{"id":26588,"date":"2006-06-30T01:41:00","date_gmt":"2006-06-30T01:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/30\/la-storiografia-come-problema-filosofico-3\/"},"modified":"2006-06-30T01:41:00","modified_gmt":"2006-06-30T01:41:00","slug":"la-storiografia-come-problema-filosofico-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/30\/la-storiografia-come-problema-filosofico-3\/","title":{"rendered":"La storiografia come problema filosofico (3)"},"content":{"rendered":"<p>&quot;L&#8217;eccesso di storia ha aggredito la forza plastica della vita,<\/p>\n<p>essa non riesce pi\u00f9 a servirsi del passato come di un<\/p>\n<p>sostanzioso nutrimento.&quot;<\/p>\n<p>FRIEDRICH NIETZSCHE<\/p>\n<p><em>Sull&#8217;utilit\u00e0 e il danno della storia per la vita.<\/em><\/p>\n<p><em>Considerazioni inattuali, II (1874).<\/em><\/p>\n<p><strong>1. Storiografia e societ\u00e0: ancora sul concetto di &quot;decadenza&quot;.<\/strong><\/p>\n<p><strong>2. Idealismo, relativismo, solipsismo.<\/strong><\/p>\n<p><strong>3. La storia e i giudizi morali.<\/strong><\/p>\n<p><strong>4. Conclusioni.<\/strong><\/p>\n<p><strong>1. STORIOGRAFIA E SOCIETA&#8217;: ANCORA SUL CONCETTO DI &quot;DECADENZA&quot;.<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo considerato il concetto di &quot;decadenza&quot; sia relativamente ad alcuni campi della ricerca affini alla storiografia, sia alla vita di una societ\u00e0 considerata come un tutto, e ci siamo posti il problema della sua legittimit\u00e0 in sede storiografica. Vogliamo adesso spostare la nostra attenzione dalla storia politica, economica, sociale e culturale alla storia stessa della storiografia, nella quale abbiamo riconosciuto gi\u00e0 una importante manifestazione storica, e porci il problema della legittimit\u00e0 del concetto di &quot;decadenza&quot; rispetto ad essa.<\/p>\n<p>&quot;Decadenza della storiografia tardo-antica&quot;, &quot;decadenza della storiografia medioevale&quot;, &quot;decadenza della storiografia storicistica&quot;: sono queste espressioni nelle quali ci imbattiamo non di rado, ed \u00e8 necessario considerare con qualche attenzione la questione della natura e dei limiti del concetto che le accomuna.<\/p>\n<p>Anche a questo proposito vogliamo fare innanzitutto una considerazione di carattere generale, e cio\u00e8 che l&#8217;impiego di questi termini e di questi concetti \u00e8 caratteristico di due categgorie di studiosi: 1) i filosofi e gli storici d&#8217;indirizzo o di tendenza positivista, e 2) gli studiosi saldamente ancorati a &quot;scuole&quot; o &quot;dottrine&quot; particolari, che accusano di &quot;decadenza&quot; gl&#8217;indirizzi storiografici da esse divergenti.<\/p>\n<p>Un caso tipico del primo gruppo \u00e8 quello offerto dal filosofo e matematico Bertrand Russell. Appunto perch\u00e9 matematico, egli non concepisce la filosofia se non in termini di logica matematica e si pu\u00f2 dire che mostri d&#8217;ignorare l&#8217;esistenza storica di un altro modo di concepire la filosofia, che conta nomi come quelli di Platone e Plotino, o, in tempi pi\u00f9 recenti, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, nonch\u00e9 tutto l&#8217;esistenzialismo; per non parlare di Socrate e di tutto il pensiero orientale; e che, di contro a quella &quot;scientifica&quot;, ha sempre evidenziato una caratteristica a procedere oltre le categorie precise, ma ristrette, della logica formale e strumentale. Il punto di vista del Russell \u00e8 che per ogni problema filosofico esista una ed una sola soluzione, una verit\u00e0, e che il suo raggiungimento sia solo una questione di tempo e non di <em>modi.<\/em> La logica conclusione di tali premesse \u00e8 una completa paralisi di giudizio in sede filosofica, davanti alla quale l&#8217;assenso o la riprovazione etica, estetica, epistemologica, ecc., hanno bisogno sempre e solo di una giustificazione logico-matematica; quasi che l&#8217;etica, l&#8217;estetica, ecc. fossero in definitiva riconducibili a un&#8217;impostazione logico-formale delle loro problematiche. Ma lasciamo parlare lo stesso Russell:<\/p>\n<p><em>&quot;Nessuna ragione scientifica pu\u00f2 essere data per cui \u00e8 male infierire sadicamente e crudelmente sul proprio prossimo. A me sembra che sia male, e immagino che questo punto di vista sia largamente condiviso.Ma non sono certo di poter indicare ragioni soddisfacenti per cui la crudelt\u00e0 \u00e8 cattiva. Sono problemi difficili, e risolverli richiede tempo.&quot;<\/em> (B. Russell, <em>La saggezza dell&#8217;Occidente,<\/em> cit., vol. 2, p. 200).<\/p>\n<p>Davvero? A noi sembra che tale genere di problemi, da un punto di vista filosofico ed etico, siano tutt&#8217;altro che difficili; ma ammettiamo, <em>per absurdum<\/em>, che lo siano; in tal caso la loro risoluzione sarebbe davvero questione di tempo? Sembra che ventisei secoli di storia della filosofia stiano a provare il contrario, e mostrino chiaramente come per qualsiasi ordine di problemi la soluzione o \u00e8 un fatto intuitivo, che la ricerca pu\u00f2 perfezionare, ma non far scaturire dal nulla; oppure come ogni societ\u00e0 e ogni individuo siano liberi di fabbricarsi le risposte &quot;temporanee&quot; pi\u00f9 adatte al fabbisogno del momento. A questo proposito vogliamo citare alcuni passaggi dello Spengler, non privi di una profonda verit\u00e0:<\/p>\n<p><em>&quot;Ma porre problemi \u00e8 un conto, credere nella soluzione di essi un altro.La pianta vive e non lo sa. L&#8217;animale vive e lo sa. L&#8217;uomo si stupisce del suo vivere e domanda. Ma alle varie quistioni nemmeno lui pu\u00f2 dare una risposta. A lui \u00e8 solo dato di<\/em> credere <em>nella giustezza della risposta e a tale riguardo non v&#8217;\u00e8 differenza fra un Aristotele e l&#8217;ultimo dei selvagi.(&#8230;) La critica pu\u00f2 dunque risolvere i grandi problemi o anche soltanto constatare la loro irrisolvibilit\u00e0? Agli inizi del conoscere si crede di s\u00ec. Ma quanto pi\u00f9 conosciamo, tanto pi\u00f9 siamo sicuri del contrario. Finch\u00e9 speriamo, i misteri li chiamiamo problemi. (&#8230;) Non esistono verit\u00e0 eterne. Ogni filosofia \u00e8 espessione del suo tempo, e<\/em> solo <em>del suo tempo; non vi sono due epoche che abbiano auto le stesse intenzioni filosofiche.&quot;<\/em> (Oswald Spengler, <em>Il tramonto dell&#8217;Occidente<\/em>, cit., vol. 2, pp. 669. 671, vol. 1, p. 73).<\/p>\n<p>Ma, per tornare al nostro assunto iniziale, \u00e8 chiaro che lo studioso che si ponga da un punto di vista come quello del Russell, non potr\u00e0 che considerare i progressi umani in forma <em>quantitativa<\/em>, ed \u00e8 quindi portato naturalmente a palrare di &quot;epoche di decadenza&quot; per quei periodi storici di una data civilt\u00e0 in cui tali progressi si siano succeduti con un ritmo particolarmente lento. Nel campo della storiografia, tale modo di vedere far\u00e0 parlare di &quot;decadenza&quot; o di &quot;crisi&quot; ove determinati indirizzi storiografici, rinunciando all&#8217;ambizione di servirsi di metodi analoghi a quelli delle scienze positive,cerchino mezzi d&#8217;indagine e di ricostruzione diversi, attingendo in larga misura alla tanto deprecata &quot;compartecipazione emotiva&quot;.<\/p>\n<p>L&#8217;altra categoia di studiosi che non si peritano di parlare di &quot;decadenza&quot; <em>nella<\/em> storiografia \u00e8 rappresentata dai militanti intransigenti di una determinata fede politica, filosofica, religiosa, i quali non nutrono alcuna indulgenza per le opinioni diverse dalle proprie e scagliano i fulmini dell&#8217;anatema contro quei pensatori che sono, a loro giudizio, eterodossi. Abbiamo citato poc&#8217;anzi lo Spengler e, a questo proposito, vorremmo menzionare un tipico rappresentante di questa seconda categoria di studiosi, il Croce, che dello Spengler fu stroncatore spietato. A proposito del <em>Tramonto dell&#8217;Occidente<\/em>, egli nel 1920 drasticamente sentenziava:<\/p>\n<p><em>&quot;La fortuna toccata in Germania a questo libro che \u00e8 vento in luce ai primi del 1918 &#8212; e nel 1919 era gi\u00e0 alla 4a edizione &#8212; non pu\u00f2 non impensierire gravemente coloro che hanno a cuore le sorti del lavoro scientifico. Sopraggiungendo dopo altri libri simili, se non nella tesi, nel metodo, sembra comprovare la<\/em> decadenza <em>&#8212; decadenza assai anteriore alla guerra &#8212; di alcune forze per le quali la Germania oper\u00f2 gi\u00e0 beneficamente nella vita intellettuale moderna.&quot;<\/em> (Benedetto Croce, in <em>La critica<\/em>, XVIII, 1920, pp. 236-39).<\/p>\n<p>Questa e altre accuse, come quella di &quot;dilettantismo&quot;, &quot;ignoranza&quot; e &quot;inconsapevolezza&quot;, rivolte allo Spengler, sortirono il risultato di contribuire a ritardare la pubblicazione del <em>Tramonto dell&#8217;Occidente<\/em> in Italia fino al 1957: tipico esempio di quel &quot;sultanismo&quot; culturale (o sottoculturale?) esercitato nel nostro Paese da un cinquantennio di incontrastata e intollerante preponderanza della filosofia e della storiografia d&#8217;indirizzo neo-idealistico. Beninteso, l&#8217;esercizio del diritto di critica non \u00e8 in discussione; e certo sono molti gli aspetti criticabili della filosofia della storia di Spengler. Pochi altri libri, crediamo, come il <em>Tramonto dell&#8217;Occidente<\/em> presentano una tale mescolanza d&#8217;intuizioni brillanti e talvolta geniali e di deduzioni arbitrarie e anche, purtroppo, rese spesso antipatiche da una rara presunzione e faciloneria argomentativa. Ma certe forme d&#8217;intolleranza mal si addicono al campo della cultura. Innanzitutto, l&#8217;accusa di &quot;dilettantismo&quot; \u00e8 quasi sempre, nelle polemiche sulla storiografia, indice di palese malafede. Giustamente ha fatto notare lo Huizinga come<\/p>\n<p><em>&quot;l&#8217;esercizio della storia, passivo o attivo, \u00e8 aperto a tutti; una speciale preparazione scientifica non \u00e8 indispensabile. La storia tiene le porte spalancate al dilettante.&quot;<\/em> (J. Huizinga,<em>La scienza storica<\/em>, cit., p. 26).<\/p>\n<p>Non \u00e8 dunque su questo terreno che vanno portate le critiche a una determinata concezione della storia, a meno che si concepisca la funzione dell&#8217;intellettuale come la gelosa sorveglianza di una personale riserva di caccia, ove gli altri studiosi sono guardati alla stregua di potenziali bracconieri, la cui spiacevole &quot;concorrenza&quot; dev&#8217;essere neutralizzata nell&#8217;unico modo possibile: demolendone la credibilit\u00e0 professionale col ricorso all&#8217;autorit\u00e0: in questo caso, a un codice metodologico che non sarebbe stato da essi rispettato. Quanto allo Spengler, che abbiamo chiamato in causa, la nostra opinione \u00e8 che i santoni dell&#8217;idealismo crociano avrebbero potuto accordare maggiore fiducia alle capacit\u00e0 critiche del pubblico italiano, invece di prodigarsi in scomuniche irrevocabili affinch\u00e9 l&#8217;opera &quot;eretica&quot; non portasse da oltr&#8217;Alpe una pericolosa infezione.<\/p>\n<p>Altri casi potremmo citare a proposito dell&#8217;uso, o dell&#8217;abuso, del concetto di &quot;decadenza&quot; applicato da una certa storiografia a correnti di pensiero di diverso orientamento filosofico. Valga per tutti il caso di un crociano illustre e indipendente, Carlo Antoni, che affrontando un proflo dello storicismo tedesco da Dilthey a W\u00f6lfflin, affermava:<\/p>\n<p><em>&quot;Il processo che vi \u00e8 esaminato [nello studio in questione] \u00e8 quello del trapasso o<\/em> caduta <em>del pensiero tedesco dai problemi posti dallo storicismo nel sociologismo &#8216;tipologico&#8217;.&quot;<\/em> ( C. Antoni, <em>Dallo storicismo alla sociologia,<\/em> cit., p. VII).<\/p>\n<p>Il fatto che uno studioso di valore non abbia avvertito come soltanto l&#8217;immediata curvatura polemica della propria concezione filosofica lo inducesse a tratteggiare come un patetico errore l&#8217;opera imponente di sei fra i massimi storici del nostro tempo (e cio\u00e8 Dilthey, Troeltsch, Meinecke, Max Weber, Huizinga e W\u00f6lfflin), \u00e8 un indice significativo di quanto possa fuorviare l&#8217;adesione a un sistema di pensiero quando scivola verso una miope ortodossia dottrinale, incapace di sollevarsi al di sopra della mischia.<\/p>\n<p>E qui emerge chiaramente il valore di un moderato ed equilibrato scetticismo nel campo storiografico, cos\u00ec come in quello filosofico. Ogni studioso dovrebbe sempre aver presente il caso dell&#8217;imperatore Marco Aurelio, il grande amante della pace che dovette spendere undici anni dei suoi diciannove di principato combattendo i barbari sul Danubio per salvare l&#8217;Impero Romano, e al quale le proprie vittorie e le vane pompe del potere facevano l&#8217;impressione di una zuffa di cani intorno a un osso:<\/p>\n<p><em>&quot;Il ragno si fa bello perch\u00e9 ha preso una mosca, qualcun perch\u00e8 ha preso una lepre; un altro, una sardella con la rete adatta; un altro, un cinghiale; un altro, un orso, un altro, dei S\u00e0rmati. Non si tratta pur sempre d&#8217;assassini, se fai attenta indagine su quello che ne muove il pensiero?&quot;<\/em> (Marco Aurelio Antonino, <em>Ricordi,<\/em> X, 10; Milano, 1975, p. 171).<\/p>\n<p>Una testimonianza impressionante dell&#8217;intimo dramma di questo imperatore-filosofo, costretto a sostenere il pesante fardello di lunghe guerre, atrocit\u00e0 e distruzioni, \u00e8 offerto dal suo ritratto, scolpito fra le altre scene della Colonna Antonina a Roma. Esso ci mostra<\/p>\n<p><em>&quot;il volto profondamente segnato dall&#8217;angoscia, dalla fatica e dall&#8217;et\u00e0, dell&#8217;imperatore Marco, allora sui 54 anni: non certo il volto di un trionfatore esaltato dalle vittorie, ma quello che doveva essere nella quotidiana verit\u00e0 dell&#8217;adempimento del suo ingrato dovere, di quest&#8217;uomo &#8216;alienissimo dalle usanze dei ricchi&#8217; (Mem., I, 3), vero e dolente santo laico.&quot;<\/em> (Ranuccio Bianchi Bandinelli, <em>Roma. L&#8217;arte romana nel centro del potere,<\/em> Milano, 1978, p. 326).<\/p>\n<p>Se gli studiosi apprendessero a esercitare nei confronti delle proprie opinioni un simile distacco, finalmente smetterebbero di considerarsi i soli depositari della rivelazione e sarebbero pi\u00f9 cauti nel censurare quelle degli altri.<\/p>\n<p>Si badi, non stiamo facendo del vieto moralismo. Come giudicare, ad esempio, il fatto che a oltre sessant&#8217;anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non sia stato ancora possibile affrontare, in sede storiografica, con un minimo di serenit\u00e0 una valutazione <em>complessiva<\/em> del fenomeno &quot;fascismo&quot;? Al punto che non esiste ancora neppure un accordo di massima, fra gli studiosi, se si debba parlare di uno o pi\u00f9 &quot;fascismi&quot;; se si sia trattato di una rivoluzione, una reazione o una contro-rivoluzione; se abbia fatto leva sulle classi medie in crisi o su quelle in ascesa; se abbia portato all&#8217;estremo linee di tendenza gi\u00e0 presenti nella societ\u00e0 tardo-ottocentesca, o se abbia &quot;creato&quot; qualcosa di sostanzialmente nuovo; se si sia trattato di una reazione <em>contro<\/em> la modernit\u00e0 (la &quot;rivolta dei perdenti&quot;), o di un balzo in avanti della modernit\u00e0 stessa; se sia stato un ritorno all&#8217;utopia ruralista o una scorciatoia verso l&#8217;industrializzazione accelerata; se abbia voluto recuperare e difendere strenuamente valori tradizionali, o elaborarne dei nuovi; se abbia inteso integrare le masse nello stato o semplicemente reprimerle; se sia nato come reazione &quot;difensiva&quot; davanti alla doppia minaccia del capitalismo finanziario e del bolscevismo, o come preparazione consapevole di un assalto al potere mondiale; se in esso abbia prevalso l&#8217;esaltazione dello stato o del &quot;sangue&quot;(<em>volk<\/em>); se il razzismo ne sia stato un elemento costitutivo o un esito accidentale; se si sia trattato di cesarismo oppure di populismo; se la figura del capo carismatico gli sia stata consustanziale, o tutto sommato retorica e di facciata; se, per concludere (si fa per dire) abbia tentato di elaborare coscientemente una terza via tra capitalismo e comunismo, o sia stato, e fin dall&#8217;inizio, poco pi\u00f9 che un semplice strumento nelle mani della reazione padronale anti-operaia. Ma rispondere, o tentar di rispondere, a tutte queste domande implicherebbe, innanzitutto, una distinzione metodologica tra fascismo come movimento, come regime e (se ne ebbe una) come ideologia; tra fascismo &quot;rivoluzionario&quot; delle origini e fascismo del compromesso coi &quot;poteri forti&quot; costituiti; fra fascismo di sinistra, di centro e di destra: tutte cose che richiederebbero, appunto, un minimo di serenit\u00e0 critica e di distacco emotivo.