{"id":26587,"date":"2006-06-29T04:20:00","date_gmt":"2006-06-29T04:20:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/29\/la-storiografia-come-problema-filosofico-2\/"},"modified":"2006-06-29T04:20:00","modified_gmt":"2006-06-29T04:20:00","slug":"la-storiografia-come-problema-filosofico-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/29\/la-storiografia-come-problema-filosofico-2\/","title":{"rendered":"La storiografia come problema filosofico (2)"},"content":{"rendered":"<blockquote>\n<p>&quot;Si osservino i fiori di sera, quando essi, nel sole che tramonta, chiudono l&#8217;uno dopo l&#8217;altro le loro corolle. Allora ci prende un&#8217;inquietudine, un sentimento misterioso d&#8217;angoscia alla vista di questa esistenza cieca, trasognata, legata alla terra. La foresta muta, le praterie silenziose, ogni cespuglio e ogni arbusto, in s\u00e9 non si muovono. \u00c8 solo il vento che giuoca con essi. Per contro, questo moscerino \u00e8 libero: ancor nella luce del crepuscolo esso danza; si muove, va dove vuole.&quot;<\/p>\n<p>OSWALD SPENGLER<\/p>\n<p><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente.<\/em><\/p>\n<p><em>Parte Seconda, I, 1.<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>1. Individuo e societ\u00e0.<\/p>\n<p>2. Intuizione e capacit\u00e0 evocativa.<\/p>\n<p>3. Sul concetto di &quot;decadenza&quot;.<\/p>\n<p>4.Ottimismo e pessimismo come atteggiamenti mentali in storiografia.<\/p>\n<ol>\n<li>[INDIVIDUO E SOCIETA&#8217;.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Abbiamo gi\u00e0 visto come qualsiasi opera storica sia un fedele specchio del proprio tempo, piuttosto che di quello in essa descritto, giacch\u00e8 non \u00e8 dato allo storico di sfuggire la propria condizione di &quot;prodotto&quot; di un dato tempo e di una data societ\u00e0, i cui valori, le cui illusioni, i cui disinganni pongono la sua visuale storica in una prospettiva particolarissima. Ci\u00f2 \u00e8 stato illustrato efficacemente anche dal Carr, in uno dei suoi capitoli pi\u00f9 convincenti, l\u00e0 dove ha sottolineato le influenze esercitate su alcune grandi opere storiografiche dalla societ\u00e0 e dal tempo in cui furono scritte.<\/p>\n<p><em>&quot;In realt\u00e0, si potrebbe affermare, senza tema di paradosso, che oggi la<\/em> Storia della Grecia <em>di Grote ci dice almeno altrettanto sul radicalismo filosofico inglese del 1840-50 che sulla democrazia ateniese del quinto secolo avanti Cristo; analogamente, si potrebbe dire che per chi voglia studiare le ripercussioni del 1848 sui liberali tedeschi la<\/em> Storia di Roma <em>di Mommsen costituisce un libro fondamentale.&quot;<\/em> (1)<\/p>\n<p>Le conclusioni che da ci\u00f2 trae il Carr sono per\u00f2 alquanto diverse dalle nostre, poich\u00e9 a suo modo di vedere, &quot;<em>tutto ci\u00f2 non inficia la qualit\u00e0 di queste grandi opere storiografiche<\/em>&quot;, giacch\u00e8 &quot;<em>la grande storiografia nasce appunto quando la visione del passato da parte dello storico \u00e8 illuminata dalla comprensione dei problemi del presente<\/em>&quot;. Ma sarebbe il caso di chiedersi se la comprensione dei problemi del presente da parte dello storico, abbia davvero una funzione illuminante nello studio del passato: ci sembra pi\u00f9 naturale giudicare che abbia invece l&#8217;effetto opposto, quello cio\u00e8 di creare l&#8217;illusione &#8211; dalla quale non \u00e8 possibile uscire &#8211; di considerare dei <em>fatti<\/em>, mentre spesso tutto quello che lo storico pu\u00f2 fare \u00e8 di ragionare sulle proprie supposizioni intorno a quei fatti. Succede che egli non ne abbia la chiara coscienza: e allora la deformazione della realt\u00e0 sar\u00e0 ancora pi\u00f9 grave, perch\u00e9, oltre a vedere una et\u00e0 passata con gli occhi di un tempo ben diverso, lo spirito di auto-diffidenza giace addormentato e l&#8217;opera di travisamento, essendo inconsapevole, proceder\u00e0 ancor pi\u00f9 sistematica.<\/p>\n<p>Questa dipendenza dello storico dal proprio contesto spazio-temporale ci riconduce al problema del rapporto tra societ\u00e0 e individuo nella ricostruzione storiografica, cio\u00e8 nella natura stessa del divenire storico. Da sempre \u00e8 esistita una tendenza &quot;eroica&quot; della storiografia, che tende a ridurre la storia alle biografie delle personalit\u00e0 d&#8217;eccezione; e, pi\u00f9 recentemente, s&#8217;\u00e8 fatta strada anche l&#8217;opposta tendenza, teorizzata dal W\u00f6lfflin con il celebre motto di &quot;una storia senza nomi&quot;, secondo la quale \u00e8 possibile cogliere i grandi processi storici astraendo dalla considerazione dei singoli individui &#8211; o quasi.<\/p>\n<p>La nostra opinione \u00e8 che entrambe le posizioni siano insostenibili sia sul piano teorico che su quello pratico. Non c&#8217;\u00e8 ragione per ritenere che i pensieri e le azioni dei singoli individui possano attraversare la societ\u00e0 come una &quot;terra di nessuno&quot; o, tutt&#8217;al pi\u00f9, accumularvisi come semplice materiale da costruzione; n\u00e9 che possano &quot;germinare&quot; da un terreno neutro sul quale essi possano agire, senza tuttavia subire alla loro volta alcun influsso. Allo stesso modo, non vi \u00e8 ragione di pensare che delle masse informi e anonime possano imprimere alla storia un qualsiasi movimento. L&#8217;uomo fuori dalla societ\u00e0 \u00e8 un&#8217;astrazione, come lo \u00e8 una societ\u00e0 senza individui. La prima tendenza ci sembra sia stata sufficientemente confutata dall&#8217;esperienza, e abbandonata quasi universalmente dalla storiografia contemporanea. Nessuno, oggi, si sognerebbe di scrivere un libro di storia seguendo i modelli di Plutarco, di Svetonio, di Tillemont. La seconda tendenza \u00e8 invece abbastanza forte e agguerrita: poich\u00e9 viviamo in una societ\u00e0 che ha fatto della massa il suo grande mito (dalla democrazia alle comunicazioni alla cultura), la condanna di ogni esaltazione del fattore individuale ha trovato un terreno quanto mai propizio per espandersi oltre ogni limite ragionevole. Qui non ci troviamo solo di fronte a un grave fraintendimento storico &#8211; all&#8217;applicazione, cio\u00e8, di un modo di pensare esclusivo della &quot;modernit\u00e0&quot; a tutto l&#8217;arco del passato (noi, cio\u00e8, non crediamo pi\u00f9 agli &quot;eroi&quot; alla Carlyle, ma l&#8217;antichit\u00e0 e il medioevo ci credettero eccome: e non si pu\u00f2 studiare l&#8217;antichit\u00e0 o il medioevo con le lenti della cultura moderna).<\/p>\n<p>Noi stiamo assistendo, in questo caso, ad uno dei molteplici aspetti della crisi del pensiero contemporaneo, che sempre pi\u00f9 ciecamente e a senso unico ha imboccato la via prescrittagli dalle disumane strutture economiche, sociali e culturali della &quot;modernit\u00e0&quot; di tipo capitalistico post-industriale. La storiografia che misconosce totalmente il valore dei singoli individui, e vuol spiegare tutto in termini di classi o di &quot;forze&quot; economiche e sociali, altro non \u00e8 se non il logico approdo di un modello di vita spersonalizzante, la svalutazione dell&#8217;individuo nella storia altro non \u00e8 se non il naturale riflesso dell&#8217;individuo nella societ\u00e0, che ha cessato di pensare e di agire come &quot;singolo&quot; (per usare una categoria di Kierkegaard) e si \u00e8 docilmente lasciato intruppare e degradare a un&#8217;esistenza anonima e gregaria. Ma poich\u00e9 questa moderna tendenza della storiografia, pur travisandoli e deformandoli, utilizzza alcuni brandelli di verit\u00e0 che le conferiscono un&#8217;apparenza di attendibilit\u00e0, occorre esaminarne attentamente i contenuti e fare attenzione a separarli dal fondo veridico di cui si ammantano.<\/p>\n<p>Abbiamo definito questa tendenza storiografica un aspetto della crisi del pensiero dei nostri giorni, ed effettivamente essa sarebbe stata, crediamo, inconcepibile prima della rivoluzione industriale. \u00c8 quella, infatti, la vera linea di confine tra un certo tipo di umanit\u00e0, che dall&#8217;epoca di Socrate a Erasmo aveva sempre mantenuto &#8211; pur attraverso mutamenti e rivoluzioni gigantesche &#8211; un certo legame con la Tradizione (ossia con una forma di sapienza ritenuta di origine superiore all&#8217;umana: Diotima per Socrate, Ges\u00f9 Cristo per Erasmo) e un altro tipo di umanit\u00e0, <em>nuovo, diverso<\/em>, caratterizzato da condizioni materiali di vita e da problemi spirituali che non hanno paragone con tutto quanto la storia aveva prodotto in precedenza. Per noi, che in piena et\u00e0 post-industriale stiamo vivendo, le condizioni per condurre una riflessione su questo &quot;salto&quot; nei modi di vita e di pensiero non sono particolarmente propizie, e tuttavia da una tale presa di coscienza \u00e8 condizionata la nostra capacit\u00e0 di comprendere il significato profondo di tutta la storia posteriore alla rivoluzione industriale.<\/p>\n<p><em>&quot;Durante gli ultimi centocinquant&#8217;anni la velocit\u00e0 del progresso con cui l&#8217;uomo si \u00e8 reso padrone delle forze naturali, s&#8217;\u00e8 decuplicata rispetto al periodo che corre da Giulio Cesare a Napoleone, e centuplicata rispetto ai lenti tempi preistorici. (&#8230;) In questo breve periodo, che sarebbe misurato da due sole vite umane, si sono addensati il lungo processo della Rivoluzione francese, che ora si pu\u00f2 percorrere con senso storico; la guerra mondiale e la rivoluzione del nostro tempo, di cui la storia non ci sa ancora dire quasi nulla; e, pi\u00f9 importante di qualunque serie di fatti politci o militari, la Rivoluzione industriale, ancora in progresso, che ha obbligato e obbliga la vita politica e sociale a seguire l&#8217;impulso dato dagl&#8217;inventori, uomini che oggi distruggono e creanoo le classi, le costituzioni, i paesi, e i modi di vivere e di pensiero.&quot; (<\/em>G. M. Trevelyan, <em>Storia dell&#8217;Inghilterra nel secolo XIX<\/em>, tr. it.. Torino, 1942, Introduzione, pp. 15, 18).<\/p>\n<p>Povero Trevelyan! Che cosa avebbe mai pensato l&#8217;insigne storico britannico, se avesse potuto assistere alla scissione dell&#8217;atomo, ai trapianti di cuore, al dilagare della nuova tecnologia informatica, alla cosiddetta ingegneria genetica, alla clonazione di esseri viventi, alla produzione di cibi trans-genici, alla proliferazione incontrollata della telefonia cellulare?<\/p>\n<p>Ora, una storiografia che trascuri le <em>masse,<\/em> ossia la stragrande maggioranza della popolazione, per privilegiare esclusivamente le &quot;grandi personalit\u00e0&quot;, commette quanto meno un grave abuso e falsa da s\u00e9 la propria prospettiva, trascurando e ignorando il contesto sociale donde tali personalit\u00e0 eccezionali traggono origine, sul quale agiscono e dal quale vengono, a loro volta, influenzate. Non si pu\u00f2 comprendere Carlo Magno senza aver chiaro il quadro della societ\u00e0 feudale dell&#8217;Europa occidentale e delle condizioni materiali e spirituali di vita delle popolazioni; cos\u00ec come non si pu\u00f2 comprendere Napoleone astraendo dalla societ\u00e0 francese post-rivoluzionaria e dalle speranze, dalle paure, dalle incertezze sia del popolo minuto che della borghesia, nonch\u00e9 dalle loro concrete condizioni di esistenza. Tutto ci\u00f2 appare innegabilmente vero e, sotto tale punto di vista, la rivalutazione delle masse operata dalla storiografia dell&#8217;et\u00e0 industriale ha avuto dei meriti che non possono essere n\u00e9 ignorati, n\u00e9 sottovalutati (peraltro si dovr\u00e0 ammettere che &quot;massa&quot; non \u00e8 un insieme di individui autocoscienti, e non lo \u00e8 neppure il termine &quot;popolo&quot;: ma ritorneremo su questo punto). Tuttavia resta vero, crediamo, che se nelle epoche pre-industriali le grandi personalit\u00e0 della storia potevano agire, entro certi limiti, con notevole libert\u00e0 nei confronti dell&#8217;ambiente sociale in cui operavano (Cesare non aveva bisogno di un microfono per arringare i suoi soldati), ci\u00f2 non \u00e8 stato pi\u00f9 possibile dopo la rivoluzione industriale (che farebbe oggi un potenziale trascinatore di uomini, non diciamo senza un microfono, ma senza aerei a reazione per viaggiare e senza Internet per diffondere i suoi messaggi?). Essa ha creato dei rapporti sociali cos\u00ec incomparabilmente diversi dai precedenti, che anche le personalit\u00e0 poste dal caso o dalla propria abilit\u00e0 ai vertici della vita politica, economica, culturale, si trovano imprigionate entro una logica obbligata che non permette loro un&#8217;opera veramente creativa, autonoma e indipendente. Anch&#8217;essi devono, in ultima analisi, <em>adattarsi<\/em> al contesto sociale in cui vivono; cercare tutt&#8217;al pi\u00f9 di modificarlo dall&#8217;interno, ambiguamente, quasi di soppiatto. Non \u00e8 pi\u00f9 dato loro d&#8217;imporsi ad esso con la forza della loro individualit\u00e0, perch\u00e9 l&#8217;individuo ha cessato di costituire un <em>interesse.<\/em> Oggi l&#8217;individuo non importa pi\u00f9 a nessuno: quel che conta \u00e8 il cittadino-contribuente-consumatore. Il punto d&#8217;arrivo (provvisorio) di una tale linea di tendenza \u00e8 culminato, recentemente e proprio in italia, in quello che Umberto Eco con felice espressione ha definito &quot;populismo mediatico&quot;, ove lo <em>slogan<\/em> dell&#8217;investitura &quot;popolare&quot; del potere autorizza chi lo brandisce a ritenersi al di sopra di ogni grado di legalit\u00e0; perch\u00e9, ad esempio, un magistrato non \u00e8 che un semplice vincitore di concorso statale e non \u00e8 stato &quot;investito dal popolo&quot;. Si noti che, in questo scenario, il &quot;popolo&quot; non \u00e8 che una demagogica astrazione, poich\u00e9 viene evocato come fosse una forza <em>reale,<\/em> mentre \u00e8, tutt&#8217;al pi\u00f9, l&#8217;anonimo elettore che ogni cinque anni deposita nell&#8217;urna una scheda in cui lascia formalmente carta bianca a dei politici, delegando loro ogni responsabilit\u00e0 nella gestione della cosa pubblica; mentre nulla e nessuno lo pu\u00f2 difendere dal sistematico lavaggio del cervello che subisce attraverso l&#8217;opera dei mass-media pagati e programmati a tale scopo.<\/p>\n<p>I protagonisti della scena politica mondiale odierna farebbero una ben magra figura, paragonati a quelli della societ\u00e0 pre-industriale. Un imperatore, un re, un papa, un condottiero, anche se di mediocri capacit\u00e0 nello svolgimento dei propri disegni, anche se dotati di personalit\u00e0 non vigorosa, incidevano sulla vita dei contemporanei con ben altra forza dei pi\u00f9 abili politici dei nostri giorni, dei pi\u00f9 illustri statisti, dei capi religiosi pi\u00f9 preparati. Al tempo in cui la produzione e l&#8217;utilitarismo non avevano ancora rovesciato e soffocato ogni altro interesse nella vita sociale (<em>l&#8217;uomo a una dimensione<\/em> di Marcuse), le folli aberrazioni di Caligola o Eliogabalo, l&#8217;illuminata sagezza degli Antonini e anche le contraddizioni e le debolezze di Teodosio o di Giustiniano, esercitavano sulle condizioni di vita materiali, sulle azioni e sui pensieri dei loro sudditi un influsso ben altrimenti profondo di quello di un Cavour, di un Bismarck, di un Wilson. Le ultime &quot;grandi personalit\u00e0&quot; della storia si sono prodotte, non a caso, nei paesi rimasti in posizione arretrata rispetto alla riviluzione industriale, in cui le strutture &#8211; materiali e spirituali &#8211; della &quot;modernit\u00e0&quot; erano ancora embrionali o minime: Lenin, Mao Tse-Tung, &quot;Che&quot; Guevara. Gi\u00e0 gli statisti che sono loro succeduti non meritano pi\u00f9 l&#8217;appellativo di &quot;grandi personalit\u00e0&quot; e scadono nell&#8217;anonimato di una logica pi\u00f9 grande di loro, che ne orienta <em>a priori<\/em> le scelte e le azioni. Stalin non \u00e8 che un macellaio all&#8217;ingrosso, Deng Xiaoping un burocrate impenetrabile e Fidel Castro una eterna controfigura del <em>caudillo<\/em> in panni rivoluzonari.