suo bel presente. Ma poco dur\u00f2 l&#8217;illusione; e tornai l&#8217;inquieto ricordare temere desiderare ch&#8217;io sono; e l&#8217;apparizione stupenda della cosa che non potevo essere, cess\u00f2 d&#8217;essere gioia anche mia, e cominci\u00f2 a diventare turbamento, avvilimento e dispetto, voglia di non essere pi\u00f9 l\u00ec. Volsi le spalle, e tornai senza guardarmi indietro nel nostro mondo.<\/em><\/p>\n<p>Nel finale di questo minuscolo raccontino, o forse dovremmo chiamarlo apologo (eh, questo eterno impulso di denominare, classificare, etichettare!, \u00e8 appunto una delle cose che fanno velo alla trasparenza del nostro sguardo!), lo scrittore ha saputo magistralmente esprimere, con una manciata di parole, lo sconcerto improvviso, poi la tristezza e, infine, il bisogno di fuggire, davanti alla <em>insostenibilit\u00e0<\/em> di quella esperienza rivelatrice. Infatti: se l&#8217;anima non \u00e8 preparata ad accoglierla, la perfetta bellezza \u00e8 insostenibile: proprio per la sua assoluta, disarmante semplicit\u00e0. Abbiamo detto che per raggiungere la trasparenza \u00e8 necessario un intenso lavoro su se stessi: \u00e8 una lunga strada quella che si deve fare, prima d&#8217;imparare che il vero guadagno \u00e8 la perdita, e la vera ricchezza \u00e8 la povert\u00e0. Bisogna avere rivoluzionato tutte le categorie dell&#8217;io, e l&#8217;io per prima cosa, per mettersi nelle condizioni di riuscire a vedere, guardando, e di udire, ascoltando, e di capire, ponendosi di fronte al reale. Altrimenti, tutto ci\u00f2 che guardiamo, che ascoltiamo, tutto ci\u00f2 che abbiamo di fronte, non ci rimander\u00e0 altro che innumerevoli volte la nostra stessa immagine, le nostre parole, i nostri pensieri. E non riusciremo mai a fare neppure un passo al di l\u00e0 del nostro piccolo io, al di fuori e al disopra della superficie di quegli innumerevoli specchi. In pratica, dobbiamo imparare l&#8217;arte dello scultore: non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di togliere: di togliere tutto ci\u00f2 che, in noi, fa resistenza, a cominciare dalla nostra pretesa di capire, ma di capire dettando le nostre regole al reale, di capire da padroni della situazione, mentre l&#8217;atteggiamento che dobbiamo indossare \u00e8 esattamente quello opposto: farci umili e lasciar andare ogni pretesa, ogni presunzione, abolire la corazza dell&#8217;orgoglio e dell&#8217;auto-compiacimento. Si deve abolire, in verit\u00e0, anche l&#8217;auto-disprezzo: perch\u00e9 anche l&#8217;auto-disprezzo \u00e8 una manifestazione dell&#8217;ipertrofia dell&#8217;io; \u00e8 una delle tattiche preferite con le quali il diavolo travisa la realt\u00e0 per metterci fuori strada.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, riuscire a cogliere, qualche rara volta, la sensazione della bellezza perfetta e vedere che essa consiste in una semplicit\u00e0 assoluta, \u00e8 gi\u00e0 un&#8217;esperienza privilegiata: il solo fatto di esperirla, significa che l&#8217;anima possiede, almeno potenzialmente, gli strumenti per spingersi assai pi\u00f9 avanti. Ma poi, generalmente, l&#8217;esperienza si esaurisce molto in fretta, e ad essa subentra un senso di profonda insoddisfazione, un amaro rimpianto: Francesco Chiesa descrive il suo rapido allontanarsi da quel luogo incantato, precisando che non si volt\u00f2 indietro nemmeno una volta, che \u00e8 l&#8217;atteggiamento tipico di chi ha commesso un delitto, forse contro se stesso, e non vuol confrontarsi con l&#8217;esperienza che si lascia dietro le spalle. Insomma, \u00e8 una fuga da se stessi, ma carica di dolore e senso di colpa; un po&#8217; come quando Adamo ed Eva dovettero allontanarsi dal paradiso terrestre: la colpa era loro, eppure avevano l&#8217;anima straziata dalla sofferenza, anche perch\u00e9, pur vergognandosi di se stessi e accusandosi a vicenda, sapevano di non poter dare a nessun altro la responsabilit\u00e0 di quella immensa sciagura. Eppure, quei rari momenti di contemplazione della vera bellezza, con tutto il rapimento estatico, con il senso di felicit\u00e0 perfetta che portano con s\u00e9, meriterebbero qualcosa di meglio che essere accantonati in fretta, o, peggio, inutilmente rimpianti, con una carica di nostalgia tanto intensa quanto sterile. Vi sono persone che si trastullano per anni nel ricordo; altre le quali addirittura vivono nel rimpianto di uno di quei momenti e sprecano il presente fantasticando su ci\u00f2 che avrebbe potuto accadere, se&#8230; La verit\u00e0, tuttavia, \u00e8 che, se l&#8217;unica cosa di cui si \u00e8 capaci, dopo aver &quot;perso&quot; quei rari momenti di rivelazione, consiste nel logorarsi in una inutile nostalgia, ci\u00f2 significa semplicemente che non si \u00e8 pronti per guardare in faccia il