<\/p>\n<p>Ma la storia, \u00e8 <em>sempre<\/em> la storia del vincitore: il che significa che, anche sessant&#8217;ani dopo la fine di una guerra, la parte sconfitta non \u00e8 ancora meritevole di una equanime valutazione storiografica; e che gli storici che vi si arrischiano, vengono bollati <em>ipso facto<\/em> alla stregua di nostalgici, pi\u00f9 o meno camuffati, di quella parte. Il che non \u00e8 affatto necessario. (Ma su tutta la questione, vedi l&#8217;esemplare monografia di Marco Tarchi <em>Fascismo. Teorie, interpretazioni e modelli,<\/em> Roma-Bari, 2003).<\/p>\n<p>Dopo questa necessaria premessa, passiamo a considerare l&#8217;applicazione concreta del concetto di &quot;decadenza&quot; relativamente a determinati periodi o indirizzi della storiografia. \u00c8 lecito l&#8217;uso di tale concetto? Esistono delle circostanze sufficientemente oggettive per la sua applicazione? Dobbiamo necessariamente rifarci a quanto gi\u00e0 detto sul concetto di &quot;decadenza&quot;. Lo abbiamo sostanzialmente negato a proposito della storia dell&#8217;arte, perch\u00e9 le manifestazioni estetiche di una data societ\u00e0 non esprimono mai, a rigore, soltanto una decadenza, ma sempre un contenuto spirituale che pu\u00f2, tutt&#8217;al pi\u00f9, attraversare periodi di incertezza formale nel momento critico del cambiamento del gusto e del trapasso da un codice formale a un altro. Lo abbiamo in gran parte respinto anche a proposito della storia letteraria, essendo valide, in larga misura, le medesime considerazioni; con la sola differenza che la letteratura \u00e8 legata a codici formali maggiormente &quot;rigidi&quot; di quelli delle arti plastiche e figurative, come il caso-limite della distruzione grammaticale operato dal futurismo ci sembra dimostrare. (Si obietter\u00e0 che anche la pittura, da Kandinskij in poi, ha operato una progressiva distruzione della forma naturalistica; \u00e8 vero: ma le arti figurative possono elaborare <em>altri<\/em> codici; la letteratura, giunta a una certa soglia, non pu\u00f2 che ritornare sui propri passi, dato che la parola \u00e8 un significante ma anche un significato e non pu\u00f2 sostituire s\u00e9 stessa con qualcos&#8217;altro).<\/p>\n<p>Ma, giunti a considerare la storia della cultura come un tutto, abbiamo dovuto riconoscere che, rispetto ad essa, il concetto di &quot;decadenza&quot; non poteva dirsi arbitrario. Le forme dell&#8217;espressione artistica e, in parte, di quella poetica e letteraria possono mantenersi vive e vigorose anche in un periodo storico di generale decadenza della cultura, come dimostra il caso dell&#8217;Impero Romano alle soglie del V secolo. Le scienze, il diritto, la filosofia e la diffusione del sapere e dello spirito di ricerca possono indubbiamente subire &#8212; e hanno sub\u00ecto nel corso della storia &#8212; periodi di pausa, di torpore, di stanchezza.<\/p>\n<p>Riprendendo l&#8217;esempio della tarda antichit\u00e0, mentre la pittura e la scultura subivano una trasformazione che sarebbe sfociata nel nuovo linguaggio figurativo medioevale; e mentre Ausonio, Claudiano e Rutilio Namaziano tenevano ancor alto il nome della letteratura latina, la filosofia greca sub\u00ecva un colpo fatale dall&#8217;imposizione dell&#8217;ortodossia cattolica e dalla chiusura, da parte di Giustiniano, della scuola di Atene, che l&#8217;avrebbero condotta all&#8217;estinzione; le scienze venivano abbandonate, e cos\u00ec la tecnica, l&#8217;ingegneria, le arti meccaniche; l&#8217;antico diritto romano decadeva e la stessa lingua latina sub\u00ecva quel processo di trasformazione che avrebbe portato, attraverso la sua scomparsa (a livello parlato) alla nascita delle lingue romanze.<\/p>\n<p>\u00c8 stato detto giustamente che la nuova esigenza fondamentale dell&#8217;uomo tardo-antico era essenzialmente mistica, e che l&#8217;abbandono della mentalit\u00e0 scientifica negli studi e nella vita pratica non era che la conseguenza dei nuovi orientamenti della sensibilit\u00e0. Lo stesso potrebbe dirsi, crediamo, per ogni epoca di trapasso e di radicali mutamenti &#8212; come lo \u00e8, del resto, quella attuale: resta il fatto che le scienze positive, e non esse soltanto, ma tutte le manifestazioni del Logos astratto e calcolante, sono soggette a periodi di arresto o di &quot;decadenza&quot;. Un esame approfondito del perch\u00e8 ci\u00f2 accada ci mostrerebbe, pensiamo, che le ragioni profonde di esso hanno a che fare con la &quot;primariet\u00e0&quot; dello spirito estetico-creativo (l&#8217;emisfero destro del cervello) rispetto alle esigenze del pensiero logico-razionale (l&#8217;emisfero sinistro); e che quindi le prime sono pi\u00f9 dure a morire, anzi, per dir meglio, potenzialmente insopprimibili. Le pitture rupestri dei cosiddetti &quot;uomini primitivi&quot; (ma lo erano poi veramente?) testimoniano una meravigliosa sensibilit\u00e0 estetica, e questo in un&#8217;epoca in cui il loro livello di civilt\u00e0 era, secondo i nostri parametri, estremamente basso (ma non sempre n\u00e9 ovunque: lo provano le migliaia di edifici megalitici costruiti con prodigiosa perizia e allineati con dati astronomici sofisticati).<\/p>\n<p><em>&quot;Gli uomini &#8211;<\/em> scriveva il buon vecchio Giambattista Vico &#8212; <em>prima sentono senz&#8217;avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura&quot;.<\/em> ( G. Vico, <em>La scienza nuova<\/em>, II, LIII; ed. Milano, 1977, p. 199).<\/p>\n<p>A questo punto si tratta di vedere se la storiografia sia da considerarsi un&#8217;arte, o piuttosto una scienza; nel primo caso essa dovrebbe respingere il concetto di &quot;decadenza&quot; per qualunque sua fase storica; nel secondo, dovrebbe invece accettarne l&#8217;uso. Ma la natura della storiografia respinge un simile <em>aut-aut.<\/em> Da tutto quanto abbiamo fin qui esposto circa le nostre opinioni sulla natura della storiografia, dovrebbe risultare chiaramente che essa non ci sembra essere n\u00e9 un&#8217;arte, n\u00e9 una scienza. Non \u00e8 un&#8217;arte, perch\u00e9 l&#8217;arte \u00e8 libera effusione del sentimento. Il genere artstico pi\u00f9 prossimo alla storia \u00e8 il romanzo storico; ma la distanza che separa quest&#8217;ultimo dalla storiografia \u00e8 assai pi\u00f9 grande di quella che lo separa dalle altre arti &#8211; dall&#8217;opera lirica, per esempio, o dal teatro.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte la storia non \u00e8 neanche una scienza, poich\u00e9 non \u00e8 che un cavillo obiettare che nemmeno le scienze fisiche e naturali, oggi, ardiscono pi\u00f9 parlare di &quot;leggi&quot;; e cos\u00ec pure affermare, come fa lo Huizinga, che &quot;la storia deve esssere considerata una scienza inesatta per eccellenza&quot; (cfr. J. Huizinga, <em>la scienza storica,<\/em> cit., p. 56) ci sembra poco pi\u00f9 che un gioco di parole. Checch\u00e9 se ne dica, il concetto di scienza resta indissolubilmente legato a quello di una conoscenza pi\u00f9 che probabile &#8211; <em>epist\u00e9me<\/em> e non <em>doxa,<\/em> se vogliamo adoperare la terminologia dei filosofi greci &#8211; ; se non sempre del tutto certa, almeno assai vicina all&#8217;oggettivit\u00e0. Ci\u00f2 che non pu\u00f2 dirsi per la storiografia, in seno alla quale &#8211; come \u00e8 noto &#8211; studiosi moderni continuano ad accettare, e anzi e guardare con ammirato rispetto, opere di autori che certo non concepivano la loro disciplina in senso scientifico, ma desideravano semmai fare, oltre che ricerca sul passato, della buona letteratura. Tale il caso di opere &quot;classiche&quot;, da Erodoto a Gregorovius, le quali non verrebbero mai utilizzate da uno studente universitario per preparare un esame di storia greca o medievale (semmai sulla concezione dei loro autori). Eppure Erodoto o Gregorovius figurano a tutt&#8217;oggi fra i grandi nomi della storiografia, di cui la civilt\u00e0 europea pu\u00f2 andare orgogliosa; ed \u00e8 giusto che sia cos\u00ec.<\/p>\n<p>Comunque, a voler ricavare la lezione pi\u00f9 conseguente da un simile stato di cose &#8211; tutt&#8217;altro che logico dal punto di vista della moderna storiografia &quot;scientifica&quot; &#8211; si deve concludere che anche i sostenitori di un metodo scientificamente rigoroso dovrebbero prender atto della vera natura della storiografia, che \u00e8 <em>sempre<\/em> ricostruzione soggettiva e spesso, a distanza di tempo, si rivela assai poco attendibile. Uno dei maggiori storici sovietici di Roma antica, il Kovaliov, studiava le guerre civili della tarda Repubblica citando questo o quel discorso di Stalin al tale o tal&#8217;altro Congresso del Partito Comunista Sovietico: una prassi comune fra gli studiosi di quel paese e di quella generazione, ma che oggi fa venire i capelli ritti agli storici della <em>nostra<\/em> generazione.<\/p>\n<p>Che cosa \u00e8 dunque la storiografia, se non possiamo definirla n\u00e9 scienza, n\u00e9 arte? Non affronteremo in queata sede il problema di una rigorosa definizione, anche perch\u00e9 crediamo poco alle definizioni, e ancor meno a quelle con pretese di rigorosit\u00e0. Ci limiteremo qui a sostenere che essa, pur non essendo arte n\u00e9 scienza, partecipa tuttavia delle forme metodologiche dell&#8217;una e dell&#8217;altra. Una storiografia che si sforzasse di sopprimere completamente l&#8217;intuizione, il sentimento, la capacit\u00e0 evocativa dello storico andrebbe incontro a un pedantesco fallimento e &#8211; come abbiamo gi\u00e0 avuto modo di accennare &#8211; potrebbe tutt&#8217;al pi\u00f9 aspirare alla qualifica di erudizione antiquaria. D&#8217;altra parte, una storiografia che al sentimento e alla fantasia dello studioso si abbandonasse interamente, trascurando sia la ricerca, sia l&#8217;imparzialit\u00e0 nell&#8217;uso delle fonti, sfocerebbe direttamente nel romanzo e nulla pi\u00f9. Il romanzo storico, lo ripetiamo, \u00e8 una degnissima forma di letteratura: ma \u00e8 necessario fissare dei limiti ragionevoli tra arbitrio letterario e scrupolosit\u00e0 storica. Confini sempre vaghi e niente affatto categorici, come taluno mostra di pensare; ma confini sulla cui esistenza e necessit\u00e0 non \u00e8 lecito avanzare dei dubbi.<\/p>\n<p>Posta in tali termini la questione, il lettore avr\u00e0 forse gi\u00e0 intuito la nostra opinione circa il concetto di &quot;decadenza&quot; applicato alla storiografia. Dal punto di vista dell&#8217;oggettivit\u00e0 scientifica, o meglio dell&#8217;aspirazione a un ragionevole grado di oggettivit\u00e0, \u00e8 innegabile che in taluni periodi storici cos\u00ec come in talune correnti di pensiero sia legittimo parlare di &quot;decadenza della storiografia&quot;.<\/p>\n<p>Dal punto di vista della dimensione artistica inerente alla storiografia, del calore di vita e della capacit\u00e0 evocativa che pervadono un&#8217;opera storica, il concetto di &quot;decadenza&quot; non appare giustificato. \u00c8 noto infatti come la forza dell&#8217;immaginazione e una ricca sensibilit\u00e0 possano contribuire a creare dei capolavori storiografici, a dispetto di una metodologia approssimativa e di una chiarezza concettuale inadeguata. Ci\u00f2 avviene anche in altre forma espressive. De Sanctis, per esempio, definiva Dante &quot;divino ignorante&quot; perch\u00e9 la sua poesia raggiunse vette ineffabili a dispetto di una pesante tradizione scolastica ed erudita di cui egli si professava campione e in cui mostrava di riporre il proprio maggior vanto. Potremmo fare molti esempi anche nel campo della storiografia. A dispetto dei suoi intendimenti extra-storici e moralistici, Plutarco di Cheronea ci ha lasciato, nelle <em>Vite parallele<\/em>, un&#8217;opera di valore non inferiore a quella di uno storico che si autodefiniva rigorosamente &quot;prammatico&quot;, Polibio di Megalopoli. Nella tarda antichit\u00e0, Procopio di Cesarea, bench\u00e9 fosse in effetti un pallido epigono della storiografia classica e si sfozasse &#8211; senza molta abilit\u00e0 &#8211; di imitare lo stile di Tucidide, \u00e8 passato giustamente alla storia come il maggior storico del VI secolo e l&#8217;ultimo della grande tradizione classica. Niccol\u00f2 Machiavelli, autore di una alquanto romanzata <em>Vita di Castruccio Castracani<\/em>, e nelle cui <em>Istorie fiorentine<\/em> errori di fatto e di giudizio possono contarsi letteralmentea decine, tuttavia con la forza eccezionale del suo pensiero si \u00e8 librato come aquila al di sopra di tanti suoi pi\u00f9 diligenti contemporanei. Possiamo infine osservare che una concezione alquanto opinabile della civilt\u00e0 bizantina &#8211; intesa come prosecuzione ininterrotta della &quot;decadenza&quot; tardo-romana, non ha impedito a Montesquieu e a Gibbon di segnalarsi come due fra i massimi cultori di storia in un&#8217;et\u00e0 tutt&#8217;altro che incolta.<\/p>\n<p>Resta il fatto che, per quella componente della storiografia che tende al rigore del metodo scientifico, non \u00e8 inappropriato parlare di &quot;decadenza&quot; a proposito delle et\u00e0 in cui l&#8217;interesse per le scienze e soprattutto la diffusione della mentalit\u00e0 scientifica vengono meno a causa di rivolgimenti politici, economici e sociali. \u00c8 legittimo parlare, ad esempio, di &quot;decadenza della storiografia altomedievale&quot;, quando le maggiori opere del tempo &#8211; quelle di Jordanes e Paolo Diacono, Gregorio di Tours e Fredegario, si segnalano per la pi\u00f9 completa indifferenza nei riguardi dell&#8217;ordine cronologico, della connessione causale, dell&#8217;ordine espositivo (non parliamo poi dell&#8217;uso delle fonti), e, in definitiva, della stessa logica e del buon senso. D&#8217;altra parte, proprio la considerazione dell&#8217;ambivalenza della natura della storiografia, che non \u00e8 arte n\u00e9 scienza, ma partecipa dell&#8217;unae dell&#8217;altra, dovrebbe consigliare una maggior prudenza nell&#8217;uso, o nell&#8217;abuso, del concetto di &quot;decadenza&quot;.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>[IDEALISMO, RELATIVISMO, SOLIPSISMO.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>La storiografia \u00e8 profondamente legata alla vita, e questo \u00e8 un aspetto che l&#8217;avvicina all&#8217;espressione artistica pi\u00f9 che alle scienze. A partire dall&#8217;abbandono della concezione tolemaica dell&#8217;universo, e sempre pi\u00f9 quanto maggiormente ci si avvicina ai nostri giorni, le scienze fisiche e naturali rispondono a una concezione unitaria di fondo, per la quale tutti gli scienziati (pur conservando, a livello personale, visioni del mondo anche diversissime tra loro), nutrono la coscienza di una unit\u00e0 di metodi e di fini, che li fa sentire pur sempre come appartenenti a una medesima categoria di studiosi. Non cos\u00ec gli storici, i quali &#8211; come abbiamo visto &#8211; divergono gli uni dagli altri non solo nei metodi e nelle prospettive, ma nella concezione della natura stessa della loro disciplina, e tra i quali \u00e8 osservabile la gamma di filosofie pi\u00f9 vasta che si possa immaginare, dal materialismo pi\u00f9 meccanicistico al solipsismo pi\u00f9 spinto. Tuttavia c&#8217;\u00e8 pur sempore un legame con le scienze fisiche e naturali, che continua a tenere separata la storiografia dalle altre forme di espressione pura dell&#8217;arte, ed \u00e8 appunto la necessit\u00e0 di una concezione <em>cosciente<\/em> del mondo da parte del singolo storico (cosa non necessariamente richiesta a un artista), senza la quale non sarebbe possibile neanche pensare di accingersi a una ricostruzione del passato.