<\/p>\n<p>Tale \u00e8 la condizione dell&#8217;uomo odierno, nel bene e nel male; e se in una societ\u00e0 tribale africana, traumaticamente investita dalla duplice invasione del neo-colonialismo e della tecnologia, vi \u00e8 ancor spazio per le crudelt\u00e0 e pazzie di statisti paranoici e cannibali &#8211; come Idi Amin Dada in Uganda o Bokassa nella Repubblica Centro-africana &#8211; che sarebbero stati ben degni di figurare negli annali romani del basso Impero, ci\u00f2 appare gi\u00e0 ai nostri occhi di membri della civilt\u00e0 post-industriale poco pi\u00f9 che un macabro scherzo, e un rigurgito anacronisto e &quot;folcloristico&quot; di <em>modernit\u00e0<\/em> mal digerita. Non si faceva arrivare Bokassa, nel suo poverissimo e sedicente &quot;impero&quot;, casse di costosissimo <em>champagne<\/em> ghiacciato, per via aerea, direttamente da Parigi, con le quali innaffiare i suoi raccapriccianti banchetti di carne umana?<\/p>\n<p>E tuttavia, \u00e8 lecito domandarsi: il posto &quot;vacante&quot; lasciato libero dalle grandi personalit\u00e0 storiche, \u00e8 stato veramente &quot;riempito&quot;dalle masse in espansione? A un esame affrettato, parrebbe di s\u00ec. Ma poi ci si accorge che ci\u00f2 \u00e8 stato vero &#8211; se mai lo \u00e8 stato &#8211; soltanto nella fase di trapasso dalla civilt\u00e0 pre-industriale a quella industriale pienamente sviluppata, in un momento storico particolarissimo, temporalmente e spazialmente limiato. La Rivoluzione francese e l&#8217;indipendenza americana rientrano in esso, ma gi\u00e0 tutta la storia britannica del XIX secolo \u00e8 oltre quella soglia. Le rivoluzioni russe del 1917 sono state l&#8217;estremo limite, in Europa, raggiunto dalla &quot;massificazione&quot; della storia, nell&#8217;ambito di una societ\u00e0 arretrata che gi\u00e0 costituiva un&#8217;eccezione nel quadro dello sviluppo, materiale e spirituale, della civilt\u00e0 industriale moderna. Prima di esse, la Comune di Parigi del 1871 \u00e8 stata forse l&#8217;ultimo conato di un processo storico che la rivoluzione industriale aveva al tempo stesso promosso e condannato. Fu essa a distruggere molti antichi privilegi, permettendo alle &quot;masse&quot; di affacciarsi veramente, per la prima volta, sulla ribalta della storia; e fu ancora essa che, poco dopo, richiuse l&#8217;uscio ancor pi\u00f9 saldamente di prima, strangolando le sue stesse creature. La rivoluzione industriale seguiva il proprio cammino, che era diverso da quello delle creature umane; essa procedeva <em>oltre<\/em> l&#8217;uomo e <em>nonostante<\/em> l&#8217;uomo, travolgendolo e facendolo ripiombare nella condizione di strumento oppresso e impotente della storia. Le masse, da sempre messe in ombra dalle grandi personalit\u00e0, sono ricadute sotto una tirannide pi\u00f9 spietata, pi\u00f9 logorante, pi\u00f9 subdola di ogni altra finora conosciuta: quella di un incontrollabile sviluppo tecnologico che non si cura pi\u00f9 di essere al servizio dell&#8217;uomo, ma lo schiaccia definitivamente in una condizione di sudditanza e di anonimato.<\/p>\n<p>Ecco dunque che certa storiografia contemporanea, tutta protesa a cancellare ogni traccia di azione individuale nella storia e a sottolineare, o meglio esaltare e celebrare, l&#8217;avvento delle &quot;masse&quot; sulla scena politica mondiale, si rivela per quello che realmente \u00e8: un goffo tentativo di mascherare la scomparsa delle masse da tale scena politica. Con questa eutanasia, con questi falsi ritornelli inneggianti alle &quot;conquiste&quot; delle masse, che ognora siamo costretti a sentire, si soffoca dolcemente l&#8217;ultima possibilit\u00e0 di reazione delle masse: che parte dalla coscienza della propria sottomissione. Cos\u00ec come oggi pi\u00f9 si celebrano, ad esempio, gli ideali di pace, giustizia e solidariet\u00e0, nel momento stesso in cui essi muoiono e vengono sepolti nelle coscienze, e con tale politica si rende la loro morte dolce e quasi gradevole; allo stesso modo, il definitivo tramonto delle masse sulla scena della storia viene accompagnato da una esaltazione senza precedenti del loro ruolo storico nel mondo attuale. E non \u00e8 necessario ricorrere a perfide macchinazioni machiavelliche per spiegare una politica cos\u00ec subdola e ingegnosa: \u00e8 la logica stessa dell&#8217;apparato tecno-scientifico, che tende a divorare e trasformare in prodotti di consumo quegli stessi ideali e quelle azioni che ad esso tentano di opporsi. Lo abbiamo gi\u00e0 visto, in forma vistosissima, all&#8217;epoca delle contestazioni giovanili degli anni &#8217;60 e &#8217;70; e un acuto osservatore come Pier Paolo Pasolini lo aveva denunciato, nei suoi memorabili <em>Scritti corsari<\/em>, quando il fenomeno tendeva ancora a mimetizzarsi.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo della civilt\u00e0 post-industriale \u00e8 capace di vivere e morire spensieratamente fra mezzo a infinite contraddizioni che dovrebbero risultargli evidenti (distruzione ambientale, alienazione, manipolazione psichica e perfino genetica, guerra) se i suoi pensieri e le sue azioni non fossero indissolubilmente avvinti nella tela di ragno di un supposto &quot;progresso&quot; in nome del quale \u00e8 disposto a sacrificare ogni cosa: qualit\u00e0 della vita, ecologia della mente, onore, dignit\u00e0, futuro delle prossime generazioni.<\/p>\n<p>Ma tutto ci\u00f2 riguarda il presente. Lo storico dell&#8217;antichit\u00e0 o dell&#8217;et\u00e0 medioevale non pu\u00f2 accingersi al proprio lavoro con l&#8217;ottica della <em>modernit\u00e0.<\/em> Egli deve tener presente che la tecnologia individuale e collettiva, i rapporti umani, il modo di pensare e di agire erano profondamente diversi <em>prima<\/em> della rivoluzione industriale. Questo cambiamento \u00e8 avvenuto letteralmente sotto i nostri occhi <em>e non ce ne siamo accorti<\/em>, e porta un nome preciso: la scomparsa della civilt\u00e0 contadina, che Charles P\u00e9guy ha definito &quot;l&#8217;avvenimento pi\u00f9 importante nella storia del mondo, dopo la nascita di Ges\u00f9 Cristo&quot;. Non era tutta esagerazione la storiografia &quot;eroica&quot; delle grandi personalit\u00e0. \u00c8 vero: Alessandro Magno non \u00e8 neppure concepibile come individuo isolato, avulso dal tessuto sociale greco-macedone del IV secolo a. C. Ma le gesta di Alessandro Magno hanno avuto sul corso della storia mondiale (e non solo occidentale) un peso talmente enorme, che sarebbe del pari inadeguato affrontare la questione dell&#8217;ellenismo trascurando o sottovalutando l&#8217;apporto individuale di quella personalit\u00e0 straordinaria.<\/p>\n<p><strong>2. INTUIZIONE E CAPACITA&#8217; EVOCATIVA.<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 l&#8217;uomo si interessa del passato? Che cosa spinge lo storico ad occuparsi di lontane epoche, di societ\u00e0 scomparse, di modi di vita e di pensiero che non hanno pi\u00f9 alcun riscontro nelle forme dell&#8217;esistenza attuale? Probabilmente la maggior parte del pubblico non si \u00e8 mai posta una simile domanda ed \u00e8 possibile che perfino alcuni storici si siano accontentati di una risposta frettolosa e semplicistica: eppure questa domanda, dietro la sua apparente innocenza, schiude delle prospettive di enorme importanza, sia teoriche che pratiche. Teoriche, perch\u00e9 lo storico non pu\u00f2 applicarsi con consapevolezza al proprio lavoro di ricerca, se non ha affrontato seriamente le proprie radici motivazionali; pratiche, per porsi in un rapporto non equivoco con gli oggetti della propria ricerca.<\/p>\n<p>Una prima risposta, generica ma abbastanza soddisfacente, potrebbe avvalersi delle stesse parole con cui David Hume rispondeva a una domanda analoga, posta sulle ragioni della riflessione filosofica:<\/p>\n<p><em>&quot;Se non vi fosse altro vantaggio da ricavare da tali studi, al di fuori della soddisfazione d&#8217;una innocente curiosot\u00e0, anche questo non sarebbe da disprezzare, come un incremento a quei pochi piaceri sani e innocui che sono concessi al genere umano.&quot;<\/em> (David Hume, <em>Ricerche sull&#8217;intelletto umano<\/em>, sez. I; Bari, 1974, p. 10).<\/p>\n<p>Ma, naturalmente, la storiografia sarebbe destituita di ogni interesse se le conclusioni della sua ricerca riconoscessero semplicemente e modestamente, come quelle della filosofia, di non possedere alcuna garanzia di oggettivit\u00e0; nessuno si occuperebbe pi\u00f9 della storia, tranne i romanzieri, se non esistesse la speranza di riuscire a fissare una parte almeno di verit\u00e0, e sia pure una minima parte. La curiosit\u00e0 dello storico non sarebbe, infatti, per nulla &quot;innocente&quot; se egli non nutrisse la speranza, e anche il desiderio, di una conoscenza che oltre a fornirgli &quot;un innocuo e sano piacere&quot;, possa anche svelargli sotto una luce veritiera, o quanto meno verosimile, gli oggetti del suo studio.<\/p>\n<p>Alcuni storici, forse la maggioranza, si sono spinti anche assai al di l\u00e0 di questa prospettiva, cercando nell&#8217;esercizio della propria disciplina una &quot;chiave&quot; per la corretta interpretazione del tempo presente, una &quot;chiave&quot; a funzionamento reversibile, con la quale sarebbe anche possibile compiere il procedimento inverso &#8211; capire il passato attraverso il presente. Un illustre storico inglese, ad esempio, sostiene apertamente che il passato serve a meglio capire il presente.<\/p>\n<p><em>&quot;La funzione dello storico non consiste n\u00e9 nell&#8217;amare il passato n\u00e9 nel liberarsi del passato, bens\u00ec nel rendersene padrone e nel comprenderlo, per giungere cos\u00ec alla comprensione del presente.&quot;<\/em> (E. H. Carr, <em>Op. cit.,<\/em> p. 31).<\/p>\n<p>Dove non si chiariscono due punti di capitale importanza: e cio\u00e8 se sia mai possibile &quot;rendersi padroni del passato&quot; senza anche amarlo; e con quale salto qualitativo lo storico possa librarsi dalla contemplazione del passato a quella del presente. Cominciamo dal primo punto. \u00c8 noto che molti storici odierni, e non solo i fautori di una storiografia &quot;scientifica&quot;, provano un senso d&#8217;imbarazzo e quasi di vergogna ad ammettere una specie di rapporto affettivo tra la persona dello studoso e i fatti intorno ai quali sta indagando, e che per sfuggire a una simile ammissione &#8211; che, a loro modo di vedere, li squalificherebbe sul piano professionale &#8211; si affannano alla ricerca di una motivazione pi\u00f9 &quot;nobile&quot; ed &quot;elevata&quot;.<\/p>\n<p>Pochi hanno avuto l&#8217;ardire di sostenere la tesi contraria, e le loro affermazioni sono state accolte dallo sconcerto o quantomeno dall&#8217;imbarazzo degli ambienti accademici. Tra essi il grande storico olandese Johan Huizinga, con la sua consueta franchezza priva di ostentazione, ha affermato tranquillamente:<\/p>\n<p><em>&quot;Si vuol conoscere il passato. Perch\u00e9 lo si vuol conoscere? C&#8217;\u00e8 ancora chi risponde: per prevedere il futuro. Ci sono molti che pensano. Per comprendere il presente. Personalmente, io non arrivo a tanto. Io penso che la storia cerchi di dare uno sguardo al passato in s\u00e9 e per s\u00e9. Ma a che scopo? Il fattore finalistico, nella nostra sete di conoscenza, non pu\u00f2 essere trascurato. Evidentemente, in ultima analisi, sempre allo scopo di &#8216;comprendere&#8217;. Che cosa? Non le circostanze e le possibilit\u00e0 particolari del confuso presente. (&#8230;) No, non si tratta della tempesta dell fosco presente, ma del mondo e della vita nel loro stesso significato, nella loro eterna tensione e nella loro eterna quiete.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E concludeva citando una pregnante espressione di un altro grande storico della generazione precedente, lo svizzero Jakob Burckhardt:<\/p>\n<p><em>&quot;Ci\u00f2 che un tempo fu gioia e dolore, ora deve diventare conoscenza, come del resto anche nella vita del singolo.&quot;<\/em> (Johan Huizinga, <em>La scienza storica<\/em>, tr. it. Bari, 1974, p. 98; cfr. amche pp. 108-9).<\/p>\n<p>Dunque, <em>la storia dovrebbe dare uno sguardo al passato in s\u00e9 e per s\u00e9:<\/em> questa \u00e8 anche la nostra opinione. Se poi la conoscenza del passato potr\u00e0 fornirci una pi\u00f9 ampia comprensione del presente, o addirittura metterci in grado di prevedere il futuro, tanto meglio: ma non sono questi i suoi fini ultimi. Se \u00e8 vero che la storia non deve cercare il proprio significato al di fuori di s\u00e9 stessa (e vanno quindi respinti, per essa, i finalismi filosofici e teologici), cos\u00ec pure non si dovrebbe cercare nel passato qualche cosa di diverso da esso. La comprensione, o meglio il tentativo di una comprensione del passato in quanto tale: ecco il fine della storia e dello storico. Che poi qualsiasi tentativo di comprensione del passato, riconosciuti insufficienti tutti i presunti metodi &quot;scientifici&quot;, debba affidarsi <em>anche<\/em> alla potenza evocativa dell&#8217;immaginazione e del sentimento, pur nel pieno rispetto delle fonti documentarie e senza nutrire l&#8217;illusione di poter giungere a conclusioni assolutamente oggettive, questo \u00e8 un corollario che a noi sembra scaturire necessariamente da quanto abbiamo detto.<\/p>\n<p>Siamo cos\u00ec penetrati nel regno incerto delle ombre, l\u00ec dove dati inoppugnabili e &quot;compartecipazione affettiva&quot; dello storico si toccano e si confondono: e abbiamo la piena coscienza di esserci spinti in un terreno sul quale \u00e8 difficile mantenere gli equilibri e occorre raddoppiare di prudenza per non incorrere in equivoci. La posizione dello storico che siamo venuti delineando ripugner\u00e0 certamente a quanti vorrebbero equipararla a quella dello scienziato o del matematico, e si presta al pericolo di non pochi fraintendimenti. Vogliamo perci\u00f2 subito chiarire che in essa, a nostro modo di vedere, \u00e8 necessario un costante e non facile equilibrio tra il rigore documentario dell&#8217;erudito, la vastit\u00e0 di concezione del filosofo, la sensibilit\u00e0 di una sincera e profonda partecipazione umana. Non gi\u00e0 una sensibilit\u00e0 artistica: l&#8217;arte \u00e8 sempre creazione, e nella storiografia nulla pu\u00f2 lo spirito liberamente creare, se non al prezzo di stravolgere deliberatamente fatti e documenti. Il romanzo storico \u00e8 una degnissima forma di letteratura, ma non \u00e8 storia, e in nessun modo pu\u00f2 essere contrabbandato come tale. Perci\u00f2 vogliamo ben chiarire che &quot;potenza evocativa&quot; del sentimento e &quot;compartecipazione affettiva&quot; vanno intesi non nel significato di espressioni artistiche, ma in quello &#8211; ben diverso &#8211; di meditati atteggiamenti psicologici.