mistero e lo splendore del reale, e non si sa far altro che consolarsi con dei sentimenti di seconda scelta: rimpianto, gelosia, invidia, tristezza, disperazione. Tutte trappole dell&#8217;io; tutti strumenti di cui si serve la malizia del diavolo per allontanarci dal sentiero giusto, dalla direzione giusta; perch\u00e9 \u00e8 geloso, lui s\u00ec, eccome se \u00e8 geloso, della nostra possibile felicit\u00e0, e sta sempre all&#8217;erta per fare in modo che noi non riusciamo a coglierla, e se per caso essa sfiora la nostra fronte, noi stessi ci affrettiamo a scacciarla, come una mosca che ci d\u00e0 noia ronzandoci attorno. \u00c8 pur vero che ci sono persone le quali non fanno mai l&#8217;esperienza della bellezza, n\u00e9 quella della pura felicit\u00e0 spirituale, l&#8217;unica che meriti questo none; persone per le quali un paesaggio sconosciuto e meraviglioso, o un concerto di musica classica eseguito con sovrana maestria, o la vista di una sublime opera di pittura, non suscita alcuna emozione, non dischiude alcun orizzonte. Tuttavia, \u00e8 altrettanto vero che, se si ha bisogno di paesaggi nuovi e di incontro nuovi, magari con un bel paio d&#8217;occhi da ammirare da vicino, per sollevare il velo che nasconde la rivelazione del bello e immettere un respiro d&#8217;infinito nella propria vita, allora ci si trova molto, ma molto indietro sulla strada della consapevolezza, e si son fatti ben magri progressi nella liberazione dal peso opprimente dell&#8217;io. Per l&#8217;anima un po&#8217; evoluta, <em>tutto<\/em> lo spettacolo del reale, in qualsiasi momento, \u00e8 <em>sempre<\/em> un catalizzatore d&#8217;infinito, di pace e di gioiosa meraviglia. Non tutte le anime sono uguali, ma tutte sono chiamate a lavorare su se stesse per essere degne di contemplare la bellezza: poich\u00e9 si tratta di un grande privilegio, che Dio concede solo a quanti si sono seriamente impegnati per avvicinarsi alla meta. Proviamo a riflettere. \u00c8 nostro costume dolerci, come ha mirabilmente narrato, nello spazio di poche frasi, Francesco Chiesa, di non poter sostenere l&#8217;esperienza della bellezza, e la felicit\u00e0 che ne deriva, se non per un tempo brevissimo, dopo di che ci sentiamo trascinati via, alla vita di sempre, nostro malgrado. E tuttavia, se vogliamo essere giusti, meriteremmo forse qualcosa di meglio? Come lo studente pigro non merita la promozione, n\u00e9 l&#8217;operaio svogliato merita le lodi, n\u00e9 il soldato vile merita la medaglia, n\u00e9 colui che vive in maniera disordinata merita la salute, allo stesso modo non \u00e8 degno della felicit\u00e0 chi non si \u00e8 mai curato di dare alla propria vita un indirizzo sano, onesto e consapevole. Sano: cercando ci\u00f2 che \u00e8 buono ed evitando ci\u00f2 che \u00e8 cattivo; onesto: sforzandosi di essere sempre leale e sincero, con se stesso, con gli altri e con Dio; consapevole: alzando gli occhi dalla palude degli appetiti disordinati e volgendoli verso le altezze, dove l&#8217;aria \u00e8 pura e si scorge con pi\u00f9 chiarezza quali sono le cose che danno un nobile significato alla vita umana, e la rendono realmente degna di essere vissuta.<\/p>\n<p>In conclusione. Noi possiamo far qualcosa di meglio che lamentarci perch\u00e9 sono cos\u00ec rari i momenti di pienezza, di gioia, di godimento della vera bellezza; e rimpiangere, sterilmente, che scivolino via tanto in fretta. Noi possiamo far s\u00ec che quei momenti siano sempre pi\u00f9 frequenti; possiamo vivere immersi in un lago di luce e di verit\u00e0, senza restarne abbagliati, senza vederli fuggire via ogni volta. O meglio, non dipende da noi, perch\u00e9 \u00e8 un dono di Dio, \u00e8 il premio di una vita indirizzata verso la verit\u00e0, cio\u00e8 verso di Lui, perch\u00e9 Dio \u00e8 la Verit\u00e0 stessa, ed \u00e8 la Bellezza, cos\u00ec come \u00e8 il Bene e il Giusto. Da noi, per\u00f2, dipende una cosa: creare le condizioni affinch\u00e9 Dio ci possa toccare il cuore. Finch\u00e9 viviamo rotolandoci nel fango, non avremo mai la possibilit\u00e0 di vedere altro che fango. Ed ecco perch\u00e9 la colpa dei neoteologi e dei neopreti \u00e8 veramente imperdonabile: perch\u00e9, invece di insegnare alle anime la via per innalzarsi al di sopra del fango, si mettono a insegnare che il fango non \u00e8 fango, \u00e8 la nobile terra in cui viviamo, e che non c&#8217;\u00e8 niente di male a rotolarsi nel fango, perch\u00e9 abbiamo diritto di realizzare i nostri sogni. Ma di sogni buoni, ce n&#8217;\u00e8 uno solo: quello di Dio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 nella natura dell&#8217;uomo anelare al bello; ed \u00e8 parimenti nella sua natura essere attratto, d&#8217;istinto, dalle cose semplici. 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