<\/p>\n<p>\u00c8 vero. Allo storico \u00e8 concessa una libert\u00e0 illimitata di posizioni filosofiche da cui partire nel proprio lavoro di ricerca, libert\u00e0 che non \u00e8 concessa in eguale misura allo scienziato (specialmente se ci tiene a non venire espluso dall&#8217;aureo tempio della scienza accademica e &quot;ufficiale&quot;). Sia lo studioso che si accinge a ricostruire il passato, considerandolo nulla pi\u00f9 che un insieme di percezioni illusorie della mente, sia quello che attribuisce un&#8217;assoluta preponderanza ai fattori materiali, possono pur sempre definirsi membri di una stessa categoria, quella degli storici. Nulla di simile nel mondo scientifico, sarebbe quasi &#8211; volendo fare un paragone provocatorio &#8211; come se in astronomia potessero lavorare fianco a fianco sia i sostenitori dell&#8217;eliocentrismo che quelli del geocentrismo; o come se, nella geologia, &quot;plutonisti&quot; e &quot;nettunisti&quot; potessero coesistere come ai tempoi di Hutton e Lyell. Ciascuno scienziato \u00e8 liberissimo di professare una propria filosofia e di trarre le conclusioni esistenziali pi\u00f9 disparate dai risultati delle proprie ricerche, tuttavia ha la consapevolezza di metodi e obiettivi comuni, universalemente accettati dai suoi colleghi (o da quasi tutti).<\/p>\n<p>Tuttavia, proprio la libert\u00e0 di metodi e di prospettive consentita allo storico \u00e8, paradossalmente, ci\u00f2 che accosta il suo lavoro a quello dello scienziato, e scava un profondo fossato tra il suo e quello dell&#8217;artista. Quest&#8217;ultimo, infatti, non solo \u00e8 libero di professare l&#8217;ideologia o la <em>Weltanschauung<\/em> che ritiene veritiera; non solo \u00e8 liberoi di svolgere il proprio lavoro secondo gl&#8217;impulsi di tale ideologia o concezione del mondo; ma, per meglio dire, \u00e8 soprattutto libero di <em>non averne alcuna,<\/em> e di esprimere il proprio mondo interiore in modo del tutto indipendente da qualsiasi forma prestabilita di pensiero. Nell&#8217;arte, \u00e8 l&#8217;elemento assolutamente individuale che d\u00e0 il proprio carattere all&#8217;opera e vi imprime il sigillo dell&#8217;autenticit\u00e0; \u00e8 esso che rende unica la forma espressiva di cui si serve l&#8217;autore, attraverso un uso assolutamente personale di mezzi e procedimenti che, tecnicamente, sono alla portata pressoch\u00e8 di chiunque. L&#8217;artista vero emerge e si impone anche all&#8217;interno di un codice espressivo rigidamente codificato, oppure abusato e stereotipato; magari a distanza di anni, s&#8217;impone ed emerge a dispetto di tutte le ideologie e di tutte le filosofie precostituite (di cui la cosiddetta critica s&#8217;incarica sovente del tristo compito di essere, per cos\u00ec dire, il volonteroso gendarme).<\/p>\n<p>Noi non crediamo che sarebbe possibile fare &#8211; come sostenne, con voluto paradosso, il W\u00f6lfflin &#8211; una &quot;storia dell&#8217;arte senza nomi&quot;: scuole e correnti non ci danno che un quadro esteriore del gusto di un&#8217;et\u00e0 o di una cultura. Ma l&#8217;artista autentico, muovendosi entro di esse oppure contestandole e combattendole, si eleva sempre al di sopra dei suoi stessi presupposti e procede impetuosamente al di l\u00e0 di ogni ortodossia formale e di ogni canonizzazione estetica. Proprio perch\u00e9 in lui \u00e8 la voce potente di una individualit\u00e0 che parla; proprio perch\u00e9 la sua arte consiste nella sua soggettivit\u00e0 inconfondibile, egli \u00e8 slegato da ogni predefinita concezione del mondo e, per quanto egli (come del resto ogni essere umano) ne abbia comunque una, nelle sue creazioni non \u00e8 tanto essa che viene alla luce, quanto un trasporto sentimentale che oltrepassa ogni eventuale intenzionalit\u00e0 ideologica o filosofica.<\/p>\n<p>Si considerino, in proposito, gli affreschi a soggetto storico del pittore messicano Diego Rivera. Loro scopo \u00e8 una celebrazione ideologica, loro mezzo espressivo una sensibilit\u00e0 che vuole apparire prorompente e immediata, non filtrata attraverso la riflessione di una coscienza, ma ancor viva e palpitante nella scomposta turbinosit\u00e0 del sentimento. Ma subito dopo un&#8217;altra impressione ci afferra: ci\u00f2 che la coscienza <em>personale<\/em> dell&#8217;autore non ha filtrato, \u00e8 stato per\u00f2 filtrato intenzionalmente e freddamente attraverso una vivissima coscienza <em>politica<\/em>, che si \u00e8 servita dell&#8217;apparente tumulto dell&#8217;animo per esprimere, con forza studiata, una celebrazione ideologica, una commemorazione politica (la lotta del popolo indigeno e delle classi sfruttate contro i <em>conquistadores<\/em> prima, contro i latifondisti e i capitalisti poi). E in effetti, in quegli affreschi non \u00e8 l&#8217;animo individuale che ci parla, quello dell&#8217;artista, non un sentimento immediato e sincero, ma una fredda apoteosi politica. Tutto ci\u00f2 \u00e8 molto umano e molto rispettabile: ma pu\u00f2 definirsi arte? (Rispettabile come uomo, forse Rivera lo era un po&#8217; meno, dato il suo coinvolgimento in uno dei pi\u00f9 odiosi crimini staliniani: l&#8217;assassinio di Trotzkij. &quot;<em>Diego Rivera &#8211;<\/em> scrive lo storico inglese Nicholas Mosley <em>&#8211; il<\/em> <em>quale era stato l&#8217;alleato di Trotzkij e si era adoperato perch\u00e9 fosse ospitato in Messico, sbandierava ora ai quattro venti di averlo fatto soltanto per adescarlo e permettere quindi la sua morte<\/em>.&quot; ( N. Mosley, <em>L&#8217;assassinio di Trockij<\/em>, Milano, 1975, p. 59).<\/p>\n<p>Ben diversa \u00e8 la personalit\u00e0 di Francisco Goya, che &#8211; anche quando affronta temi di drammatica, immediata valenza politica (come ne <em>Le fucilazioni del 3 maggio 1808<\/em>, che pure richiamano superficialmente, dal punto di vista formale, gli affreschi del Rivera) non permette mai che la volont\u00e0 di denuncia gli prenda la mano. Qui il tumulto dei sentimenti \u00e8 mediato e universalizzato da una profonda sensibilit\u00e0 umana, e la dimensione individuale non si lascia soffocare da schemi ideologici invasivi e precostituiti. In Goya noi <em>sentiamo<\/em> tutto il dramma intimo dei fucilati madrileni del 3 maggio; in Rivera <em>vediamo<\/em> la tragedia degli <em>indios<\/em> e dei <em>peones<\/em> messicani, ne siamo anche impressionati, ma non commossi, perch\u00e9 la sentiamo lontana nello spazio e nel tempo, come non fosse <em>nostra.<\/em><\/p>\n<p>Abbiamo citato il caso di Diego Rivera per porre in evidenza come una coscienza filosofica o ideologica, che nell&#8217;atto dell&#8217;espressione artistica non sappia obliare anche s\u00e9 stessa e andare oltre i propri schemi razionali, per cogliere il fatto umano in quanto tale, nuoccia irrimediabilmente alla sincerit\u00e0 e alla universalit\u00e0 dell&#8217;opera d&#8217;arte. Orbene, proprio all&#8217;opposto \u00e8 il caso dello storico. Egli non pu\u00f2 accingersi al proprio lavoro senza una qualsiasi concezione del mondo, che sia anche (a differenza di quella dell&#8217;uomo comune) cosciente e sufficientemente elaborata. Con ci\u00f2 non si vuol dire affatto che egli dev&#8217;essere schiavo delle scuole o delle ideologie: ben al contrario; ma che, pur avendo una sua personale filosofia, che magari diverger\u00e0 da quelle di tutti i suoi colleghi, egli non potr\u00e0 evitare di filtrare attraverso di essa lo studio del passato; e non di un passato generico, ma di <em>quel<\/em> passato che avr\u00e0 scelto di considerare e di ricostruire.<\/p>\n<p>Si obietter\u00e0 subito, e con qualche ragione, che la storia non deve, non dovrebbe essere ricondotta a forza entro la concezione personale dell&#8217;autore: ma \u00e8 <em>veramente<\/em> realistica una siffatta ambizione? Cos\u00ec come uno storico non pu\u00f2 non avere una propria concezione del mondo, allo stesso modo \u00e8 umanamente assai difficile, per non dire impossibile, che egli non finisca per &quot;modellare&quot; il passato attraverso le lenti che essa gli fornisce, e cerchi di farlo rientrare pi\u00f9 agevolmente , in tal modo, nel proprio schema. In teoria, ci\u00f2 \u00e8 deprecabile; e ogni storico serio, nella pratica, dovrebbe sforzarsi di evitare gli eccessi che comporta, aiutato magari da una qualche dose di scetticismo, che lo aiuti a &quot;sdrammatizzare&quot; un poco le sue stesse, rigide convinzioni. Ma la realt\u00e0 \u00e8 che ogni concezione del mondo crea di necessit\u00e0 una prospettiva &quot;obbligata&quot; entro la quale uomini e fatti sembrano rientrare non per moto proprio, ma per confermare la giustezza della visione da cui lo storico muove. \u00c8 una caratteristica piuttosto deprecabile, ma alquanto comprensibile della natura umana quella di tendere sempre, anche negli intelletti pi\u00f9 vigili e attenti, verso una &quot;sicurezza&quot; ideologica che \u00e8, in effetti, la maschera della pigrizia intellettuale e che cerca di evitare alla mente la fatica estenuante di un continuo riesame delle verit\u00e0 gi\u00e0 conquistate. Per riuscirvi, \u00e8 necessario alterare e deformare sistematicamente tutti i fatti e le circostanze che, nel nostro schema precostituito, hanno la scortesia di non voler entrare, e ridurre cos\u00ec anche gli elementi pi\u00f9 ribelli e disturbatori entro la norma rassicurante di una data ideologia o filosofia. In un certo senso \u00e8 perfino un bene che sia cos\u00ec, in quanto lo spirito, se non esercitasse un siffatto genere di violenza sugli enti della storia per conquistare una propria tranquillit\u00e0 interiore, non potrebbe protendersi verso nuovi problemi, ma sempre dovrebbe logorarsi e consumarsi in una nuova fatica di Sisifo per riconquistare ci\u00f2 che era stato gi\u00e0 acquisito e superato.<\/p>\n<p>Comunque, la conseguenza innegabile di questa tendenza verso il conformismo mentale, ossia verso una ideologia che pieghi anche a forza, se necessario, gli elementi che mostrano di opporre resistenza, \u00e8 per l&#8217;appunto, in campo storiografico, la collocazione parziale, e talvolta forzata, di tutta la realt\u00e0 entro gli schemi ideologici del singolo storico. Questi si trova dunque eternamente costretto in una condizione di contradittoriet\u00e0: da un lato non pu\u00f2 iniziare la ricostruzione del passato sprovvisto di una propria concezione del mondo, dall&#8217;altro non pu\u00f2 poi, in pratica, evitare che tale concezione diventi da mezzo o strumemnto, il fine stesso della ricerca, e che i fatti si riducano a &quot;dimostrazioni&quot; o &quot;conferme&quot;, pi\u00f9 o meno passive, della validit\u00e0 di tale ideologia.<\/p>\n<p>Lo ripetiamo: qualcuno grider\u00e0 allo scandalo. Ma si prenda in mano un qualsiasi libro di storia, e si rifletta: \u00e8 veramente sfuggito esso a una tale inevitabile necessit\u00e0? Lo storico \u00e8 pur sempre un essere umano e, non disponendo di strumenti di lavoro &quot;scientifici&quot; se non piuttosto rudimentali (almeno paragonati a quelli del fisico o del chimico), \u00e8 costretto a &quot;vedere&quot; la storia non attraverso le lenti oggettive e impersonali di un meccanismo, ma attraverso le <em>sue<\/em> lenti; la storia che egli studia diventa, in definitiva, la <em>sua<\/em> storia; le conclusioni alle quali approda, non sono che le <em>sue<\/em> conclusioni. Egli crede di studiare dei fatti, mentre studia semplicemente le sue opinioni intorno a dei fatti che, in s\u00e9 stessi, risultano elusivi, inafferrabili. Per questo dicevamo a suo tempo che il principale interesse di un&#8217;opera storica non consiste tanto nella veridicit\u00e0 (impossibile da accertare) del passato che essa ricostruisce, ma nel processo mentale compiuto dal suo autore e nella sua personale maniera di interpretare una realt\u00e0 che mai giungeremo a conoscere con certezza nella sua intima essenza.<\/p>\n<p>Uno storico pu\u00f2 vedere nella figura del generale Charles George Gordon assediato a Khartoum il prototipo dell&#8217;idealista e quasi del filantropo, dell&#8217;animo generoso che affronta il proprio destino con coraggio, mentre tutti lo abbandonano; un altro pu\u00f2 scorgervi il campione dell&#8217;imperialismo colonialista o quanto meno un suo strumento, e nel Mahdi un eroe popolare divorato dall&#8217;amore per la dignit\u00e0 e libert\u00e0 del suo popolo. Potremo dissentire dalle opinioni dell&#8217;uno e dell&#8217;altro, ma non li chiameremo entrambi &quot;storici&quot;, e non diremo legittimi (anche se magari non condivisibili) entrambi i punti di vista? Questo, al contrario, non potr\u00e0 mai accadere nelle scienze esatte: se due teorie su un medesimo fenomeno si contrappongono, una dovr\u00e0 per forza essere vera, e l&#8217;altra falsa (tranne in rari casi come quello della natura della luce, ove la teoria corpuscolare di Newton e quella ondulatoria di Huygens si sono dimostrate parzialmente vere <em>entrambe<\/em>).<\/p>\n<p>Al tempo stesso, non si potr\u00e0 mancare di rilevare alcuni fatti: 1) noi non sapremo mai <em>veramente<\/em> (cio\u00e8 con assoluta certezza) chi fu il generale Gordon; 2) le tesi opposte sul suo carattere, sui suoi ideali, sul significato storico delle sue imprese possono essere egualmente accettabili, purch\u00e8 seriamente documentate; 3) ma, per il fatto stesso che che possono essere ugualmente accettabili, il loro valore <em>oggettivo<\/em> \u00e8 ben scarso, per non dire nullo. La storia \u00e8 forse la sola forma di conoscenza che avanzi pretese di oggettivit\u00e0 e per la quale, tuttavia, sia possibile affermare tutta una serie di proposizioni, e anche quelle ad esse diametralmente opposte.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 lo abbiamo detto. La storiografia \u00e8 legata alla vita. Ancor oggi, al monumento del generale Gordon montato sul dromedario, a Khartoum, sembra contrapporsi polemicamente il mausoleo di Mohammed Ahmed, detto il Mahdi (ossia <em>il ben guidato<\/em>, personaggio messianico politico-religioso), ad Omdurman. A Khartoum Gordon trov\u00e0 la morte (26 gennaio 1885), al termine di un assedio durato quasi un anno da parte dei Mahdisti; a Omdurman, sulla riva opposta del Nilo (la sinistra) pose il suo quartier generale Mohammed Ahmed, detto il Mahdi, e l\u00ec, il 2 settembre 1898, il sirdar Horatio Herbert Kitchener vi sconfisse in maniera definitiva il nuovo Mahdi, Abdullah el Taisha (dopo di che fece disseppellire i resti di Mohammed Ahmed e ne fece spedire a Londra, dalla regina Vittoria, la testa mozzata). Da che parte sta la <em>verit\u00e0<\/em> storica? A noi parrebbe pi\u00f9 giusto domandare: ma esiste dunque <em>una<\/em> verit\u00e0? Non lo crediamo. I fatti, gi\u00e0 lo sappiamo, parlano solo se interrogati: e siamo <em>noi<\/em> a rispondere al loro posto. Non \u00e8 che un vuoto cerimoniale moralistico quello di biasimare la parzialit\u00e0 e la soggettivit\u00e0 dei singoli storici; ci\u00f2 pu\u00f2 avvenire solo perch\u00e9 da molti non si \u00e8 voluta comprendere la reale natura della storia, che non \u00e8 e non potr\u00e0 mai essere verit\u00e0 certa e oggettiva.<\/p>\n<p>&quot;I fatti, dateci soltanto i fatti&quot;, esortava il Ranke nel XIX secolo. Ma <em>quali<\/em> fatti? Quelli che ciascuno vuole intendere a suo modo, naturalmente. Dovremo perci\u00f2 gettare la storia nel cestino della carta straccia, delusi per non avervi trovato altro che ipotesi e supposizioni, l\u00e0 dove avevamo creduto di trovare verit\u00e0 immutabili e definitive? La colpa della delusione \u00e8 tutta nostra: la storia non si era mai sognata di farci simili promesse. E come avrebbe potuto, quando un qualsiasi fatto a noi vicino nel tempo e nello spazio, semplice e da tutti comodamente osservabile, produrr\u00e0 tante &quot;impressioni di verit\u00e0&quot;, ossia tante interpretazioni, quanti sono gli astanti? Si dir\u00e0: eco del relativismo. Certo, del relativismo, ma quale persona di buon senso, davanti al problema della conoscenza, non parte armata di una certa dose di relativismo, rimedio alla malattia infantile dell&#8217;estremismo?<\/p>\n<p>Faremo un solo esempio in proposito: il pi\u00f9 banale. Sulla grondaia del tetto della casa di fronte sono posati alcuni passerotti. Li vedo attraverso i vetri della finestra, li odo cantare: sono dunque ben certo che <em>esistono.