<\/p>\n<p>Quegli storici che ritengono di lavorare intorno a una scienza si scandalizzeranno per il ricorso a &quot;metodi psicologici&quot;, e ribatteranno che l&#8217;unica garanzia di seriet\u00e0 per una ricostruzione storiografica non pu\u00f2 essere che il rigore &quot;scientifico&quot; della documentazione e della sua utilizzazione. Dimenticano che, quand&#8217;anche fosse possibile un &quot;rigore scientifico&quot; nella documentazione, cosa della quale non siamo affatto convinti, non vi \u00e8 alcun criterio &quot;scientifico&quot; precostituito per l&#8217;eleborazione dei dati: e la storia \u00e8 <em>sempre<\/em> elaborazione. Ma dimenticano soprattutto che ogni storico, ne sia cosciente o meno, nell&#8217;atto di accingersi all&#8217;utilizzo dei documenti obbedisce quasi sempre a un criterio interpretativo che \u00e8 dettato o suggerito dalla potenza evocativa del sentimento e dalla sua personale compartecipazione affettiva. Ogni giudizio, ogni valutazione, ogni conclusione lo storico tragga dalla massa intricata e contraddittoria dei dati, egli lo emette in virt\u00f9 di un assenso istintivo, di un moto spontaneo dell&#8217;animo, che &#8211; per effetto delle esperienze precedenti, della sensibilit\u00e0 personale dello studioso, e delle sovrastrutture mentali su di essa costruite dalla societ\u00e0 in cui vive &#8211; agiscono anteriormente a qualsiasi valutazione rigorosamente scientifica.<\/p>\n<p>Che in tutto ci\u00f2 vi sia una componente &#8211; diciamolo pure &#8211; ineliminabile, di soggettivit\u00e0 e anche di arbitrariet\u00e0, \u00e8 un fatto chiaro ed evidente, ma solo una critica tendenziosa potrebbe accusare chi lo riconosca di aver accettato le premesse da cui scaturisce <em>de fact o<\/em>una storiografia arbitraria. Occorre prender coscienza dei limiti delle nostre possibilit\u00e0 di comprensione del passato; e, posto che in tale comprensione risiede il fine ultimo della storiografia, non \u00e8 che una conseguenza logica l&#8217;ammettere che il sentimento, alleato indispensabile della ricostruzione storiografica, rechi in s\u00e9 il pericolo &#8211; in pratica inevitabile &#8211; di qualche slittamento verso il campo dell&#8217;arbitrario. Ma una storiografia che, per sfuggire questo fatale spauracchio, cercasse rifugio nella fortezza inspugnabile della pi\u00f9 rigorosa documentazione, non risolverebbe affatto il problema. Abbiamo gi\u00e0 avuto modo di osservare che il documento, di per s\u00e9, non parla, non vive di vita propria: non ci dice nulla se non quello che <em>noi<\/em> decidiamo di lasciargli dire. Collocarlo in un contesto dalle prospettive non falsate; individuarne le sorgenti profonde e ele finalit\u00e0, sia dichiarate che riposte; dare vita all&#8217;immobile, rimettere in movimento l&#8217;inanimato: questo \u00e8 il compito dello storico. Ed \u00e8 un compito che nessuno storico ha mai potuto svolgere mettendo completamente a tacere il proprio sentimento e i propri impulsi affettivi.<\/p>\n<p>Certo, vi sono stati storici che hanno attinto pi\u00f9 o meno ampiamente alle proprie risorse sentimentali e affettive. Mommsen, che fondava la sua conoscenza della storia romana su una imponente e rigorosa conoscenza dell&#8217;epigrafia e delle iscrizioni, si \u00e8 avvalso della &quot;compartecipazione affettiva&quot; molto meno di Burckhardt o di Huizinga. Non gi\u00e0 che questi ultimi storici difettassero di preparazione documentaria. Ma, a ben guardare, gi\u00e0 la scelta di un determinato campo di ricerca indica chiaramente le ragioni di una siffatta diversit\u00e0 metodologica. Descrivere &quot;come un tutto&quot; periodi complessi e compositi come <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande, La civilt\u00e0 del Rinasciemento in Italia,<\/em> o come <em>L&#8217;autunno del Medioevo<\/em>, implicava necessariamente il ricorso a una robusta &quot;evocazione sentimentale&quot; che desse vita e movimento alle fonti e ai documenti. Si potrebbe obiettare che una <em>Storia di Roma<\/em>, come quella del Mommsen, abbracciante parecchi secoli di civilt\u00e0, poneva gli stessi problemi e anzi ingigantiti; ma non \u00e8 cos\u00ec. L&#8217;opera del Mommsen \u00e8 essenzialmente una storia politica e, nonostante i capitoli dedicati alle arti e alla letteratura, i protagonisti di essa non cessano mai di essere i Mario e i Silla, Cesare e Pompeo. Olte a ci\u00f2, la grande ampiezza di quell&#8217;opera offre la possibilit\u00e0 di un&#8217;analisi pi\u00f9 sistematica di quelle, a loro volta, affrontate da Burckhardt e da Huizinga, che potremmo piuttosto definire degli affreschi grandiosi e commossi. L&#8217;ambizione di questi ultimi storici non era affatto quella di &quot;esaurire&quot; il campo delle conoscenze &#8211; e sia pure delle conoscenze essenziali &#8211; sui rispettivi argomenti. Non era neppure quella di fare unicamente opera di divulgazione. Essi ambivano piuttosto a cogliere un panorama sintetico e allo stesso tempo animato dei modi di vita e di pensiero, dei costumi, della religione, dell&#8217;arte, della letteratura di una intera et\u00e0, o neglio di una <em>civilt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;Autunno del Medioevo<\/em> di Huizinga non si occupa affatto n\u00e9 della storia politica, n\u00e9 di quella filosofica della societ\u00e0 franco-borgognona sullo scorcio fra Tre e Qauattrocento; essa mira ad afferrare i caratteri dell&#8217;esistenza umana in un lontano contesto storico e, a tal fine, la semplice raccolta di un imponente apparato documentario, di per s\u00e9 muto e silenzioso, sarebbe impari allo scopo. Oppure prendiamo il caso di Jakob Burckhardt, e particolarmente della sua giovanile <em>Et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em> (pubblicata nel 1853). Le notizie in essa contenute sulle vicende politiche di un cinquantennio di storia, dalla fine del sistema tetrachico instaurato da Diocleziano alla morte di Costantino, nel 337, non sono pi\u00f9 abbondanti di quelle che potremmo reperire in un buon manuale, o in una storia universale di una certa ampiezza. Accuseremo per questo il Burckhardt di scarsa seriet\u00e0 professionale o di impreparazione nel campo specifico della sua ricerca? Evidentemente no. Il fine che egli si proponeva non era quello di superare tutto quanto era gi\u00e0 stato scritto sulla storia politica dell&#8217;et\u00e0 costantiniana per quantit\u00e0 e imponenza di materiale, ma piuttosto di cogliere il &quot;volto&quot; di un momento decisivo della civilt\u00e0 romana in piena fase di trapasso dal paganesimo al cristianesimo. Se poi questo definito angolo visuale abbia indotto lo storico a una visione troppo unilaterale o troppo semplicistica degli svariati aspetti di quell&#8217;et\u00e0, sta al lettore giudicare. Ma, chiarita la prospettiva dalla quale egli ha preso le mosse, nessuno si meraviglier\u00e0 se, leggendo <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em>, trover\u00e0 che capitoli di storia essenzialmente politica, come l&#8217;VIII (<em>Le persecuzioni dei cristiani e il diritto di successione<\/em>), sono pi\u00f9 brevi di quelli dedicati alla storia religiosa (il V e il VI insieme), e poco pi\u00f9 ampi di altri, come il VII (<em>Senescenza del mondo antico e della sua civilt\u00e0<\/em>), che trattano sostanzialmente della storia artistica e letteraria. Eppure \u00e8 un dato di fatto che l&#8217;atteggiamento della cosidetta storiografia &quot;ufficiale&quot; \u00e8, a tutt&#8217;oggi, profondamente critico nei confronti dell&#8217;opera dello storico di Basilea, sulla quale pesa come una cortina il sospetto di non aver seguito una metodologia rigorosamente scientifica. Apendo un&#8217;enciclopedia scelta a caso, vi abbiamo trovato questa tipica riserva di carattere etico-professionale, che sembra riassumere tutto l&#8217;atteggiamento supercilioso degli odierni ambienti accademici:<\/p>\n<p><em>&quot;Egli non fu uno &#8216;storico scientifico&#8217; nel senso pi\u00f9 recente, e gli studiosi hanno criticato il suo avvicinamento [alla storia] &#8216;per epoche&#8217;.<\/em> (Da <em>The American Peolple&#8217;s Encyclopedia<\/em>, vol. 4, p. 10, nostra traduzione).<\/p>\n<p>Secondo costoro, un&#8217;interpretazione &quot;troppo personale&quot; di un&#8217;et\u00e0 &#8211; conseguenza inevitabile dell&#8217;aver scelto un&#8217;epoca intera, e non un singolo fatto o personaggio, quale campo di ricerca &#8211; reca in s\u00e9 l&#8217;inaccettabile conseguenza di una deformazione dei fatti, di un travisamento della realt\u00e0 storica, che ne squalifica &quot;a priori&quot; i risultati. Per noi che non nutriamo eccessive illusioni sull&#8217;esistenza, o quanto meno sulla accessibilit\u00e0, di una &quot;realt\u00e0 storica&quot; indipendente dall&#8217;osservatore esterno; e che abbiamo la piena coscienza di quanto qualsiasi opera storica deformi pressoch\u00e8 inevitabilmente i fatti, queste accuse non rivestono un carattere di inoppugnabilit\u00e0 tale da confermarne tutte le premesse. Sopattutto, \u00e8 importante riconoscere come un ampio impiego di fonti documentarie e un minimo ricorso alle riflessioni personali dello storico, non offrano affatto tutte le garanzie di un pieno rispetto della cosiddetta <em>verit\u00e0 storica<\/em> (elusivo noumeno kantiano).<\/p>\n<p>\u00c8 noto che una delle tecniche pi\u00f9 insidiose ed efficaci del giornalismo consiste nell&#8217;accentuare il rilievo di alcuni fatti, nel tacerne o minimizzarne altri, nel dare l&#8217;impressione di una contemporaneit\u00e0 tra due serie distinte di avvenimenti, e viceversa. Esistono molti modi di mentire e travisare i fatti: uno \u00e8 quello di citarne alcuni e tacerne altri, con fini chiaranente tendenziosi e partigiani. Un altro \u00e8 quello di lasciar immaginare ci\u00f2 che non ha alcuna base reale, pur senza affermarlo esplictamente. Non mente soltanto chi altera la verit\u00e0, ma anche chi la tace e chi crea coscientemente le condizioni perch\u00e9 altri la fraintendano. La stessa cosa vale nel campo della storiografia. Torniamo qui a ripeterlo: la pi\u00f9 vera garanzia di seriet\u00e0 di un&#8217;opera storiografica consiste unicamente nella seriet\u00e0 dello studioso; ma non esistono delle metodologie che posseggano un vantaggio assoluto su altre, per garantire la veridicit\u00e0 del risultato. Finch\u00e8 si rimane nel campo dell&#8217;indagine storica, e non si sconfina nella libera creazione del romanzo storico (e non occorre pensare a D&#8217;Azeglio, Grossi, Scott o Sienkiewicz, ma anche a un Emil Ludwig, tanto acclamato ai suoi tempi) il &quot;metodo erudito&quot; non possiede maggiori garanzie di obiettivit\u00e0 rispetto ad altri modi di accostarsi alla storia. Certo, esiste il pericolo di un eccessivo trasporto sentimentale da parte dello storico; ma non esistono ricette miracolose per rendersene immuni <em>a priori.<\/em><\/p>\n<p>Chiunque abbia un po&#8217; di esperienza nel campo della ricerca storica conosce quell&#8217;impulso dell&#8217;animo che porta lo studioso a una simpatia istintiva con gli oggetti della propria ricerca, e che \u00e8 il frutto di una lunga consuetudine con essi, di un diuturno, silenzioso eppure intenso rapporto spirituale. In realt\u00e0, a ben guardare, \u00e8 inevitabile che non di un vero rapporto si tratti, giacch\u00e8 qualsiasi rapporto presuppone il contatto fra due personalit\u00e0 individuali, mentre nella ricerca storica &#8211; anche la meglio documentata e illuminata dalle fonti &#8211; l&#8217;&quot;altro&quot;, cio\u00e8 l&#8217;oggetto della ricerca, tace, non vive di vita propria: la distanza di spazio e di tempo e l&#8217;accumulo delle sedimentazioni successive hanno rapito le sue parole e i suoi pensieri. Costretto a dialogare con le ombre, lo storico deve per foza prestare la propria voce e i propri pensieri a coloro che non sono pi\u00f9 in grado di parlargli &#8211; col rischio di finire per attribuir loro i <em>propri<\/em> pensieri e punti di vista.<\/p>\n<p>Tuttavia, una distanza sostanziale separa il letterato dallo storico: l\u00e0 dove il primo inventa a proprio piacimento (e certo il Nerone di <em>Quo vadis?<\/em> ha poco a che fare con la realt\u00e0 storica), il secondo cerca di far tesoro di tutte le testimonianze e i documenti di cui dispone, e, alla luce di essi, avanza delle interpretazioni che, se non pretendono di raggiungere un&#8217;impossibile &quot;oggettivit\u00e0&quot;, si sforzano quanto meno di tendere alla verosimiglianza. Il letterato basta solo che tenga presenti le componenti costanti ed eterne dell&#8217;animo umano, e su questo disegno generale tesse liberamente le trame dei caratteri individuali di sua invenzione; lo storico, al contrario, agisce sul terreno concreto e irripetibile dell&#8217;individuale, analizza i singoli aspetti e i singoli caratteri indipendentemente l&#8217;uno dall&#8217;altro, e solo in un secondo momento procede ad inserirli in una cornice pi\u00f9 vasta. Nell&#8217;instaurazione del &quot;dialogo&quot; con l&#8217;oggetto della propria ricerca, lo storico, tuttavia, fa sempre ricorso alle proprie risorse immaginative e alla propria capacit\u00e0 evocativa. Egli sa bene che il documento, in s\u00e9 stesso, tace, o che parla solo a met\u00e0; ed \u00e8 lui, quindi, a dover compiere il piccolo prodigio di evocare quella voce perduta. Talvolta lo storico, per riuscirvi, cerca l&#8217;ispirazione sui luoghi stessi che furono teatro delle lontane vicende che vuole ricostruire; il pellegrinaggio a Roma, fra i ruderi di quella civilt\u00e0, era una tappa obbligata per gli storici del Settecento e dell&#8217;Ottocento che si dedicavano alla storia romana. Ferdinand Gregorovius, il grande storico-poeta (nel senso pi\u00f9 nobile del termine) visse a Roma per oltre vent&#8217;anni,immergendosi nell&#8217;atmosfera del passato onde poter scrivere la sua grandiosa <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em> &#8211; che, sia detto per inciso, \u00e8 <em>anche<\/em> un&#8217;opera molto ben documentata, oltre che una ricostruzione letterariamente assai pregevole.<\/p>\n<p>Un altro aspetto della questione che ci eravamo posta, &quot;perch\u00e8 si scrive la storia&quot;, merita ora di essere esaminato: quello della <em>scelta<\/em>, da parte dello studioso, del particolare momento o situazione del passato che intende ricostruire. E qui si vedr\u00e0 come il termine &quot;storico&quot; nel significato di &quot;studioso di storia&quot; &#8211; termine del quale noi pure ci siamo fin qui serviti per ragioni pratiche di chiarezza &#8211; sia in realt\u00e0 quanto di pi\u00f9 vago e impreciso si possa immaginare. Non \u00e8 un termine rappresentativo di una realt\u00e0 omogenea, in quanto raggruppa studiosi diversissimi per formazione e atteggiamento spirituale, per criteri metodologici, per convinziuoni filosofiche e pratiche intorno alla disciplina su cui operano. Al confronto, termini come &quot;scienziato&quot;, &quot;poeta&quot;, &quot;pittore&quot;, &quot;compositore&quot; e perfino &quot;filosofo&quot; indicano una uniformit\u00e0 di intenti e di prospettive che mancano al termine &quot;storico&quot;. \u00c8 lecito designare come appartenenti alla medesima attivit\u00e0 di ricerca Paolo Orosio ed Henry Pirenne, oppure &#8211; restando nell\u00ecambito della stessa civilt\u00e0 e della stessa epoca &#8211; Lev Trotzkij e Benedetto Croce? S\u00ec, se badiamo all&#8217;oggetto puro e semplice della loro ricerca: il passato; no, se teniamo presente l&#8217;abisso di concezione, di metodo, d&#8217;interessi che dividono fra loro questi studiosi. Ancora. In quale rapporto si pone lo storico &quot;puro&quot; con il filosofo della storia; ad esempio, per fare due nomi noti e non lontanissimi, Mommsen e Troeltsch? Sembra difficile dirlo; tanto pi\u00f9 che singoli studiosi &#8211; come Meinecke, come Toynbee, per fare solo due nomi &#8211; possono giustamente aspirare ad entrambe le qualifiche. Ma quel che pi\u00f9 separa tra loro gli studiosi del passato, gli &quot;storici&quot;, non sono tanto le diversit\u00e0 di presupposti culturali e metodologici, quanto gli stessi campi d&#8217;indagine da ciascuno di essi prescelti.