<\/em> Ma non dubito neppure per un istante che i passanti, camminando sull&#8217;altro lato di quella stessa casa, non possano vederli n\u00e9 udirli: dunque quella medesima realt\u00e0, che per me \u00e8 esperibile e indubitabile, per altri neppure esiste. Si potr\u00e0 allora dire che \u00e8 una mia creazione soggettiva, un&#8217;invenzione? No di certo: eppure, se volessi convincerne altri, non disporrei di argomenti pi\u00f9 forti che la mia parola e la mia eventuale attendibilit\u00e0 di testimone. Ma, e se avessi un qualche difetto della vista o dell&#8217;udito? E si tratta solo di passerotti! Se avessi visto qualche cosa appartenente a un diverso ordine di fenomeni, qualcosa d&#8217;insolito?<\/p>\n<p>Lo scrittore giapponese Akutagawa, ai primi del Novecento, scrisse un suggestivo racconto, <em>Rashomon<\/em> (da cui, nel 1950, il grande regista Akira Kurosawa trasse un celebre film). \u00c8 la storia di un un samurai che attraversa una regione impervia e boscosa, insieme alla moglie (che viaggia ricoperta da un velo), per recarsi in pellegrinaggio ad un tempio. Un fuorilegge li scorge, non visto, e si accende di desiderio per la donna: quindi li aggredisce, uccide il marito e violenta la moglie. Una storia tragica, ma semplice. Oppure no? Parlano i protagonisti &#8211; il bandito, la donna, lo spirito del marito assassinato per mezzo di una evocazione negromantica, e un testimone involontario che si era tenuto nascosto, per paura. Quattro voci che dovrebbero confermare la stessa versione dei fatti: e invece ciascuna ha la <em>sua<\/em> verit\u00e0 da raccontare, e sono tutte profondamente diverse l&#8217;una dall&#8217;altra. Come sono andate <em>veramente<\/em> le cose? Non c&#8217; \u00e8 risposta a questa domanda. Anche nella vita di ogni giorno, gli uomini non vedono mai le stesse cose nella stessa maniera. Perch\u00e9 dunque pretendere dalla storia &#8211; dall&#8217;esame, cio\u00e8, di un lontano e confuso passato, delle verit\u00e0 universalmente valide e oggettivamente certe?<\/p>\n<p>Tuttavia la discussione intorno al relativismo \u00e8 troppo importante ai fini di una concezione consapevole del fatto storico, perch\u00e9 ci possiamo accontentare di questi brevissimi ed elementari cenni.<\/p>\n<p>Prendiamo un qualsiasi vocabolario e leggiamo alla voce &quot;relativismo&quot;:<\/p>\n<p><em>&quot;Ogni concezione filosofica che sostenga essere la realt\u00e0 non conoscibile in s\u00e9 stessa, ma soltanto in relazione con le particolari condizioni in cui, volta per volta, i suoi fenomeni vengono osservati.&quot; ( dal Dizionario Garzanti della lingua italiana).<\/em><\/p>\n<p>E questa sarebbe una filosofia? E intorno alla legittimit\u00e0 di una tale filosofia si \u00e8 tanto discusso e polemizzato? A noi sembra piuttosto che essa sia la necessaria <em>premessa<\/em> a qualsiasi filosofia; di pi\u00f9: che sia la premessa alla normale vita quotidiana di ogni essere umano. E chi potrebbe dubitarne, dopo solo qualche attimo di riflessione? Questo cielo azzurro e terso, che posso guardare dalla finestra mentre scrivo, al tramonto si tinger\u00e0 d&#8217;arancio e di violetto, poi di blu scuro, indi verr\u00e0 inghiottito dalle tenebre; e altri esseri umani, in questo stesso istante, agli antipodi di questo paese ne stanno ammirando la volta trapunta di stelle. Dovr\u00f2 concludere che il cielo muta, che il cielo che io vedo adesso \u00e8 altra cosa da quello che vedr\u00f2 questa notte, fra un anno, fra venti; altro da quello che \u00e8 visibile, ora, lontano da qui? Quale persona di buon senso direbbe che non il cielo muta, bens\u00ec mutano le <em>condizioni<\/em> in cui ciascuno, a suo modo e a suo tempo, lo vede? E lo affermerebbe in tutta tranquillit\u00e0, senza per questo che un siffatto relativismo nella sua vita quotidiana lo sospinga verso il dubbio pi\u00f9 scettico e l&#8217;angoscia esistenziale.<\/p>\n<p>E adesso torniamo all&#8217;esempio precedente, quello del generale britannico Gordon e della sua morte nella presa di Khartoum da parte dei Mahdisti, al principio del 1885 Eroe disinteressato o strumento dell&#8217;oppressione? Qualcuno &#8212; pirandellianamente &#8212; risponder\u00e0: &quot;Ma \u00e8 semplice: vi sono <em>due<\/em> Gordon: il Gordon della Gran Bretagna, del mondo occidentale &#8212; che \u00e8 un eroe, mentre il Mahdi non era che un pazzo fanatico; e il Gordon del Sudan odierno, delle ex colonie europee, che fu un simbolo dello sfruttamento, e contro il quale lott\u00f2 l&#8217;eroe nazionale, il Mahdi.&quot; Sarebbe facile obiettare fin dall&#8217;inizio: : &quot;Non \u00e8 cos\u00ec, per molti occidentali di oggi il generale Gordon era un ambizioso, un temerario, una punta avanzata del colonialismo; e non \u00e8 detto che fra qualche sudanese non sia valida l&#8217;opinione contraria: il nemico della schiavit\u00f9, della miseria, della sofferenza di quella terra sfortunata. Ma ammettiamo pure che tutti gli occidentali lo esaltino, e che tutti gli africani (o gli asiatici) lo condannino. Noi domanderemo allora: che vogliono dire termini come &quot;Gran Bretagna&quot;, &quot;Occidente&quot;, &quot;Sudan&quot;, &quot;Africa&quot;? Sono forse delle <em>forme<\/em> diverse di conoscenza? Da quanto abbiamo detto, sembrerebbe di s\u00ec. E dunque? Ammettere <em>due<\/em> diverse forme di conoscenza per la medesima realt\u00e0; due modi di interpretare e di valutare non gi\u00e0 le stesse opinioni, ma lo stesso <em>fatto<\/em> &#8212; come voleva il Ranke: non \u00e8 questa una piena ammissione dell&#8217;inevitabilit\u00e0 del relativismo?<\/p>\n<p>Ora, si badi, il problema che ci poniamo non \u00e8: &quot;Esistettero <em>effettivamente<\/em> due, o pi\u00f9, generali Gordon?&quot;; ma bens\u00ec: &quot;<em>Sar\u00e0 mai conoscibile<\/em> un generale Gordon; o dobbiamo di necessit\u00e0 ammettere che possiamo conoscerne due, o pi\u00f9 di due, ma non <em>il<\/em> generale Gordon, perch\u00e9 quello non lo conosceremo mai?&quot;. Si avr\u00e0 un bel dire: lo spirito dell&#8217;affermazione del Ranke era un altro, e cio\u00e8: &quot;voi storici dateci i fatti, e lasciate che sia poi il lettore a farsi un&#8217;idea personale.&quot; Le difficolt\u00e0 incominciano molto prima di arrivare sul terreno dei giudizi, incominciano gi\u00e0 su quello delle parole: o, per meglio dire, ogni nome \u00e8 una scelta, quindi un giudizio.<\/p>\n<p>I Mahdisti erano dei &quot;ribelli&quot;? Ma ci\u00f2 implica un giudizio di valore, di segno indubbiamente negativo; quale storico italiano chiamerebbe &quot;ribelli&quot; i Milanesi delle &#8216;cinque giornate&#8217; del 1848? &quot;Patrioti,&quot;allora? Ma anche questo \u00e8 un giudizio di valore; di segno opposto, ma sempre opinabile. Dove sono dunque i &quot;fatti&quot; che il Ranke voleva? Potremmo ricorrere a un termine &quot;neutro&quot;, quello di &quot;insorti&quot;. Insorti ha quasi lo stesso significato di ribelli, ma spogliato della componente peggiorativa: pu\u00f2 essere usato, tutto sommato, da amici e da nemici. Ma se fosse puramente un problema di termini, una soluzione sarebbe sempre abbastanza facile da trovare; invece il problema di fondo \u00e8 ben altro. Naturalmente lo storico serio, che sia inglese o sudanese o egiziano, dovr\u00e0 sforzarsi di non partire con un&#8217;idea preconcetta del generale Gordon, ma lasciare che i fatti studiati e ricostruiti gli svelino, per cos\u00ec dire, a poco a poco la reale natura del suo soggetto.<\/p>\n<p>Ma anche ammesso che uno storico, che \u00e8 sempre un essere umano, possa davvero spogliarsi di ogni partecipazione emotiva; anche ammesso che l&#8217;ambiente geografico, socio-politico e culturale in cui vive non lo condizioni per nulla; anche cos\u00ec noi ci chiederemo: quali fatti dovr\u00e0 egli lasciar parlare? Non tutti, evidentemente. Che cosa fosse solito bere, o come usasse vestire il generale Gordon \u00e8 cosa che non lo interesser\u00e0 affatto, se non forse incidentalmente. Dovr\u00e0 dunque operare una scelta: scartare certi fatti, considerarne altri. Chi gli dir\u00e0 quali fatti scartare e quali prendere in considerazione? Molti risponderebbero: la storia. Ma torniamo a ripeterlo: la storia, cos\u00ec intesa, <em>non esiste.<\/em> La storia, cio\u00e8 la ricostruzione del passato, \u00e8 <em>sempre<\/em> una scelta: \u00e8 ricostruzione di <em>un certo<\/em> passato, e considerato sotto certi aspetti piuttosto che sotto certi altri. Chi decide allora quali aspetti sono degni d&#8217;attenzione, e quali non lo sono? Lo storico, naturalmente: cio\u00e8 l&#8217;uomo. Ora, il fatto \u00e8 che un criterio di cernita, tra la mole infinita dei fatti del passato, non esiste e non pu\u00f2 esistere. \u00c8 solo il giudizio del singolo storico che decide quali fatti siano importanti, e quali no. \u00c8 sperabile che lo storico possieda una coscienza professionale superiore a quella di certo giornalismo, e che non si serva dei fatti scartati per smontare, pezzo a pezzo, una immagine scomoda della realt\u00e0, e poi di quelli prescelti per ricostruirla a suo completo talento; oppure che non mescoli le carte imbrogliando il mazzo, col risultato di distorcere mostruosamente l&#8217;immagine del passato e ridurla a un rebus che lui solo sa decifrare nel senso che meglio preferisce.<\/p>\n<p>\u00c8 sperabile: ma nulla di pi\u00f9. In storiografia non esistono strumenti o metodi scientifici, e quindi nemmeno criteri veramente scientifici: \u00e8 sempre la buona fede dello storico a tagliare il nodo della questione. Noi osserviamo che &#8212; ad esempio &#8212; nella <em>Storia della rivoluzione russa<\/em> di Lev Trotzkij, lo sforzo d&#8217;imparzialit\u00e0 e di comprensione delle altrui ragioni \u00e8 del tutto assente: e concludiamo che Trotzkij, semplicemente, non \u00e8 uno storico. Ma di solito le cose non sono cos\u00ec semplici. Moltissimi storici distorcono i fatti in buona fede, o quanto meno non intenzionalmente: essi mescolano vero e falso, coerenza e arbitrariet\u00e0, buona fede e ingenuit\u00e0. In casi del genere, se vi \u00e8 comunque una documentazione adeguata e un certo sforzo di obiettivit\u00e0, nessuno contester\u00e0 loro la qualifica di &quot;storici&quot;, e storiche son dette le loro opere. Ma quanta verit\u00e0 si pu\u00f2 trovare in esse?<\/p>\n<p>Sono questi i nodi cruciali intorno all&#8217;&quot;oggettivit\u00e0&quot; della storia, e i sostenitori della storiografia scientifica nascondono la testa nella sabbia come struzzi per non vederli; e, non vedendoli, o meglio ostinandosi a non volerli vedere, negano addirittura che esistano.<\/p>\n<p>In che rapporto stanno idealismo, relativismo e solipsismo? Leggiamo ancora nel vocabolario:<\/p>\n<p>&quot;<em>Idealismo: ogni sistema filosofico che risolva tutta la realt\u00e0 nel pensiero, negando l&#8217;esistenza di una realt\u00e0 al di l\u00e0 o al di fuori dello spirito.&quot;(Dizionario Garzanti della lingua italiana).<\/em><\/p>\n<p>Antonio Gramsci ha osservato che ogni idealismo, di fatto, finisce per cadere nel solipsismo. Se ci\u00f2 \u00e8 esatto, dovremo concludere che proprio la soriografia idealistica d&#8217;indirizzo crociano, tanto ligia custode &#8211; in nome dello &quot;storicismo assoluto&quot; &#8211; di una ortodossia metodologica che l&#8217;ha portata a bollare come un disgraziato errore quasi tutto il movimento storicistico tedesco, trarrebbe le proprie radici filosofiche da una posizione che \u00e8 la pi\u00f9 estremisticamente soggettiva che il pensiero possa assumere. Leggiamo dunque alla voce solpsismo:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;atteggiamento per cui si afferma come reale solo l&#8217;esistenza del soggetto individuale, mentre tutte le altre cose e le altre persone sono soltanto sue percezioni.&quot; (Dizionario Garzanti della lingua italiana).<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;idealismo dunque, come atteggiamento filosofico generale, pu\u00f2 approdare &#8211; e di fatto \u00e8 approdato, in tempi moderni &#8211; a differenti posizioni gnoseologiche, da quella empirista (iniziale) berkeleyana, a quella trascendentale hegeliana e crociana. Ma un nesso fondamentale unisce questi diversi indirizzi dell&#8217;idealismo, ed \u00e8 la convinzione che non soltanto tutta l&#8217;attivit\u00e0 conoscitiva, ma altres\u00ec tutta la realt\u00e0, sono in definitiva riconducibili a puro immaterialismo. E tuttavia, \u00e8 lecito definire la filosofia del Berkekey, come per convenzione si usa fare, &quot;idealismo empirico&quot;? L&#8217;<em>esse est percipi<\/em> del pensatore irlandese non \u00e8 in effetti una posizione pi\u00f9 vicina al solipsismo che all&#8217;idealismo? [A questo proposito, si pu\u00f2 vedere <em>L&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;Essere,<\/em> parte prima, di F. lamendola; e, dello stesso autore, <em>Il pensiero filosofico di George Berkeley<\/em>]. La salda fede religiosa del vescovo anglicano di Cloyne fa s\u00ec ch&#8217;egli non nutra alcun dubbio circa la <em>causa<\/em> delle percezioni individuali, che \u00e8 Dio; ma dal punto di vista conoscitivo la sua posizione \u00e8 prettamente solipsistica. La filosofia berkeleyana pu\u00f2 definirsi idealistica con riguardo alla sua concezione teoretica (Dio, spirito infinito; individui, spiriti finiti), solpsistica rispetto al suo atteggiamento pratico (la sostanza materiale si risolve interamente nelle percezioni soggettive). Da questo punto di vista diremmo che non tanto l&#8217;idealismo sfocia inevitabilmente nel solipsismo, quanto piuttosto \u00e8 quest&#8217;ultimo, come atteggiamento conoscitivo della realt\u00e0, che non pu\u00f2 non condurre all&#8217;idealismo. Una volta che sia negata l&#8217;esistenza di una sostanza materiale, non resta altra via per darsi ragione del mondo esterno che l&#8217;idealismo: e non solo limitatamente al soggetto (donde proverrebbero allora le percezioni?), ma necessariamente riguardo a uno Spirito infinito che \u00e8 la sola possibile origine delle nostre percezioni. &quot;<em>Esse est percipi<\/em>&quot; \u00e8 dunque una proposizione naturalmente reversibile: &quot;<em>percipere est esse<\/em>&quot;; dove \u00e8 chiaro che, di contro alle percezioni vane e illusorie degli spiriti finiti, esiste una forma oggettiva e superiore di percezione, ed \u00e8 &#8211; per esclusione -quella dello Spirito infinito rispetto ai singoli individui.<\/p>\n<p><em>&quot;Tutti gli oggetti sono eternamente conosciuti da Dio, o, ci\u00f2 che \u00e8 lo stesso, hanno un&#8217;eterna esistenza nella Sua mente: ma quando le cose, prima non percepibili dalle creature, sono, con un decreto di Dio, percepibili da esse, allora si dice che le cose cominciano un&#8217;esistenza relativa, rispetto alle menti create.&quot;<\/em> (George Berkeley, <em>Dialoghi tra Hylas e Philonous<\/em>, Torino, 1969, p. 157).<\/p>\n<p>Questo per quanto riguarda l&#8217;idealismo empiristico. In che rapporto col solipsismo sta l&#8217;idealismo trascendentale? Per Hegel, come per Croce, tutta la realt\u00e0 \u00e8 idea, ossia ragione: &quot;Tutto ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale, tutto ci\u00f2 che \u00e8 razionale \u00e8 reale.&quot; Anche l&#8217;idealismo trascendentale, o assoluto, nega dunque l&#8217;esistenza oggettiva di una sostanza materiale: tutte le sue imponenti costruzioni speculative muovono da questa premessa &#8211; senza porsi, invero, il problema di abbozzarne una dimostrazione. Se ne dovrebbe dedurre che, anche per esso, la realt\u00e0 fenomenica non ci si palesa che per mezzo di percezioni illusorie; e anche da questo lato, perci\u00f2, si ricade nel solipsismo. Se ne esce ponendo <em>tutta<\/em> la realt\u00e0 al di fuori della sostanza materiale, nello Spirito assoluto: ma questo \u00e8 un atteggiamento teoretico, non pratico. Nel mondo fenomenico l&#8217;idealista trascenentale non pu\u00f2 porsi che in una posizione solipsistica, e ridurre tutti gli oggetti esterni della sua percezione a <em>creazioni<\/em> o <em>apparenze<\/em> della mente individuale.<\/p>\n<p>Idealismo empiristico e idealismo trascendentale non sono dunque, veramente, due indirizzi diversi di pensiero, e sia pure dello steso pensiero; sono due <em>momenti<\/em> distinti di un unico atteggiamento filosofico. Il primo pone l&#8217;accento sul momento del <em>percipere,<\/em> e ne trae la conclusione dell&#8217;inesistenza d&#8217;una realt\u00e0 materiale; il secondo si interessa all&#8217;<em>esse<\/em>, e si rappresenta l&#8217;intera realt\u00e0 come spirito razionale. Una differenza d&#8217;accenti, dunque, non di concezioni e nemmeno di metodi: e dell&#8217;uno come dell&#8217;altro il necessario complemento \u00e8 il solipsismo, come posizione del soggetto di fronte alla realt\u00e0 esterna, almeno di quella fenomenica.<\/p>\n<p>Se ogni atteggiamento filosofico idealistico conduce, per quel che riguarda la realt\u00e0 materiale, a una forma pi\u00f9 o meno sfumata di solipsismo, \u00e8 possibile di qui &#8211; sempre per quel che riguarda il mondo fenomenico, campo d&#8217;attivit\u00e0 dello storico &#8211; sottrarsi a un crescente sentimento di scetticismo? Nella storia della filosofia, come tutti sanno, il nome di Locke \u00e8 legato, come necessario antecedente, a quello di Berkeley, cos\u00ec come quello di Berkeley sembra condurre molto naturalmente a quello di Hume, che appunto sul limitare dello scetticismo arresta la sua speculazione filosofica. Se ne dovrebbe concludere che le logiche premesse dell&#8217;empirismo conducono, sviluppate, all&#8217;idealismo empirico e di qui allo scetticismo? O, per limitare il campo della questione che ci eravamo posta, che l&#8217;idealismo empirico (e quindi anche il suo logico correlato, il solipsismo) conducono necessariamernte allo scetticismo? Sembra difficile negarlo, dal momento che il solpsismo delinea una visione del mondo cos\u00ec malagevole e angosciosa, per i bisogni e gl&#8217;istinti della vita quotidiana, che occorre una notevole energia mentale per non lasciarsesi travolgere da essa.<\/p>\n<p>E in effetti, dal fondo dello scetticismo cui le premesse della sua stessa filosofia minacciavano di farla precipitare, solo una mente lucida e pacata come quella di David Hume poteva risalire a riconquistare la forza di continuare tranquillamente l&#8217;esistenza di tutti i giorni.<\/p>\n<p><em>&quot;La grande sovvertitrice del pirronismo, cio\u00e8 dello scetticismo eccessivo, \u00e8 l&#8217;azione, il lavoro e le occupazioni della vita quotidiana. Questi princ\u00ecpi scettici possono fiorire e trionfare nelle scuole, dove, in verit\u00e0, \u00e8 difficile se non impossibile confutarli. Ma appena essi escono dall&#8217;ombra e per la presenza degli oggetti reali che mettono in movimento le passioni ed i sentimenti, vengono contrapposti ai pi\u00f9 potenti princ\u00ecpi della natura umana, svaniscono come fumo e lasciano lo scettico pi\u00f9 ostinato nella stessa condizione degli altri mortali.&quot;<\/em> (David Hume, <em>Ricerche sull&#8217;intelletto umano<\/em>, Bari, 1974, p. 202 (sez. XII, parte II).<\/p>\n<p>Ora, con qual mezzo il filosofo, lo storico o, in generale, l&#8217;intellettuale possono risalire la china dello scetticismo, ove l&#8217;idealismo e il solipsismo li abbiano sospinti, e tornare a guardare senza disgusto e senza illusioni il mondo della realt\u00e0 fenomenica che cade sotto i nostri sensi?<\/p>\n<p>Lo scetticismo radicale, gi\u00e0 lo abbiamo visto, cade e si elimina da s\u00e9 medesimo: esso, per usare un&#8217;espressione di Johann Huizinga, \u00e8 &quot;certamente un bel gioco intellettuale; ma con esso non si pu\u00f2 pi\u00f9 vivere.&quot; (J. Huzinga, <em>La scienza storica,<\/em> cit., p. 88). \u00c8 la stessa natura umana che reagisce con tutte le sue forze alle rigorose ma aride e sconcertanti dimostrazioni dell&#8217;intelletto, e proclama il suo diritto a vivere, sentire, vedere, toccare, giudicare; giacch\u00e9 lo scetticismo assoluto non \u00e8 forse tanto un &quot;bel gioco&quot;, quanto piuttosto uno stato di angoscia insopportabile, uno sradicamento della natura umana dalle proprie radici. E quel che non viene mai considerato abbastanza \u00e8 che <em>ogni dualismo \u00e8 uno sradicamento della natura umana dalle proprie radici.<\/em><\/p>\n<p>Ha cominciato Platone. Egli per primo ha creato un sistema di pensiero organico, grandioso e suggestivo, ove il mondo superiore delle Idee \u00e8 posto non tanto come superamento o perfezionamento della realt\u00e0 sensibile, quanto contrapposto ad essa e proiettato, al tempo stesso, in lontananze irraggiungibili. Ogni idealismo sfocia sempre in una forma di dualismo, in una lacerazione, in una negazione di ci\u00f2 che \u00e8 parte della natura umana e della sfera mentale in cui vive e pensa. E ogni dualismo porta sempre, per un verso &#8211; quello della ralt\u00e0 svalutata o addirittura negata &#8211; al solipsismo e allo scetticismo.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 David Hume si spingeva al di l\u00e0 delle proprie premesse, e concludeva che un moderato e giudizioso scetticismo \u00e8 un atteggiamento mentale decisamente utile in ogni circostanza della vita, mentre lo scetticismo radicale si esaurisce in s\u00e9 stesso e fatalmente ristagna delle acque morte dell&#8217;impotenza.<\/p>\n<p><em>&quot;Basta che chiediamo ad uno scettico del genere [ossia radicale]: qual \u00e8 la sua intenzione? E che cosa si propone con tutte queste curiose ricerche? Si trova subito imbarazzato e non sa che cosa rispondere. (&#8230;) Risvegliato dal suo sogno, sar\u00e0 il primo a ridere di s\u00e9 stesso ed a confessare che tutte le sue obiezioni sono meri passatempi e non possono servire ad altro che a mostrare la stravagante condizione in cui si trova l&#8217;umanit\u00e0 che deve agire e ragionare e credere.&quot;<\/em> (David Hume, <em>Op. cit.<\/em>, sez. XII, parte II, pp. 203-04).<\/p>\n<p>Questi problemi sono soprattutto importanti per lo storico, impegnato in un&#8217;opera di ricostruzione del passato che \u00e8 fatto di uomini e azioni, e ch&#8217;egli non potrebbe nemmeno intraprendere se realmente fosse convinto della non-esistenza della realt\u00e0 esterna (non diciamo della sostanza materiale, che \u00e8 gi\u00e0 altra questione). Egli, d&#8217;altra parte, non pu\u00f2 semplicemente ignorare tutte le obiezioni filosofiche che sono state mosse all&#8217;esistenza, o quanto meno alla conoscibilit\u00e0, di tutti quegli oggetti che la sua professione lo costringe continuamente a considerare e a valutare. Anche in questo senso una filosofia personale, una concezione del mondo da parte dello storico \u00e8 premessa e strumentoindispensabile al proprio lavoro.<\/p>\n<p>Dopo tutto quanto abbiamo detto in proposito, vorremmo aggiungere che la condizione a nostro avviso pi\u00f9 propizia per affrontare una ricostruzione del passato consiste in un atteggiamento di moderato relativismo. L&#8217;idealismo, gi\u00e0 lo abbiamo visto, pone un dualismo, e quindi una lacerazione dello spirito umano: esso per un verso conduce direttamente al trascendentalismo, e per l&#8217;altro piomba inevitabilmente nel solipsismo: e di qui allo scetticismo radicale, il passo \u00e8 breve. Ora il trascendentalismo, o meglio la tensione metafisica, che ne \u00e8 la logica conseguenza, costituisce una forma rispettabilissima di speculazione filosofica; ma \u00e8 difficile che possa trasformarsi in un costruttivo punto di partenza storiografico. Il meno che si possa dire di ogni storiografia idealistica \u00e8 che essa d\u00e0 al lettore la spiacevole impressione che lo storico nutra la convinzione di esser stato egli solo messo a parte dallo Spirito Assoluto dei suoi piani ineffabili; se non, addirittura, che sia quest&#8217;ultimo a sforzarsi di adeguare la propria azione nel mondo alla filosofia della storia professata da quello studioso. Questa \u00e8 precisamente l&#8217;impressione, ad esempio, che si ricava dalla lettura di Hegel: sembra che lo Spirito Assoluto e le sue manifestazioni si pieghino umilmente a seguire i dettami del pensatore di Stoccarda. Impressione analoga si ritrae dalla concezione storicistica di Croce, ove lo Spirito sembra non aspettar altro che le categorie crociane per articolarsi nell&#8217;attivit\u00e0 teoretica e in quella pratica.<\/p>\n<p>Il solipsismo, l&#8217;altra faccia della medaglia dell&#8217;idealismo, rappresenta dal punto di vista teoretico l&#8217;eccesso opposto. L\u00e0 dove le manifestazioni e le stesse finalit\u00e0 dell&#8217;Idea universale sembrano non aver segreti per il filosofo trascenentalista, il solipsismo si chiude nella pi\u00f9 stretta soggettivit\u00e0 individuale e non ardisce fare il minimo paso all&#8217;esterno, che vada oltre l&#8217;immediata intuizione del <em>cogito<\/em> cartesiano. Al tempo stesso, per\u00f2, nel solipsismo vi \u00e8 una componente di &quot;audacia intellettuale&quot; che contrasta con il suo appaente negativismo: esso, cio\u00e8, non si limita a negare la conoscibilit\u00e0 della realt\u00e0 esterna al soggetto individuale, ma si spinge fino ad affermarne la non-esistenza, in quanto la riduce semplicemente alle percezioni del soggetto stesso.<\/p>\n<p>Nello scetticismo, poi, emergono due tendenze fondamentali: da un lato quella &quot;moderata&quot;, che si limita a una sospensione del giudizio; dall&#8217;altra una radicale, che supera perfino le premesse del solipsismo in quanto abolisce ogni distinzione tra soggetto percipiente e realt\u00e0 esterna, e nega puramente e sempliemente ogni possibilit\u00e0 di conoscere il reale. Ora \u00e8 ovvio che tanto il solipsismo, quanto la sua manifestazione estrema, rappresentata dallo scetticismo radicale, rispondono a concezioni del mondo che contrastano irrimediabilmente con il sentimento storico. Nel primo caso, tutta la storia si vedrebbe ridotta a &quot;illusione&quot; o &quot;delirio&quot; della mente soggettiva, n\u00e9 potrebbe minimamente aspirare a una ricostruzione valida per pi\u00f9 di un solo individuo; nel secondo, dovrebbe di necessit\u00e0 limitarsi a una miope e pedissequa narrazione degli avvenimenti (ammesso che ci\u00f2 sia possibile), una storia monotona senza principio n\u00e9 fine, senza insegnamenti e perfino senza significato (una assurda e tragica pupazzata, come avrebbe detto Luigi Pirandello).<\/p>\n<p>D&#8217;altraparte, \u00e8 noto che un atteggiamento filosofico pi\u00f9 ragionevole ha sempre sottolineato l&#8217;importanza di una forma di scetticismo moderato, la cui funzione e utilit\u00e0 principale consistono nello smuovere i dogmi e ogni forma di pensiero rigido, che da sempre costituiscono il pi\u00f9 potente sonnifero per la mente umana. Come antidoto alla dogmatica e alla sistematica astratta e presuntuosa, come strumento critico d&#8217;indagine e di ricerca e come stimolo contro ogni forma d&#8217;inerzia intellettuale, lo scetticismo moderato \u00e8 un fondamentale atteggiamento propedeutico alla filosofia, che trova il suo complemento di segno positivo in un altrettanto moderato relativismo. L\u00e0 dove lo scetticismo distrugge falsi miti e mette in guardia contro vane presunzioni e pompose assurdit\u00e0, il relativismo fornisce un senso alla ricerca e offre, al tempo stesso, una prospettiva <em>storica<\/em> ove collocare i vari ordini di fatti. Il relativismo \u00e8 una concezione altamente storica della realt\u00e0, nel senso che, rifiutando ogni teorizzazione <em>astratta<\/em>, scende sempre sul terreno fenomenico concreto e non presume di poterlo giudicare dal di fuori, ma solo entro la cornice spazio-temporale in cui si producono i singoli eventi. Vorremmo dire che il relativismo \u00e8 la generalizzazione filosofica dello storicismo (non quello di matrice idealistica, naturalmente, ma quello tedesco iniziato dal Dilthey); \u00e8, potremmo dire, storicismo assoluto, se il Croce non avesse gi\u00e0 utilizzato questa espressione con ben diverso significato. Il concetto dell&#8217;unicit\u00e0 e irripetibilit\u00e0 degli accadimenti storici \u00e8 necessariamente legato a quello della mancanza di oggettivit\u00e0 della conoscenza, e della sua validit\u00e0 unicamente in relazione al soggetto. L\u00e0 dove lo storicismo di Troeltsch e di Meinecke finiva per concludere che non esistono valori e realt\u00e0 permanenti, il relativismo suggerisce che la realt\u00e0 esterna in quanto tale \u00e8 inconoscibile, e che solo le <em>forme<\/em> particolari entro cui agisce il soggetto in una determinata cornice spazio-temporale possono essere oggetto d&#8217;indagine obiettiva. Ci\u00f2 non significa &#8211; lo abbiamo gi\u00e0 detto &#8211; rinunciare a un tentativo di ricostruzione del passato in quanto tale. Significa semplicemente sgombrare il campo da molte illusioni e false certezze, e guardare senza veli la reale natura della storiografia. Lo sforzo verso l&#8217;oggettivit\u00e0 della ricostruzione storica pu\u00f2 e deve esserci, ma \u00e8 importante sapere che di uno sforzo si tratta &#8211; cio\u00e8 di un&#8217;aspirazione, di un desiderio; e che non pu\u00f2 essere nulla di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Concludendo, i fatti vanno s\u00ec studiati nella loro concretezza immediata e irripetibile, ma (o meglio, appunto per questo) le circostanze in cui si presentano sono sempre non comparabili. Niente generalizzazioni, quindi, niente parametri di valutazione uguali per civilt\u00e0 ed epoche storiche diverse. I bisogni e le aspirazioni costanti riscontrabili nella vita dell&#8217;essere umano sono campo di studio della filosofia, alla storia interessa ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 concreto, immediato, particolare. Non i bisogni e le aspirazioni eterni dell&#8217;essere umano, ma i <em>modi<\/em> concreti e irripetibili con cui storicamente ha tentato, volta a volta, di soddisfarli. La storia non studia <em>le<\/em> rivoluzioni, ma la rivoluzione francese, quella industriale, ecc. La storia non studia <em>le<\/em> guerre, ma la guerra dei Cent&#8217;Anni, la guerra delle Due Rose, ecc. Certo, lo storico non pu\u00f2 lavorare a casaccio, per cui deve essere in possesso di un proprio concetto filosofico di &quot;guerra&quot;, &quot;rivoluzione&quot;, e cos\u00ec via. Ma quello che lo interessa realmente, ai fini della ricostruzione, sono soltanto le manifestazioni storiche particolari e concrete di tali categorie fenomeniche.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li>[LA STORIA E I GIUDIZI MORALI.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Una delle questioni pi\u00f9 lungamente e inutilmente dibattute tra gli storici \u00e8 quella dei rapporti tra storiografia ed etica, ossia della legittimit\u00e0 dei giudizi di carattere morale nei confronti di uomini ed eventi del passato. Abbiamo detto inutilmente, perch\u00e9 una breve analisi della questione ci riveler\u00e0 trattarsi &#8211; anche in questo caso &#8211; di un falso problema, tenuto in piedi pi\u00f9 dalla forza dell&#8217;abitudine e da una serie di equivoci, che da una sua reale necessit\u00e0.<\/p>\n<p>In linea di massima possiamo accettare la nota espressione che &quot;la storia deve preoccuparsi di comprendere, pi\u00f9 che di giudicare&quot;: una massima tanto ovvia e intuitiva che alcuni storici, alle prese con nomi e parole pi\u00f9 che con idee e concetti, hanno finito per perderla di vista. E in effetti, qualsiasi discussione circa la legittimit\u00e0 dei giudizi morali in sede storiografica sembra nascere piuttosto sul terreno astratto della teoria, che su quello concreto della ricerca e della ricostruzione. Anche in questo caso, il discutere tanto intorno a una questione di per s\u00e9 (metodologicamente) trascurabile, ha finito per ingigantire artificialmente il dibattito, spostando il fulcro di esso dalla pratica storiografica alle questioni etiche e filosofiche ad essa correlate.<\/p>\n<p>Certi storici si mostrano terribilmente preoccupati all&#8217;idea di non poter esprimere giudizi di condanna sui grandi &quot;mostri&quot; della storia, e alcuni altri si impegnano, con energia non minore, ad interdire loro questo indebito sconfinamento nei regni opinabili e soggettivi della morale. Ma se tutti sono veramente d&#8217;accordo sul fatto che &quot;la storia deve sforzarsi di comprendere pi\u00f9 che di giudicare&quot;, il contrasto sembra in realt\u00e0 destinato a sussistere solo fintanto che essi troveranno preferibile fingere di parlare due lingue diverse.