<\/p>\n<p>William Hicking Prescott, nella prima met\u00e0 del secolo XIX, ha legato il proprio nome ad opere ancor oggi famose, come la <em>History of the conquest of Mexico<\/em> e la <em>History of the conquest of Peru.<\/em> In esse, dato l&#8217;argomento trattato &#8211; che era di per s\u00e9 avventuroso e quasi romanzesco &#8211; viene tracciata una vivida descrizione della sanguinosa e fantastica epopea dei <em>conquistadores<\/em> spagnoli in America; e le descrizioni di battaglie, assedi, marce leggendarie, sono intercalate da impressionanti descrizioni di meraviglie naturali e artificiali, di usi e costumi di popoli semicivili, da biografie di personaggi da leggenda. Ebbene: quale punto di contatto potr\u00e0 mai esservi fra lavori di questo genere (che, si badi, rimangono dei &quot;classici&quot; nel loro campo, per certi aspetti non ancora superati dalle opere pi\u00f9 recenti) e opere come la <em>Storia sociale ed economica dell&#8217;Impero Romano<\/em> del Rostovcev, &#8211; rivolte, appunto, all&#8217;indagine dei concreti fattori materiali operanti nella societ\u00e0 umana; o come il magistrale lavoro di Max Weber <em>L&#8217;etica protestante e lo spirito del capitalismo<\/em>, rivolto all&#8217;analisi del rapporto fra dottrina religiosa e sviluppo dei modi di produzione e di commercio?<\/p>\n<p>Ciascuno di questi studiosi &#8211; Prescott, Rostovcev, Weber &#8211; si \u00e8 occupato del passato: ma le <em>forme<\/em> del passato che hanno attratto la loro attenzione (e spesso in maniera esclusiva) sono cos\u00ec differenti, che meglio saebbe addirittura parlare di discipline fra loro completamente diverse. Ora, siamo d&#8217;accordo che una ricostruzione storica veramente completa ed organica dovrebbe abbracciare e compenetrare fattori filosofici ed economici, sociali ed artistici, politici e culturali; ma la realt\u00e0 \u00e8 che, nella pratica storiografica, ben pochi storici sono stati in grado di cimentarsi con una simile impresa. Di pi\u00f9: \u00e8 sufficiente l&#8217;arco ristretto di una vita umana per assicurare allo studioso una adeguata preparazione in tutte le svariate discipline riguardanti la storia: paleografia, diplomatica, numismatica, epigrafia, economia, filosofia, politica, leteratura, arti figurative, ecc.? Non presuppongono addirittura, aspetti cos\u00ec diversi del sapere, formazioni culturali e psicologiche diverse da parte degli studiosi, che una sola persona, evidentemente, non potr\u00e0 possedere? Non \u00e8 insomma chiedere troppo a uno studioso, che egli possegga una piena e indifferenziata padronanza di tutti gli aspetti della ricerca storica?<\/p>\n<p>Certo, nessuno storico serio pu\u00f2 ignorare almeno i rudimenti di ciascuna delle discipline cosiddette ausiliarie, n\u00e9 una storia &#8211; poniamo &#8211; del costume, potr\u00e0 prescindere dalla conoscenza dei fatti economici, finanziari, politici, sociali di quella data societ\u00e0; e viceversa. Tuttavia \u00e8 inevitabile che alcune (o parecchie) di tali discipline passino in ombra agli occhi dello studioso; e ci\u00f2 non soltanto per la materiale impossibilit\u00e0 di una cultura &quot;globale&quot;, quanto per la naturale tendenza dell&#8217;animo umano a imboccare una strada ben precisa, fra le molte possibili o desiderabili, e a percorrerla sino in fondo, a discapito &#8211; evidentemente &#8211; di tutte le altre. \u00c8 in questa prospettiva che ci sembra di poter spiegare l&#8217;estrema variet\u00e0 d&#8217;interessi che ha fatto prediligere a storici diversi, campi di studio cos\u00ec eterogenei, non solo nel contenuto e nel metodo, ma anche nella specifica angolatura da cui li hanno considerati. Vi sono stati, e vi sono, storici &quot;economici&quot;, storici &quot;politici&quot;, storici dell&#8217;arte e del gusto, storici del pensiero, e via dicendo; e anche quelli &#8211; ma piuttosto rari &#8211; in possesso del singolare talento di saper fondere pi\u00f9 d&#8217;uno di questi aspetti di uno stesso organismo sociale.<\/p>\n<p>A taluni storici moderni, per\u00f2, \u00e8 sembrato discutibile il fatto che gli studosi si scelgano, per cos\u00ec dire, il proprio campo d&#8217;indagine, seguendo unicamente l&#8217;impulso del proprio carattere e delle proprie inclinazioni. Preferirebbero, non si sa bene come, che ciascuno studioso segua un qualche criterio esterno e oggettivo. Evidentemente, le loro riserve sono motivate dalla preoccupazione che lo storico, seguendo solo il proprio estro, finisca per riversare troppo copiosamente le acque della propria sensibilit\u00e0 sull&#8217;oggetto di studio prescelto, col risultato di distorcerlo e forzarlo entro una qualche prospettiva preordinata. A costoro vorremmo rispondere che ci\u00f2, per l&#8217;appunto, costituisce non solo la ragione profonda dell&#8217;interesse storico, ma anche il punto di forza di qualsiasi indagine rivolta al passato. Cos\u00ec come una naturale inclinazione induce lo storico (continuiamo, in mancanza di meglio, a servirci di questo termine generico) a scegliere quale proprio campo di studio il passato &#8211; anzich\u00e9, poniamo, le scienze naturali, la matematica o l&#8217;astronomia -; del pari \u00e8 sempre una naturale inclinazione dell&#8217;animo che lo porta a concentrare l&#8217;interesse su determinati aspetti e periodi del passato.<\/p>\n<p>Lo storico, dunque, &quot;sceglie&quot;, in virt\u00f9 delle proprie inclinazioni istintive e naturali, anteriori a ogni concettualizzazione e a ogni ragionamento filosofico, i periodi e gli aspetti della storia che lo interessano; e, nel far ci\u00f2, si cala pi\u00f9 o meno profondamente in una concreta realt\u00e0 fenomenica che in un certo senso contrasta con la totalit\u00e0 del divenire storico, e con le ambizioni di universalit\u00e0 del sapere storiografico. Si tratta, come sempre, di contemperare l&#8217;esigenza della ricostruzione concreta di una realt\u00e0 limitata e specifica, contingente e irripetibile, con la prospettiva di un contesto pi\u00f9 vasto e universale onde quella nasce, si sviluppa, si trasforma. Compito dello storico \u00e8 dunque un difficile equilibrio tra contingente e globale, tra accidentale e perenne, tra storia e filosofia.<\/p>\n<p><em>&quot;Lo storico vuol vedere il passato vivere, s\u00ec, ma nelle forme intellettuali che egli stesso sceglie. (&#8230;) So bene che in ogni scienza, chi la professa si specializza secondo le proprie preferenze; ma quando ci s&#8217;interessa di storia, questa preferenza per un determinato periodo del passato \u00e8 ancorata a un gran numero di sentimenti che esulano di molto dalla pura aspirazione scientifica. La fantasia ha qui una parte notevole, e ancor pi\u00f9 l&#8217;ha il sentimento. Si tratta di un amore per il passato, di un nostalgico desiderio di veder vecchie cose morte risorgere in uno splendore di calda vita.&quot;<\/em> (J. Huizinga, <em>La scienza storica,<\/em> cit., pp. 54, 84).<\/p>\n<p>Ma se \u00e8 vero &#8211; come \u00e8 vero &#8211; che &quot;la preferenza per un determinato periodo del passato \u00e8 ancorata a un gran numero di sentimenti che esulano di molto dalla pura aspirazione scientifica&quot;, allora sembra difficile sfuggire alla conclusione che ci\u00f2 avviene &#8211; ed \u00e8 sempre avvenuto &#8211; per il semplice fatto che la storia <em>non<\/em> \u00e8 una scienza, neppure la &quot;scienza imprecisa per eccellenza&quot; come afferma Huizinga. Certo, la &quot;preferenza&quot; dello storico per determinati aspetti del passato, quando \u00e8 determinata dalla fantasia e dal sentimento, reca in s\u00e9 il pericolo di un abbandono a una ricostruzione troppo soggettiva e, forse, arbitraria.<\/p>\n<p>Tuttavia, il punto che vorremmo chiarire \u00e8 un altro. \u00c8 mai possibile che altri fattori, oltre la fantasia e il sentimento, esercitino un&#8217;influenza decisiva nel determinare la &quot;scelta&quot; del campo d&#8217;indagine da parte dello studioso? Non \u00e8 forse ogni accostamento al passato, un accostamento a un <em>preciso aspetto o periodo<\/em> del passato, e quindi una scelta alle cui origini sentimento e fantasia precedono di gran lunga la riflessione razionale?<\/p>\n<p>Non si creda, del resto, che gli studiosi delle discipline scientifiche vadano poi del tutto esenti da tale &quot;debolezza&quot; sentimentale nella scelta dei rispettivi campi di ricerca. Anche qui, molti esempi potremmo fare a sostegno di questa affermazione, che forse non piacer\u00e0 a molti scienziati. Prendiamo il caso della meteorologia: cieli immensi spalancati sopra di noi, nuvole, aloni lunari, &quot;stelle cadenti&quot;, aurore polari: spettacoli meravigliosi di una natura <em>en plen air<\/em> (che magari non saranno pi\u00f9 affascinanti, ma di sicuro assai diversi da quelli che pu\u00f2 offrire, ad esempio, la speleologia). Ebbene, sar\u00e0 un caso che verso questa disciplina si indirizzino studiosi che, per ragioni biografiche personali, recano quasi una &quot;fame&quot; ereditaria di liberi cieli e di aria pura? Un nome fra gli altri: quello del francese Louis Auberger, una autorit\u00e0 nel campo della meteorologia. Ecco come il curatore A. Tergolina ne traccia una rapida biografia per il pubblco italiano, nella presentazione del suo libro <em>Atmosph\u00e8re et m\u00e8t\u00e8ores<\/em> (Editions Fayard, Parigi, 1964):<\/p>\n<p><em>&quot;La causa dell&#8217;orientamento di Luois Auberger verso le regioni aeree in moto attorno al nostro pianeta va forse ricercata in una reazione spontanea in chi, come lui, figlio di minatori, \u00e8 dotato di una grande immaginazione, di fronte alla schiavit\u00f9 imposta dalla vita sotterranea. Prima della guerra [1939-1945], s&#8217;imbarc\u00f2 come meteorologo principale sulla<\/em> Carimar\u00e9<em>, la prima stazione meteorologica navigante del mondo, a fine di studiare e determinare le rotte migliori per i voli aerei sull&#8217;Atlantico. I problemi di meteorologia continuarono ad interessare l&#8217;attivit\u00e0 di Louis Auberger. Dopo essersi occupato della bibliografia meteorologica internazionale, s&#8217;occup\u00f2 di Climatologia, in particolare alla sezione Studi Aeronautici di questo organismo. La costituzione dell&#8217;atmosfera, la temperatura in altitudine, i chiarori del cielo notturno furono oggetto di lavori speciali da parte sua. Egli \u00e8 particolarmente qualificato a presentare al pubblico l&#8217;atmosfera con i suoi problemi talvolta del tutto insospettati da chi resta con i piedi a terra.&quot;<\/em> (da Louis Auberger, <em>Atmosfera e meteore<\/em>, tr. it. Modena, 1968.<\/p>\n<p>Di esempi del genere, potremmo farne molti. Ci limitiamo a far presente questo aspetto del problema che stavamo discutendo, e passiamo oltre.<\/p>\n<p>N\u00e9 si creda che il discorso sia diverso per la filosofia. Anche qui, esaminando le biografie dei singoli pensatori, non sar\u00e0 difficile individuare l&#8217;elemento sentimentale, affettivo, o comunque extra-razionale, che ha impresso l&#8217;indirizzo decisivo alla loro elaborazione di una personale visione del mondo. Non \u00e8 affatto raro che siano loro stessi a dircelo, con la massima naturalezza. Tale \u00e8 il caso del filosofo Luigi Stefanini, esponente di spicco dello spiritualismo cristiano del primo Novecento, e pi\u00f9 precisamente dell&#8217;indirizzo da lui stesso definito &quot;personalismo&quot;. Osserva in proposito una sua studiosa:<\/p>\n<p><em>&quot;Luigi Stefanini nasce a Treviso il 3 novembre 1891, figlio terzogenito di Giovanni e di Lucia De Mori. Dal padre, commerciante, e dalla madre, insegnante elementare, trae il primo durevole insegnamento di vita che determina in seguito l&#8217;orientamento della sua filosofia. In tutta la sua vita ha sempre cercato di essere coerente ai princ\u00ecpi religiosi ed umani assimilati nell&#8217;ambiente familiare, lo dichiara egli stesso in una relazione espositiva della sua prospettiva filosofica&#8230;&quot;<\/em> (Laura Corrieri, <em>Luigi Stefanini. Un pensiero attuale<\/em>, Milano, 2002).<\/p>\n<p>Ed ecco le parole dello stesso Stefanini:<\/p>\n<p><em>&quot;Fin dai miei primi anni &#8211;<\/em> egli scrive &#8211; <em>ho constatato nella forma di vita realizzata da mia madre tanta serenit\u00e0 operosa e consapevole, sicuramente orientata verso una meta, tanta tenerezza di sentire e tanta forza di provvedere e di resistere alla sventura, da farmi risultare impossibile che in quel sistema di vita non fosse contenuto il senso pi\u00f9 alto dell&#8217;essere&quot;<\/em> (Luigi Stefanini, <em>La mia prospettiva filosofica,<\/em> riedizione a cura dell&#8217;Associazione Filosofica Trevigiana, Treviso, 1966, p. 31).<\/p>\n<p><strong>3. SUL CONCETTO DI &quot;DECADENZA&quot;.<\/strong><\/p>\n<p>Lo storico si serve contiuamente di concetti vaghi o comunque di portata troppo ampia, di generalizzazioni che possono essere utili nel campo puramente teorico &#8211; finch\u00e8 non incominciano a dimostrarsi fonte di ambiguit\u00e0 e malintesi. Alcuni di essi, quali &quot;guerra&quot; o &quot;rivoluzione&quot;, servono ad indicare fenomeni circoscritti nello spaxzio e nel tempo, e su di essi \u00e8 possibile un&#8217;analisi differenziata, che consenta di impiegarli appropriatamente, caso per caso.<\/p>\n<p>Lo storico della guerra mondiale 1914-18 e lo storico del <em>bellum alexandrinum<\/em> del 48-47 a. C. hanno indubbiamente a che fare con fenomeni di diverso ordine di grandezza, ma una opportuna ricostruzione delle loro origini e dei loro sviluppi permetter\u00e0 a chiunque di farsi un&#8217;idea abbastanza chiara del tipo di differenza che corre fra essi. Cos\u00ec pure, la Rivoluzione americana del 1775-76 e la Rivoluzione russa dell&#8217;ottobre 1917 sono separate da una notevole distanza di dinamiche interne ed esterne &#8211; se pur si tratta dello stesso ordine di fenomeni -, ma il pericolo insito nell&#8217;uso dello stesso termine per definirle entrambe \u00e8, in parte, scongiurato dalla concreta ricostruzione storica, che mette in evidenza i punti di contatto tra i due eventi, come pure le loro profonde differenze.<\/p>\n<p>Assai pi\u00f9 complesso \u00e8 il problema riguardante l&#8217;uso di concetti relativi a fenomeni storici molto pi\u00f9 estesi e, per ci\u00f2, stesso, diluiti nel tempo. Gi\u00e0 il termine &quot;rivoluzione&quot; pu\u00f2 essere adoperato in questo secondo significato: vi \u00e8 una rivoluzione scientifica, una rivoluzione industriale, una rivoluzione tecnologica. Non si tratta, si badi, di una questione semplicemente nominalistica. Dietro l&#8217;uso di determinati termini vi \u00e8 la necessit\u00e0 di definire un terreno concettuale minimo, sul quale gli storici possano lavorare con la ragionevole sicurezza di comprendersi senza incorrere in gravi fraintendimenti.