<\/p>\n<p>Lo storico &#8211; lo abbiamo detto e ripetuto &#8211; \u00e8 un essere umano; e, in pratica, non si trover\u00e0 un solo storico che sia riusciuto a evitare, in sede di ricostruzione e di interpretazione del passato, qualche &quot;sconfinamento&quot; pi\u00f9 o meno indebito nel campo dei giudizi morali. Ci\u00f2 \u00e8 connaturato alla struttura dell&#8217;essere umano e anche a quella del divenire storico, il quale, sottoponendo continusamente alla nostra attenzione il carattere e le azioni di altri esseri umani, ci induce quasi nostro malgrado ad approvare o a condannare. Certo, \u00e8 fondamentale che lo storico abbia coscienza che tale disposizione d&#8217;animo potrebbe portarlo a indebite conclusioni e, forse, ad autentici travisamenti, e che cerchi il pi\u00f9 possibile di controllare la propria sensibilit\u00e0 etica nei riguardi di vicende del passato. Ma il fatto stesso che si continui a discutere e, spesso, a polemizzare accesamente su tali questioni, indica chiaramente come non sia in potere dell&#8217;essere umano &#8211; e quindi neanche dello storico &#8211; sopprimere completamente l&#8217;atto naturale e istintivo del giudicare.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che grandi passi avanti sono stati fatti, rispetto alla storiografia di un tempo. Nella storiografia classica si notano due atteggiamenti al riguardo. Da un lato vi \u00e8 la fredda indagine di Tucidide, di Senofonte, di Polibio, in parte anche di Tacito, in cui il problema morale passa in secondo piano per lasciare il pi\u00f9 ampio spazio alla trattazione &quot;oggettiva&quot; degli avvenimenti. Dall&#8217;altro Sallustio, Plutarco, Svetonio, Zosimo riservano un posto preminente ai fattori morali, che non mancano di porre direttamente in relazione con le cause profonde di determinati avvenimenti storici.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso di Zosimo, il misterioso storico pagano della &quot;decadenza&quot; dell&#8217;Impero Romano. Per lui, le sorti dello Stato sono direttamente legate al rispetto della tradizione religiosa pagana, e tutte le altre ragioni di debolezza o di senescenza della civilt\u00e0 antica appaiono ridotte a ben poca cosa rispetto a questa. Ai suoi occhi ci\u00f2 diviene quasi un fatto automatico, una chiave di lettura con cui va interpretata tutta la storia tardo-antica: con Costantino i culti antichi vengono per la prima volta trascurati dall&#8217;imperatore, e per lo stato si apre un periodo disastroso di corruzione e guerra civile; Giuliano li rimette in auge, e si delinea una ripresa; con Teodosio, che \u00e8 un ozioso e un dissoluto, il paganesimo riceve il colpo di grazia e l&#8217;Impero riprende la sua corsa precipitosa verso l&#8217;abisso.<\/p>\n<p><em>&quot;Se il cristanesimo \u00e8 corruzione, anche la politica di Costantino &#8216;convertito&#8217; diverr\u00e0 corrotta e ne conseguir\u00e0 direttamente lo sfacelo politico e amministrativo dello Stato.&quot;<\/em> (G. Zucchelli, <em>La propaganda costantiniana e la falsificazione storica in Zosimo,<\/em> in <em>I canali della propaganda nel mondo antico<\/em>, vol. IV, Milano, 1976, p. 248).<\/p>\n<p>La storiografia altomedioevale riprende ed accentua la componente moralistica di tipo plutarchiano, che era stata fatta propria dalla storiografia cristiana tardo-romana e bizantina. Sant&#8217;Agostino aveva addirittura ridotto l&#8217;intera vicenda della storia universale a una incessante, drammatica lotta tra la Citt\u00e0 di Dio e la citt\u00e0 degli uomini: l&#8217;una ispirata dall&#8217;amore verso Dio, l&#8217;altra dall&#8217;egoismo, cio\u00e8 dall&#8217;amore di s\u00e9 stessi. Ma come spiegare i disastri sociali e militari che si abbattevano sempre pi\u00f9 duramente sul corpo dell&#8217;Impero, ora che la vera religione trionfava sul Campidoglio e nel palazzo dei Cesari? Sant&#8217;Agostino non aveva avuto esitazioni: le apparenti sciagure erano in definitiva delle occasioni di bene, o, al massimo, giusti castighi contro la corruzione degli uomini.<\/p>\n<p>Tale schema fu interamente accettato e ripreso da Paolo Orosio. Egli si preoccupa di mettere in chiaro che le sciagure che si abbattono sull&#8217;Impero non avvengono per colpa dei sovrani, che sono pii, ma per la scelleratezza degli uomini; sempre, per\u00f2, il Dio dei cristiani finisce per gettare il peso della propria potenza dalla parte dei giusti.<\/p>\n<p><em>&quot;Perci\u00f2 Dio, giusto provveditore delle umane cose, fece perire il nemico pagano e prevalere quello cristiano in modo che i Romani pagani e bestemmiatori rimanessero confusi per colui che era andato in rovina e venissero puniti da chi ne aveva preso il posto; questo massimamente perch\u00e9 non poco valevano agli occhi della divina misericordia la purissima fede dell&#8217;imperatore Onorio e la sua moderazione, davvero ammirevole in un re.&quot;<\/em> (Paolo Orosio, <em>Storie contro i pagani<\/em>, libro VII, 37; in <em>I Barbari<\/em>, a cura di E. Bartolini, Milano, 1970, p. 141).<\/p>\n<p>\u00c8 noto che Zosimo segu\u00ec esattamente questo schema storico, soltanto rovesciandone i termini: il suo punto di vista era quello, polemico e pessimista, di un pagano che vedeva coincidere significativamente la rovina dell&#8217;antica religione con la rovina dello Stato.<\/p>\n<p>Negli storici dell&#8217;Alto Medioevo, ecclesiastici per la maggior parte, la componente moralistica di matrice religiosa si accentua ancor di pi\u00f9; ma, a causa del contemporaneo venir meno di ogni interesse per la concatenazione causale degli eventi e per la processualit\u00e0 della storia, essa viene &quot;polverizzata&quot; e frammischiata alla serie monotona e slegata di accidenti curiosi o prodigiosi, di stranezze, di miracoli, di fantasie, che caratterizzano la storiografia di quest&#8217;et\u00e0. Nella <em>Vita di San Severino<\/em> di Eugippio i miracoli e il soprannaturale occupano un posto pi\u00f9 importante di ogni altro ordine di eventi.<\/p>\n<p>Jordanes e Paolo Diacono, entrambi di origine barbarica (ostrogoto il primo, longobardo il secondo) complicano questo schema esilissimo. Bench\u00e8 ecclesiastici sia l&#8217;uno che l&#8217;altro e profondamente latinizzati, non \u00e8 ancor spenta in loro l&#8217;antica fiamma dell&#8217;orgoglio di razza, ci\u00f2 che li pone sovente in una posizione palesemente contraddittoria, presi tra l&#8217;istinto di magnificare le &quot;gloriose&quot; imprese dei barbari e il dovere, per cos\u00ec dire, di esaltare la superiore civilt\u00e0 di Roma. Il moralismo di Paolo Diacono, per esempio, trova allora il modo di esplicarsi pienamente l\u00e0 dove delinea il quadro dei costumi del suo popolo quando, non ancora convertito al cattolicesimo, non solo verso i Romani ma anche al proprio interno si abbandonava alla naturale ferocia della sua barbarica indole. Un esempio classico di questo atteggiamento si pu\u00f2 vedere nel famoso episodio della cena di Alboino e Rosmunda:<\/p>\n<p><em>&quot;Alboino regn\u00f2 in Italia per tre anni e sei mesi e fu poi ucciso per le trame della moglie. La causa della sua uccisione fu questa. Mentre sedeva a banchetto a Verona, allegro oltre il lecito, ordin\u00f2 che alla regina fosse dato da bere del vino nella coppa che si era fatto fare col cranio di suo suocero, il re Cunimondo, e la invit\u00f2 a bere lietamente in compagnia del padre. Ci\u00f2 non sembri impossibile, perch\u00e9 in nome di Cristo dico il vero: vidi io stesso quella coppa in occasione di una festa, e il principe Rachis la teneva in mano e la mostrava con ostentazione ai suoi convitati. Rosemunda perci\u00f2, come vide quel gesto, provando in cuor suo un dolore cos\u00ec profondo che non riusciva a calmarsi, subito arse della brama di uccidere suo marito per vendicare la morte del padre.&quot;<\/em> (Paolo Diacono, <em>Storia dei Longobardi,<\/em>II, 28; Milano, Rizzoli, 1967, p. 69).<\/p>\n<p>Alle soglie dell&#8217;et\u00e0 moderna, Francesco Guicciardini &#8211; il pi\u00f9 grande storico del Rinascimento italiano &#8211; accantona invece completamente ogni considerazione di carattere moralistico e si concentra tutto nella ricerca dei fattori oggettivi della storia. Il suo sguardo lucido e disincantato, fortemente pessimista, vaglia e soppesa moventi materiale e spirituali alla luce di un&#8217;attenta analisi dei fatti. Circa nello stesso tempo Niccol\u00f2 Machiavelli &#8211; inferiore al Guicciardini come storico, superiore come pensatore politico &#8211; opera la rottura definitiva tra etica e politica e rivendica la completa autonomia di quest&#8217;ultima: con lui, anche la storia si libera dal peso di una tradizione secolare e fonda la propria dignit\u00e0 su una completa autonomia. Se ci\u00f2 sia stato un male o un bene, non \u00e8 questa la sede per discuterne. La figura morale di papa Borgia gli serve appunto per delineare le caratteristiche necessarie all&#8217;uomo di potere: spietatezza, ipocrisia, mancanza di scrupoli.<\/p>\n<p><em>&quot;Alessandro VI non fece mai altro, non pens\u00f2 mai ad altro che a ingannare uomini, e sempre trov\u00f2 subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermassi una cosa, che la osservassi meno; non dimeno, sempre li succederono l&#8217;inganni ad votum, perch\u00e9 conosceva bene questa parte del mondo. A uno principe, adunque, non \u00e8 necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualit\u00e0, ma \u00e8 bene necessario parere di averle. Anzi, ardir\u00f2 di dire questo: che avendole e osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, intero, religioso, ed essere, ma stare in modo edificato con l&#8217;animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. E hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non pu\u00f2 osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carit\u00e0, contro alla umanit\u00e0, contro alla religione. E per\u00f2 bisogna che egli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch&#8217;e venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano, e, come sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.&quot;<\/em> (Niccol\u00f2 Machiavelli, <em>Il Principe<\/em>, cap. XVIII, 4).<\/p>\n<p>La storiografia del Seicento prosegue lungo la via aperta da Machiavelli e Guicciardini, ma \u00e8 col Settecento, e soprattutto con l&#8217;Illuminismo, che la storiografia si lascia definitivamente alle spalle l&#8217;atteggiamento moralistico per concentrarsi sull&#8217;analisi spassionata dei fatti. \u00c8 l&#8217;inizio di un atteggiamento &quot;storicistico&quot;: non a caso il Meinecke, nel suo <em>Die Enstehiung des Historismus,<\/em> prende le mosse dall&#8217;et\u00e0 illuministica.<\/p>\n<p>Ma prendiamo in esame, una per una, le singole opere dei massimi storici di quell&#8217;et\u00e0, e domandiamoci: sono sfuggiti veramente alla tendenza moraleggiante, che porta l&#8217;autore a comportarsi come un giudiuce che approva o condanna le azioni degli uomini passati? Ci accorgeremo ben presto che la storiografia illuministica resta presa, in certo qual modo, entro i lacci della propria prospettiva filosofica. \u00c8 vero che la componente razionale dell&#8217;uomo viene rivalutata e assume un posto centrale nella ricostruzione; ma ogni qualvolta le vicende passate rivelano aspetti che sono in contrasto con quegli ideali di razionalit\u00e0, di tolleranza e di libert\u00e0 di coscienza che lo storico ferventemente professa, questi insorge con violenza contro la materia stessa del passato, e ricade inconsapevolmente in un moralistico giudizio su uomini e cose. Solo che in et\u00e0 medioevale &quot;malvagio&quot; era sinonimo di non cristiano; ora lo \u00e8 di non razionale e, in definitiva, di non &quot;illuminato&quot;. Quando invece la realt\u00e0 del passato appare conforme agli ideali e alle aspirazioni professate dal &quot;secolo dei lumi&quot;, lo storico non esita a lanciarsi nell&#8217;elogio pi\u00f9 sperticato, nell&#8217;approvazione pi\u00f9 calorosa, allontanandosi anche in questo caso &#8211; sia pure per una via opposta &#8211; da un imparziale equilibrio di giudizio.<\/p>\n<p>Per Voltaire, ad esempio, l&#8217;imperatore Marco Aurelio \u00e8 &quot;il primo degli uomini&quot;; Giuliano \u00e8 un modello di perfezione assoluta; mentre Costantino \u00e8 una sentina di vizi e un tiranno feroce e inumano.<\/p>\n<p><em>&quot;Qualche volta si tarda molto ad aver giustizia. Due o tre scrittori, mercenari o fanatici, si mettono a parlare del barbaro ed effeminato Costantino come di un dio, e trattano da scellerato il giusto savio e grande Giuliano. Tutti gli altri, copiando i primi, ripetono l&#8217;adulazionee la calunnia. Queste opinioni diventano quasi un articolo di fede. Finalmente arriva il tempo della savia critica e, dopo qualcosa come quattordici secoli, alcuni uomini illuminati fanno la revisione di quel processo che l&#8217;ignoranza aveva dimenticato. Si scopre cos\u00ec che Costantino era un ambizioso fortunato, che non rispettava n\u00e9 Iddio n\u00e9 gli uomini, che ebbe l&#8217;insolenza di fingere che Dio gli aveva mandato per aria una insegna ad assicurargli la vittoria, che si bagn\u00f2 nel sangue di tutti i congiunti, si abbrut\u00ec nelle mollezze, ed ebbe solo l&#8217;astuzia di farsi passare per cristiano: in conseguenza di che fu canonizzato. Giuliano invece fu sobrio, casto, disinteressato, valoroso e clemente; ma, non essendo cristiano, fu considerato per secoli come un mostro. (&#8230;) Insomma, sulla base dei fatti, siamo stati obbligati a riconoscere ch Giuliano aveva tutte le qualit\u00e0 di Traiano, salvo quei tali gusti che furon per tanti secoli ammessi fra i Greci e i Romani; tutte le virt\u00f9 di Catone, ma non la sua ostinazione e la sua acredine; tutte le qualit\u00e0 che ammiriamo in Giulio Cesare, senza i suoi vizi; ed ebbe anche la continenza di Scipione. Infine, egli fu in ogni cosa pari a Marco Aurelio, il primo degli uomini.&quot;<\/em> (Voltarire, <em>Dizionario Filosofico<\/em>, voce <em>Giuliano il filosofo, imperatore romano,<\/em> ed. it. Milano, 1977, pp. 407-08 , 409).<\/p>\n<p>Nel <em>Decline and Fall<\/em> di Gibbon i giudizi moralistici si contano letteralmente a migliaia, e non sempre sono particolarmente equilibrati. Talvolta il grande storico inglese si abbandona a deprecazioni cos\u00ec violente e a generalizzazioni cos\u00ec grossolane, che in alcuni punti della sua pregevole e monumentale opera, purtroppo, i limiti di questo approccio settecentesco alla storia si fanno sentire in modo piuttosto pesante.<\/p>\n<p><em>&quot;Il cupo ed implacabile Tiberio, il furioso Caligola, lo stupido Claudio, il malvagio e crudele Nerone, il bestiale Vitellio ed il timido e disumano Domiziano, sono condannati ad una perpetua infamia.&quot;<\/em> (Edward Gibbon, <em>Op. cit.,<\/em> cap.III, Roma, 1973, vol, 1, p. 113).<\/p>\n<p>E chi pi\u00f9 ne ha, sembra proprio il caso di dire, pi\u00f9 ne metta. Nemmeno Montesquieu va esente da tali difetti, e senza ombra d&#8217;incertezza non esita a dividere gli imperatori romani &#8211; in un capitolo intitolato <em>Delle ricompense che d\u00e0 il sovrano<\/em> &#8211; in &quot;buoni&quot; e &quot;cattivi&quot;:<\/p>\n<p><em>&quot;I peggiori imperatori romani sono stati quelli che hanno donato di pi\u00f9: per esempio Caligola, Claudio, Nerone, Otone, Vitellio, Commodo, Eliogabalo e Caracalla. I migliori, come Augusto, Vespasiano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Pertinace, sono stati economi.&quot;<\/em> (Montesquieu, <em>Lo spirito delle leggi,<\/em> libro V, cap. XVIII; Milano, 1967, vol. 1, p. 104).<\/p>\n<p>Si noti che n\u00e9 nel primo elenco, n\u00e9 nel secondo troviamo il nome di Tiberio. La ragione \u00e8 semplice: certamente egli fu un imperatore &quot;economo&quot;, scruploso amministratore delle finanze statali; per\u00f2 la tradizione moralistica, risalente a Tacito e Svetonio e giunta &#8211; come abbiamo test\u00e9 veduto &#8211; fino a Gibbon, lo aveva bollato, una volta per tutte, fra i peggiri tiranni della storia. Dunque, se non si poteva lodarlo, bisognava almeno tacerlo. Ci\u00f2 dimostra, una volta di pi\u00f9, che non sono i &quot;fatti&quot; a parlare, ma \u00e8 lo storico che li fa parlare: e fa dir loro quel che conferma i suoi pregiudizi; altrimenti, piuttosto che dar ragione ad essi e torto ai suoi preconcetti, preferisce far finta di non vederli.