<\/p>\n<p>Tra i concetti-base della storiografia che abbisognano di una chiarificazione vi \u00e8 quello di <em>decadenza<\/em>: di un&#8217;epoca, di una societ\u00e0, di uno stile, persino di una corrente filosofica. Si tratta di un&#8217;esigenza piuttosto recente; l&#8217;uso di quel termine, infatti, non destava particolari preoccupazioni fra gli storici delle generazioni passate. Uno dei testi classici della storiografia illuminista, <em>Decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano<\/em> di Gibbon, escludeva in partenza la problematicit\u00e0 di quel termine (quantunque il titolo originale parlasse di <em>decline<\/em> che comporta una sfumatura diversa, un po&#8217; pi\u00f9 &quot;neutra&quot;). Oggi, invece, ben pochi storici farebbero uso del termine &quot;decadenza&quot; senza le pi\u00f9 ampie riserve e precisazioni. \u00c8 noto che Johan Huizinga, nello scegliere il titolo per il suo suggestivo affresco della societ\u00e0 franco-borgognona tardo-medioevale, si risolse per l&#8217;espressione <em>autunno del Medioevo<\/em> proprio per evitare il pericoloso concetto di &quot;decadenza&quot;. Ci si pu\u00f2 chiedere, infatti, sino a che punto sia lecito allo storico adoperare un termine cos\u00ec ricco di sottintesi di segno negativo, cos\u00ec carico di complesse (e opinabili) implicazioni filosofiche e di presupposti non universalmente accettati.<\/p>\n<p>A noi sembra che, in questo caso, molta confusione sia stata fatta a causa della &quot;contaminazione&quot; alla storia di significati propri di altre discipline, e che un esame di tali differenti significati possa premunire contro il rischio di possibili fraintendimenti. In primo luogo, vorremmo fare due osservazioni di carattere generale. La prima \u00e8 di carattere filosofico-metodologico e pu\u00f2 sgombrare il campo dagli equivoci che facilmente si creano su un terreno cos\u00ec malagevole. Secondo noi, l&#8217;uso del termine &quot;decadenza&quot;, applicato a intere epoche della storia o a intere societ\u00e0, implica sempre un certo biologismo &#8211; magari inconsapevole &#8211; da parte dello storico. &quot;Decadenza&quot; \u00e8 un concetto che che rimarrebbe inintelligibile qualora non presupponesse una concezione sostanzialmente biologistica della societ\u00e0. Una concezione, cio\u00e8, che tende a trasporre nel campo degli organismi sociali le caratteristiche proprie della vita individuale: nascita, sviluppo, maturit\u00e0, decadenza (vecchiaia) e morte. Si badi che un tale puntodi vista non \u00e8 stato affatto &quot;inventato&quot; da Oswald Spengler o da qualche altro filosofo della storia: esso \u00e8 implicito nel pensiero di un gran numero di storici che, sul piano teorico, sarebbero pronti a criticarlo come del tutto fantasioso e inaccettabile. Lo Spengler ha spinto all&#8217;estremo una tendenza antica, il pi\u00f9 delle volte inconscia e perfino involontaria, insita in un grandissimo numero di persone:<\/p>\n<p><em>&quot;Le civilt\u00e0 sono degli organismi. La storia mondiale \u00e8 la loro biografia complessiva. La storia grandiosa della civilt\u00e0 cinese o di quella classica \u00e8, morfologicamente, in esatta corrispondenza con la piccola storia dell&#8217;individuo umano, di un animale, di una pianta, di un fiore.&quot;<\/em> (Oswald Spengler, <em>Il tramonto dell&#8217;Occidente<\/em>, tr. it. Milano, 1978, vol, 1, p. 170).<\/p>\n<p>Pochissimi storici, forse quasi nessuno si sentirebbero, oggi, di difendere un tale punto di vista. Eppure sono ben pochi quelli che, nel corso del loro lavoro, sfuggono all&#8217;uso di termini che da tale concezione sembrano derivare direttamente. Quandoi uno storico parla, ad esempio, di &quot;nascita della civilt\u00e0 egiziana&quot; o &quot;decadenza della Spagna nel XVII secolo, fa uso di una terminologia biologistica, il pi\u00f9 delle volte impropria &#8211; perch\u00e9 non rispondente alla concezione filosofica che ha della storia, in realt\u00e0, il singolo autore.<\/p>\n<p>La seconda osservazione \u00e8 che i periodi giudicati di &quot;decadenza&quot; attraggono lo studioso pi\u00f9 di altri periodi storici con il loro carico di suggestione emotiva, di <em>pathos<\/em> e di fattori sentimentali (citt\u00e0 senescenti come Ravenna nel V secolo, nebbie, rovine, abbandono, ecc.) e che quindi la &quot;scelta&quot; di tali periodi quali oggetto di ricostruzione storiografica presuppone, pi\u00f9 o meno inconsciamente, una valutazione di segno negativo da parte dello studioso. Se la cosa non rischiasse di portarci troppo lontano, riterremmo di notevole interesse compiere una indagine sulle radici motivazionali delle &quot;scelte&quot; operate dai singoli storici: e al termine di essa vedremmo confermata, crediamo, l&#8217;ipotesi che esiste un rapporto diretto e facilmente riconoscibile fra il carattere individuale e le concezioni esistenziali di molti storici, da un lato, e dall&#8217;altro i campi d&#8217;indagine da essi prescelti.<\/p>\n<p>Per limitarci a pochissimi esempi relativi a opere storiografiche dedicate a periodi considerati di &quot;decadenza&quot;, potremmo ricordare Tacito, il cui pessimismo non vede altro, da Tiberio fino a Domiziano, che una cupa storia di declino e aberrazione; o quello di Paolo Sarpi, altro grande carattere isolato nella propria pensosit\u00e0 e nel proprio pessimismo, che sceglie quale oggetto di ricostruzione storica quella grande speranza abortita, quel grigio tramontare di entusiasmi che fu, secondo lui, il Concilio di Trento. Esistono anche molti casi che non possono farsi rientrare in questa prospettiva. Edward Gibbon fu certamente, per temperamento e per formazione culturale, un carattere tutt&#8217;altro che incline alla tristezza o al pessimismo. Jakob Burckhardt applic\u00f2 il proprio ingegno versatile sia ad un&#8217;et\u00e0 che egli giudicava di profonda decadenza, quella dell&#8217;Impero Romano al tempo di Costantino il Grande, sia a un fenomeno storico generalmente riconosciuto di espansione economica, sociale e culturale, quale la civilt\u00e0 del Rinascimento in Italia. Ma questi casi non ci sono d&#8217;imbarazzo, in quanto non abbiamo inteso in alcun modo formulare una legge: resta, secondo noi, l&#8217;assunto che il concetto di decadenza esercita sull&#8217;animo dello storico un fascino sentimentale particolarmente vivido e immediato, e quindi attrae di preferenza gli spiriti inclini al pessimismo che vedono confermato, per cos\u00ec dire, il loro modo di vedere la realt\u00e0. \u00c8 naturale che, da tale punto di vista, il concetto stesso di &quot;decadenza&quot; venga accettato e inserito in un contesto ideologico che permetta di connotarlo essenzialmente in chiave negativa.<\/p>\n<p>Consideriamo adesso il concetto di &quot;decadenza&quot; nell&#8217;uso che ne fanno (o che hanno smesso di farne) le singole discipline con le quali la storia \u00e8 particolarmente in relazione, o dalle quali riusulta costituita. Nella storia dell&#8217;arte, sia il concetto che il termine di decadenza venivano adoperati con estrema frequenza fino a tempi recenti. \u00c8 noto che, in alcuni casi, le concezioni estetiche dei moderni sono state lungamente condizionate dai preconcetti e dai giudizi sbrigativi di et\u00e0 precedenti: da quando il De Brosses, nel 1739, adoper\u00f2 il termine &quot;barocco&quot; fino a non molti anni or sono, gran parte della critica concordava nel giudizio negativo sulla produzione artistica del secolo XVII, giudicata aberrante rispetto alla tradizione classica e rinascimentale. Cos\u00ec pure, gli scrittori del Rinascimento coniarono in senso pregiativo il termine &quot;gotico&quot; per definire le manifestazioni dell&#8217;arte nell&#8217;Europa occidentale del Trecento; giudizio che si conserv\u00f2 fino all&#8217;Ottocento, quando venne finalmente sovvertito dalla rivalutazione operata dalla storiografia romantica. Analoghi giudizi negativi vennero emessi, e lungamente accettati, su altri periodi della storia dell&#8217;arte: quello tardo-antico nel suo complesso, ad esempio; o su talune manifestazioni artistiche individuali che si allontanavano dalla tradizione naturalistica, come la scultura di Wiligelmo tra XI e XII secolo.<\/p>\n<p>La critica moderna ha profondamente riveduto questi giudizi negativi e, in tutti i casi che abbiamo citato, \u00e8 giunta a una completa rivalutazione dei fenomeni artistici un tempo tanto a lungo biasimati. Tuttavia, eliminate le notazioni negative da cos\u00ec gran tempo gravanti sull&#8217;et\u00e0 tardo-antica, sull&#8217;et\u00e0 alto-medio\u00ecevale, su quella gotica e, finalmente, su quella barocca, ci si \u00e8 accorti che venivano praticamente a scomparire quelle et\u00e0 artistiche che, una volta, erano state giudicate decadenti. Di conseguenza, la storiografia artistica \u00e8 stata costretta a rivedere da cima a fondo il concetto stesso di decadenza, con tutte le sue implicazioni negative. A ci\u00f2 ha contribuito potentemente anche la rivalutazione delle forme artistiche dei popoli a civilt\u00e0 tradizionale (un tempo chiamati &quot;primitivi&quot; o, addirittura, &quot;selvaggi&quot;) giudicate non pi\u00f9, semplicisticamente, dei rozzi tentativi d&#8217;arte o, tutt&#8217;al pi\u00f9, buoni prodotti d&#8217;artigianato, ma espressioni artistiche autentiche, forme del sentimento estetico di civilt\u00e0 diverse dalla nostra e che solo un concetto angusto ed esclusivista dell&#8217;arte (oggi si dice &quot;etnocentrico&quot;) aveva potuto far rifiutare in un primo momento. Si badi che in questa &quot;riscoperta&quot; non trovano luogo solo le sculture del Benin, del Dahomey o dell&#8217;Oceania, ma anche molte espressioni dell&#8217;arte popolare della civilt\u00e0 contadina del nostro Occidente (architettura, musica e letteratura orale comprese), che oggi, ahim\u00e9 troppo tardi, abbiamo finalmente inteso nel loro vero significato di espressioni artistiche autentiche.<\/p>\n<p>Caduto in disuso, dunque, il concetto di &quot;decadenza&quot; dal vocabolario dello storico dell&#8217;arte, che cosa \u00e8 venuto a prenderne il posto? Potremmo dire, se non ci inganniamo, che l&#8217;orientamento pi\u00f9 recente della storiografia artistica ha sostanzialmente cessato di emettere giudizi di valore, almeno per quanto riguarda interi periodi e civilt\u00e0, e che la sua attenzione si \u00e8 rivolta principalmente a uno sforzo di comprensione e di spiegazione delle forme artistiche colte nel loro divenire storico. Non pi\u00f9 &quot;bello&quot; e &quot;brutto&quot; sono i concetti attorno ai quali ruota la problematica storico-artistica, ma &quot;come&quot; e &quot;perch\u00e9&quot;. Un esempio classico di tale radicale mutamento di indirizzo \u00e8 offerto dal diverso atteggiamento assunto da due studiosi di fama internazionale, l&#8217;uno del secolo XIX, l&#8217;altro dei nostri giorni, nei confronti di un momento artistico d&#8217;importanza decisiva, quale fu quello della tarda civilt\u00e0 romana. Jakob Burckhardt, dopo aver passato in rassegna le manifestazioni artistiche dell&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande, in cui non vedeva che aberrazione e decadenza, concludeva:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;arte stessa, gi\u00e0 in epoca pagana schiava dell&#8217;ideologia, aveva ora, con il trionfo del Cristianesimo, cambiato solo di padrone, ma non certo di grado. Per molti secoli ancora essa, prigioniera dei propri contenuti, sar\u00e0 costretta a ignorare le proprie leggi interne o a seguirle solo in minima parte, e questa fu infatti una delle pi\u00f9 violente negazioni dell&#8217;eredit\u00e0 del mondo classico.&quot;<\/em> (J. Burckhardt, <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em>, Roma, 1970, p. 292).<\/p>\n<p>Pressoch\u00e9 antitetiche sono le conclusioni cui \u00e8 approdato uno dei maggiori studiosi del XX secolo, Ranuccio Bianchi Bandinelli, sul valore e sul significato dell&#8217;arte tardo-antica:<\/p>\n<p><em>&quot;La fine della forma ellenistica nell&#8217;arte \u00e8 un fenomeno storico del tutto logico se consideriamo l&#8217;arte come espressione &#8211; la pi\u00f9 diretta, la pi\u00f9 spontanea e incontrollata espressione &#8211; di una societ\u00e0. Eppure, questo cambiamento della forma artistica ha dato luogo a una infinit\u00e0 di discussionie di malintesi. Ci\u00f2 \u00e8 dipeso, in parte, dal fatto che il naturalismo dell&#8217;arte ellenistica \u00e8 apparso alla cultura europea formatasi dal XV secolo in poi e particolarmente tra la fine del XVII e quella del XIX, non come espressione di una determinata civilt\u00e0 legata a un tempo e a uno spazio geografico, ma come l&#8217;unica vera e legittima forma che l&#8217;Arte potesse assumere. L&#8217;arte della Grecia fu considerata<\/em> l&#8217;arte <em>in assoluto. Ogni forma che si allontanava da quei modi, da quella regola, era considerata un errore, un barbarismo, una decadenza. Perci\u00f2 si \u00e8 discusso tanto sul perch\u00e9 e sul come fosse stata possibile la perdita di quella &#8216;perfezione&#8217;. E poich\u00e9, spesso senza rendersene conto, gli uomini trovano moralmente offensivo cambiare le forme acqusite dall&#8217;espressione artistica, si doveva cercare il &#8216;colpevole&#8217; di quella &#8216;decadenza&#8217;. Ci\u00f2 dimostra quanto le forme dell&#8217;arte siano profondamente legate alla nostra storica esistenza umana.&quot;<\/em> (Ranuccio Bianchi Bandinelli, <em>Roma. La fine dell&#8217;arte antica,<\/em> Milano, 1976, p. 377).<\/p>\n<p>Nella storia dell&#8217;arte il concetto di &quot;decadenza&quot; va, dunque, scomparendo; nei grandi processi in cui si sviluppano le forme artistiche si tende sempre pi\u00f9 a vedere un fenomeno <em>storico<\/em>, le cui componenti vanno analizzate non gi\u00e0 sotto l&#8217;angolo visuale di un codice estetico precostituito, ma in quanto espressione storicamente determinata del sentimento estetico di una data societ\u00e0 a un dato momento del suo sviluppo. E nella storia della letteratura?<\/p>\n<p>L&#8217;orientamento attuale che ci sembra di avvertire presenta diversi punti di contatto con le conclusioni cui \u00e8 giunta la storiografia artistica, discostandosene invece in alcuni altri. Il concetto di &quot;decadenza&quot;, applicato all&#8217;intero arco di determinate civilt\u00e0 letterarie, \u00e8 rimasto in auge &#8211; anche qui &#8211; fino a tempi relativamente recenti. Solo negli ultimi decenni l&#8217;atteggiamento della critica letteraria sembra sostanzialmente mutato e rivolto, come nel caso della storiografia artistica, a sforzarsi di comprendere l&#8217;intimo significato delle varie manifestazioni letterarie, piuttosto che ad emettere drastici giudizi di valore e irrevocabili condanne. A ci\u00f2 senza dubbio ha conribuito la radicale revisione del giudizio negativo espresso sul Decadentismo in sede idealistica (e accentuata da Benedetto Croce, che in Italia ha esercitato una sorta di cinquantennale &quot;dittatura culturale&quot;), oggi considerato da un lato come l&#8217;estrema prosecuzione del Romanticismo, dall&#8217;altro come il punto d&#8217;incontro con le nuove correnti e le nuove sensibilit\u00e0 tipiche degli &quot;anni della crisi&quot;, ossia i prini decenni del Novcento.<\/p>\n<p>Un caso tipico \u00e8 stato quello degli studi sulla civilt\u00e0 letteraria del Seicento in Italia, sulla quale &#8211; come sulla produzione artistica figurativa del medesimo periodo &#8211; il termine &quot;barocco&quot; \u00e8 gravato lungamente come una inappellabile condanna &#8211; non solo estetica, ma anche morale. Sulla letteratura dell&#8217;et\u00e0 barocca, e sul terreno morale e culturale da cui scaturiva, Francesco de Sanctis cos\u00ec si pronunciava:<\/p>\n<p><em>&quot;Il tarlo della societ\u00e0 era l&#8217;ozio dello spirito, un&#8217;assoluta indifferenza sotto quelle forme abituali religiose ed etiche, le quali, appunto perch\u00e9 mere forme o apparenze, erano pompose e teatrali&#8230; La letteratura era a quell&#8217;immagine, vuota d&#8217;idee e di sentimenti, un gioco di forme, una semplice esteriorit\u00e0. Si frugava nel vecchio arsenale classico, si giravano e rigiravano quei pensieri e quelle forme. (&#8230;) La poesia italiana nella sua lunga durata aveva messo in circolazione un repertorio oramai fatto abituale e vuoto di effetto; e non ci essendo la forza di rinnovare il contenuto, tutti eran dietro ad aguzzare, assottigliare, ricamare, manierare, colorire un mondo invecchiato che non dicea pi\u00f9 niente allo spirito. Meno il contenuto era vivo, e pi\u00f9 le forme erano sottili, pretensiose, sonore.<\/em> (Francesco De Sanctis, <em>Storia della letterarura italiana<\/em>, cap. XVIII).<\/p>\n<p>La critica contemporanea non \u00e8 giunta a cancellare totalmente il concetto di &quot;decadenza&quot;, come ha fatto la storiografia artistica; ha ripreso molte delle critiche fatte dalla storiografia del XIX secolo e le ha confermate, sottolineando, al tempo stesso, la sostanziale diversit\u00e0 metodologica da essa seguita.<\/p>\n<p>Continuiamo l&#8217;esempio della civilt\u00e0 letteraria barocca e vediamo qual \u00e8 la posizione di uno dei pi\u00f9 apprezzati studiosi italiani dei nostri giorni:<\/p>\n<p><em>La meraviglia \u00e8 il fondamento delle poetiche secentesche. (&#8230;) Ne deriva un&#8217;arte immaginifica e cerebrale, scoppiettante di metafore ingegnose. (&#8230;) C&#8217;\u00e8, nel nuovo stile, un vero abuso di metafore ardite, di giuochi di parole, di paralleli inattesi, e un gusto descrittivo che ostenta la propria virtuosistica bravura, in una dichiarata gara con tutta la poesia precedente, che i nuovi poeti vogliono superare in ingegnosit\u00e0. Tale disposizione condusse spesso a una poesia esteriore, turgida e pomposa, intesa a descrivere le immediate suggestioni dei sensi, o descrittiva e cerebrale, e, in sostanza, lontana dalla schiettezza e spontaneit\u00e0 degl&#8217;intimi affetti.&quot;<\/em> (Mario Pazzaglia, <em>Gli autori della letteratura italiana,<\/em> Bologna, 1970, vol. 2, p. 655).<\/p>\n<p>Giudizio negativo, dunque, apparentemente non dissimile da quello del De Sanctis; la cui posizione \u00e8 tuttavia superata da uno sforzo di pi\u00f9 equa comprensione e valutazione. Non solo il barocco ebbe effettivamente dei valori positivi, rappresentati dalla scoperta di un mondo pi\u00f9 vasto e complesso di quello fino allora immaginato dagli uomini; ma, quel che pi\u00f9 conta, \u00e8 mutata l&#8217;impostazione generale del problema storico-critico.<\/p>\n<p><em>&quot;La storiografia moderna ha inteso anche nel caso del barocco, non tanto di pronunciare un giudizio di assoluzione o di condanna, quanto di penetrare e di comprenderne il significato. Essa ha visto nel barocco una particolare civilt\u00e0 che, se si rivela pi\u00f9 vistosamente nel suo carattere letterario e stilistico, nasce tuttavia da un vero travaglio spirituale e tende a una nuova interpretazione della realt\u00e0.&quot;<\/em> (M. Pazzaglia, <em>Ibidem<\/em>).<\/p>\n<p>Come la storiografia artistica, anche quella letteraria rifiuta come proprio compito quello di elogiare o condannare, mentre accetta quello &#8211; forse pi\u00f9 modesto ma anche pi\u00f9 spassionato e costruttivo &#8211; di una collocazione <em>storica<\/em> dei vari fenomeni e di una loro valutazione autonoma, sgombra da modelli precostituiti. Ci sembra per\u00f2 di poter affermare che tale atteggiamento, assai marcato nel caso della storiografia artistica, sfuma e diviene meno accentuato nella storiografia letteraria. Quest&#8217;ultima non rinuncia completamente a un giudizio <em>di valore<\/em> sulla produzione letteraria di una data et\u00e0, come abbiamo visto; l\u00ec dove l&#8217;altra si limita a prendere atto del processo di trasformazione sub\u00ecto dalle forme artistiche e del trapasso dalle une alle altre. Cos\u00ec, mentre la rivalutazione della civilt\u00e0 artistica tardo-antica (ad esempio) tende a sgombrare il campo da ogni residuo di critica &quot;negativa&quot;, non si pu\u00f2 dire la stessa cosa per la rivalutazione &#8211; che pure \u00e8 in atto &#8211; della civilt\u00e0 letteraria italiana del Seicento. In che cosa consiste la differenza? A nostro avviso, essa sembra risiedere nalla natura stessa dei due tipi di manifestazione artistica, la figurativa e la letteraria. L\u00e0 dove il pittore, lo scultore e l&#8217;architetto <em>creano<\/em> nel pieno senso del termine, il poeta, il romaziere o il commediografo creano, s\u00ec, ma sempre entro una cornice pi\u00f9 rigorosamente definita, pi\u00f9 subordinata al minimo comun denominatore di un codice di comunicazione antico qual \u00e8 la lingua. In tal modo il disfacimento della forma classica, la dissoluzione del natualismo ellenistico, l&#8217;abbandono di una tecnica consumata di perfezione formale e di rispetto verso una gloriosa tradizione espressiva sono potuti apparire, nel caso dell&#8217;arte tardo-antica, non come un fenomeno negativo, ma semplicemente come l&#8217;abbandono di un linguaggio espressivo solo parzialmente assimilato dalla civilt\u00e0 romana, e quindi come una sorta di ritorno alla fresca spontaneit\u00e0 dello spirito autentico della civilt\u00e0 antica &#8211; almeno nell&#8217;Europa occidentale. Al contrario, le manifestazioni ridondanti e pompose delle poetiche mariniste, pur inquadrate storicamente con maggiore serenit\u00e0 (perfino il De Sanctis ammetteva che &quot;Il secolo era quello, e non potea esser altro&quot;), non sono interamente sfuggite a una valutazione critica <em>di valore<\/em> che non ha mancato di stigmatizzarne gli aspetti &quot;deteriori&quot;.<\/p>\n<p>E la storia della cultura? Qui non \u00e8 stato possibile, a quanto sembra, sottrarsi al concetto di &quot;decadenza&quot;; e se lo \u00e8 stato, pi\u00f9 o meno parzialmente, per i vari aspetti e le diverse manifestazioni delle arti e della letteratura, la storia della culura, intesa essenzialmente come libert\u00e0 e maturit\u00e0 di pensiero, non ha potuto evitare che l&#8217;ombra del concetto di decadenza si allungasse su interi periodoi storici.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso pi\u00f9 noto, quello del Medio Evo nell&#8217;Europa occidentale, e particolarmente dell&#8217;alto Medioe Evo. Bench\u00e8, a partire dal Romanticismo, ne sia stata compiuta una vasta rivalutazione a livello globale, il concetto di Medio Evo come &quot;et\u00e0 di barbarie&quot; appare tutt&#8217;oggi a molti autori non inesatto o eccessivo sul piano culturale. Si \u00e8 fatto giustamente notare che anche il Medio Evo ebbe una sua civilt\u00e0, con caratteristichen originali e anche suggestive; che non \u00e8 giusto considerarlo in una specie di confronto diretto con l&#8217;apogeo della civilt\u00e0 classica, n\u00e9 sottolineare il contrasto con le conquiste del pensiero e della societ\u00e0 a partire dal Rinascimento; e che infine il concetto stesso di &quot;Medio Evo&quot;, o &quot;Et\u00e0 di mezzo&quot;, \u00e8 arbitrario e privo di giustificazione logica. Pure con tutto ci\u00f2, sembra sempre innegabile che nell&#8217;et\u00e0 medievale le condizioni materiali e spirituali dell&#8217;Occidente scesero ad un livello molto basso; che non soltanto molte conquiste delle et\u00e0 passate andarono perdute, ma ben poche furono quelle originali in esso compiute &#8211; almeno nei primi secoli -; e che, per limitarci al campo della cultura, in quei secoli si registr\u00f2 un calo, anzi un &quot;crollo&quot; di cui la storia europea non conobbe l&#8217;eguale, n\u00e9 prima n\u00e9 dopo.<\/p>\n<p>Sembra che questo sia il destino inevitabile delle epoche di trasformazione: periodi di &quot;gestazione&quot; in cui l&#8217;antico sembra morto e il nuovo non compare ancora sull&#8217;incerto orizzonte; ma il giudizio sulla situazione di fatto rimane. A proposito delle &quot;tenebre&quot; del Medio Evo e della &quot;decadenza&quot; della cultura, Corrado Barbagallo ha scritto:<\/p>\n<p><em>&quot;Non solo si smarrisce la pratica degli strumenti materiali del pensiero; decade la conoscenza del fondo stesso della coltura: dei grandi problemi di scienza, di filosofia, di politica. Fino al secolo prima[cio\u00e8 il V] tutti i trionfi e le interpretazioni dottrinali del Cristianesimo non avevano ottenuto che la coltura classica venisse bandita dal piano dell&#8217;istruzione dei giovani; anche i pi\u00f9 ardenti fra i religiosi si erano ribellati a siffatta politica; ora l&#8217;ignoranza dei tempi rende possibile il trionfo di quella che era stata l&#8217;eresia culturale dei pi\u00f9 ignoranti e dei pi\u00f9 settari. Che, cio\u00e8, il vero credente non debba allargare la sua visione, la sua cognizione al di l\u00e0 dei testi sacri e degli scritti dei Padri della Chiesa.&quot;<\/em> (Corrado Barbagallo, <em>Storia Universale<\/em>, Torino, 1935, <em>Medioevo,<\/em> , vol. 1, p. 123).<\/p>\n<p>Sembra difficile confutare simili conclusioni, solidamente basate su dei dati di fatto particolarmente abbondanti ed espliciti. Tuttavia si pu\u00f2 osservare che una valutazioine pi\u00f9 critica e attenta del momento storico-culturale al quale risalgono i pi\u00f9 vecchi pregiudizi contro il Medio Evo, e cio\u00e8 l&#8217;et\u00e0 umanistico-rinascimentale, ha portato alla luce molti aspetti prima ignorati e ridimensionato altri, prima eccessivamente esaltati. Il risultato \u00e8 stato un quadro storico del Rinascimento alquanto diverso da quello cui eravamo stati abituati da una lunga tradizione storiografica:<\/p>\n<p><em>&quot;Il periodo fra il 1450 e il 1517 (&#8230;) [fu]una delle ore pi\u00f9 brutte e scure del passato. Lo sviluppo delle citt\u00e0 cess\u00f2 del tutto in Europa, e i membri delle corporazioni e dei mestieri, per mancanza di occupazione, defluivano nella vita banditesca degli Armagnacchi e dei Landsknechte (mercenari). Piccoli tiranni distruggevano le fondamenta dei diritti locali. (&#8230;) La chiesa quasi croll\u00f2 sotto le disillusioni dei concili universali e la guerra contro gli Hussiti. (&#8230;) I papi uccidevano i loro cardinali, e i pr\u00ecncipi i loro fratelli e padri. (&#8230;) Fu instaurata l&#8217;Inquisizione spagnola:&quot;<\/em> (Eugen Rosenstock-Huessy, <em>Out of Revolution<\/em>, 1938).<\/p>\n<p>Il concetto di decadenza, dunque, \u00e8 ben presente e tutt&#8217;altro che arbitrario nella storia della cultura.<\/p>\n<p>Possiamo ora considerare l&#8217;impiego del concetto di &quot;decadenza&quot; nella storiografia relativa a intere epoche o civilt\u00e0. Il caso che ha da sempre maggiormente interessato e affascinato gli storici, per la grandiosit\u00e0 del fenomeno e le sue conseguenze, per la radicale trasformazione del mondo occidenale e anche per gli aspetti tragici e patetici di cui lo vediamo circonfuso, \u00e8 la decadenza dell&#8217;Impero Romano. Si pu\u00f2 affermar che tutti gli storici che hanno sub\u00ecto il fascino di quell&#8217;evento grandioso della storia e che si sono sentiti spinti ad approfondirlo, si son trovati d&#8217;accordo nel concludere che, se di decadenza si deve parlare (e il problema terminologico, ripetiamo, \u00e8 stato sollevato solo recentemente) essa era stata un fenomeno manifestatosi simultaneamente nell&#8217;economia e nella societ\u00e0, nell&#8217;esercito e nelle istituzioni civili, nella cultura e nel pensiero. Abbiamo gi\u00e0 visto come, almeno nel campo della storiografia artistica, l&#8217;orientamento attuale sia quello di un riesame &quot;positivo&quot; dei fenomeni di passaggio da un complesso di forme artistiche ad un altro, e ci\u00f2 vale anche per il mondo tardo-antico. Abbiamo anche visto che una revisione, per taluni aspetti simile, \u00e8 stata condotta nell&#8217;ambito della storiografia letteraria. Si pu\u00f2 anzi parlare, per la civilt\u00e0 letteraria del IV e V secolo dopo Cristo nell&#8217;Occidente latino (e in parte anche per l&#8217;Oriente greco) di un autentico rovesciamento di giudizio da parte della critica pi\u00f9 recente. Ne <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande,<\/em> Jakob Burckhardt aveva espresso un giudizio nettamente negativo sia sul complesso della produzione letteraria di quei due secoli, sia sui singoli autori; e anche il maggior poeta fra essi, Claudio Claudiano, nonostante le indubbie capacit\u00e0 inventive, non era uscito in sostanza &#8211; secondo lo storico di Basilea &#8211; dai limiti di una produzione artistica mediocre e spesso adulatoria. In conclusione, egli poneva la seguente questione:<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 possibile quindi che la decadenza della poesia e dell&#8217;oratoria coincida sempre anche con la decadenza nazionale di un popolo? Non si tratta invece di fiori caduti gi\u00e0 prima che il frutto possa maturare? Il vero non pu\u00f2 forse sostituire il bello, l&#8217;utile il piacevole? La domanda pu\u00f2 restare senza risposta e non \u00e8 riconducibile a questo genere di alternative. Ma chiunque si avvicini all&#8217;antichit\u00e0 classica, anche solo al suo tramonto, vedr\u00e0 come con la bellezza e con la libert\u00e0 siano scomparse anche la vita classica pi\u00f9 autentica, la parte migliore del genio della nazione romana e come l&#8217;ortodossia retorizzante, viva ancora nel mondo greco, non possa essere considerata altro che eco morta di una esistenza pi\u00f9 splendida nella sua piena fioritura.&quot;<\/em> (Jakob Burckhardt, <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em>, cit., p. 301).<\/p>\n<p>Una valutazione analoga era stata emessa, un&#8217;ottantina di anni prima, da Edward Gibbon, che dopo aver soppesato pregi e difetti del poeta Claudiano (autore, fra l&#8217;altro, del poemetto <em>De Raptu Proserpinae<\/em>), cos\u00ec concludeva:<\/p>\n<p><em>&quot;Nella decadenza delle arti e dell&#8217;impero, questo egiziano, che aveva ricevuto l&#8217;educazione di un greco, raggiunse in et\u00e0 matura la familiarit\u00e0 e il pieno possesso della lingua latina, s&#8217;innalz\u00f2 al dispora dei suoi deboli contemporanei, e dopo un intervallo di trecento anni si colloc\u00f2 fra i poeti dell&#8217;antica Roma.&quot;<\/em> (Edward Gibbon, <em>Op. cit.,<\/em> cap. XXX; tr. it. Roma, 1973, vol. 3, p. 201).