<\/p>\n<p>Dopo l&#8217;et\u00e0 dell&#8217;illuminismo, gli indirizzi storiografici si moltiplicano lungo il corso dell&#8217;Ottocento, e l&#8217;atteggiamento dei singoli storici nei confronti del giudizio morale diviene estremamente vario, tanto da non poter essere pi\u00f9 seguito, neppure per sommi capi, nell&#8217;ambito di questo lavoro. Certo, la storiografia positivista infligge un duro colpo alle &quot;intrusioni&quot; etiche nella ricostruzione del passato, ed alla storiografia romantica che di esse aveva fatto largo uso. Ma il romanticismo non \u00e8 tanto un movimento intellettuale o un indirizzo culturale, quanto piuttosto una tendenza naturale ed eterna dell&#8217;animo umano: il positivismo non pot\u00e8 distruggerne le radici profonde, che sono parte integrante di ognuno di noi; allo stesso modo, non pot\u00e8 troncare in maniera definitiva la tendenza &quot;moralistica&quot; nella storiografia. Mommsen non pot\u00e8 trattenersi dal definire Pompeo &quot;un pusillanime&quot;, come Burckhardt dal chiamare Costantino &quot;un egoista in manto di porpora&quot;. Sembra ancora di sentire Montesquieu che chiama l&#8217;imperatore Massimino &quot;feroce e insensato&quot;, o Gibbon che definisce l&#8217;animo di Valentiniano III &quot;privo di amicizia e di gratitudine&quot;. \u00c8 anzi interessante confrontare i giudizi morali emessi dalla storiografia illuminista su determinati personaggi, con quelli degli storici del secolo successivo, sulle stesse personalit\u00e0. Ferdinand Gregorovius, &quot;uno storico poeta&quot; &#8211; come \u00e8 stato da qualcuno definito (G. Brindisi, <em>Uno storico poeta: F. G.,<\/em> , in <em>Nuova cultura<\/em>, I, 1921), ha talvolta ricalcato passo passo i giudizi di Gibbon: anche per lui Valentiniano III era &quot;un vile&quot;, e &quot;un imperatore di scarsa intelligenza&quot;.<\/p>\n<p>Neppure nel XX secolo la tendenza al giudizio morale pu\u00f2 dirsi scomparsa del tutto dal campo della storiografia. Naturalmente, vi sono molti modi per effettuare un&#8217;intrusione moralistica nella ricostruzione del passato. Quello di catalogare semplicisticamente uomini e azioni in &quot;buoni&quot; e &quot;cattivi&quot; &#8211; il pi\u00f9 banale e, a un tempo, il pi\u00f9 diffuso &#8211; sembra oggi definitivamente scomparso; solo la peggiore storiografia divulgativa lo tiene ancora in piedi. Ma anche dei &quot;giudizi&quot; globali sul carattere di un dato personaggio, non possono venir emessi che sulla base di un preconcetto etico. In un tempo in cui la storiografia ha definitivamente preso coscienza che suo compito \u00e8 &quot;comprendere, non giudicare&quot;, anche questi tentativi di giudizio complessivo (e necessariamente sbrigativo) sarebbe auspicabile che venissero quanto prima abbandonati.<\/p>\n<p>Un caso clamoroso \u00e8 quello di Hitler, la cui personalit\u00e0 \u00e8 stata identificata dagli storici del secondo dopoguerra come &quot;il male assoluto&quot; o, nel migliore dei casi, come un soggetto psicopatologico, con l&#8217;implicita conseguenza che non vale la pena di indagare sulle sue motivazioni n\u00e9 sulla sua visione del mondo, se non per dimostrare una tesi precostituita: che egli fu un pazzo o un criminale, o entrambe le cose. Il tutto, con il sottinteso che concedergli un diverso tipo di attenzione &#8211; cio\u00e8, quello che uno storico dovrebbe comunque rivolgere agli oggetti della sua disciplina, &quot;non per giudicare, ma per tentare di comprendere&quot;, in questo particolare caso sarebbe fuor di luogo e inopportuno. A meno, s&#8217;intende, che non si voglia in qualche modo tentare di riabilitarlo: questo il ricatto che ha reso impossibile accostarsi alla figura di Hitler &#8211; come a quelle di altri grandi &quot;maledetti&quot; della storia &#8211; con un minimo di obiettivit\u00e0 e di serenit\u00e0 di giudizio. Certo, nessuno vuol dire che sia facile accostare &quot;serenamente&quot; una figura come quella di Hitler; d&#8217;altra parte, definirla &quot;demoniaca&quot; non pu\u00f2 avere altro significato di che quello di indurre lo storico ad accettarne in partenza l&#8217;assoluta irrazionalit\u00e0, che \u00e8, per uno storico, la stessa cosa che confessare il proprio fallimento prima ancora di aver tentato una qualche interpretazione.<\/p>\n<p>Uno dei pochi studiosi che ha osato infrangere questo <em>tab\u00f9<\/em> \u00e8 stato Eberhard J\u00e4ckel, con un saggio apparso nel 1969 in Germania con il titolo <em>Hitler WeltanschauungEntwurt einerHerrschaft<\/em>. In buona sostanza, dopo anni di anatemi e di ostracismo, la questione ch&#8217;egli poneva era la seguente: Hitler fu solo un cinico opportunista che cercava &quot;il potere per il potere&quot;, o ebbe una sua coerenza, per quanto perversa e criminale, una sua chiara visione della politica ? Fino ad allora, quasi tutti gli storici (sulla scia di Rauschning) avevano risposto affermativamente alla prima alternativa, e negativamente alla seconda. Ci\u00f2 li aveva in pratica esentati dall&#8217;onere di cercare nella politica nazista, interna ed estera, qualche cosa di pi\u00f9 che il delirio di onnipotenza di un paranoico amorale e improvvisatore.<\/p>\n<p><em>&quot;Chi assume come strumento di lavoro (che non voglia o non possa far diversamente) il vocabolario di un rifiuto passionale e di una indignazione morale, chi mette continuamente le parole tra virgolette per dar loro una coloritura negativa, e pensa a ogni riga di doversi distanziare dall&#8217;argomento, non pu\u00f2 aspettarsi di capire qualcosa. L&#8217;odio rende ancora sempre ciechi, e il danno in queso caso, nel caso di un dibattito scientifico, va non all&#8217;oggetto dell&#8217;odio, ma a chi quest&#8217;odio esprime. Se \u00e8 vero il motto goethiano, che non si conosce nulla che non si ami, bisogner\u00e0 abbandonare ogni ricerca seria su Hitler. Ma non deve poterci essere una via di mezzo, quella di un&#8217;analisi obiettiva e imparziale? Il presente studio parte in ogni caso dalla convinzione che una rappresentazione spassionata di Hitler sia sufficientemente eloquente da rendere superfluo l&#8217;uso continuato di epiteti di aberrazione: intende perci\u00f2 rinunciarvi, e non gi\u00e0 per neutralit\u00e0 morale, ma per favorire un risultato serio dell&#8217;indagine. In secondo luogo il dibattito sembrava essersi compromesse le possibilit\u00e0 di successo (e torniamo cos\u00ec alle obiezioni di Nolte) con l&#8217;introduzione prematura di giudizi di valore. Certo pu\u00f2 esservi la giustificazione, anzi addirittura l&#8217;esigenza, di tali giudizi: per\u00f2 \u00e8 ancor sempre valido il concetto che una indagine scientifica, per esser tale, deve in un primo tempo tenersene lontana. Dove sta scritto, a esempio, che una Weltanschauung debba aver raggiunto un determinato livello ideologico o morale per essere riconosciuta come tale?E anche se cos\u00ec fosse, che metro si potr\u00e0 impiegare per misurare questo livello minimo richiesto? (&#8230;) Se egli [cio\u00e8 Hitler], come si \u00e8 affermato a lungo, non aveva obiettivi precisi, non occorreva ricercarli, e, se lo si faceva ugualmente, si era addirittura sospettati di voler attribuire alla immagine del tiranno tratti di grandezza.&quot;<\/em> (Eberhard J\u00e4ckel, <em>La concezione del mondo in Hitler,<\/em> tr. it. Milano, 1972, pp. 24-25, 31).<\/p>\n<p>Abbiamo gi\u00e0 visto come sia difficile afferrare i moventi delle azioni umane, specie a distanza di tempo, e come, anzi, &quot;personalit\u00e0 totali&quot; non esistano, e ognuno di noi sia, in realt\u00e0, per usare una celeberrima espressione pirandelliana, &quot;uno, nessuno e centomila&quot;. Quasi tutte le pi\u00f9 aggiornate correnti di pensiero hanno ormai fatto proprio un tale punto di vista, dal quale neanche lo studioso di storia ha ormai pi\u00f9 il diritto di prescindere. Sul terreno concreto della ricostruzione storiografica, quel che interessa chiarire non \u00e8 se l&#8217;assassinio di Giulio Cesare sia stato un atto moralmente condannabile, ma attraverso quali moventi e quali condizioni politiche sia potuta maturare una simile congiura contro l&#8217;uomo che aveva posto fine alla Repubblica romana. Parrebbero considerazioni cos\u00ec ovvie e banali, da non meritare neppur di essere sottolineate; ma ancor oggi, e troppo spesso, esse vengono accantonate pi\u00f9 o meno consapevolmente da molti storici, tutti presi dall&#8217;ardore della ricostruzione.<\/p>\n<p>\u00c8 soprattutto il delitto che continua ad esercitare uno strano fascino sugli storici delle tendenze pi\u00f9 disparate. Nel suo saggio &#8211; peraltro eccellente &#8211; su Galla Placidia, lo storico dell&#8217;antichit\u00e0 americano S. I. Oost, giunto a narrare l&#8217;assassinio del <em>patricius<\/em> Ezio da parte di Valentiniano III, non ha potuto trattenersi dal considerare:<\/p>\n<p><em>&quot;Se questo assassinio di Ezio fu giustificato o no \u00e8 una difficile questione morale. Certamente Ezio fu un traditore, che aveva acquistato il proprio potere venti anni prima con l&#8217;impiego di forze armate [leggi: gli Unni] contro il proprio paese, forze armate ottenute con la cessione di un territorio del proprio paese. E per venti anni grazie al controllo di quelle forze armate egli aveva dominato il governo legale dello stato. Esistevano parecchie leggi romane che condannavano una tale condotta come un reato capitale.&quot;<\/em> (Stewart Irvin Oost, <em>Galla Placidia Augusta<\/em>, Chicago 1968, pp. 301-302; la traduzione \u00e8 nostra).<\/p>\n<p>La biografia \u00e8 il genere storiografico che con pi\u00f9 difficolt\u00e0 pu\u00f2 sottrarsi alla tendenza moralistica. Il biografo di Guglielmo II, come essere umano, non pu\u00f2 fare a meno di riflettere che il personaggio di cui cerca di ricostruire la vita e i pensieri, contribu\u00ec in misura notevole al massacro di oltre otto milioni di individui e alla rovina morale e materiale dell&#8217;Europa. Come studioso, dovr\u00e0 mettersi in guardia nei confronrti del proprio lato etico, ma \u00e8 inevitabile che, quando il problema che gli si presenta, appare superiore alla sua capacit\u00e0 di rimanervi non coinvolto emotivamente, egli commetta qualche forma di eccesso &#8211; in un senso o nell&#8217;altro. Per esempio, a forza di ripetersi che non \u00e8 suo compito n\u00e9 il giudicare, n\u00e9 il condannare, potrebbe accadere che il biografo di Guglielmo II finisca per minimizzarne anche le reali responsabilit\u00e0 storiche e per tracciarne un profilo umano che, se non \u00e8 parziale nelle critiche, lo \u00e8 per\u00f2 (magari inconsciamente) nella difesa a oltranza. Un buon esempio di ci\u00f2 pu\u00f2 trovarsi, appunto, nella biografia del kaiser dello storico inglese Michael Balfour: <em>Guglielmo II e i suoi tempi<\/em> (tr. it. Milano, 1968).<\/p>\n<p>Chi non ha presente lo spietato e penetrante ritratto dello zar Nicola II e della zarina tracciato da Lev Trotzkij nella sua <em>Storia della rivoluzione russa<\/em>? Dal punto di vista dell&#8217;autore, si \u00e8 trattato di un&#8217;applicazione coerentissima della sua teoria della ricostruzione storica &quot;secondo la legge intrinseca&quot; dei fatti. E in effetti non si pu\u00f2 dire che le conclusioni di Trotzkij siano del tutto arbitrarie, o campate in aria: ad esse non manca n\u00e9 la documentazione (per quello che allora era disponibile), n\u00e9 un notevole sforzo di comprensione e di penetrazione psicologica. D&#8217;altra parte, \u00e8 innegabile che l&#8217;assoluta mancanza di serenit\u00e0 dell&#8217;autore (il quale fu parte in causa nelle vicende descritte, anzi, fu diretto avversario dello zar: pessima posizione per uno storico) lo ha portato a tracciare un ritratto in cui la veemenza polemica ha finito per deformarne mostruosamente i contorni. Ancor pi\u00f9 deformata, e con l&#8217;aggravante di avere assecondato i pi\u00f9 vieti luoghi comuni della pubblicistica di terz&#8217;ordine, l&#8217;immagine del consigliere privato dello zar, il monaco Rasputin: per l&#8217;occasione, lo storico bolscevico prende a prestito le calunnie della corrotta aristocrazia di corte, quella stessa che decise ed attu\u00f2 l&#8217;eliminazione dello scomodo personaggio, il cui torto <em>politico<\/em> principale era stato quello d&#8217;essersi opposto alla guerra, e di insistere perch\u00e9 la Russia ne uscisse prima che fosse troppo tardi.<\/p>\n<p>Anche in questo caso possiamo dire che la tendenziosit\u00e0 politica dell&#8217;autore, per usare l&#8217;espressione di Leo Valiani, ha avuto l&#8217;effetto di rendere pi\u00f9 acuta e incisiva la ricostruzione; ma la tendenziosit\u00e0 poltica \u00e8 un&#8217;arma a doppio taglio, e comunque lo storico non dovrebbe mai ergersi a giudice, specialmente se \u00e8 stato parte in causa nell&#8217;evento che pretende di ricostruire &#8211; evidentemente, <em>pro domo sua.<\/em> Via, siamo logici: possiamo pretendere che Cesare, nel <em>De Bello Civili<\/em>, sia equanime nel giudicare le ragioni del Senato e quelle di Pompeo?<\/p>\n<p>Trotzkij, con la brutale franchezza che caratterizza il suo stile, si \u00e8 bens\u00ec di premettere che<\/p>\n<p><em>&quot;Il lettore serio e dotato di spirito critico non ha bisogno di una ingannevole imparzialit\u00e0 che gli offra una coppa di spirito di conciliazione misto a una buona dose di veleno depositato sul fondo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Questo, sia detto tra parentesi, perch\u00e9<\/p>\n<p><em>&quot;nell&#8217;ora del pericolo, i pontefici di una&#8217; giustizia che riconcilia&#8217; se ne stanno di solito chiusi in casa, in attesa di vedere a chi tocchi la vittoria.&quot;<\/em> (Lev Trotzkij, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 14. Le successive citazioni sono tutte tratte dalla medesima opera).<\/p>\n<p>Ma \u00e8 anche chiaro che il suo non compiere il minimo sforzo verso questa tanto deprecata &quot;imparzialit\u00e0&quot; deve necessariamente viziare il rispetto della &quot;legge intrinseca dei fatti&quot; &#8211; restando nell&#8217;ambito della sua logica; e portare l&#8217;autore a falsare deliberatamente e sistematicamente i fatti che narra in base alla sua ideologia &#8211; secondo la nostra logica. Una delle conseguenze che ci\u00f2 reca implicito \u00e8 proprio il riapparire del &quot;giudizio moralistico&quot; che, nell&#8217;opera di Trotzkij, fa la sua irruzione, si pu\u00f2 dire, ad ogni pagina; e specialmente l\u00e0 dove compaiono in scena personaggi contro-rivoluzionari. Lo scrittore Fjodor Dostojevskij \u00e8 &quot;un reazionario epilettico&quot;; l&#8217;ambasciatore francese Maurice Pal\u00e9ologue &quot;uno psicologo raffinato a uso di accademici e di portinai&quot;. Riportando una frase del deputato monarchico Sulghin, in cui gli operai erano definiti &quot;canaglia&quot;, Trotzkij con ardente zelo moralistico commenta: &quot;Inutile sottolineare la volgarit\u00e0 di un gentiluomo reazionario nei confronti degli operai&quot;! (cosa che invece fa, con una tipica preterizione); e subito dopo aggiunge, trionfante: &quot;La rivoluzione ha calpestato questi signori&quot;. Evidentemente Trotzkij non ritiene una volgarit\u00e0 affermare, com&#8217;egli fa, che &quot;le dame dell&#8217;aristocrazia sollevavano le gonne pi\u00f9 che potevano&quot;, oppure che Aleksandr Kerenskij, il capo del governo provvisorio nel 1917, &quot;si strofinava alla rivoluzione&quot;. Potremmo continuare a lungo, ma crediamo che basti.