<\/p>\n<p>Dopo un intervallo di trecento anni! Come dire che, dopo Quintiliano, la letteratura latina era stata un landa desertica fino agli inizi del V secolo: tre secoli di decadenza totale e ininterrotta&#8230;<\/p>\n<p>Gran parte dell&#8217;indirizzo odierno della storiografia sull&#8217;et\u00e0 tardo-antica contrasta radicalmente con questo genere di giudizi. L\u00e0 dove gli storici d&#8217;un tempo non vedevano altro che decadenza e povert\u00e0 di contenuti autentici, i moderni hanno individuato addirittura uno splendido rifiorire delle arti e delle lettere, un estremo, bellissimo &quot;canto del cigno&quot; della morente romanit\u00e0:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;aristocrazia senatoria doveva conservare l&#8217;alto livello culturale che presupponeva la distinguesse dalle altre classi; la chiesa cattolica, a contatto con i movimenti pi\u00f9 vivi del pensiero e dell&#8217;ascetismo greci, era ansiosa di riguadagnare il tempo perduto, e aveva quindi continuamente bisogno di buone opere letterarie. Di conseguenza, l&#8217;ultima generazione del IV secolo e il primo decennio del V sono la terza grande et\u00e0 della letteratura latina.&quot;<\/em> (Peter Brown, <em>Il mondo tardo antico<\/em>, Torino, 1973, p. 93).<\/p>\n<p>Nessuna meraviglia: le arti figurative e, in minor misura, la letteratura sono campi d&#8217;attivit\u00e0 ove &#8211; come abbiamo osservato &#8211; la libera esplicazione di un sincero e profondo travaglio interiore possiede un significato e un valore autonomi rispetto alla produzione precedente e a quella successiva. Ma in quale conto devono tenere il concetto di &quot;decadenza&quot; la storia economica e sociale, politica e militare di una determinata civilt\u00e0? \u00c8 qui che appare l&#8217;origine dell&#8217;equivoco causato dall&#8217;impiego di tale concetto alla storia considerata <em>come un tutto<\/em>. Ci\u00f2 che non trova riscontro nel campo della arti figurative e plastiche o in quello delle lettere, sembra non possa escludersi in sede di valutazione delle condizioni economiche e finanziarie, sociali e politiche, amministrative e militari di una data societ\u00e0. E in effetti la &quot;crisi&quot; economica e quella monetaria, politica, sociale e militare sono state universalmente riconosciute come i fattori disgreganti dell&#8217;edificio statale romano. A tali &quot;cause&quot; (o, per usare un termine meno impegnativo, &quot;fattori&quot;) ne vanno aggiunti molti altri, primo fra tutti la trasformazione religiosa che port\u00f2 un culto sostanzialmente estraneo alla conservazione dell&#8217;istituto politico, ad improntare di s\u00e9 la vita dello stato a tutti i livelli. Resta comunque il fatto che parlare di &quot;decadenza&quot; dell&#8217;esercito e delle istituzioni, di crisi ovvero di decadenza dell&#8217;economia e della societ\u00e0, significa far uso di una terminologia i cui concetti trovano effettivamente rispondenza nelle conclusioni cui \u00e8 giunta larga parte della storiografia contemporanea.<\/p>\n<p>Ma come considerare il concetto di &quot;decadenza&quot;, applicato globalmente a un intero periodo storico di una determinata societ\u00e0? Qui emergono le difficolt\u00e0, dal momento che dalla nostra indagine \u00e8 risultato che esso appare accettabile e condivisibile riferito a certi aspetti della storia; arbitrario e inesatto, invece, se riferito ad altri. Quindi bisogna concludere che il singolo storico, sulla base delle proprie convinzioni filosofiche e, pi\u00f9 ancora, delle proprie disposizioni spirituali, tende a porre l&#8217;accento sul momento &quot;negativo&quot; di un periodo di trasformazione (guardando a ci\u00f2 che finisce), oppure sul quello &quot;positivo&quot; (il formarsi di nuove forme della vita sociale). Si tratta insomma, per parafrasare un detto proverbiale, di guardare il bicchiere &quot;mezzo pieno o mezzo vuoto&quot;, a seconda del proprio punto di vista. Lo storico, in questo, si comporta (anche se cerca di motivare la sua posizione con elaborate costruzioni concettuali) esattamente come qualsiasi comune mortale, e <em>non<\/em> come lo scienziato.<\/p>\n<p>Il periodo del tardo Impero Romano, ad esempio, pu\u00f2 essere visto sia sotto la luce di una lunghissima, patetica &quot;decadenza&quot;, come una civilt\u00e0 che corre verso la propria morte; oppure sotto l&#8217;aspetto della &quot;incubazione&quot; ed &quot;elaborazione&quot; di quegli elementi che getteranno le basi di una nuova civilt\u00e0: quella cristiana e feudale dell&#8217;alto Medio Evo. Sembra che da queste forche caudine del soggettivismo non esistano altre vie d&#8217;uscita: ogni narrazione \u00e8 un giudizio e ogni giudizio una scelta in cui elementi di natura molto personale hanno un ruolo decisivo.<\/p>\n<p><em>&quot;La tenacia con cui gli stati universali, una volta stabiliti, aderiscono alla vita, costituisce uno dei loro tratti principali, ma non va confuso con l&#8217;effettiva vitalit\u00e0. \u00c8 piuttosto l&#8217;ostinata longevit\u00e0 del vecchio che rifiuta di morire. In effetti gli stati universali mostrano una marcata tendenza a comportarsi come fossero dei fini in s\u00e9 stessi, laddove in realt\u00e0 essi rappresentano una fase nel processo di disgregazione sociale e, se assumono una certa importanza al di l\u00e0 di questo, ci\u00f2 pu\u00f2 avvenire solo in virt\u00f9 del fatto che sono un mezzo per conseguire dei fini estranei e trascendenti ad essi.&quot; (Arnold Joseph Toynbee,<\/em> Storia comparata delle civilt\u00e0 <em>(compendio di D. C. Somervell,<\/em> Roma, 1974, vol. 2, p. 201).<\/p>\n<p>In questo modo Arnold Joseph Toynbee poteva guardare alla &quot;decadenza&quot; dell&#8217;Impero Romano, spogliandola di gran parte di quei connotati foschi e pessimistici con cui la storiografia precedente l&#8217;aveva sempre riguardata, e quindi spogliandola anche, in definitiva, del concetto stesso di &quot;decadenza&quot;, per sostituirlo con quello pi\u00f9 neutro (e meno biologistico) di &quot;disgregazione&quot;. Insomma si potrebbe dire che se storici come Gibbon e Montesquieu hanno guardato al mondo tardo-antico nella prospettiva del &quot;bicchiere mezzo vuoto&quot;, Toynbee e Brown lo hanno fatto in quella del &quot;bicchiere mezzo pieno&quot;. Ci\u00f2 sembra esplicitamente confermato dal seguente passo del Brown:<\/p>\n<p><em>&quot;Forse il motivo fondamentale della caduta del governo imperiale, negli anni tra il 380 e il 410, fu che due gruppi importanti del mondo latino &#8211; l&#8217;aristocrazia senatoria e la chiesa cattolica &#8211; separarono le loro responsabilit\u00e0 dal destino dell&#8217;esercito romano che li difendeva. Entrambi i gruppi involontariamente minarono la forza dell&#8217;esercito e dell&#8217;amministrazione imperiale; e dopo avere legato le mani ai loro protettori, scoprirono, non senza sorpresa, che potevano farne a meno. (&#8230;) La scomparsa dell&#8217;impero occidentale fu quindi il prezzo pagato perch\u00e9 il senato e la chiesa cattolica sopravvivessero.&quot;<\/em> (P. Brown, <em>Op. cit,,<\/em> p. 95).<\/p>\n<p>Ogni qualvolta una civilt\u00e0 si avvia verso la propria fine, vi sono sempre due maniere di considerare l&#8217;evento: l&#8217;attenzione pu\u00f2 fermarsi &#8211; impressionata dagli aspetti drammatici e violenti e sopraffatta dalla nostalgia per ci\u00f2 che va perduto &#8211; sulla &quot;decadenza e caduta&quot;; oppure, allungando la prospettiva sino ad illuminare i frutti nati da quella dissoluzione, e che gi\u00e0 nascostamente stavano maturando, pu\u00f2 rivolgersi ad ammirare lo spettacolo di una nuova vita che sorge. Vista in questa prospettiva, la disputa sulla legittimit\u00e0 del concetto di &quot;decadenza&quot; nella storiografia non appare pi\u00f9 tanto un problema oggettivo di tipo &quot;filosofico&quot;, quanto piuttosto un fatto di psicologia individuale del singolo storico.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li>[OTTIMISMO E PESSIMISMO COME ATTEGGIAMENTI MENTALI IN STORIOGRAFIA.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Ancora una volta, dunque, la riflessione su un particolare problema storiografico ci riconduce alla tematica di fondo di qualsiasi discussione sulla storia: all&#8217;atteggiamento, cio\u00e8, mentale e spiriituale, con cui il singolo studioso si accosta alla disciplina. Abbiamo visto che la prospettiva da cui muove il singolo storico \u00e8 sempre condizionata non solo dal tempo e dalla societ\u00e0 in cui vive (anche nel caso in cui egli li rifiuti e li combatta), ma altres\u00ec dalla sua struttura caratteriale e dalle sue convinzioni filosofiche. Abbiamo notato anche, ma solo di sfuggita, che sono tali convinzioni filosofiche la &quot;giustificazione razionale&quot; e il sostegno ideologico che l&#8217;individuo cerca di dare alla propria visione del mondo, e non gi\u00e0 il contrario.<\/p>\n<p>Vogliamo adesso soffermarci sull&#8217;atteggiamento mentale che, quale risultante di questi diversi fattori, diviene <em>modo<\/em> di accostarsi alla storia, filtrato attraverso le lenti dell&#8217;ottimismo o del pessimismo. Si ha un bel dire che lo storico dovrebbe rifuggire dall&#8217;uno come dall&#8217;altro; che la storia si fa studiando i <em>fatti<\/em> e non cercando di ridurli a forza entro schemi mentali precostituiti; che ottimismo e pessimismo potranno essere, al massimo, conclusioni di un lavoro storiografico, non gi\u00e0 premesse o punti di partenza: tutte queste non sono che parole. \u00c8 certo che un atteggiamento volutamente programmato e unilaterale, da parte dello studioso, squalificherebbe in partenza la seriet\u00e0 del suo lavoro di ricerca; ma il fatto \u00e8 che, quasi sempre, l&#8217;atteggiamento mentale dello storico non \u00e8 intenzionalmente e freddamente precostituito, bens\u00ec risponde a una disposizione interna, mentale e spirituale, che naturalmente e quasi inconsciamente lo conduce a impostare la ricerca sotto un determinato angolo visuale. E guai se cos\u00ec non fosse, dal momento che una storia &quot;oggettiva&quot;, ossia puramente espositiva e immune da &quot;contaminazioni&quot; sentimentali, non sarebbe neppur pensabile, non sarebbe anzi affatto storia, ma tutt&#8217;al pi\u00f9 annalistica erudita senz&#8217;anima e senza intimo spessore.<\/p>\n<p>A coloro che si scandalizzassero per tali affermazioni, vorremmo rispondere: \u00e8 mai esistito uno storico che sia giunto a una determinata visione del mondo <em>dopo<\/em> aver completato la sua opera; uno storico che, mentre si accingeva al suo lavoro, ne era affatto sprovvisto? L&#8217;ottimismo illuministico di Voltaire e Montesquieu, di Gibbon e Robertson, scatur\u00ec forse <em>a conclusione<\/em> della loro opera storiografica, o non ne costitu\u00ec piuttosto la premessa? Lo scetticismo e un pacato pessimismo non furono forse all&#8217;origine e non alla conclusione dell&#8217;operadi Burckhardt e di Huizinga? Lev Trotzkij non si convert\u00ec al materialismo storico dopo aver scritto la sua <em>Storia della rivoluzione russa<\/em>, n\u00e9 Arnold Toynbee al cristianesimo dopo aver scritto <em>Civilt\u00e0 al paragone.<\/em> L&#8217;immagine dello storico che si accinge al proprio lavoro con animo sgombro da passioni e da inclinazioni personali \u00e8 una grottesca caricatura, che lo disumanizza completamente.<\/p>\n<p>E passiamo ora a considerare in concreto l&#8217;ottimismo e il pessimismo quali atteggiamenti mentali dello storico che si accinge al proprio lavoro. Dobbiamo premettere che per &quot;atteggiamento mentale&quot; intendiamo la somma dei fattori prima elencati, e cio\u00e8: 1) l&#8217;influenza dell&#8217;ambiente sociale e culturale in cui il singolo studioso vive e lavora; 2) le disposizioni spirituali del suo carattere individuale, e 3) le convinzioni filosofiche con le quali tende a legittimare tali disposizioni. Del primo punto abbiamo gi\u00e0 parlato in precedenza, e al terzo abbiamo fatto qualche cenno, per ora sufficiente ai nostri fini; concentreremo dunque l&#8217;attenzione sul secondo punto, e passeremo poi a porre in evidenza le relazioni di esso con il terzo, cio\u00e8 con la &quot;filosofia&quot; personale, propria a ciascuno storico.<\/p>\n<p>A conclusione della dissertazione sul concetto di &quot;decadenza&quot; nella storiografia, abbiamo affermato che tutto il problema va ricondotto, secondo noi, a una questione di psicologia individuale del singolo storico. E in effetti la stessa storiografia, l&#8217;opera cio\u00e8 svariata e multiforme di uomini che hanno vissuto, sentito, pensato ciascuno in maniera diversa, rimarrebbe un enigma indecifrabile se non fosse possibile interpretarla attraverso la psicologia individuale dei singoli autori, che ci permette di comprendere le origini e le motivazioni delle scelte e delle interpretazioni avanzate da ciascuno di essi. Cos\u00ec come la storia va colta nella sua <em>processualit\u00e0,<\/em> nel suo <em>divenire<\/em> &#8211; almeno quando ci\u00f2 \u00e8 possibile &#8211; allo stesso modo la storiografia, l&#8217;insieme cio\u00e8 dell&#8217;opera dei singoli storici (essendo storia essa stessa) va anch&#8217;essa considerata nella sua processualit\u00e0 e nel suo sviluppo. E qui avviene l&#8217;inevitabile trapasso dalla storia alla psicologia.<\/p>\n<p>La psicologia dei singoli autori \u00e8 uno strumento sussidiario indispensabile per capire in quale chiave vadano lette le loro opere. Tutti sanno che la prima cosa da fare, quando ci si accinge a leggere un libro con un minimo di consapevolezza critica, \u00e8 interessarsi di chi ne sia l&#8217;autore, quali le sue posizioni ideologiche, quali le premesse filosofiche. Una lettura che tralasci questa indispensabile operazione preliminare diviene acritica e sostanzialmente inutile, se non dannosa. \u00c8 vero che, purtroppo, le stesse casi editrici affidano la presentazione delle opere storiografiche (e non solo) a studiosi di un dichiarato credo ideologico o filosofico, i quali in verit\u00e0 non presentano affatto, ma spiegano al lettore perch\u00e9 quello storico abbia fatto centro nella sua opera di ricerca (se \u00e8 in sintonia con i loro punti di vista) o abbia pi\u00f9 o meno clamorosamente mancato l&#8217;obiettivo (se non lo \u00e8). Il risultato \u00e8 che il letore medio, cio\u00e8 il non-specialista, anzich\u00e9 affrontare la lettura dell&#8217;opera con una visuale pi\u00f9 ampia e spassionata, si trova ridotto entro uno schema angusto, che ne condiziona la lettura in maniera unilaterale. \u00c8 vero: il lettore fornito di ampia cultura e di forte spirito critico sfuggir\u00e0 facilmente a questa forma di condizionamento, e con mente serena e distaccata potr\u00e0 considerare sia la posizione critica di colui che &quot;presenta&quot; il libro, sia quella dell&#8217;autore dell&#8217;opera. Ma in definitiva il compito dell&#8217;editoria dovrebbe essere proprio quello di rendere accesibili a un vasto pubblico, per mezzo di edizioni critiche intelligentemente curate, anche le opere degli autori pi\u00f9 &quot;difficili&quot;, o quantomeno quella di non aggiungere difficolt\u00e0 a difficoilt\u00e0, aggiungendo a quelle del testo, quelle della presentazione.