<\/p>\n<p>Taluni storici contemporanei, poi, non hanno esitato a estendere la propria riprovazione moralistica ad interi periodi storici e ad intere civilt\u00e0. Gabriele Pepe, ad esempio, in un libro che sembra dettato dall&#8217;odio e dalla chiusura preconcetta nei confronti del proprio oggetto di studio, non ha esitato a parlare con tutta naturalezza &quot;del brutto medioevo&quot; (ne <em>Il Medioevo barbarico in Europa<\/em>, Milano, 1967, p. 16). Non \u00e8 stato neppure sfiorato, dunque &#8211; a quanto sembra &#8211; dal dubbio sulla pertinenza di questo tipo di giudizi; basati, oltretutto, su pesanti generalizzazioni. Perch\u00e9 non, allora, il brutto mondo antico o la brutta et\u00e0 moderna? La brutta Africa o la brutta Asia? Se poi lo storico pu\u00f2 adoperare cos\u00ec a cuor leggero la categoria del brutto in senso morale, significa che ha in mente un&#8217;idea di ci\u00f2 che si deve considerare <em>storicamente<\/em> bello. Guarda caso, se il Medioevo \u00e8 brutto, ovvi indizi portano a pensare che lo sia in confronto con la Grecia o con Roma: \u00e8 &#8211; ancora e sempre, direbbe Ranuccio Bianchi Bandinelli &#8211; il rimpianto ossessivo per le forme belle dell&#8217;arte classica, per il <em>kal\u00f2s<\/em> tanto caro ai poeti e ai filosofi greci, Platone compreso. Possiamo dubitare per un solo istante che Achille non fosse bello, e <em>quindi<\/em> valoroso? Logico, visto che il deforme Tersite era brutto fisicamente e moralmente. O che non fossero belle, bellissime, Calipso, Circe, Nausica? E noi, figli della civilt\u00e0 cristiana &#8211; erede della civilt\u00e0 classica &#8211; possiamo dubitare per un solo istante che non fosse bello Ges\u00f9 Cristo? Chiediamolo a millesettecento secoli di storia dell&#8217;arte occidentale: la risposta sar\u00e0 assolutamente univoca.<\/p>\n<p>Probabilmente i giudizi morali non scompariranno mai del tutto dalla storiografia. Accingersi a ricostruire il carattere di determinate personalit\u00e0 o le conseguenze di determinate azioni in termini di costi umani, e sia pure al solo scopo di <em>comprendere<\/em>, reca la conseguenza pressoch\u00e9 inevitabile di entrare nella sfera del giudizio etico; fermo restando che indulgervi \u00e8 un&#8217;altra cosa.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 ci\u00f2 accade? Perch\u00e9 la storia \u00e8 legata alla vita, e la morale ne \u00e8 una componente essenziale; essa traspare in ogni circostanza, spesso a livello inconscio; e ci sollecita a prendere una posizione che non \u00e8 mai unicamente tecnica, ma anche, almeno tendenzialmente, etica. Ci sembra che il Toynbee non abbia veramente centrato il bersaglio, quando ha affermato che<\/p>\n<p><em>&quot;il perfetto distacco abolisce la piet\u00e0, e perci\u00f2 anche l&#8217;amore, inesorabilmente come spazza via tutte le passioni cattive. (&#8230;) Cristo crocifisso \u00e8 follia per il filosofo perch\u00e9 la m\u00e8ta del filosofo \u00e8 il distacco, ed egli non pu\u00f2 comprendere come un essere ragionevole che abbia raggiunto una volta quella durissima m\u00e9ta, possa cadere nella contraddizione di abbandonare di proposito ci\u00f2 che ha cos\u00ec faticosamente conquistato. Che senso c&#8217;\u00e8 nel ritirarsi, semplicemente allo scopo di ritornare?&quot;.<\/em> (Arnold Toynbee, <em>Oip. cit.,<\/em> vol. 2, pp. 167-68).<\/p>\n<p>Secondo questo modo di vedere tutti i grandi saggi, tranne Ges\u00f9 Cristo, hanno potuto insegnare soltanto la via della fuga dal mondo, l&#8217;indifferenza per l&#8217;amore cos\u00ec come per l&#8217;odio. Se il Toynbee fosse stato meno frettoloso, e forse anche meno semplicistico, avrebbe dovuto accorgersi che sotto l&#8217;apparente distacco di molte antiche filosofie (per non parlare di quelle dell&#8217;Oriente asiatico) palpitava sempre una eccezionale sensibilit\u00e0 e un profondo desiderio di lenire il dolore del mondo. L&#8217;apparente imperturbabilit\u00e0, e talvolta il cinismo di Diogene o dello stesso Epicuro non sono che una maschera, onde proteggere un animo sensibile da un genere di coinvolgimento che non farebbe del bene n\u00e9 al filosofo, n\u00e9 all&#8217;uomo della strada. E ci\u00f2 vale anche per molti filosofi moderni, che all&#8217;antica sapienza si sono ispirati e ne hanno tratto parte della propria linfa vitale. Basti pensare alla dolorosa vicenda umana del Leopardi, autore di una traduzione del <em>Trattato<\/em> di Epitteto, per il quale ci sembra ben difficile parlare di &quot;aridit\u00e0&quot; o &quot;indifferenza&quot;. La stessa cosa potrebbe poi dirsi, e con altrettanta ragione, per Schopenhauer e per Nietzsche, le cui speculazioni &#8211; soprattutto quella del secondo &#8211; sono state, sia detto per inciso, troppo a lungo deliberatamente equivocate (al punto da fare di Nietzsche un profeta della violenza razziale &#8211; proprio lui che detestava ogni nazionalismo &#8211; e, addirittura, un profeta del nazismo).<\/p>\n<p>Oppure che dire dello stoicismo di Marco Aurelio? Se egli realmente fosse stato coerente con i princ\u00ecpi che professava di credere; se avesse tratto le conclusioni pratiche dalle premesse contenute nei suoi <em>Colloqui con s\u00e9 stesso<\/em>, Roma avrebbe avuto ben altro imperatore, e il mondo oggi non ricorderebbe con rispetto e riverenza la personalit\u00e0 di un sovrano pagano che non si astenne dal perseguitare i cristiani, e tuttavia sulla cui statura morale esistono ben pochi dubbi. Egli poteva ben paragonare le vicende umane a una zuffa di cani intorno a un osso, e sorridere del compiacimento di un soldato romano che catturava un S\u00e0rmata, paragonandolo a un ragno che si esalta per aver catturato una mosca. Egli trascorse undici anni combattendo sul Danubio i popoli germanici che avevano minacciato l&#8217;Impero; egli vendette gli arredi preziosi, il vasellame di corte, le statue, le vesti preziose delle sue donne per sostenere le spese della guerra; lontano da Roma e nella dura vita del campo, col freddo e tra i pericoli, egli realmente mostr\u00f2 che stoffa d&#8217;uomo nascondessero gli abiti del filosofo; e infine, morendo di peste nell&#8217;assolvimento di un ingrato dovere, lasci\u00f2 al mondo un testamento spirituale che \u00e8 ancor oggi la ricchezza di tutti gli esseri umani. Fu questo il &quot;distacco&quot;, questa l&#8217;indifferenza verso l&#8217;amore di cui parla il Toynbee?<\/p>\n<p>Non esiste alcuna forma di distacco, alcuna forma di egoismo pi\u00f9 o meno intenzionale che possa impedirci di atteggiarci moralmente in ogni circostanza della nostra vita. David Hume affermava che un impulso irresistibile della natura ci porta a giudicare, cos\u00ec come a respirare e a sentire; noi possiamo aggiungere che, con forza altrettanto irresistibile, essa ci porta ad approvare o a condannare le azioni dei nostri simili.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li>[CONCLUSIONI.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Non ci sono conclusioni.<\/p>\n<p>Con le conclusioni possiamo illuderci di aver dato una sistemazione definitiva ai nostri pensieri, di aver &quot;catturato&quot;e messo in cornice un lembo di verit\u00e0, come un entomologo fa con le sue farfalle. Possiamo barare con noi stessi e ostentare una certa soddisfazioni per aver dato ordine al disperso e forma al confuso.<\/p>\n<p>\u00c8 vero: la verit\u00e0 \u00e8 uno sforzo, un&#8217;aspirazione, mai una conquista. E uttavia &#8211; si dice &#8211; se non ritenessimo di poterne afferrare una qualche parte, e sia pur piccolissima, sia lo sforzo che l&#8217;aspirazione non sarebbero che un continuo, logorante, vano brancolare nel buio. Ma occorre guardarsi dalle illusioni. La soddisfazione di s\u00e9 stessi, del proprio lavoro, della propria filosofia, sono delle pericolose forme d&#8217;illusione. Ogni verit\u00e0 acquisita \u00e8 morta, e non dovremmo mai presumere di possedere delle verit\u00e0 acquisite.<\/p>\n<p>Eravamo partiti da un&#8217;indagine sulla natura della storiografia, e siamo inciampati ad ogni passo in dubbi, interrogativi, incertezze. Non abbiamo inteso offrire delle soluzioni pre-confezionate, perch\u00e9 pensiamo che esse siano poco pi\u00f9 che il paravento della pigrizia intellettuale. Ogni discussione teorica \u00e8 un po&#8217; una battaglia contro i mulini a vento: \u00e8 la vita che si incarica, poi, di presentarci dei problemi concreti, e l&#8217;istinto ci fornisce le armi per affrontarli. Questo \u00e8 il dramma di tutte le filosofie, che difficilmente riescono a tradursi in una presa efficace sulla realt\u00e0 di tutti i giorni; e le varie filosofie della storia non sono sfuggite al comune destino.<\/p>\n<p>Tuttavia, sarebbe eccessivo affermare che la pratica pu\u00f2 fare interamente a meno della teoria. Uno storico non pu\u00f2 risolvere alcun problema pratico, se non \u00e8 riuscito a chiarire, o almeno a inquadrare, almeno i principali nodi teorici della sua professione. \u00c8 importante che non si consideri le coinclusioni della sua riflessione come altrettante verit\u00e0 rivelate, ma non pu\u00f2 evitare di dare una sistemazione almeno approssimativa al proprio pensiero &#8211; una sistemazione che sa essere solo temporanea, e aperta a ogni suggerimento che la vita quotidiana gli offra.<\/p>\n<p>A fini puramente pratici, riassumiamo brevissimamente i punti principali cui siamo approdati nel corso della nostra indagine. Potremmo chiamarli ipotesi di lavoro piuttosto che certezze stabilite in via definitiva; o, se si preferisce, opinioni maturate nel corso di qualche decennio di studi storiografici.<\/p>\n<p>1)  <em>La storia non \u00e8 una scienza n\u00e9 assomiglia ad alcuna delle scienze positive;<\/em> i suoi metodi di ricerca sono profondamente diversi, i suoi scopi &#8211; descrivere una certa realt\u00e0 non del presente, ma del passato &#8211; solo a livello di aspirazione possono paragonarsi a quelli delle altre scienze.<\/p>\n<p>2)  <em>La storia non \u00e8 nemmeno un&#8217;arte,<\/em> proprio a cuasa di quella aspirazione a una conoscenza oggettiva, che la separa dalle discipline estetiche pure. Tuttavia, i suoi mezzi d&#8217;indagine sono talvolta pi\u00f9 vicini a quelli dell&#8217;arte, chea quelli scientifici. Anche per la storiografia, come per la musica o la pittura o la scultura, si pu\u00f2 in una certa misura affermare che le sue produzioni hanno una validit\u00e0 soggettiva, cio\u00e8 sono valide sono in quel contesto spazio-temporale e, al limite, solo per il soggetto che le ha realizzate.<\/p>\n<p>3)  <em>Spogliata dei falsi miti scientifici, la storia non perde nulla del suo antico fascino e della sua potente suggestivit\u00e0.<\/em> Essa pu\u00f2 e deve riconoscere modestamente i propri limiti, ma non rinuncer\u00e0 per questo a uno sforzo, a una tensione verso l&#8217;oggettivit\u00e0, cio\u00e8 verso una comprensione degli avvenimenti non in rapporto esclusivo a colui che li ha ricostruiti, ma considerati nel proprio autonomo valore e significato.<\/p>\n<p>4)  <em>La storia non \u00e8 una disciplina autosufficiente<\/em>.Rifugge dalle generalizzazioni teoriche, perch\u00e9 si occupa del particolare e del concreto; eppure non pu\u00f2 farne del tutto a meno, perch\u00e9 esiste sempre il pericolo che si perda in una serie di fatti senza prospettiva e senza movimento. Il rapporto tra storia e filosofia \u00e8 di ripulsa e di attrazione: alla storia \u00e8 necessario mantenere un equilibrio sempre vigile e attento.<\/p>\n<p>5)  <em>La storia, come la filosofia, presta la propria voce a chi la interroga e risponde solo a chi la interroga, nella maniera che questi desidera.<\/em> Al contrario delle scienze positive, in definitiva essa \u00e8 creazione dell&#8217;animo umano, ma non in maniera univoca, cio\u00e8 nell&#8217;atto di estrinsecarsi, bens\u00ec nelle infinite maniere in cui dai singoli storici viene ricostruita.<\/p>\n<p>6)  <em>Il fine della storia non \u00e8 comprendere il presente, n\u00e9 cercar di prevedere il futuro, ma lo studio del passato in s\u00e9 e per s\u00e9.<\/em> Che dalla conoscenza del passato, poi, scaturisca di necessit\u00e0 una pi\u00f9 piena comprensione del presente, e forse anche una lungimiranza nei confronti degli eventi futuri, \u00e8 un&#8217;altra questione: queste sono conseguenze, non fini della storia.<\/p>\n<p>7)  <em>La storia non ha &quot;leggi&quot; deducibili a priori, formulabili &#8211; cio\u00e8 &#8211; dall&#8217;esterno.<\/em> Ci\u00f2 che suol definire &quot;legge&quot; \u00e8 piuttosto una norma di comportamento generale, un tipo di evoluzione costante osservato in un gran numero di casi. Ma \u00e8 noto che civilt\u00e0 tecnologicamente pi\u00f9 arretrate, entrate bruscamente a contatto con altre pi\u00f9 progredite, tendono a &quot;saltare&quot; diverse fasi di tale processo, anche se ci\u00f2 comporta squilibri e traumi di notevole entit\u00e0. Le uniche &quot;leggi&quot; della storia sono quelle che i filosofi le hanno soggettivamente e arbitrariamente attribuito, deducendole non gi\u00e0 dalla concreta ossrvazione dei fenomeni, ma dai propri schemi di pensiero precostituiti.<\/p>\n<p>8)  <em>Quando gli approcci al passato per via documentaria sono lacunosi o insufficienti, la storia non disdegna lo sforzo di &quot;rievocazione&quot; del singolo studioso;<\/em> che ha sempre, comunque, una parte pi\u00f9 o meno importante nella ricostruzione. Non esistono criteri per premunirsi contro i pericoli dell&#8217;arbitrariet\u00e0, tranne la seriet\u00e0 e la buona fede dello storico.<\/p>\n<p>9)  <em>La storia deve cercar di comprendere, non di giudicare.<\/em> Ma in pratica \u00e8 inevitabile che lo storico sia portato, e sia pure inconsciamente, a giudicare. Sia da un punto di vista etico, sia da un punto di vista &quot;sentimentale&quot;. La storia che lo studioso ricostruisce \u00e8 giudizio, scelta, opinione personale: dal periodo del passato che viene prso in esame, alla terminologia, all&#8217;accento posto su questo o quell&#8217;altro aspetto della realt\u00e0, tutto \u00e8 &quot;soggettivit\u00e0&quot;.<\/p>\n<p>10) <em>Relativismo e un moderato scetticismo costituiscono, forse, l&#8217;abito mentale pi\u00f9 adatto per premunirsi contro gli eccessi di un ottimismo o di un pessimismo ingiustificati.<\/em> Il relativismo offre una prospettiva &quot;storicistica&quot; entro cui considerare il passato, lo scetticismo \u00e8 un salutare ammonimento contro la propria presunzione di poter capire e giudicare &quot;dall&#8217;alto&quot;.<\/p>\n<blockquote><\/blockquote>\n<p>Abbiamo sgombrato il campo da luoghi comuni consacrati dall&#8217;abitudine e da illusorie certezze acriticamente accettate. Ci\u00f2 potr\u00e0 consentire un lavoro pi\u00f9 concreto e meglio orientato nell&#8217;opera di ricostruzione del passato.<\/p>\n<p>Ma, fatti i conti, \u00e8 innegabile che quanto abbiamo tolto supera il peso di quanto abbiamo lasciato, anche se reso pi\u00f9 agile e illuminato da una maggiore consapevolezza. Da un punto di vista teoretico, il pessimismo prevale sull&#8217;ottimismo. <em>Siamo arrivati infatti alla conclusione che la storia pu\u00f2 offrirci, anche nel migliore dei casi, una conoscenza del passato molto parziale e limitata<\/em>.<\/p>\n<p>&quot;Tutto qui ci\u00f2 che rimane della storia?&quot;.<\/p>\n<p>Tutto qui.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 pur sempre uno dei campi di studio pi\u00f9 ricchi e affascinanti dello spirito umano?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;L&#8217;eccesso di storia ha aggredito la forza plastica della vita, essa non riesce pi\u00f9 a servirsi del passato come di un sostanzioso nutrimento.&quot; FRIEDRICH NIETZSCHE Sull&#8217;utilit\u00e0<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30156,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[45],"tags":[98,148,221,223],"class_list":["post-26588","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-filosofia-della-storia","tag-arthur-schopenhauer","tag-friedrich-nietzsche","tag-platone","tag-plotino"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-filosofia-della-storia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26588","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=26588"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/26588\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30156"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=26588"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=26588"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=26588"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}