<\/p>\n<p>Su questo terreno, coloro i quali accusano la cultura di essere &#8211; in regime democratico-liberale non meno che in regime autoritario &#8211; un fatto politico, e pi\u00f9 precisamente di potere, hanno e avranno sempre buon gioco nel sostenere le loro tesi. Essi potrebbero anzi far rilevare come la politica dell&#8217;editoria tenda a stabilire con la grande massa dei lettori un rapporto di tipo quasi &quot;coloniale&quot;, e potrebbero citare le istruttive vicende di un indigeno dell&#8217;America settentrionale alle prese con la religione del conquistatore bianco:<\/p>\n<p><em>&quot;Non so proprio cosa credere. Alcuni anni fa, un buon uomo, tale almeno io lo ritengo, venne da noi. Egli mi indusse ad abbandonare la mia antica fede; e dopo qualche tempo, persuaso che su certe faccende egli ne sapesse di pi\u00f9 di un indiano ignorante, entrai a far parte della sua chiesa e divenni metodista. Dopo un po&#8217;, costui se ne and\u00f2; venne un altro uomo e parl\u00f2, e io divenni battista; poi un altro venne e parl\u00f2 e io divenni presbiteriano. Adesso, un altro ne \u00e8 venuto, e costui vuole che io mi faccia episcopalista. Ognuno di essi racconta una storia differente, e ognuno di essi vuole forse credere che la sua, e solo la sua, \u00e8 la retta via, quella per cui si pu\u00f2 salvare la propria anima.&quot;<\/em> (Capo Coda [M]{.smallcaps}aculata, Sioux, in <em>Sul sentiero di guerra. Scritti e testimonianze degli indiani d&#8217;America,<\/em> Milano, 1960, p. 311).<\/p>\n<p>Naturalmente, anche chi presenta un libro altrui ha il diritto di essere un uomo di parte, o almeno di avere delle proprie convinzioni; ma se la presentazione \u00e8 concepita al fine di agevolare la lettura al non-specilista, sarebbe meglio che chi la scrive si limitasse a una presentazione critica nel senso pi\u00f9 oggettivo possibile; facendo un po&#8217; tacere, per quanto possibile, le proprie simpatie e antipatie intellettuali.<\/p>\n<p>Dunque, ci proponevamo di esaminare la genesi degli atteggiamenti mentali di ottimismo e pessimismo in storiografia. A molti studiosi tali &quot;atteggiamenti mentali&quot; sono sembrati, per cos\u00ec dire, poco professionali, il Toynbee, ad esempio, studiando la problematica della sopravvivenza delle civilt\u00e0 umane, li ha criticati, individuando in essi &quot;la parzialit\u00e0 di risposte a priori&quot;:<\/p>\n<p><em>&quot;Paul Val\u00e8ry aveva esplicitamente dichiarato che tutte le civilt\u00e0 erano mortali. Nello stesso tempo Spengler diceva le stesse cose. Oggi noi possiamo constatare come la dottrina del progresso fosse basata su molte false premesse. Ma questa ammissione deve costringerci ad accettare la dottrina della decadenza? (&#8230;) Il pessimismo di Val\u00e9ry e l&#8217;ottimismo di Gibbon sono entrambi razionalizzazioni di sentimenti che sono stati superficialmente adeguati al breve arco delle loro vite.&quot;<\/em> (Arnold Joseph Toynbee, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 3, pp. 195-96).<\/p>\n<p>Ma, secondo il nostro modo di vedere, <em>tutte<\/em> le interpretazioni della storia, globali e no, non sono che &quot;razionalizzazioni di sentimenti che sono stati adeguati al breve arco delle vite dei loro autori&quot;, e non diremmo &quot;superficialmente&quot;, quanto piuttosto &quot;spontaneamente&quot; o &quot;istintivamente&quot;; e in ci\u00f2 non vediamo affatto un sintomo di arbitrariet\u00e0, quanto piuttosto l&#8217;intima motivazione e la vera forza di ogni ricostruzione storica. Del resto, &quot;pessimismo spengleriano&quot; e &quot;ottimismo vittoriano&quot; &#8211; come il Toynbee li avrebbe chiamati &#8211; non sono stati affatto manifestazioni soriche uniche e irripetibili, quanto determinazioni particolari di una tendenza costante dell&#8217;animo umano, cui non si vede perch\u00e9 lo storico dovrebbe tentare &#8211; quand&#8217;anche lo potesse &#8211; di sottrarsi. Sempre vi sono state e sempre vi saranno due fondamentali maniere di porsi nei confronti della vita, e dunque anche nei confronti del passato.<\/p>\n<p>Con disincantata saggezza un umanista tedesco del XVI secolo, Sebastian Franck, osservava a proposito della storia universale:<\/p>\n<p><em>&quot;Chi osserva tutto ci\u00f2 con seriet\u00e0, non sarebbe meraviglia se il cuore gli si spezzasse per pianto. Ma se si guarda beffardamente alla maniera di Democrito, si dovrebbe crepar dalle risate: tanto \u00e8 buffo il mondo.&quot;<\/em> ( Cit. in Wilhelm Dilthey, <em>L&#8217;analisi dell&#8217;uomo e l&#8217;intuizione della natura,<\/em> Firenze, 1974, vol. 1, p. 114).<\/p>\n<p>Anche da un punto di vista filosofico, oltre che storiografico, si \u00e8 voluto criticare l&#8217;atteggiamento di &quot;ottimismo&quot; o di &quot;pessimismo&quot; dei singoli autori. A questo proposito ci piace replicare, citando alcuni passi di un articolo di Aldo Capasso:<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 noto come il Croce negasse il valore raziocinativo del Leopardi, asserendo che ottimismo e pessimismo sono atteggiamenti sentimentali, non filosofici. Ma il pessimista potrebbe osservare che, per l&#8217;appunto, la concezione del Divenire idealistica, \u00e8 un fatto d&#8217;ottimismo e di sentimento. (&#8230;) Resta che ogni &#8216;filosofia&#8217; non pu\u00f2 fare a meno di atteggiarsi sentimentalmente, come pessimismo o come ottimismo.&quot;<\/em> (Cit. in Antonio Gramsci, <em>Il materialismo storico<\/em> <em>(Quaderno 10, II),<\/em> Roma, 1977, p. 41. Si noti che questa semplice verit\u00e0 viene sommersa dal Gramsci sotto una valanga di aspre invettive).<\/p>\n<p>Una trattazione analitica dei singoli storici e dei loro caratteri individuali esula dai limiti e dagli scopi di queste pagine, d&#8217;altra parte qualcuno potrebbe obiettare che non sempre le opinioni filosofiche e ideologiche <em>precedono<\/em> il concreto lavoro di ricostruzione dello storico (anche se ci pare di aver gi\u00e0 risposto in proposito). Non potendo considerare uno per uno, ovviamente, gli storici e i loro punti di vista &#8211; neanche i maggiori &#8211; ci limiteremo a quei casi che potrebbero sembrare in contrasto con quanto abbiamo affermato, e anzitutto a quelli in cui la visione del mondo dello storico ha sub\u00ecto profondi mutamenti nel corso della vita di questi. Come spiegare tali mutamenti, se si ammette che &#8211; oltre ai fattori dovuti all&#8217;ambiente sociale &#8211; \u00e8 essenzialmente la disposizione naturale del carattere a orientare ciascuno verso una determinata concezione del mondo e della storia?<\/p>\n<p>Uno dei casi pi\u00f9 &quot;classici&quot; di questo tipo di modificazioni del percorso filosofico \u00e8 quello dello storico Fiedrich Meinecke.<\/p>\n<p><em>&quot;Si pu\u00f2 parlare, in effetti, di tre diversi Meinecke, ognuno dei quali rappresenta un diverso periodo storico, esprimendosi a volta a volta in una delle tre opere storiche pi\u00f9 importanti tra quelle da lui composte. Il Meinecke di<\/em> Weltburgerthurm und Nationalstaat<em>, apparso nel 1907, vede fiduciosamente gli ideali nazionali tedeschi realizzarsi nel Reich bismarckiano e (&#8230;) identifica l&#8217;idea nazionale con la forma pi\u00f9 elevata di universalismo: tutto ci\u00f2 \u00e8 un prodotto dell&#8217;et\u00e0 guglielmina, questa barocca prosecuzione dell&#8217;et\u00e0 di Bismarck. Il Meinecke di<\/em> Die Idee der Staatsr\u00e4son, <em>apparso nel 1925, parla con l&#8217;animo angosciato e lacerato della Repubblica di Weimar: il mondo della politica \u00e8 diventato un&#8217;arena in cui si svolge il conflitto irrisolto tra<\/em> raison d&#8217;\u00e9tat <em>e moralit\u00e0 &#8211; una moralit\u00e0 che \u00e8 estranea alla politica, ma che in definitiva non pu\u00f2 distruggere la vita e la sicurezza dello Stato. Infine, il Meinecke di<\/em> Die Enstehung des Historismus<em>, apparso nel 1936, allorch\u00e9 il diluvio nazista lo aveva strappato alle cariche accademiche, lancia un grido di disperazione, rifiutando uno storicismo che gli appare una giustificazione di tutto ci\u00f2 che \u00e8 reale, e oscillando penosamente tra il relativo della storia e un assoluto sovrarazionale. Nell&#8217;ultima fase, allorch\u00e9, ormai vecchio, vide il proprio paese soccombere sotto il peso di una sconfitta militare ancora pi\u00f9 spaventosa di quella del 1918, Meinecke ricadde sconsolatamente, in<\/em> La catastroofe tedesca <em>del 1946, in una visione della storia dominata da un caso cieco e inesorabile.&quot;<\/em> (E. H. Carr, <em>Op. cit.,<\/em> pp. 45-46).<\/p>\n<p>Dovremmo concludere che, essendo passato attraverso alterazioni cos\u00ec notevoli, il pensiero storico del Meinecke andava esente, in partenza, da tendenze istintive, tali da influenzarne la successiva impostazione? Ma i fatti provano proprio il contrario: tutti i mutamenti del pensiero del Meinecke furono <em>successivi<\/em> alle profonde svolte storiche del suo paese, che agirono in lui sconvolgendone le certezze e modificandone le prospettive. Non esistono caratteri tanto forti (o tanto deboli?) da attraversare inalterati una tale successione di tempeste materiali e spirituali; esistono invece infinite reazioni umane alle medesime situazioni contingenti. Certo, entro gli anni dell&#8217;adolescenza il carattere dell&#8217;indivduo \u00e8 gi\u00e0 formato, ma una serie di forti impressioni possono modificare successivamente non il carattere, bens\u00ec i <em>modi<\/em> in cui esso reagisce alla realt\u00e0 esterna.<\/p>\n<p>Il fatto che ora affermiamo l&#8217;inevitabilit\u00e0 di un attegiamento mentale, talvolta inconscio, di &quot;ottimismo&quot; o di &quot;pessimismo&quot; da parte dello storico, potrebbe sembrare in contrasto con quanto abbiamo a suo tempo affermato circa la necessit\u00e0 di un &quot;distacco filosofico&quot; in ogni ricostruzione storiografica. Dobbiamo perci\u00f2 operare una opportuna distinzione. Il distacco, la serenit\u00e0 fatta di disincanto e di imparzialit\u00e0 (la filosofia yoga parla di &quot;equanimit\u00e0 non giudicante&quot;) si addice particolarmente in due tipi di circostanze: 1) quando lo storico, nel caso sia anche un uomo di parte, si accinge a ricostruire periodi del passato in cui si verificarono eventi o processi che chiamano direttamente in causa la sua ideologia; 2) quando ci si dispone allo studio della storia pi\u00f9 recente o recentissima, ove passioni violente e dibattiti politci esacerbati si sono affrontati in scontri dichiarati, non ancora esauriti o smorzati sensibilmente. L&#8217;atteggiamento mentale di ottimismo o pessimismo, cui il singolo storico non pu\u00f2, come essere umano, sfuggire, \u00e8 altra cosa. Qui non passioni politiche direttamente legate alla storia, pi\u00f9 o meno recente, sono in gioco; e mentre la tendenziosit\u00e0 politica \u00e8 un difetto storiografico che pu\u00f2 e deve essere superato, i sentimenti soggettivi con cui lo storico si accosta alla ricostruzione del passato fanno parte del suo bagaglio umano e non vi \u00e8 ragione che egli cerchi &#8211; cosa del resto impossibile &#8211; di spogliarsene.<\/p>\n<p>A quanto sostengono la scientificit\u00e0 della storiografia, e negano di conseguenza l&#8217;influenza preponderante di fattori soggettivi quali l&#8217;&quot;ottimismo&quot; e il &quot;pessimismo&quot; dello storico, vorremmo far notare che gi\u00e0 la scelta del periodo del passato da ricostruire \u00e8 indice e testimonianza delle inclinazioni spirituali di uno studioso, quindi del suo atteggiamento &quot;sentimentale&quot;. Lo abbiamo gi\u00e0 visto facendo alcune considerazioni generali sulla genesi del concetto di &quot;decadenza&quot; in storiografia (vedi capitolo precedente). In secondo luogo, l&#8217;atteggiamento spirituale e filosofico dell&#8217;autore \u00e8 rivelato dall&#8217;ottica con cui egli affronta un determinato argomento, e anche ci\u00f2 abbiamo gi\u00e0 visto, considerando l&#8217;interesse del singolo autore per gli aspetti &quot;distruttivi&quot; o per quelli &quot;costruttivi&quot; impliciti in ogni societ\u00e0 in via di radicale trasformazione. Ma l&#8217;argomento pi\u00f9 interessante a sostegno della inevitabilit\u00e0 di un atteggiamento mentale precostituito (non fazioso: sono due concetti assai diversi) da parte dello storico, ci \u00e8 offerto proprio dall&#8217;opera concreta di quegli studiosi che tale inevitabilit\u00e0 hanno voluto negare.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso di Arnold Toynbee: egli muoveva da una critica dell&#8217;ottimismo tardo-vittoriano &#8211; del resto gi\u00e0 smentito da due guerre mondiali &#8211; ma soprattutto del pessimismo spengleriano, il cui <em>Tramonto dell&#8217;Occidente<\/em> aveva esercitato una profonda impressione sul giovane studioso inglese. Egli consider\u00f2 entrambi questi atteggiamenti &quot;sentimentali&quot; (come avrebbe fatto Benedetto Croce) e ne dedusse la loro &quot;illegittimit\u00e0&quot; razionale. Indi, ponendo mano all&#8217;opera gigantesca di <em>Civilt\u00e0 al paragone<\/em>, si sforz\u00f2 di mantenere un atteggiamento &quot;neutrale&quot;, alieno sia dall&#8217;ottimismo come dal pessimismo ingiustificati, per sfuggire a ogni forma di determinismo. Nella ciclopica fatica di esaminare la genesi, lo sviluppo, la decadenza e la fine di ciascuna delle civilt\u00e0 umane, si sforz\u00f2 di seguire dei metodi d&#8217;indagine il pi\u00f9 possibile obiettivi. E quando, dopo averle passate tutte in rassegna, giunse infine a considerare l&#8217;unica civilt\u00e0 non ancora scomparsa o agonizzante &#8211; quella occidentale &#8211; credette di poter legittimamente concludere che nulla indicava una sua prossima fine &#8211; ammesso e non concesso che fosse realmente in fase di decadenza.<\/p>\n<p>Ma era davvero sfuggito, il Toynbee, a quella forma di determinismo che in Spengler aveva tanto criticato? Sfugg\u00ec al destino di atteggiarsi, sentimentalmente e filosoficamente, da un punto di vista &quot;ottimistico&quot; o &quot;pessimistico&quot;, come si era proposto? Tutto lascia pensare il contrario. Quanto al determinismo, le sue elucubrazioni teologiche non sono meno arbitrarie e costrittive della concezione &quot;organicistica&quot; delle civilt\u00e0 formulata da Spengler; la &quot;direzione&quot; che egli impose alla storia non \u00e8 meno unilaterale di quella attribuitale dal filosofo di Blanckenburg. E quanto all&#8217;atteggiamento mentale e spirituale &#8211; che qui maggiormente ci interessa &#8211; la sua fede nella possibilit\u00e0 che la civilt\u00e0 occidentale, seguendo la legge dell&#8217;Amore, sull&#8217;esempio di Ges\u00f9 di Nazareth, possa vincere la morte e sfuggire al destino di tutte le altre civilt\u00e0 umane, rivela un &quot;ottimismo&quot; che, dal suo punto di vista, non appare meno arbitrario del catastrofico pessimismo spengleriano. A ci\u00f2 si potrebbe aggiungere che, per essere precisi, Ges\u00f9 Cristo non \u00e8 <em>sfuggito<\/em> alla morte: l&#8217;ha subita e poi l&#8217;ha vinta risorgendo; ma quale civilt\u00e0 potrebbe morire e risorgere?<\/p>\n<p>Nella religione il Toynbee aveva effettivamente trovato un&#8217;\u00e0ncora di salvezza, che plac\u00f2 le angosce del suo spirito lacerato dagli orrori di due conflitti mondiali e dalla minaccia di distruzione nucleare, ma gl&#8217;impose un&#8217;ottica storica che non vi \u00e8 motivo di giudicare meno deformante di quella dello sconsolato pessimismo di Spengler.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;Si osservino i fiori di sera, quando essi, nel sole che tramonta, chiudono l&#8217;uno dopo l&#8217;altro le loro corolle. 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